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sabato, febbraio 28, 2015

Il livello percettivo

Quando un evento sonoro viene percepito dai sensi di un uomo, può provocare: indifferenza, riflessi istintivi, sentimenti. Un rumore, quindi una vibrazione irregolare, perlopiù agisce sul livello istintivo (basso). In natura non ci sono suoni, ma rumori (per quanto possano essere piacevoli) e il nostro sistema limbico ne conserva molti in memoria perché a questi reagisce, in modo differenziato: timore, attenzione, aiuto, terrore, pericolo, piacere, ecc. Queste sono le EMOZIONI, che pertanto sono da riconoscere come pulsioni che portano ad agire e talvolta sviluppano anche emissioni chimiche, condizionamenti e notevoli variazioni cardiorespiratorie. I rumori sono fenomeni fisici che impattano col corpo e non si relazionano con la nostra sfera artistica e sentimentale, cioè la nostra coscienza non può RIDURLI a unità, non sono correlazionabili. Il suono, invece, vibrazione regolare di corpi elastici, agisce maggiormente sul livello spirituale (alto). E' una condizione propria dell'uomo; solo l'uomo può generare suoni e solo l'uomo può goderne. I suoni POSSONO agire sulla sfera dei SENTIMENTI (ma non è detto; anch'essi si basano su una massa vibratoria fisica e dunque possono essere accolti alla stregua dei rumori, cioè dal nostro livello percettivo "basso", e non è detto che possano correlazionarsi tra loro, anche se la coscienza ci prova sempre). Il singolo suono non può dar adito a MUSICA, ma egualmente può interagire con la nostra sfera sentimentale, al suo livello più elementare, quindi potremo definire un suono "bello" o "brutto" o una qualunque sfumatura intermedia e si può anche attivare una modesta attività affettiva. Più note possono formare melodie, temi, frasi, e queste possono DAR VITA a organismi sonori che in determinate condizioni possono diventare musica. In ogni modo quando si formano frasi composte da diversi intervalli musicali, noi possiamo avere nuovamente: indifferenza, sentimenti positivi o negativi semplici (bello - brutto) oppure una vasta gamma di sentimenti più profondi e complessi. Eventi formati da soli rumori "piacevoli" non possono rientrare nel novero di fenomeni musicali; possono solo provocare piacere esteriore, interesse ed emozioni primitive, sia per il livello ritmico che per le differenziazioni timbriche (o per le acrobazie dell'esecutore). Il ritmo è già una condizione propria dell'uomo, a livello primitivo e infantile, e infatti nella sua componente più elementare, cioè svolta con sole percussioni, agisce fortemente sul sistema istintivo, e può generare anche forti emozioni (pensiamo a complessi assoli di batteria), ma si rimane a un livello di relazioni molto basso, molto individuale. La melodia costituisce un piano più elevato, diciamo adulto o maturo, più evoluto, dove si instaura una relazione tra i vari suoni e, forse, tra l'inizio e la fine (se breve). Pur nella sua maggior evoluzione, è ancora un tipo di attività fortemente individuale, e riguarda, nella crescita dell'uomo (cioè proprio il passaggio da bambini a ragazzi), la scoperta dell'io. Dalla sovrapposizione di melodie alla necessità di sostenere il canto, si è poi sviluppata l'ARMONIA, che è la scoperta dell'uomo SOCIALE, delle reti comunicative e affettive, e rappresenta il grado più alto di elaborazione. Quando si mettono insieme questi tre piani, ritmo, melodia e armonia, si ampliano a dismisura le possibilità di relazione tra questi elementi, cioè si crea una complessità non da poco, tant'è vero che moltissime persone, pur in presenza di brani complessi, si limitano a una percezione e validazione della sola melodia principale o di brevi melodie che si presentano nel corso del brano, spesso persino incompletamente. Questo per fornire un quadro della situazione. Si può avere musica solo nel momento in cui si mettono in relazione i fenomeni e si ha la possibilità di unificare un intero brano, il che può già costituire un grosso problema per brani di poche battute, figuriamoci intere opere o sinfonie! Il problema è costituito dalla incapacità degli esecutori di riconoscere il percorso che porta a questo risultato, per cui la molteplicità degli eventi... resta tale! Tornando al tema iniziale e spostandoci sull'argomento canto, noi dobbiamo riconoscere che il canto può essere costituito da suono puro, ovvero da suono più rumore. Quando le condizioni fisio-anatomiche non si dispongono in modo tale da favorire la produzione di suoni puri, si hanno vibrazioni, oltre che delle corde vocali, anche di altri elementi muscolari, che non essendo preposti alla produzione di suoni, producono rumori. Il rumore più diffuso è quello che si definisce "gutturale", cioè il classico ingolamento. Anche le risonanze nasali producono rumori e tante altre possono essere le cause. Semmai la enorme difficoltà sta proprio nell'escludere queste impurità che inquinano il suono vocale più magico ed elevato. Qui, però, arriviamo agli aspetti su cui riflettere. Questi "rumori", per cui già anni fa in questo blog scrivevo "tanto rumor per nulla", che tanto fastidio arrecano a chi ha questa idea artistica del canto, a molte persone piacciono e addirittura si generano senso di smarrimento e "vuoto" quando non ci sono. E torniamo dunque a quanto ho premesso: il rumore può generare emozioni, quindi, a meno di voci poco gradevoli in sé, spesso anche la voce compromessa da gravi interferenze muscolari può dar luogo a sensazioni che alcuni recepiscono come piacevoli, perché comunque smuovono i nostri sensi primitivi e possono persino produrre adrenalina e altre sostanze per cui le persone provano sensazioni in qualche modo positive (non necessariamente piacevoli, ma sappiamo che spesso le persone si procurano dolore o comunque stati non gioiosi per "sentirsi vivi"). Si tratta, in definitiva, di una questione evolutiva, per cui ci saranno sempre una quantità non indifferente di persone più interessate agli "ZUMP ZUMP ZUMP" con lo stereo "a palla" che fa sobbalzare pavimenti e automobili, che a raffinate melodie, così come ci saranno persone più interessate agli "urli da cappone sgozzato", come diceva Rossini già due secoli fa, che non le purezze e le acrobazie dinamiche di cantanti che hanno profuso anni di studio e approfondimento per far progredire l'umanità. Ma è necessario e bisogna insistere in questa direzione, ne avremo tutti un giovamento e non è il caso di piangersi addosso e lamentarsi. Ognuno ha il proprio posto e deve occuparlo dignitosamente, ed è inutile fare guerre; meglio dimostrare con il buon esempio; forse da questa parte c'è più speranza; con la lotta - lo dimostra l'inutile lotta contro l'istinto che i cantanti involontariamente mettono in atto per cercare di cantare - si stimola solo la reazione.

