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domenica, marzo 30, 2014

"Avant e 'ndré, avant e 'ndré, che bel divertimento..."

Era una filastrocca che canticchiava quand'ero bambino mia mamma quando la innervosivo ripetendo le stesse cose... Non ce l'ho con nessuno, lo dico col sorriso, ma credo che certi argomenti dovremo ripeterli proprio all'infinito perché possano essere intesi nella loro essenza, per quanto ciò che conta è sempre e solo il "saperli fare!". Dunque, un mio allievo a un'audizione sente dire: "no, le vocali chiare non si fanno perché vanno indietro". Cioè, secondo questa persona, perché il suono non vada indietro, bisogna scurirlo. Devo dire che mi è riaffiorato alla memoria il mio antico studio del canto, i primi anni, quando anche il mio primo insegnante diceva cose simili. Sarò completamente franco: è vero! Oh, adesso non allarmatevi, però un fondamento di verità c'è. Lo spiegai diffusamente quando parlai del "tubo diritto". Se una vocale non è nelle condizioni di nascere fuori della bocca, automaticamente è indietro, perché si formerà all'interno e la pressione non farà che portarlo sempre più verso la zona di maggior ampiezza, cioè verso lo spazio faringeo. Affinché il suono non vada indietro, è in primis necessario che la vocale nasca fuori, semplice e leggera. Non è facile ottenere in tempi brevi una vocale intensa fuori della bocca, dunque è necessario aver pazienza. La pazienza darà tempo e modo all'organizzazione respiratoria di svilupparsi e sostenere il suono lì. Il suono oscurato crea un po' più di appoggio, e dunque è possibile, diciamo vero, che il suono scuro può andare subito un po' più avanti, ma il suo maggior peso creerà anche più forza reattiva da parte dell'istinto  per cui appena il suono diventa più acuto, inizierà a indietreggiare per l'eccesso di pressione creato in parte dal suono stesso, in parte dalla spinta volontaria e in parte dalla reazione istintiva. La soluzione a parole non è facile e non è forse possibile. Il centro va educato, in primo luogo, con la parola e con la pronuncia assoluta e chiara, ricordando che affinché una vocale sia vera, sia giusta, deve senza se e senza ma formarsi esteriormente alla bocca. Mantenere questa posizione su tutta la gamma, se uno non è un fenomeno della natura, sarà impossibile per moltissimo tempo. Il ricorso all'oscuramento è sicuramente necessario nei tempi e nei modi che saprà scegliere l'insegnante, soprattutto nella zona del passaggio. Non è sbagliato anche esercitarsi, quando le condizioni fisiche lo consentono, col colore oscuro su tutta la gamma. Il colore scuro può essere importante sia dal punto di vista educativo che espressivo e caratteriale del canto, quindi escluderlo non è saggio. Ciò che però deve essere ben presente a tutti è che è il color scuro che SEGUE la posizione delle perfette vocali emesse chiare, e non mai viceversa! Se si sta facendo una qualunque vocale chiara e arrivando in zona passaggio si decide, per dare migliore appoggio, di oscurarla, ciò cui non si deve e non si può rinunciare è il fuori, è la posizione esterna e libera di quel suono. Purtroppo, invece, si sentono stuoli di cantanti che pensando di "passare" oscurando non fanno che metterlo in gola. Il finto passaggio, ovvero l'oscuramento "indietro" è una trappola mortale; il suono oscurato ma non sostenuto nella stessa posizione del chiaro, è solitamente facile e di sonorità accettabile, perché il colore mantiene appoggiato il suono e l'arretramento ne abbassa il peso, e quindi la reazione. E' possibile avanzare di due o tre semitoni in questo modo, ma l'arretramento diventa sempre più evidente, il suono si incupisce e perde sonorità e brillantezza, iniziano tensioni d'ogni genere soprattutto al collo e alla nuca, e la fatica diventerà tanta per cui, se non si è in presenza di fisici erculei, a un certo punto si desisterà dal proseguire. In sintesi, a parte la raccomandazione sempre a rifarsi al proprio maestro, educare la voce in primis al colore chiaro, con la formulazione di vocali nette, sicure, di chiarissima pronuncia; affrontare la zona centro acuta di passaggio con vocali naturalmente scure (O, U) senza però oscurarle volontariamente; quando le si sapranno sostenere adeguatamente, si potrà cominciare a esercitare il colore scuro anche su tutta la gamma. Sia ben chiaro che il colore oscuro non DEVE MAI far venir meno la pronuncia perfetta; il colore NON E' un'artefazione.

mercoledì, marzo 26, 2014

Avanti popolo!

