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domenica, aprile 28, 2013

L'orecchio imperfetto

Mi viene da chiedermi come mai grandi direttori, in primis quello che reputo come il più grande in assoluto, Sergiu Celibidache, ma anche molti altri che, o per percorsi di studio o per lunga esperienza, hanno sicuramente sviluppato un orecchio sensibilissimo, non abbiano poi fatto scelte e selezioni più severe nel mondo del canto. Celibidache aveva una sensibilità uditiva al limite del prodigioso, eppure se ascoltiamo alcune sue realizzazioni nel campo della musica sacra, alcuni cantanti risultano assai irritanti per la modestia dell'emissione, per quanto tutti professionisti in carriera. Ma anche direttori come Gavazzeni, ad esempio, che ha diretto i più grandi, e non c'è da pensare che fosse così supino allo Star System (mentre lo credo per Muti e Abbado e abbastanza anche per Karajan), ha tollerato veri vociferatori. Questo è da attribuire alla selettività dell'orecchio e al suo sviluppo imperfetto quando non stimolato dall'attività propria; non posso sapere fino a che punto l'orecchio di Celi fosse perfetto rispetto al suono di un violino o un corno, so che in quel campo ha ottenuto sonorità di rara magia; sicuramente non sapeva cantare e credo fosse piuttosto all'oscuro di ogni problematica legata alle discipline canore (come del resto anche Toscanini - che lo dichiarò - e Karajan); questo ha fatto sì che una componente della sua sensibilità uditiva rimanesse non sviluppata, e quindi prendeva per buono (probabilmente si accorgeva di molti difetti strumentali, che probabilmente riteneva ineliminabili nella pratica canora) anche ciò che era pesantemente difettoso. Altri direttori, che hanno seguito molto l'opera, non c'è da dubitare che sentissero la differenza tra un grandissimo e un modesto cantante (ancorché famoso), ma non attribuissero questo a reali difetti e carenze, ma a semplici differenze umane.