martedì, febbraio 24, 2015

Percussioni

Noto molto spesso, non solo negli studenti, che alcune vocali e soprattutto la "I", vengono spesso attaccate con un colpetto percussivo che si localizza nella parte posteriore della lingua, dietro la "gobba" (o addirittura a livello glottico, specie se ti tenta di "gonfiare" questa vocale). Il risultato non sarà un'autentica I, ma soprattutto questo suono non uscirà, rimarrà imbrigliato nello spazio retrobuccale, non suonerà omogeneamente con le altre vocali e inoltre, per questa difficoltà, il cantante sarà indotto a spingere, a schiacciare, rendendo vieppiù pessima questa emissione. Da qui la necessità di eliminare completamente questa percussione. Come migliorare e raggiungere la pronuncia della giusta I durante il canto? Intanto partire dal "Sì". Dire un "sì" gentilmente, come fosse la risposta affermativa a una domanda, cui si risponde cortesemente, amorevolmente, cioè senza durezza o rabbia (ma con determinazione). Per maggiore sicurezza, specie nei primi tentativi, può essere d'aiuto allungare molto la S iniziale (Ssssssssiiiiiiii). Occorre stare attenti a che tra la S e la I non ci siano colpi o cesure; la I deve essere la prosecuzione leggera e "lunga" della S (la S corretta è quella che si origina quando si chiede silenzio: ssshhhh!).