In fondo la questione è semplice, ed era uno dei "mantra" dei vecchi maestri e cultori di canto, oggi pressoché dimenticata. La voce AVANTI è quella che risolve tutto. Quando la voce è avanti veramente, anche il passaggio di registro diventa automaticamente fluido e facile. Oggi si parla di voci alte, di qui, di là... ma poi fondamentalmente tutte indietro, e la voce indietro o dentro è una voce che incontrerà sempre e comunque inciampi e difficoltà d'ogni sorta. L'unica trappola che occorre evitare è quella della spinta o schiacciamento in avanti. In avanti la voce ci deve andare con la tranquillità e la fluidità del sospiro, della parola parlata, dell'alito leggero e caldo, del rilassamento corporeo. Quando si coniugano questi requisiti, siete a posto. Facciamola questa rivoluzione: avanti, popolo dei buoncantori, avanti con la volontà e con la voce!

sabato, marzo 22, 2014

Dell'uomo

Ricordo, avevo 17 anni, che un mio prof. delle superiori un giorno disse una frase che mi fece a lungo riflettere. Egli disse: "io credo che l'uomo sia un animale come tutti gli altri con un cervello molto (o troppo!) sviluppato. Ogni animale sviluppa qualcosa per difendersi, l'uomo ha sviluppato il cervello". Era un insegnante  molto severo e dunque difficilmente contrastato nelle sue affermazioni, ma io, nonostante l'estrema timidezza, lo contestai almeno un paio di volte, con gran meraviglia dei miei compagni, ma non quella volta, perché la frase mi giunse inaspettata e non avrei saputo cosa ribattere. So che non mi piaceva, e ci ripensai più volte; quando giunsi alla risposta era ormai troppo tardi per contestaglierla. Sicuramente ci può essere del vero nel fatto che l'uomo in una certa epoca era l'animale più fragile e indifeso in natura e che dunque aveva la necessità di sviluppare qualche cosa per opporre un freno all'estinzione, e può benissimo essere che questa cosa fosse l'intelligenza. Senz'altro una capacità maggiore di altri animali di costruire rifugi, arrivare a forgiare armi, per quanto rozze, magari scoprire e saper maneggiare il fuoco, ok. Con alcuni mezzi senz'altro l'uomo avrebbe saputo e potuto cavarsela egregiamente e vivere in armonia e simbiosi con la natura. Ma la risposta primaria a quel discorso del prof., che oggi posso ben definire assurdo e misero, per uno che si atteggiava a grande intellettuale, è: perché la parola? L'uomo non aveva alcuna necessità di affinare il linguaggio verbale (per non dire di quello scritto!); una comunicazione assai semplice, gestuale o con pochi suoni inarticolati, come molti animali, sarebbe stata più che sufficiente. Ma poi ancora mi sarei potuto spingere ben oltre. Egli, architetto, come avrebbe spiegato con la sua strampalata teoria la sua stessa disciplina: il senso estetico, l'arte - di qualunque tipo?. Mi pare talmente ovvio che ... 'oltre il cervello c'è di più' che non mi pare nemmeno il caso di commentare oltre. Però ho inteso inserire questo post per fare una riflessione attinente il nostro campo prendendo spunto da quel lontano ricordo. Ho più volte ricondotto la scuola di canto cui appartengo a uno studio su "come siamo fatti", indagine che appartiene a pochissime scuole in ogni campo dell'arte. L'unica altra di cui ho sicura informazione è quella del M° Sergiu Celibidache, che attiene, per mia fortuna, al campo più generale della Musica e più in particolare della direzione d'orchestra. Poi sicuramente ci sono molti campi che riguardano in generale la filosofia o gnoseologia e molte scuole di pensiero orientali, che riguardano più che altro le arti marziali. Noi possiamo dire che esiste un cervello che, come in tutto il regno animale, governa determinate attività dell'uomo. Personalmente lo definisco "cervello fisico" non tanto perché così è, ma perché il suo campo d'azione riguarda l'intero nostro corpo fisico. Non è che l'intelligenza sia prerogativa dell'uomo; anche un gatto è intelligente, persino un ragno, una pulce! E' vero che l'elemento di maggior spicco in questi soggetti è l'istinto, ma non possiamo concludere che sia SOLO l'istinto, perché ciascuno di essi si trova a dover operare delle scelte. Ci sarà quel gatto "scemo" che non sa prendere decisioni molto assennate e si caccerà in qualche guaio, ci sarà il cane o il gatto più intelligente che saprà compiere gesta importanti e di sicura ammirazione. Pensiamo ad alcuni di questi esemplari che salvano uomini, che si prendono cura di altri animali da loro dissimili, ecc.
C'è il campo della parola, ok, c'è, o meglio di sono, i campi dell'arte, che oltrepassano qualunque possibile campo che possiamo ricondurre a intelligenza o istinto, ma, in parte ad essi collegati, ci sono altri campi, che citiamo e a cui ci riferiamo continuamente e a cui forse pochi dedicano attenzione nella loro costituzione. Cos'è la CREATIVITA'? Cos'è la FANTASIA? Cosa sono le IDEE? e di conseguenza le IDEOLOGIE? Cos'è la stessa RIFLESSIONE, che sto facendo durante questo scritto, e così via. Lascio per ultima la componente più fondamentale e rivoluzionaria, quella che realmente è artefice della genialità umana, e cioè l'INTUIZIONE. Spesso si riconducono queste caratteristiche più sviluppate, alla stessa intelligenza generica, ma in realtà non c'entra niente. Sappiamo bene tutti che persone addirittura con gravi problemi mentali risultano invece geniali proprio nella creatività, nella fantasia, nell'intuizione; ci sono stati fatti persino film! E' chiaro che le due cose non solo non sono legate, ma addirittura possiamo arrivare ad affermare che l'uno, cioè il "cervello fisico" è d'impaccio a quest'altra caratteristica, questa sì, solo dell'uomo. L'uomo è questo, è fantasia, è genialità, è capacità di riflessione e creazione senza confini. Il confine è proprio quello opposto dal suo essere "ingabbiato" in un animale e nell'avere, necessariamente, un cervello che ne domina il funzionamento e che non permette facilmente deroghe alla sua logica. Ma a cosa possiamo riferirci quando parliamo di queste caratteristiche extrafisiche dell'uomo? Si può parlare di spiritualità, di extrasensorialità, di capacità "divine"? Alcuni, più pragmaticamente, parlano "semplicemente" di aree del cervello più nascoste e silenti cui abbiamo un accesso più difficoltoso e misterioso. E perché? in fondo non è così importante capire o sapere se la nostra genialità umana è in una parte della nostra materia grigia o proviene da mondi sconosciuti, anche se la curiosità è il primo stimolo proprio per accedere a queste aree. Quello che è più interessante è capire perché queste aree o capacità sono meno indagabili e attive. E allora ecco che la scuola (o meglio le) da cui derivo ci porta interessanti chiarimenti. Ho già scritto in passato sul "risparmio energetico". Ammettendo che queste peculiarità straordinarie appartengano ad aree "nascoste" della mente, si può ipotizzare verosimilmente che restino nascoste in quanto non essendo utili alla vita e alla sopravvivenza, assorbirebbero energie non necessarie a ciò che essa ritiene la vita, e quindi mette un freno. Questa è sicuramente una buona spiegazione. Non basta, però. L'opposizione è troppo feroce per pensare sia solo da assegnare a un "limitatore" di consumi. C'è quindi anche una spiegazione gnoseologica, di cui ho dato ampi dettagli in alcuni post precedenti e che non sto a ripetere per non appesantire troppo questo già lungo post. Ciò che ripeto però ancora una volta, in conclusione, è che l'arte è dell'uomo, che l'arte è nell'uomo, e che per farla emergere non possiamo "violentare" il nostro fisico e la nostra mente cercando di estorcere mirabilanti effetti, quando con il pensiero e l'intuizione si può far emergere il meglio delle nostre qualità; ma il costo è l'umiltà, quella che pochi sono disposti ad assumere.