mercoledì, aprile 24, 2013

Il corto circuito 2

I due momenti della Storia in cui le arti toccarono un apice sono stati quelli del classicismo greco e del Rinascimento italiano; riflessione: contemporaneamente si toccava un apice anche nelle scoperte e negli approfondimenti filosofici o gnoseologici. Evidente quindi una forte relazione tra i due campi. Il motivo è semplice: l'Arte è il canale comunicativo tra la realtà materiale dei sensi e l'universo della spiritualità. Giorni fa sentivo Vittorio Sgarbi che, con il suo impeccabile aplombe (ehehe) scagliava strali contro il mondo politico ignorante. Si può dire ciò che si vuole, ma è vero. La cultura è a livelli bassissimi, ovverosia si sta creando una frattura sempre più profonda (ma in molti campi, lo vedo anche in ambiente scolastico) tra chi possiede una viva e profonda cultura e chi non ce l'ha, ovvero l'ha "appicicata" a livelli mediocri. Manca, insomma, un piano medio, modesto ma sincero. Molti contadini di un tempo, anche analfabeti o quasi, sapevano versi della Divina Commedia o di altri grandi poeti, e non certo per dovere, "compito", ma per una necessità vitale da contrapporre alla dura vita materiale; le mamme e i papà di un tempo, con le quinte elementari, avevano un'ortografia, una bella scrittura, una cultura storica e geografica minima ma solida, che oggi molto spesso manca persino a diplomati e laureati. Da un lato geni di grande impatto, dall'altro la profonda ignoranza, senza quell'equilibrio, quel ponte comunicativo tra le due opposte tendenze. Ma, per precisare, anche Sgarbi, dall'alto della sua profonda cultura, può essere annoverato tra gli ignoranti (a parte che per le buone maniere), per il semplice motivo che pur conoscendo a fondo migliaia di opere figurative e letterarie, non sa produrre a livelli decenti (almeno non mi risulta) assolutamente niente. Cioè c'è Conoscenza e conoscenza; la sua è una profonda conoscenza, ma una nulla Conoscenza, giacché nessuna abilità operativa ha potuto manifestare. Per evitare confusioni, preferisco definire la conoscenza informazione. Il cervello è interfaccia tra il mondo fisico che ci appare e in cui viviamo, per la verità non sempre molto felicemente, e un altro mondo, che si può definire in vari modi e suddiviso ancora a vari livelli, i più semplici e noti dei quali sono i sentimenti, le emozioni, seguiti dalle intuizioni, dalla fantasia, dalla creatività. Le percezioni di questo mondo sono solo spunti, ombre di una realtà difficile da penetrare, approfondire, seguire. E questo perché il cervello è in primo luogo un filtro. Essendo in primo luogo esponente di una realtà materiale, non può che svolgere un compito legato al proprio stato cui è stato posto un ruolo di controllo e difesa. Parlai, tempo addietro, del "limitatore" elettrico, che scatta quando si supera un determinato consumo. Il nostro cervello è meglio organizzato, per cui è molto infrequente che arrivi al punto di scattare per sovraccarico (lo svenimento o il collasso), svolgendo un compito di limitazione e semplificazione che può dare al soggetto una sensazione tranquillizzante. Quando, in una reale semplicità, si arriva a comprendere dov'è la pronuncia vera, e come si sviluppa