PS: grazie ai commenti mi sono accorto di aver dimenticato alcune cose: 1) nel salire verso gli acuti ricordarsi di lasciar morbida la mandibola (che dovrebbe esserlo sempre) e permetterle così di aprirsi gradualmente. Sugli acuti estremi, specie per le donne, la bocca si ritroverà molto aperta, il che sembra contrario a una buona dizione della I, ma non è così, se si permetterà alla lingua di scorrere in avanti lungo il palato.
2) esiste la possibilità di una I più appoggiata che consente di affrontare con minor timore la zona acuta; il mio maestro la definiva "ingrintata" (termine credo di sua invenzione) e consiste nel pronunciarla con le labbra strette lateralmente, ma molto divaricate verticalmente. E' essenziale, nel modo più assoluto, che la I sia pronunciata perfettamente, in quanto questa posizione tende alla U francese.
Sono piccoli consigli orientativi, da applicare sempre e solo sotto controllo. La I è una vocale da trattare "coi guanti" perché può facilmente indurre chiusure valvolari della laringe e quindi solletico e tosse, spinte indebite e col tempo, se non corretta, può generare vari tipi di guai e paure psicologiche che possono "cronicizzare" i difetti.

sabato, febbraio 21, 2015

Entropia e sentimento

Un po' semplicisticamente l'entropia è il disordine, e secondo alcuni è irreversibile, cioè nell'universo si produce continuamente caos, disordine, e questa tendenza non si inverte. Nel piccolo possiamo dire che si produce entropia ogni volta che un'unità si spezza. Un piatto che si rompe... è rotto! non è più unificabile, anche se riparato; la vita (che è un'unità) di una qualunque forma vivente una volta interrotta non è recuperabile, e via dicendo; non intendo certo addentrarmi ora in questo campo, assai complesso. Ma noi abbiamo una possibile situazione in cui la legge del caos è sospesa. La musica e il canto. La musica è l'unificazione di un caos (una serie di suoni), il canto l'unificazione mediante l'aria di una catena di apparati. L'uomo, mettendo insieme con arte determinati elementi, può dar vita a una forma che possiede in sé un'energia molto superiore a quella che ha richiesto la sua creazione. Noi assistiamo all'esibizione di molti cantanti che per sviluppare una certa potenza sono costretti a far uso di una forza non indifferente e questo rappresenta un valore negativo, appunto perché non si verifica quello sviluppo (non solo di tipo sonoro acustico ma anche psico acustico) che attrae gli ascoltatori. Ecco, ora ho usato un termine che apre questo post a un'altra parte del discorso. In natura noi abbiamo alcune forze importanti che generano attrazione o repulsione. In tutto l'universo ci sono forze aggregatrici e disgregatrici; se vincessero le prime noi avremmo l'unificazione complessiva, ma l'uno fine a sé stesso non può stare, dunque devono esistere forze che disgregano. Chiamiamo gravità e magnetismo le forze nel campo dei minerali; a seconda delle polarità, delle dimensioni, si generano potenti attrazioni e/o repulsioni. Anche nel mondo dei viventi abbiamo però forze di attrazione e repulsione: amore, odio, amicizia, antipatia, ecc., e le chiamiamo sentimenti. Le forze presenti nei minerali, che possiamo anche indurre, ad esempio tramite la corrente elettrica, hanno un influsso sulla struttura cristallina, che viene ordinata e orientata. Ma ecco che anche nella musica e nel canto ci troviamo esattamente nella stessa condizione: non si può avere musica se non abbiamo  l'ordinamento e l'orientamento dei suoni che ci si presentano, e non possiamo avere arte vocale se non siamo in grado di orientare e ordinare gli apparati mediante il fiato; se siamo in grado di fare quanto è necessario per promuovere i suoni a musica, essa andrà a incendiare la "cassetta" dove risiedono i sentimenti di chi ascolta; se siamo in grado di far voce/canto (e quindi anche musica), noi potremo far sprizzare i nostri sentimenti con sincerità e libertà. E' la conquista di noi stessi e del mondo che ci accoglie e si relaziona con noi; richiede il graduale ma completo abbattimento di quelle forze negative che in varie modalità ci impediscono di accedere consapevolmente alla rete che ci collega al tutto. Fin quando si vuole essere delle singolarità, dei fenomeni da venerare, da idolatrare, sia pure dei talenti ma chiusi in sé stessi, ci sarà una barriera o ci saranno barriere, e la prima barriera è il nostro corpo. Voler far musica o canto entro di noi va considerato addirittura un controsenso, un paradosso, una punizione, una contraddizione; chi canta vuole dare e vuol regalare gioia agli altri; la vuol fare senza un tornaconto materiale, ma con uno scambio gioioso. Quindi, pur avendo declinato concetti apparentemente astratti, ora dico che l'unico modo per far canto ad alti livelli sarà quello di liberarci dal canto entro il nostro corpo. Chi canta è l'aria che ci circonda, stimolata dal nostro pensiero purificato... oppure sono le vibrazioni del nostro pensiero puro.
Aggiungo un commento: l'ego, in quanto esaltazione di sé,  separa, divide dagli altri, dunque impedisce la libera esternazione dei sentimenti di unione e condivisione, per cui non si può pensare artisticamente, non si può agire in termini unificanti e questo allontana da qualunque creazione realmente artistica.