sabato, marzo 15, 2014

Della dinamica

Sollecitato da Salvo, mi appresto a parlare di un argomento sicuramente fondamentale ma anche complesso e articolato. Faccio un primo intervento poi vediamo come procedere, anche in virtù di domande e commenti dei lettori.
La dinamica non è solo uno dei principali parametri musicali in senso espressivo, ma permette di valorizzare il fraseggio e soprattutto la tensione, ovvero il "senso", la direzione del percorso musicale, con quanto ciò comporta. Il "forte" è il livello medio musicale. Oggi tutta la musica che viene ascoltata per lo più dai ragazzi si attesta su livelli anche fortissimi, con una decisa componente ritmica primitiva e una estrema valorizzazione dei bassi. Ma anche nel campo lirico le cose non stanno poi tanto bene, sebbene a livelli stratosfericamente migliori. Per un certo periodo il pubblico del melodramma chiedeva sostanzialmente soprattutto voci potenti e acuti penetranti; il più possibile! Una frangia di ascoltatori si barcamenava tra questo, richiesto al parco canoro maschile, e invece dolcezza, levità, bellezza timbrica, richiesto a quello femminile. Durante gli anni 70 iniziò a emergere un certo interesse verso un recupero del belcantismo fatto in parte di agilità e in parte di una dinamica e un fraseggio più curati, nonché un'attenzione più seria e attenta alla pagina scritta. Se da un lato per anni le mezzevoci e le filature sembravano essere sparite, quasi accusate di essere un prodotto di debolezza, di scarsa maschilità da parte degli uomini e orgogliosamente ed equilibratamente in possesso da parte di un numeroso stuolo di soprani, si cominciò a esagerare con il ricorso a continue filature e mezzevoci "lunari" da parte di numerose cantanti, che fecero di questa caratteristica la principale, se non unica, forza della propria organizzazione vocale. Bisogna dire, in verità, che, se pur migliorata la situazione, ancor oggi in campo maschile non si è tornati a una padronanza dinamica concreta, e in campo femminile non si può che rimpiangere le Caballé, le Tebaldi e persino le giovani Ricciarelli, giacché le ultime generazioni se non sono più in grado di ammannirci le lunari mezzevoci, con tutti i limiti che potevano avere, non direi che sanno proporci qualcosa di meglio su altri fronti.
Ordunque, veniamo al tema. Diminuire sensibilmente la dinamica è cosa solitamente difficile in ogni campo strumentale. I pianissimi di certi pianisti, come Radu Lupu, sono rari, e lo stesso vale per strumentisti ad arco e ancor più a fiato. Persino in orchestra certi pianissimo dei corni (!!), dei flauti o clarinetti, per non parlare di trombe e tromboni, sono sempre a rischio "stecca". Questo è altresì evidente in campo vocale.
La cosa difficile non è tanto realizzare il piano/pianissimo, quanto far sì che esso conservi la ricchezza, la vitalità e soprattutto la velocità e l'intensità che ne consentono la diffusione ambientale, vale a dire che si sentano in tutto il teatro così come i suoni forti. Ho un ricordo particolarmente vivo di alcune bellissime mezzevoci di Renata Scotto nell'Otello di Verdi a Firenze nell'80. La Scotto non stava attraversando un momento vocalmente magnifico, si era impegnata in opere al di sopra delle sue caratteristiche, però aveva conservato, e continuerà a conservare ancora per tutti gli anni 90, alcune peculiarità come le mezzevoci. Il dilettante che toglie suono al canto, ottiene un suono povero, che muore in pochi metri, opaco. Perché? semplicemente perché perde l'appoggio. Il fatto è che il "peso" vocale, l'intensità piena, per molti cantanti resta l'unico mezzo per mantenere appoggiato il suono; appena si toglie forza, il suono muore. Per poter arrivare ad eseguire con maestria i veri suoni filati, come possiamo sentire da tanti cantanti di inizio 900, c'è solo la strada di un appoggio libero, cioè non condizionato dalla pressione, comunque la si intenda. Ho bisogno di avere il "tubo" libero - beante. Quando ciò accade, la realizzazione della mezzavoce o filatura risulterà quasi banale: togliere suono, cioè, ancora una volta, VOLERE. Se, come dicevo, il diaframma non è legato a movimenti istintivi o inconsci, esso rimarrà basso e permetterà di mantenere quell'apporto energetico che continuerà a infondere vita, ricchezza, slancio al suono. Il suono piano risulterà ancora più puro e argentino del forte e fortissimo, e questo porterà fascino, magia, magnetismo. Pertanto non esistono esercizi specifici. Quando ci sono determinate condizioni, cioè buona posizione del suono, esterno, ben slanciato e quindi appoggiato, l'insegnante può cominciare a chiedere di fermarsi su una nota e diminuirla d'intensità. Le vocali più utili, all'inizio dello studio, sono la U e la O, perché si possono controllare con le labbra, sempre tenendo ben dritto il busto con una leggera pressione (LEGGERA) sul plesso solare che aiuta a non far cadere il petto in avanti e a tenere più orizzontale il diaframma. Quando le condizioni saranno ulteriormente migliorate, quindi si avrà cognizione di una ampiezza libera e fluida, si potrà filare anche la A e le altre vocali. In ogni modo è sempre bene fare uso continuativo, fin dall'inizio, di suoni forti e piani, per lo meno nel centro. Sarà sempre più difficile in zona acuta, ma anche la più soddisfacente. Ovviamente è totalmente da evitare la diminuzione di suono stringendo o irrigidendo la gola. C'è la possibilità di fare mezzevoci non rigide con il suono "indietro", faringeo. Questo può dare risultati interessanti sul piano espressivo; i suoni possono essere belli e piuttosto ricchi. Il problema è che spoggiano, per cui col tempo porteranno a vari tipi di difetto (perdita di acuti, oscillazioni, usura timbrica); ovviamente un buon orecchio è in grado di sentirlo e di correggerlo. Ci sono alcune persone che possono riuscire spontaneamente a fare mezzevoci ragguardevoli; per queste vale lo stesso discorso. Se non creano le condizioni coscienti di padronanza relativa alla respirazione (artistica) si troveranno prestissimo in situazione di declino.