per tutta la gamma vocale, e quale incredibile impatto sonoro può generare nell'ambiente, si può andare incontro un piccolo corto circuito, perché si scopre una verità che ignoravamo, pur essendo sotto i nostri sensi. La verità è semplice, ma è terribilmente difficile da esprimere. La parola è verità. In alcune elevate culture filosofiche si dice che solo a pochi grandi maestri è concesso dire alcune parole in ambienti circoscritti, perché potrebbero generare problemi a chi non sia pronto. Questo pensiero può sembrare eccessivo, surreale; sicuramente si può prestare a molte interpretazioni. Ciò che posso dire con sicurezza è che chi sa elevare la parola ad arte sonora può generare una qualità fonica senza eguali, e questa può creare piccoli corto circuiti nella mente di chi ascolta, che non comprende con il cervello "informato" qualcosa che non gli appartiene, che non comprende come si possa generare quel gesto sonoro sottile, eterico, avviluppante, inafferrabile. Il gesto sonoro che un tempo la gente voleva, chiedeva quasi fosse una necessità, come i versi della Divina Commedia, perché in quei momenti usciva dal mondo freddo, povero, faticoso, deprimente, e poteva entrare nel vero mondo della ricchezza, del calore umano, del piacere interiore, in cui scopriva e riscopriva la propria scintilla divina, e nello scoprirla si avvedeva che non era "propria", ma era comunitaria, umana, universale. Oggi la scienza ci spiega approfonditamente molte cose, e si vive molto meglio, la società si è evoluta e il benessere si è ampliato, per quanto l'egoismo, la sete del potere e del piacere personale conducano l'umanità sempre verso situazioni di grave pericolo esistenziale. La scienza ovviamente punta la propria azione verso quei settori più misteriosi e poco decifrabili per cercare di sondarne le possibili spiegazioni oppure osteggiarle in ogni modo. Qui nasce un possibile serio problema: se il nostro cervello possiede un potente filtro che limita le nostre percezioni sensoriali, pur sensibile a studi, analisi e approfondimenti che possano aprire porte verso quel mondo fatto di strumenti eterici inspiegabili fisicamente, ma queste porte non le si vogliono aprire fidandoci esclusivamente delle percezioni razionali, vuol dire che la scienza, o almeno una parte di essa, si scontra contro un muro. E' la solita metafora della grotta.
Dopo tutto questo discorso, dove voglio arrivare? Mi rivolgo ai cantanti, o meglio, a chi in qualche modo canta, sia pur sotto la doccia. Rendetevi conto che avete una fortuna, vi si è offerta una porta che può condurvi NON in un mondo appagante in cui rifugiarsi, ma che vi dà la possibilità di vivere diversamente in questo mondo. E' il bandolo della Conoscenza. Bisogna evitare le illusioni, non è il mondo della gloria e dell'appagamento dell'ambizione, anche se potrebbe diventarlo, ma la conquista è un calvario. Però, se anche non la si vuole oltrepassare, perché posso confermare che può far paura per moltissimi motivi, non arrendetevi alle lusinghe di chi vuol ridurre il canto a muscoli, cartilagini, gonfiamenti, spinte e pressioni d'ogni tipo, ma prestate un po' d'orecchio anche a chi vuol condurvi verso una conoscenza più... maiuscola!