martedì, febbraio 17, 2015

I parallelismi divergenti

Andò molto di moda, parecchi anni fa, una frase attribuita a non ricordo più qual politico, che inventò il paradosso delle parallele convergenti, per giustificare avvicinamenti, ma non troppo, tra opposti schieramenti politici. Ciò di cui tratterò è di ben diversa natura.
Consideriamo un suono "normale" prodotto da una persona che non ha studiato canto, senza velleità di grandezza, diciamo un suono da canzonetta "casalinga". Questo poniamolo come suono 'base', perlomeno concettuale, di chiunque. Noi sappiamo che quel suono richiede un minimo di alimentazione respiratoria, cui la persona neanche pensa, non si preoccupa. Mettiamo, poi, che quella stessa persona, o chiunque altro, si metta in testa di voler cantare qualcosa di molto più impegnativo, una canzone napoletana classica - quelle che cantavano anche celebri tenori - una romanza da camera o addirittura un'aria d'opera. Quale sarà il concetto che applicherà? Che dovrà dare più forza. Non ci pensa che un suono più robusto richiede più fiato, ma il suo istinto suggerisce che necessiti più FORZA, e la forza si produce con maggiore SPINTA. Il risultato sarà rovinoso. Tra gli apparati si perde ogni relazione di equilibrio, la gola si stringerà (effetto valvolare causato della spinta), il suono diventerà più forte, ma di qualità pessima (tendenza al grido). Fin qui credo ci ritroviamo tutti. Se il tizio va da uno dei tanti insegnanti di canto, questi cosa dirà e farà fare? Un po' di ciance e poi gli farà fare esercizi di respirazione, dicendo che per sviluppare potenza ed estensione ci vuole PIU' FIATO, dopodiché dirà che ci vuole PIU' APPOGGIO, con ulteriori ciarle in tal senso, e magari esercizi atti alla bisogna (spingi sulla pancia, allarga la schiena, premi sulla laringe, e diavolerie simili). Non entrerò troppo nel merito, ma pongo una domanda: in che proporzione si dovrà sviluppare la quantità respiratoria relativamente al tipo di suono che intendo produrre? Cioè se voglio un suono grande avrò bisogno di tantissima aria, se mi accontento di suoni modesti mi basterà poca aria? Quindi c'è una crescita parallela tra potenza del suono e quantità di fiato? Ho già fatto notare in passato che l'elevata quantità di fiato concerne molte persone, anche per motivi professionali, come gli sportivi, il che non produce automaticamente vocalità interessanti. A questo si replica che non basta la quantità ma ci vuole l'appoggio. E allora giù a spingere. Questo dà risultati di sonorità rimbombanti, ma di qualità il più delle volte modeste, con frequentissime ricadute patologiche sulla voce stessa. Da questo si dovrebbe capire che l'arte del canto sta da un'altra parte. In realtà è già erroneo il pensiero di un vero parallelismo tra suono e quantità di fiato. O meglio! Detta così può essere giusta, ma per parlare di arte del canto non dobbiamo più parlare di "suono" ma di voce, o meglio di vocali. Il 'suono' può anche crescere al crescere del fiato, ma la sua qualità diminuirà progressivamente, perché si accresceranno le componenti fibrose muscolari; viceversa la vocale, laddove la vocale è giusto si formi, cioè fuori dalla bocca, nell'acustica esterna al corpo, richiederà un'alimentazione di modesta quantità (avere molto fiato riguarderà tutt'al più la necessità di sostenere lunghe frasi), ma di elevatissima qualità (potremmo definirla energia, che però non è nemmeno pressione). Quando le relazioni tra gli apparati si riporteranno alla perfetta coerenza, che sono quelle relazioni che esistono già nel parlato comune, il canto che scaturirà sarà il più sonoro che l'uomo possa produrre, senza patologie, senza sforzi, con tutta la gamma dinamica possibile, con tutte le sfumature di colore, di accento, di dizione. Ogni più piccola spinta, produce automaticamente chiusura della glottide (non totale, naturalmente, ma anche quando appena accennata, già spezza ogni legame relazionale tra le parti) e mancato innesco di quegli automatismi energetici che danno al fiato-suono la possibilità di liberarsi in quella scintilla incandescende che nello spazio acustico esterno diventa esplosiva. Naturalmente ne consegue che, per parallelismo, anche il "suono" interno dovrà essere modesto. E questo crea un grave problema psicologico, perché la persona che si aspetta un rimbombo interno, per avere grande voce, rimarrà delusa e contrariata, e non cederà, continuerà a spingere e a forzare e ci vorrà tutta la pazienza dell'insegnante, grazie soprattutto all'esempio, per fargli pian piano ridurre queste forze malevoli, e condurlo a intuire che è il piccolo suono quello che produce il grande canto (in tutti i sensi).