Il vaso pieno

C'è una diffusa mala-idea sulla scuola (di qualunque tipo) e l'insegnamento, e cioè il concetto di "trasmissione", vale a dire il pensiero che esistono persone "vaso vuote" (allievi) che devono essere "riempite" da persone "vaso piene" (insegnanti). E' profondamente sbagliato questo concetto ed è uno dei mali persistenti della scuola italiana. Questo male è quanto più accresciuto in scuole d'arte; nella scuola tradizionale possiamo essere d'accordo che una componente è costituita dall'informazione, e l'informazione, almeno in parte, deve essere appresa tramite comunicazione, quindi persone o libri o altri sussidi che ci dicono cose. Questo però non è l'apprendimento, non è realmente cultura, non è formazione. La scuola, quindi l'insegnamento, quindi la didattica, quindi la cultura, quindi ogni forma di crescita di una parte della popolazione meno sviluppata, dovrà avvenire tramite un risveglio della propria coscienza e un riconoscimento di ciò che già possiede. Se il vaso fosse vuoto, chi l'ha riempito, all'inizio? Qualcuno può dire: "ma è stata un'evoluzione lenta... " d'accordo, ma sia pure una piccola quantità, ma ci doveva essere... e da dove è stata presa? inoltre, per potersi evolvere, quel "di più" che è stato aggiunto, da dove è arrivato? E' evidente che non arriva da nessuna parte, non c'è un "esterno"; invece fa parte della nostra condizione umana; se evoluzione c'è stata ha riguardato solo un graduale svelamento di quanto potenzialmente esiste, ma anche su questo si può essere ben dubbiosi.  Che forse pittori, scultori, scrittori greci erano meno artisti di Leopardi, Giotto, Canova? L'informazione cresce col tempo, l'uomo crea e diffonde sempre più dati e questi riempiono libri e ogni mezzo di comunicazione. Questi dati di per sé non costituiscono una fondamentale fonte di apprendimento, ma un MEZZO, attraverso il quale noi esercitiamo le nostre capacità elaborative e, forse, andiamo a svelare quei processi di riconoscimento che stanno nella nostra coscienza ma che, nella quasi totalità dei casi, sono "velati", nascosti, confusi. Ecco dunque che l'insegnante/maestro deve provocare questo processo di svelamento della coscienza, di cui lentamente il soggetto si renderà conto e potrà portare in superficie quei frammenti di verità che costituiranno la disciplina di cui si occuperà. Per entrare nel campo della vocalità, noi possiamo dire che senz'altro esiste una massa di informazioni (funzionamento dello strumento vocale, fisiologia e anatomia, storia della vocalità, ecc.) che hanno una loro funzione e senz'altro non sono da sottovalutare, ma rimangono sempre e comunque mezzi che non costituiscono e non possono costituire in alcun modo APPRENDIMENTO del canto. Le persone che sanno tutto - o quasi! - su questo tema, tipo i medici, foniatri o logopedisti, non sanno cantare e non possono insegnarlo (NON DEVONO!), perché nessuno ha risvegliato in loro la coscienza della perfezione vocale, ovvero l'informazione non è sufficiente a innescare questo processo. Si può obiettare: ma come nessuno ha riempito il vaso all'inizio, chi ha svelato la coscienza? Questo, al contrario dell'informazione, che necessita di memoria, di supporti e di trasmissione (e si può sempre perdere), la conoscenza umana, che è quindi dell' e nell'uomo, non si perde e non ha bisogno di nient'altro che dell'uomo; non è indispensabile in assoluto che ci sia un maestro, che è un facilitatore; ognuno potrebbe arrivarci da solo, ma in tempi talmente lunghi da diventare impossibili, e poi con ostacoli d'ogni genere, ma soprattutto con un handicap iniziale, e cioè la "spinta" interiore. Non mi affido a un insegnante di una qualunque disciplina per diventare un perfetto artista. Mi affiderò a un insegnante di canto (ad es.) SE sento una spinta irresistibile ad apprendere il canto, e mi affiderò a un maestro SE avverto che questa spinta è così forte da non accettare la mediocrità e una semplice evoluzione ma solo se avverto la necessità, urgenza, di puntare AL risultato più alto possibile. Se questa urgenza è così elevata da viverla come una esigenza esistenziale personale, ecco che posso anche mettere in moto processi che possono guidarmi al risultato senza un maestro, anche se avrò comunque bisogno di altri uomini, di altre conoscenze che mi possano stimolare all'intuizione, che è la condizione fondamentale, in tempi lunghi ma non impossibili. Morale della favola: non sentitevi vasi vuoti, ma vasi pieni con il coperchio! La curiosità e la ricerca (termine un po' ambiguo) possono portarvi a scostare lentamente il coperchio.

mercoledì, marzo 12, 2014

L'affabulatore nientologo

Un tristemente noto insegnante di canto diventa discretamente celebre non perché sappia fare questo lavoro, ma perché scrive libri e post che convincono, almeno, qualcuno. Certamente molto di ciò che scrive è interessante e condivisibile; molto di ciò che scrive non è farina del suo sacco, sono citazioni. Ciò che convince assai meno sono i commenti e le  molte deduzioni che da quelle discenderebbero, secondo lui. In alcuni casi le argomentazioni sono talmente paradossali da ipotizzare quasi delle truffe ai danni di chi legge! Tempo fa dietro a una mia sollecitazione sul fatto che il canto artistico non può realmente definirsi "naturale" ma "potenzialmente" naturale, lui rispose "è come il bruco che diventa farfalla". Una baggianata e una menzogna che fuorvia chi legge e sostanzialmente rivela solo un discorrere superficiale, che può impressionare o convincere qualche seguace acritico, ma che nasconde incompetenza e ciarlataneria. Ora mi dicono - non ho letto direttamente - che vorrebbe dileggiare il discorso della laringe-valvola come una sciocchezza, paragonandola alle ali degli uccelli ex dinosauri. In sostanza non dice niente di sostanzioso, di reale, di utile ai fini di aumentare le competenze di chi legge, dare spunti di riflessione e di indagine, ma dice una colossale sciocchezza contando di screditare un suo presunto avversario dall'alto della propria posizione dominante... ma de che? Basta cialtronerie e parole vuote, basta nientologi affabulatori. Ognuno presenti la propria proposta educativa e dimostri la propria competenza educando diligentemente allievi in ogni tipo di situazione, si smetta di strombazzare e si agisca con umiltà e buona volontà; non è con la politica pubblicistica che si risollevano le sorti di quest'arte così calpestata.