P.S.: Non ho chiarito, dandolo per scontato, che la limitazione del cervello non è un dato uguale per tutti, e non è fissa, ma - e il nostro discorso va proprio in questo senso - rimovibile, per quanto con estrema difficoltà, in quanto si devono superare resistenze fortissime; il primo passo da fare per cercare di superare il limite è quello di credere nella possibilità che questo possa avvenire, proprio perché la nostra razionalità corrente ci mette un primo ostacolo proprio nella capacità di pensare che si possa fare questo salto. Non si tratta di dare fiducia cieca, ma molto più semplicemente di ascoltare (o leggere) senza giudicare o essere prevenuti.

domenica, aprile 21, 2013

La stecca no - du du du du

Sull'onda del "ma-na ma-na", tormentone "muppet" di Crozza, faccio una breve considerazione: un tempo la cosiddetta "stecca" era un inconveniente cui i cantanti andavano spesso incontro; oggi la si sente poco frequentemente, contraddicendo, almeno apparantemente, la lamentela comune sulla pessima qualità del canto odierno. Ecco, diciamo che in un certo senso l'incidente della "stecca", pur non essendo di per sè un fenomeno da considerare positivamente, ci mancherebbe altro, denota però uno stato di emissione più corretto, più "sano". Semplicemente possiamo dire che è il segnale che il canto non è guidato e controllato muscolarmente ma sta sul fiato; ovviamente il fiato è un supporto alquanto impalpabile e soggetto a un'infinità di "umori" e debolezze di ogni tipo, anche psicologiche, pertanto ci vuol molto poco perché esso ceda e provochi incidenti. Una domanda che ho sentito spesso porre è: come mai un cantante come Domingo, da sempre accusato di avere una vocalità discutibile, non è quasi mai andato incontro a stecche, mentre se ne rammentano molte di Pavarotti, considerato assai più corretto? Beh, per l'appunto, Domingo ha sempre controllato con la gola la propria emissione, riuscendo, in virtù di un fisico ben messo, a evitare quel genere di incidenti, mentre è accaduto spesso a Pavarotti, che certamente ha vocalità più libera ed aerea. Ma le persone con una cultura storica dei cantanti ricorderanno Giuseppe Lugo o Galliano Masini, cantanti leggendari, le cui stecche fecero epoca. Invece Giuseppe Giacomini di stecche ne prese parecchie nei primi anni di carriera (io sentii delle stonature più che stecche) ma poi miracolosamente le abolì ricorrendo all'affondo, come volevasi dimostrare. Aggiungo a tutto questo che nel tempo mi è capitato numerose volte di sentir dire da cantanti e insegnanti che "il suono giusto è quello più vicino alla stecca"; e in effetti ascoltando alcuni grandi cantanti, a partire da Schipa - che peraltro non mi risulta abbia mai steccato - e Lauri Volpi - che invece di stecche ne ha prese parecchie - sento delle posizioni del suono veramente periclitanti, sembrano suoni totalmente privi di sostegno fisico, come - dico spesso ai miei allievi - un equilibrista che cammina sul filo, ma con una padronanza invidiabile.

