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mercoledì, marzo 23, 2011

Fare il "morto"

Riconducendomi ancora all'esempio dei "trampolini", parlerò di quello statico, formato dalle cavità oro-faringee e dalla lingua, che è poi il trampolino vero e proprio, e che non può funzionare convenientemente se la sua forma e posizione è scorretta o assurda, come capita ad alcuni cantanti che la rivolgono all'indietro, o che la tengono perennemente sollevata o che risulta frequentemente "a turacciolo", ingobbita, dura, ecc. L'educazione del fiato-voce avviene per fasi successive; la prima fase è quella in cui si inquadrano e perfezionano le "forme chiave", ovvero quelle forme perfette che danno vita alla corretta pronuncia delle vocali. Non si tratta solo di dare la forma, che sarebbe molto facile, ma di riuscire a mantenerla quando si va in zone della gamma vocale dove la pressione del fiato rende ardua l'impresa. Quando questa fase sarà superata, si dovrà passare a quella successiva, dove il "trampolino" non ci interessa più, in quanto è già pronto e funzionante. E' logico che perché il "salto" venga bene, il trampolino deve avere le caratteristiche giuste, altrimenti risulterà deforme, difettoso. Se invece esso è ben posto e il fiato è disciplinato e non interverrà più a deformarlo, noi potremo interessarci solo più del "salto", che nel canto corrisponde alla pronuncia. Cioè, ribadisco, la giusta emissione delle parole non deve più essere legata alla forma e articolazione, ma si dovrà concentrare solo mentalmente sulla giusta pronuncia. In altri termini, se l'educazione nella prima fase è stata fatta bene, se un suono non viene bene non è che non ci sono le caratteristiche perché venga bene, ma: o non sto pensando a ciò che dico, e "faccio" i suoni senza dare loro quella "Verità" di significato, che si ritrova nel parlato, oppure mi faccio distrarre dai movimenti articolatori, cioè non penso alla pronuncia ma a ciò che forma la pronuncia, cioè mi interesso al trampolino e non al salto (si potrebbe anche dire: penso al pennello e non a ciò che dipingo). Ora, se io con rilassatezza e apertura morbida della mandibola faccio passare con leggerezza l'aria, senza cercare la voce, senza "fare", "gonfiare", "spingere", ecc., si emetterà una A, bella, sonora, che apparirà come nascente davanti alla bocca, cioè dove c'è il "salto" dal trampolino. La cosa che può apparire difficile è cambiare nota o vocale. Se noi ci concentriamo sempre su questo luogo, un po' vago, dove assistiamo al "salto", e non su forma e articolazione, noi con il massimo della morbidezza, della rilassatezza, andiamo a trasformare la A in E o I o o O o U, ci accorgeremo che risultano tutte emesse con la stessa facilità, la stessa incorporea sonorità, la stessa bellezza, ampiezza e intonazione.
Presentiamo tutto adesso da un altro punto di vista. L'educazione del fiato comporta un suo sviluppo qualitativo e quantitativo che porta a sentirne la sua funzione "portante" fino alla bocca. L'idea che il fiato stia nei polmoni e che noi dobbiamo "spingerlo" o "tirarlo" fuori è del tutto errata. Anche senza prendere in modo evidente il fiato, noi schiudendo appena le labbra possiamo emettere qualunque suono, segno che il fiato è già pronto e presente fino all'estrema propaggine del nostro apparato. Naturalmente in chi non ha avuto un'educazione esemplare questo fiato non possiede le caratteristiche per poter emettere con continuità suoni eccellenti, ma per chi invece ha seguito la giusta disciplina il fiato diventa quella celebre "colonna d'aria" su cui si canta, o meglio "parla", perché quando il fiato è disciplinato a dovere, praticamente il cantare è semplicemente un parlare intonato, con un certo impegno. Si potrebbe dire che all'altezza del palato, che corrisponde esternamente grossomodo all'attaccatura del naso al labbro superiore, è come se ci fosse la "linea di galleggiamento", cioè il "mare d'aria" su cui "galleggiano" le parole (piccole, come disse T. Schipa). Si tratta, dunque, di non farle "affogare", vale a dire, dopo aver emesso con scioltezza, liquidità, facilità, una A morbida, rimanere sulla stessa linea di galleggiamento, senza appesantimenti, zavorre, ma continuare a galleggiare, anche se per il nostro istinto sembra impossibile o assurdo. Provate a pensare, se lo sapete e lo ricordate, a quando fate il "morto" galleggiando in acqua.

3 commenti:

  1. salvo9:43 AM

    Da piccolo (avevo circa sette anni) imparai a nuotare con una certa facilità e sbracciando all'inizio dopo diversi tentativi mi tenevo a galla anche se con qualche difficoltà e con l'aiuto di un adulto. La parte più difficile fu apprendere il galleggiamento (fare il morto), perchè in quel caso non c'era solo il problema di vincere la paura di affogare con l'ausilio dei movimenti degli arti ma al contrario c'era la ricerca di uno stato di rilassatezza, di abbandono "vigile", tale da permetterti di venire in un intimo contatto con tutto ciò che ti circonda e la cosa più affascinante è la consapevolezza del tuo corpo solido immerso nel fluido che ti culla, ti sostiene senza che tu "faccia niente".... Ciao Fabio Salvo "baritono"...tenore

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  2. Esatto. E la cosa interessante è che anche nel caso del "morto" in acqua, la cosa più difficile da rilassare è anche in quel caso... la respirazione!

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  3. salvo5:03 PM

    Certo. Ed anche che il più grande ostacolo (psicologico) è la paura che vien fuori da quel istinto di sopravvivenza che ci accompagna (giustamente e naturalmente).
    Ecco che allora è la giusta educazione del fiato che ci permette di domare l'istinto (che altro non è che un campanello d'allarme) ed effettuare cose che altrimenti non potremmo fare.

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