martedì, marzo 11, 2014

Così fan tutti - Omologazione - Globalizzazione

No, non è un errore! Non mi riferivo, infatti, al noto titolo dell'opera mozartiana, bensì alle più note e ottuse regole del mal canto. Ormai vado quasi sul sicuro, quando parlo con qualcuno che studia o ha studiato canto:  - "il tuo insegnante (o la tua) ti dice di abbassare la laringe?" - "ti dice di alzare il velopendolo o palato molle?" - " ti dice di allargare la gola?" - "ti dice di respirare con la pancia o con la parte bassa della schiena?" - "ti dice di buttare la voce nei risuonatori superiori?"... Potrei ancora andare avanti un po', ma questo giochetto alla lunga non è che mi diverta più tanto. Se non al 100%, queste domande avranno una quasi unanime risposta positiva. Così fan tutti. Allora, se così fan tutti, si potrebbe pensare che... è così! Cioè il canto, quello grande, vero, importante, si fa allargando la gola, abbassando la laringe e alzando il velopendolo?. No, mi spiace, ma non è proprio così. Ma non è qui che intendo tornare su questi temi ormai persino obsoleti. Ciò che deve, se non spaventarci, perlomeno inquietarci, è che si possano approvare, utilizzare e ritenere valide delle pratiche semplicemente perché... così fan tutti! Se non ci si rimette in una dirittura di voler sapere, di prendere coscienza, di assumere criteri chiari, condivisibili, dimostrabili e possibilmente con un percorso logico, non usciremo più dalla gabbia in cui il mondo del canto si è chiuso. Ora si faccia però attenzione a non cadere in gabbie opposte! Non è una semplice o possibile "moda" che deve guidare gli interessati a andare contro corrente, ovvero a sentirsi "diversi". Non si tratta di sentirsi diversi ma di non sentirsi OMOLOGATI! In questo mondo globalizzato, dove tutto tende a essere uniformato, si badi a che le arti conservino le proprie peculiarità. In questo ambito dobbiamo valutare che i suoni che si emettono non devono essere omologhi o uniformi a quelli di altri cantanti, più o meno famosi, ma devono essere i PROPRI suoni, quelli appartenenti a chi li emette. L'imitazione è da considerare un difetto, al massimo può riguardare un fenomeno dello spettacolo umoristico, ma non è ammissibile in ambito artistico. Dobbiamo veramente spaventarci e inorridire quando sentiamo una pletora di cantanti che non emettono la propria voce ma imitano pedissequamente il timbro e il colore di altri, facendo scaturire, per questo, una fantasmagoria di difetti d'ogni genere e tipo. Chi canta con sincerità e volontà di comunicare il significato di un testo mediante un percorso musicale appropriato, già sarà orientato a una vocalità più corretta; chi tende a omologarsi, a imitare, a globalizzarsi, sarà CONDANNATO a una vocalità necessariamente difettosa, perché ha in sé un "peccato", volendo metterla sul religioso, e di peccati ne potremmo intravedere numerosi.

venerdì, marzo 07, 2014

Le domande fatali

Sintetico riassunto: il mio punto di vista è che nella stragrande maggioranza delle scuole di canto si intende stabilire un "punto zero" di partenza, insegnando una respirazione e un modo di vocalizzare che sembrano non avere un retroterra, un'altra origine, e infatti quasi tutti i docenti, e di conseguenza allievi, si perdono nel momento in cui devono spiegare analogie e differenze tra canto e parlato. Questa scuola pone il "punto zero" alla nascita stessa dell'individuo! Cioè tutti gli uomini che iniziano a studiare canto, si trovano in un punto casuale (si fa per dire) del percorso vocale, ma non zero, pertanto la scuola di canto NON INIZIA nessun percorso canoro, ma lo prosegue. Ciò che si sa già fare è costituito fondamentalmente dal parlato. A questo punto i più obiettano: ma il parlato è "schifoso", difettoso!!. Giusto, e quindi, a questo punto, inizio il post vero e proprio con le domande:
- Perché il parlato è "schifoso" e difettoso? cos'è che causa questa insufficienza?