lunedì, aprile 15, 2013

Dell'acustica

Un giorno, parecchio tempo fa, in seguito a una discussione sull'uso del microfono, ovvero dell'amplificazione elettronica, che reputo intollerabile e inimmaginabile in ambito operistico o classico, qualcuno mi fece osservare che, in fondo, anche l'acustica è un'amplificazione. Vero, ma con qualche differenza. L'amplificazione artificiale di un impianto tecnico è regolabile, dunque può essere variata in relazione a diversi parametri, non solo legati alla potenza, ma anche al colore e volendo persino all'eco e al timbro (per ora spero non si arrivi a ritoccare persino l'intonazione), quella ambientale no. Certo esistono alcune acustiche straordinarie che permettono agli ascoltatori di sentire qualunque cosa avvenga sul palcoscenico (ricordo bene l'ottocentesco teatro della mia citttà, alcuni decenni fa, dove c'era un'acustica mirabile e si poteva fare anche musica da camera, cosa che oggi è impensabile, dopo i restauri, seguiti, naturalmente, da fisici acustici, che ne sanno tanto come i foniatri di canto! - e lo dice uno che l'ha anche studiata all'università - del resto uno di essi fu lo stesso che curò l'acustica del Regio di Torino, che come è noto era talmente discutibile da richiedere numerosi interventi di aggiustamento), però sono casi piuttosto rari, mentre la maggior parte delle sale possiede, tutt'al più, un'acustica più o meno discreta, legata oggi molto intimamente alle ristrutturazioni dove le leggi sulla sicurezza impongono determinate regole che poco si sposano con le necessità di diffusione ed espansione del suono. Ciò nonostante l'acustica naturale di un ambiente è oggettiva e "democratica". Tutti coloro che si trovano sul palcoscenico otterranno il medesimo trattamento (le zone del palcoscenico possono variare ma in genere i cantanti lo sanno e nei momenti cruciali cercano di occupare le postazioni più felici). In questo senso, ancora una volta, dobbiamo puntare il dito contro le regie e le scenografie, che portano a favorire le amplificazioni elettroniche per almeno due motivi: la posizione sul palcoscenico diventa irrilevante (il cantante può anche cantare di spalle, in fondo al palco o sul proscenio, ecc.), si può usare qualunque materiale scenografico (in passato ci furono aspre polemiche per l'uso di materiali fonoassorbenti o l'uso della "calza" (una sorta di tela finissima che rende tutti i colori, le luci ovattate, ma frena il suono che esce del palco). Ricordo bene, fino a qualche anno fa, le dirette radio delle opere (alcune le ho ancora in registrazione) dove, oltre i rumori di palcoscenico, si sentivano le voci dei cantanti che si avvicinavano e si allontanavano, segno inequivocabile dei movimenti e del fatto che c'erano zone di "luce" e "d'ombra". Oggi questo mi pare non avvenga più, segno forse di una diversa presa del suono, ma, mi sa, anche di qualche "trucco" sul palco.
Tempo fa lessi l'affermazione di un insegnante di canto che diceva che il canto andrebbe studiato in teatro. La cosa non è corretta; se io portassi un allievo alle prime armi su un palcoscenico, specie se di un teatro importante, si sentirebbe disperso come in un deserto, e potrebbero avvenire due cose: urlerebbe per farsi sentire o, più probabilmente, si sentirebbe annichilito dalla propria esiguità fisica e vocale, e canterebbe ancora più piano (ricordo bene le mie prime esperienze teatrali, nonostante non fossi già più alle prime armi). Quindi l'idea di fare pratica in teatro è giusta ma con gradualità; per essere sincero direi che lo sviluppo della pratica canora andrebbe guidato su diverse situazioni: sala media con/senza pubblico; chiesa piccola/media/grande con/senza pubblico, sala teatrale piccola/media/grande. Non è così facile poter avere accesso a tutte queste realtà con la possibilità di cantare (i concorsi spesso sono il pretesto per poter cantare in queste situazioni, salvo, in mancanza di esperienze, fallire proprio per incapacità a gestire situazioni acustiche inusuali), ma sarebbe certamente la situazione ideale (i conservatori forse da questo punto di vista hanno le prospettive migliori). Al di là di tutte queste osservazioni, ciò che dobbiamo comprendere dal punto di vista della vocalità, è che l'ampiezza della sala non deve influenzare la "spinta" del suono; all'inizio sarà sicuramente frustrante cantare con la percezione di emettere poca voce, ma occorre avere il tempo di "sincronizzare" l'apparato uditivo, cominciare a sentire la propria voce nel locale, parlare intonando con poca energia e attendere la "risposta" della sala. Più si riesce a pronunciare con semplicità, morbidezza, sul fiato, prima e meglio si sentirà che la sala risponde e amplifica. Ricordarsi che l'idea che le cavità interne amplificano la voce e vanno quindi sfruttate cercando in ogni modo di ampliarle, è sciocca (non che non sia vera, ma che tale funzionamento non va cercato e non va esasperato), quando all'esterno della propria bocca c'è uno spazio assai maggiore che può incrementare il giusto suono assai (ma tanto assai) di più. Non solo, ma l'idea di "altezza" del suono, che molti (pessimi) insegnanti vogliono far provare pensando agli occhi, al naso, alla fronte, alla calotta cranica, ecc., può in realtà assurgere a quote molto ma molto maggiori quando lo spazio acustico lo consente (ma è logico che per poterle sfruttare bisogna aver seguito la disciplina per quel tempo sufficiente a mettere la voce fuori dalla bocca). Bisogna poi non averne paura, e per questo ci vanno tempi adeguati.