- Le persone rispondono a questo in modo piuttosto vario e vago: per le inflessioni dialettali, per la scarsa cura che ci si mette, ecc. Grosso modo è vero, ma più nello specifico cosa avviene? Cioè il non curare la precisa pronuncia delle parole, cosa comporta? Semplicemente che si risparmia fiato! Più la pronuncia è confusa e "sbrodolata", meno fiato si utilizza; aumentare il livello qualitativo del parlato comporta un aumento di uso del fiato, sia qualitativo che quantitativo. Lo sanno bene coloro che vanno a lezione di dizione e recitazione, che fanno sempre esercizi di respirazione (perlopiù inutili...!). Ecco quindi che anche una semplice constatazione ci porta a considerare che esiste un legame molto importante tra parola e fiato. Migliorare la dizione, anche senza canto, è propedeutico a uno sviluppo respiratorio relativo alla fonazione, e ciò permetterà di migliorare la dizione. Come ho già scritto in passato, è un "autosviluppo", legato alla nostra meravigliosa condizione biologica; è logico che una macchina, ovvero uno strumento meccanico, non potrebbe sottostare a una legge analoga.
Coloro che fanno obiezioni sull'opportunità di utilizzare il parlato per educare la voce al canto non comprendono il legame essenziale e imprescindibile del primo elemento verso il secondo, e questo perché non si capisce il ruolo del fiato nell'una come nell'altra funzione. Chi non capisce questo dovrebbe meditare e sperimentare, non rifiutare a priori. E' vero che esistono anche altre cause alla scarsa qualità del parlato, ma possiamo rassicurarci sul fatto che al 90% (come minimo) attengono alla respirazione. Il carattere, l'ambiente certo influiscono così come la familiarità. Avere un genitore (ma anche un insegnante prevalente) che parlano sempre molto forte, ad es., porterà facilmente anche figli e alunni a parlare forte, il che può da un lato portare a maggior sviluppo del fiato-vocale, ma può portare anche a danni all'apparato vocale da parte di chi questo sviluppo non compie. Ci sono persone molto timide che parlano sottovoce, e anche in questi casi possono comportarsi danni per l'ipotonicità della muscolatura respiratoria e delle corde stesse che sono sottoalimentate. La famigliarità comporta spesso emulazione; avere ad esempio un padre che parla in un registro molto grave può comportare da parte di un figlio la stessa tendenza, ma non necessariamente supportata dalle strutture laringee e respiratorie, per cui possono nascere difficoltà e problemi, e ancor più seri quando il tentativo emulativo riguarda qualcuno con voce sensibilmente più acuta della propria.
- Uso di registri particolari. Si può avere curiosità sulle conseguenze nell'uso di particolari effetti vocali, tipo il falsettino, il contro-basso, il graffiato,ecc. In genere uscire dal proprio standard vocale non è mai positivo, e questo riguarda anche il canto, soprattutto esteso. Effetti molto evidenti, come il graffiato o l'uso ripetuto di note molto basse, così come molto acute, può avere conseguenze nefaste. Ogni volontà di utilizzare la voce in modo inconsueto deve essere sempre graduale, in modo da poter comportare uno sviluppo delle forze che l'accompagnano. Ciò però può non bastare, quindi diciamo che è sempre bene limitare ogni "stranezza".
- Qualcuno chiede ogni tanto notizie relative alle "R" non convenzionali, cioè "mosce", "arrotate", ecc.
- Anche la R rientra a pieno titolo in quanto esposto precedentemente. La R comporta, se correttamente emessa, un doppio lavoro per il fiato, che oltre a far vibrare le c.v., deve anche mettere in vibrazione la punta della lingua, che è anche bella pesante! Ecco perché l'istinto è ben più contento se può "saltare" questo impegno. La R in gola comporta egualmente una vibrazione della lingua contro il faringe, ma la posizione più bassa del fenomeno richiede una assai minore quantità di fiato (tutto il tratto che va dal faringe alla punta della lingua). Alcuni poi hanno R che non vibrano e che quindi non comportano nessun impegno particolare. Per un cantante che si vuole impegnare in campo artistico la rieducazione della R è necessaria. E' un'operazione piuttosto lunga e non sempre va a buon fine, perché passati i primi anni di vita si fissa in testa e per la persona risulterà poi artificioso dirla in un altro posto! In genere per cominciare un percorso di rieducazione si passa attraverso la "L" e la "D", nonché frequenti esercizi di vibrazione delle labbra che simulano l'impegno che dovrà poi essere spostato alla lingua.


lunedì, marzo 03, 2014

Dall'ignoranza alla scienza

Qualche giorno fa ho visto un estratto di una lezione di canto sollecitata da Salvo in una risposta a un post. Notavo e facevo notare quante cose assurde venivano dette, denotando scarsa padronanza sugli argomenti trattati. Peraltro il cantante ha una gloriosa carriera alle spalle e ha ancora una voce accettabile dopo diversi decenni, per cui possiamo dire che non ha agito in modo deprecabile. Come abbiamo più volte scritto, il cantante di carriera può aver molto da dire in termini di espressività, di studio della parte, di gestualità, ecc., mentre risulta discutibile o insufficiente sul piano della vocalità, e questo perché i cantanti di carriera il più delle volte hanno cantato in virtù di eccezionali disposizioni. Molti di essi semplicemente non sanno perché riescono a cantare e dunque non possono sollevare le sorti di chi inizia questo studio da una condizione meno favorevole e favorita. Può essere scandaloso sentire un cantante che si inventa l'anatomia e la fisiologia e si esprime in modo casuale sul modo di emettere la voce e per ciò ecco da dove nasce la condizione opposta, cioè la risposta sicura e inattaccabile, cioè la risposta scientificamente informata. Se a chi ti dice "vedete il diaframma" e mostra la parete addominale che avanza, si contrappone quello che ti spiega per filo e per segno come è fatto e come agisce quel muscolo, con tanto di illustrazioni, tu ti orienti decisamente sul secondo, in realtà non è affatto detto che hai preso la strada giusta! Qualcuno sgranerà gli occhi nel leggere questa affermazione, ma è così. La conoscenza anche approfondita degli aspetti anatomici e fisiologici non dà nessunissima garanzia di niente, in termini di educazione vocale. Certo che sbaglia il primo e che sicuramente non mi condurrà sulla strada dell'esemplarità, laddove oltretutto l'ignoranza non è ammissibile, ma di certo il secondo non mi può dare alcuna garanzia in più, se non una superficiale informativa, che spesso si tramuta in arroganza e presunzione. Tra queste due opposte tendenze c'è la verità, che si chiama coscienza. La coscienza non ha necessità della scienza, anche se le è utile complemento. L'ignoranza le è nemica perché presta il fianco agli attacchi e alle smentite; dunque chi non vuole o chi non sa destreggiarsi con la semantica e la nomenclatura scientifica, le eviti! La voce si educa basandosi sul suono stesso, non c'è alcuna necessità di parlare di muscoli e cartilagini. Credere che il canto artistico si possa ottenere mediante studi scientifici è assurdo, benché non si voglia, con questo, demonizzarla o allontare dal suo studio.

"non accetto lezioni..."