venerdì, aprile 12, 2013

Operare la sintesi

Sono sempre stato restio a pubblicare esercizi e fornire consigli diretti sul canto, perché l'operare da soli può portare a conseguenze nefaste; nel canto - ma diciamo pure in qualunque arte operativa - l'autodidattica è fuori discussione; si può tutt'al più concepire che dopo un certo numero di anni di esperienze, seppur negative, un individuo da solo possa trovare una personale strada educativa. In alcuni casi può portare a risultati interessanti e persino importanti, se ci sono condizioni interiori di crescita. Quanto mi accingo a scrivere è un esercizio che può valere per tutti e riguarda un primo tassello di uno sviluppo artistico della vocalità. Lo può fare colui completamente a digiuno di vocalità come il professionista. E' più probabile che sia il soggetto "vergine" a ottenere risultati apprezzabili, perché meno legato a idee, concetti, automatismi di produzione vocale.
Dunque, riprendendo il post precedente, sottolineo che la conquista artistica passa per l'unificazione operata dal pensiero: la bocca, non intesa come cavità orale, ma come bocca comunemente intesa, cioè apertura da cui esce la voce, dalle labbra in avanti, produce ciò che la mente chiede, le orecchie recepiscono il suono-voce che la bocca ha emesso arricchito dal contributo ambientale. La mente dunque si trova all'inizio dell'attività a svolgere un ruolo volitivo e al termine un ruolo di verifica. A questo punto subentra l'aspetto che può rovinare tutto, anzi diciamo pure "che rovina tutto", perché è il giudizio, il quale è del tutto inopportuno e quasi certamente sbagliato. Come con le mitiche sirene di Ulisse, spesso le persone restano ottenebrate dal suono interiore della propria voce, che ha poco a che vedere con la voce vera che si deve produrre; il fatto che una voce suoni molto e abbia molta risonanza interiore può creare il convincimento che sia una voce forte, importante, ricca, il che può essere oppure no, ma in ogni modo quello che il soggetto sente non è ciò che esce e che viene recepito da chi ascolta. Allora il primo obiettivo che occorre porsi è quello di prendere coscienza di ciò che è e di ciò che manifesta la nostra normale voce parlata! Questa cosa, apparentemente molto semplice, è in realtà assai impegnativa, perché come proviamo a metterci all'attenzione, perdiamo spontaneità o cosiddetta naturalezza e non siamo più facilmente in grado di emettere suoni uguali a quelli che emettiamo normalmente. E' un po' come stare in posa davanti alla macchina fotografica, ci si imbarazza, si cominciano a fare smorfie, si cerca di sorridere, ecc. e molto spesso il risultato è del tutto artificioso e poco convincente, e talvolta si adottano trucchetti (tipo il famoso: "chees") per ottenere un risultato perlomeno accettabile. Sappiamo come invece le fotografie scattate all'insaputa o all'improvviso diano molta più veridicità alle posture, ai volti, ecc. Sappiamo peraltro che l'allenamento e la volontà possono portare a situazioni molto importanti. Guardando grandi attori e personaggi televisivi, si possono gustare recitazioni che possono definirsi artistiche. Celeberrima era la "maschera" di Buster Keaton, che riusciva a fare cose comicissime mantenendo una immutabilità di espressione esilarante (oltre che nei film nella famosa serie di scherzi con la telecamera nascosta). Rimango basito quando vedo un comico che dice o fa cose fortemente divertenti e riesce a mantenersi impassabile, così come resto deluso quando vedo che proprio non ce la fa. Allora questi attori cosa usano per superare questi automatismi? La volontà. Come ho già illustrato in più post, dobbiamo rimanere concentrati nel pensiero ed evitare che la mente "si divida".
L'esercizio che propongo è quello di emettere un semplice monosillabo, tipo "ma" ripetutamente, ma non affrettatamente. Si può scegliere di intonare questo monosillabo oppure no, ovvero in entrambi i modi, senza scegliere la nota, come ci viene. Ciò che dobbiamo fare è "solo" schiudere le labbra e lasciar uscire il nostro "ma", breve, senza alcuna volontà canora, cioè senza dare intensità, spinta o altro. Un ma parlato o parlato-intonato. Contemporaneamente all'emettere il monosillabo, ci si deve concentrare nell'ascolare il prodotto sonoro del nostro "ma" nell'ambiente. Se ci è parso poco interessante dobbiamo considerare non che abbiamo fatto poco, ma che abbiamo fatto troppo! Non era sufficientemente libero, o semplice, non era sufficientemente fluido e scorrevole o pronunciato (ma senza forza) vuol dire che abbiamo premuto, abbiamo messo in azione muscoli del torace, della gola, ecc. La concentrazione deve avvenire solo sulle labbra, cioè il suono deve partire da quel punto senza il minimo coinvolgimento di altre parti del corpo. Occorre fare una sorta di passaggio radar per individuare se nell'emettere il suono si mettono in moto altri meccanismi, che vanno tolti perché inutili e dannosi. Il "ma" può venire - e viene - meravigliosamente senza alcun altro contributo fisico di quello di schiudere le labbra. Provate questo esercizio senza insistere troppo, ogni tanto. Attenzione: nel momento in cui il suono risultasse effettivamente libero e molto sonoro, magari anche perché siamo in un locale con acustica risonante (attenzione alla scelta del luogo), facilmente si sarà indotti a riprodurre QUELLA RISONANZA, cioè si perde il contatto con ciò che quella risonanza ha prodotto, cioè il nostro semplice "ma". E' in fondo la causa di tutti o di gran parte dei mali odierni del canto, cioè correre dietro agli effetti e non concentrarsi sulle cause del buon canto, che stanno nella semplicità e nella autoconsapevolezza.