Da qualche anno a questa parte leggo e sento sempre più spesso rimbalzare questa frase: "Non accetto [o: non accettiamo] lezioni da chi...". Ormai, come gran parte del frasario socio-politico, la frase credo abbia perso molto del suo senso, tant'è che l'ho sentita persino usare paradossalmente verso chi stava gestendo una situazione altamente positiva. Credo che la comunicazione stia diventando sempre più "sonora" e sempre meno sostanziosa. Dire con grande enfasi: "non accetto lezioni..." riscuote applausi e consensi indipendentemente da ciò che costituisce il contenuto dell'affermazione, basta che sia rivolta verso un qualunque "nemico" e che venga considerato tale da una pletora di seguaci. Se noi musicisti già siamo molto preoccupati del fatto che si ascolti sempre più "suono" che "musica", distaccando sempre più le persone dall'aspetto interiore, spirituale e di pensiero da quest'arte, figuriamoci come possiamo sentirci nel constatare che anche i semplici discorsi o frasi ottengono successo solo per il fatto di pronunciarle, cioè solo per il loro aspetto "sonoro" e non perché attengono a un significato o a una conclusione logica e condivisibile. Manca la volontà di ascoltare senza pregiudizi e con spirito di crescita, di discussione costruttiva, di obiettiva critica e serena ammissione di sbagliare, quando si sbaglia, evitando gli sbandieramenti quando si ha ragione.
Nel mondo del canto, per fortuna, non ho ancora letto affermazioni dal genere, però negli atteggiamenti ci siamo già arrivati. Ogni scuola si trincera nella sicurezza dei propri risultati, e perfino gli allievi anche alle prime armi già si lanciano in slogan e in incrollabili certezze nel percorso intrapreso. Da un certo punto di vista è anche giusto, ma non ci si può orientare correttamente se non si accetta il dialogo e non si prendono in esame diversi punti di vista. Se io sto contro un muro, non so se questo appartiene a una casa, una chiesa, una villetta o un grattacielo; avrò bisogno di allontanarmi un po' e avrò una dimensione più ampia, ma non può bastare ancora; avrò bisogno di allontanarmi ancora e magari alzarmi un po', in modo da avere una visione tridimensionale dell'oggetto. Nel canto non c'è nulla da vedere ma avrò bisogno di avere informazioni tali che mi consentano di esaminare il fenomeno da molti punti di vista. Molti allievi o addirittura cantanti fatti hanno domande che premono, ma non le pongono, hanno timore di rivelare proprie debolezze, di non aver capito qualcosa, così si tengono nell'ignoranza e, peggio ancora, cercano di darsi risposte - nel caso che qualcuno ponga a loro queste domande - raffazzonate, inventate, superficiali e talvolta persino grottesche. I grandi maestri non fanno che insistere con gli allievi sulla necessità di porre domande; Celibidache arrivava anche ad allontanare gli allievi che non facevano domande per un periodo di tempo che per lui risultava lungo. Certo, a volte è l'insegnante stesso a non mettere a proprio agio gli allievi; non basta dire "fate domande", bisogna poi aver la pazienza di rispondere anche se la domanda è sempre la stessa, è mal formulata, ecc.. In questo senso il blog credo che assolva una funzione mediatrice perché è possibile risalire ad argomenti fondamentali e ricorrenti. Anche il pregiudizio deve essere affrontato. Anche a me capitò di ascoltare frasi che mi lasciarono non del tutto convinto, e non mi sottrassi alla loro esternazione, ottenendo chiarimenti e quindi uscendo dalla logica del dubbio. Il valido insegnante non può aver timore di perdere alunni o "sentirsi attaccato" quando viene posta una domanda. Talvolta mi basta un atteggiamento, un'occhiata, per capire che l'alunno non è del tutto a suo agio, non comprende esattamente cosa sta facendo o perché, e sono io stesso a sollecitare la domanda, o a percepirla potenzialmente e dare quindi una spiegazione più approfondita. Insomma, ritengo che le lezioni si debbano accettare, almeno come atteggiamento - a meno che non siano chiaramente provocatorie o arroganti - ed eventualmente discusse. Se poi chi intende darle non si dimostra all'altezza, lo avrà comunque dimostrato e avremo la coscienza più tranquilla.

sabato, marzo 01, 2014

Il motto

Quale deve essere il motto per chi ha superato gli scogli più ardui della disciplina vocale e si avvia a un canto esemplare?:
"Il canto è un flusso mentale operante" 
Flusso mentale significa che è escluso ogni coinvolgimento fisico diretto; il flusso si ripercuote anche sul fiato, infatti possiamo dire che il canto è anche un fluire respiratorio ininterrotto, dove il sotto-motto è "consumare fiato". Flusso mentale perché il flusso respiratorio è difficilmente controllabile, specie nel canto vero e proprio, mentre è più governabile nel vocalizzo o nella pratica degli esercizi ripetuti. Lasciare che il suono passi, non ostacolarlo e non orientarlo particolarmente; alitare, soffiare, non frenare o opporre resistenze, lasciarlo sfogare. Sospirare, mandare lontano senza alcuna spinta, come una foglia sospinta dal vento. Il suono è nell'aria e ci va perché ci deve andare, non perché la si preme; la pressione è proprio quell'interferenza o turbolenza che rischia di farlo fermare e/o tornare indietro. Solo con il minimo alito si permette al suono di viaggiare veloce e costante, empiendo ogni spazio, ogni anfratto del luogo ove si canti. Tutto, però, sempre con la volontà; la volontà è il canto esemplare, a patto che sia rivolto non sul proprio corpo, ma sul gesto artistico che si vuole ottenere.