lunedì, aprile 08, 2013

Della sintesi

Il grande insegnante, o maestro, è colui che riesce a far sintesi. Significa che non importa quante e quali scuole abbia frequentato e da quante e quali fonti abbia attinto informazioni di ogni genere che abbiano relazione con il tema. La virtù essenziale consiste nell'essere riusciti a sintetizzare, ovvero aver riunito in un unico pensiero coerente l'intera disciplina in un insieme relazionato nelle diverse componenti. Il mio maestro di riferimento collazionò circa 18 anni di esperienze in una moltitudine di scuole di canto, letture di trattati, filosofie, corsi di anatomia e fisiologia degli apparati, oltre naturalmente ad ascolti e letture svariate. Ciò che arrivò ad elaborare fu non soltanto una somma di informazioni e dati, come può capitare a chiunque passi per numerose esperienze, ma, per l'appunto, una sintesi intesa come unificazione del tutto ed elevamento a potenza del concetto, dove ogni dato è in perfetta relazione con il tutto, e dove l'analisi non è più da considerare "divisione" o lettura individuale di ogni elemento (ad es. la respirazione o i movimenti cartilaginei, ecc.) ma sempre lettura "in relazione al tutto", ovvero impossibilità di analisi di un elemento senza richiamare gli altri elementi del contesto. Tutto è considerato dipendente e indipendente allo stesso tempo. Questa sintesi del pensiero si traduce anche in sintesi del risultato vocale, in primo luogo in chi insegna, quindi in chi apprende; vuol dire avere percezione unica del suono vocale risultante e risultato del processo che perde completamente interesse e importanza nella percezione del cantante, ciò che conta è la volontà - che è diventata un "nuovo istinto" - puramente mentale, che opera sul fisico senza alcuna ulteriore necessità di pensiero. La percezione di gola, lingua, palato, laringe o qualsiasi altro componente fisico diventa distrazione, quindi deve essere allontanata come impropria e fastidiosa; ecco che è da questo punto che può nascere realmente IL CANTO, cioè quella libertà di azione che permette al musicista di far musica, ammesso - a questo punto - che abbia gli strumenti per poterlo fare! Già, perché come il vocalista  necessita di dura disciplina per raggiungere la meta della libertà fonica, a quel punto - se non lo ha già sviluppato in parallelo - deve acquisire gli strumenti per poter "trascendere" il suono in musica, ovvero far sì che il caotico universo di note, agogiche, dinamiche, timbri e quant'altro possano UNIFICARSI - quindi sintetizzarsi - in un fluido discorso orientato a comunicare il proprio messaggio spirituale. Detto ciò, quale può essere il contributo di questo post a chi legge, al di là di una generica visione "dall'alto" della materia? Il consiglio è quello di puntare alla sintesi, vale a dire operare in direzione di unificare, pensare nell'ottica di determinare un certo risultato fonico, ponendo in dialogo la mente - in mezzo - tra l'orecchio che capta e la bocca che emette, mettendo a tacere tutto il resto. Sembra facile? Provate a rimanere in questo atteggiamento per 5 secondi, cioè il tempo di fare 5 suoni, e sono pronto a scommettere che non tutti ci riusciranno; figuratevi farlo per molte volte di seguito, o farlo per tutta un'aria! Ma è prima di tutto questo il risultato vero da conseguire; la voce è il mezzo attraverso cui si orienta il pensiero, quindi diventa una sorta di meditazione, o per lo meno una concentrazione particolarmente profonda; infatti ciò che lamentano molti studendi di questa scuola è proprio l'impegno di concentrazione che questo studio richiede. Ci vuole, anche qui, un bell'allenamento e una bella forza d'animo. Parallelamente consiglio, a chi se la sente, di provare a verificare se la propria concezione del canto è sufficientemente chiara, se, cioè, riesce a ipotizzare il collegamento respirazione produzione e articolazione-amplificazione senza che nascano contraddizioni o ci siano dubbi e vuoti nella spiegazione. Insomma, provate a interrogarvi e datevi un voto!

sabato, aprile 06, 2013

Dominio e coscienza

Leggevo un testo nel quale si afferma che avere coscienza e avere dominio sono due cose piuttosto differenti, dando per scontato, così, che si può avere l'una e non l'altro o viceversa. Essendo un testo fondamentalmente filosofico, posso ritenere che nel campo del pensiero puro tale affermazione possa risultare vera; non lo è, per quanto posso testimoniare, in campo vocale e direi anche più ampiamente in quello artistico, dove il pensiero si esprime attraverso azioni che coinvolgono il fisico.
Per prima cosa dobbiamo focalizzare il termine "dominare", per non ingenerare false intepretazioni, del tutto opposte a quelle su cui ragioniamo da sempre. Chi canta tecnicamente è convinto di dominare la propria voce e il proprio canto; in un certo senso è vero, ma, per l'appunto il "senso" è quello di una illusione di dominio, e cioè controllando muscolarmente, fisicamente, l'emissione sonora, la realtà è che si domina una falsa voce, una sonorità del corpo, del fisico, che non è la "nostra" voce, non è la voce o il suono di ciascuno di noi, ma una montatura, una costruzione, una imitazione e talvolta persino una caricatura. Spero venga il giorno in cui ascoltando i tanti "tromboni" che dominano la scena ormai da qualche decennio, si riconosca il livello mortificante, persino ridicolo, raggiunto da una "non" idea di ciò che esso sia veramente. Dunque dominare la voce è un concetto del tutto diverso da quello che crediamo normalmente, e nella sua semplicità è inimmaginabile, o molto difficilmente ipotizzabile, perché significa dominare l'astratto. Come ho già espresso in qualche articolo precedente, l'idea di "dominio" è solitamente legata a una volontà egoica, egocentrica, egoistica, narcisistica, cioè un dominare possessivamente per la brama di gloria e il centralismo personale. Senza rientrare in questioni psico-filosofiche, noi dobbiamo rifarci a un'idea di dominio vocale puramente centrate sul pensiero, ovvero sulla volontà che si accentra e si concentra con il Logos, cioè con la proprietà più alta e più nobile dell'uomo, che è la parola (quando non viene squalificata). Il dominio vocale della parola è estremamente difficile, un po' perché l'uomo tende a perdere la capacità di concentrazione, un po' perché tende a perdere la capacità di mantenere la propria unità, l'allineamento tra mente e apparati ma soprattutto perché la nostra mente si mostra molto miope (ed è interessante, avvincente, voler approfondire perché è tale) nel percepire il flusso aero-sonoro nel momento in cui si pronuncia. Gran parte della letteratura trattatistica sulle tecniche di canto, specie recenti, consumano ettrolitri di inchiostro nel parlare di "propriocezioni", ovvero percezioni attraverso i sensi fisici, di ciò che determina il canto e attraverso questi modellare, educare la voce e il canto. Niente di più falso e più fuorviante. Il primo avvertimento, e che spesso va ripetuto, è che le percezioni fisiche-nervose derivanti dal flusso vocale, sono soggettive, ma soprattutto inutili da analizzare, puramente informative di ciò che sta avvenendo e che sarà, dovrà essere, superato e dimenticato. Prendere coscienza di un suono vocale che ci penetra e attraversa in una sostanziale inerzia fisica e la realizzazione di un flusso mentale volitivo non può che essere l'ultimo atto di un lungo e straordinario volo spirituale di una spinta artistica e disciplinare, quindi il mio pensiero è che la coscienza della voce si realizza nel momento in cui si è anche raggiunto il suo dominio. Si potrebbe ritenere che si possa raggiungere uno stato di coscienza quando il dominio è raggiunto a uno stadio provvisorio, manchi cioè di un assestamento o consolidamento, ma non è così, semmai il contrario, cioè è più probabile che uno stato di coscienza profondo, certo, giunga anche dopo qualche tempo che si è capito che si può camminare sull'acqua! Non so se avrò mai la gioia di sentire dal vivo uno così... pazienza; per il momento mi appaga sentire persone che non affogano nella propria voce e che si dispongono umilmente e propositivamente a studiare assecondando con fiducia le proposte di questa scuola; purtroppo riconosco che la pazienza e il conforto possono cedere, e non posso che esortarli a tener duro, ma anche questa è una virtù da... paradiso.