venerdì, febbraio 13, 2015

Apprendere

Il processo che porta qualunque persona ad apprendere nuove cose, siano esse teoriche o pratiche, è spesso oggetto di equivoci. Il maestro o professore o docente o insegnante è visto come colui che trasferisce, che "mette dentro" alla testa dello studente delle nozioni, dei contenuti, dei concetti, che insegna a fare cose. La logica dei vasi pieni e vuoti. E' un concetto drammaticamente errato e che purtroppo domina la scena nell'opinione pubblica. Se fosse così, saremmo ancora all'età della pietra, perché chi avrebbe insegnato ai primi uomini e poi via via cose nuove? Il nuovo arriva dal cielo? E' evidente che nell'uomo c'è già tutto, ovvero ci sono già tutte le condizioni della conoscenza e gli strumenti dell'evoluzione e per consentirci di scoprire cose nuove. Del resto in molti campi, innanzi tutto quelli artistici dove domina (o dovrebbe dominare) il grande pensiero, non esiste alcuna evoluzione, se non estetica, di forma. Separiamo, come giusto fare, le nozioni, le informazioni, dalla conoscenza. Le informazioni si imparano, si leggono e si memorizzano quando interessano, quando ci sono stimoli sufficienti, altrimenti si rimuovono in tempi più o meno brevi. La conoscenza si risveglia, si porta a coscienza vigile, si illumina; trovate voi il termine che più vi aggrada. Nessun maestro può insegnare la conoscenza; non è trasmissibile, può solo farvela scoprire. Questo "battesimo" è operazione assai difficile, perché non può esistere un metodo, e ciascun allievo ha un vissuto proprio che l'insegnante difficilmente può conoscere approfonditamente, per cui si basa sull'esperienza, sulle proprie capacità di analisi, di intuizione. Ma cosa significa, in definitiva apprendere discipline artistiche come la vocalizzazione e il canto? Significa ricevere stimoli di intuizione o di pensiero. In questo senso è vero che si potrebbe studiare da soli, ma il tempo necessario sarebbe enorme, anche nel migliore dei casi di molto superiore a quello che si impiega normalmente in una buona scuola. L'insegnante propone esercizi; se accompagna questi esercizi con spiegazioni che non hanno un vero fondamento ma si basano su tradizioni, sentito dire, invenzioni, accomodamenti, il corso è già finito! Da lì in avanti sarà solo una corsa a costuire qualcosa che non si potrà coerentemente inserire nella struttura né fisica né mentale umana, sarà sempre un artificio e come tale sarà respinto, rigettato, dal nostro corpo, nei tempi e con la violenza proporzionale a quanto questo sente estranea quell'attività. Se il maestro saprà accompagnare gli esercizi con semplici spiegazioni sul perché si fa ciò che si fa e con quale finalità, si andrà ben oltre il beneficio di un "allenamento", si indurrà il pensiero a modificare la struttura fisica e mentale aprendole alle sue meravigliose potenzialità. L'allievo scopre da solo, man mano, gli sviluppi e i benefici di una autentica disciplina con finalità artistiche. Purtroppo la situazione attuale, che a partire dalla scuola non fa altro che indurre un tipo di educazione-insegnamento unicamente volto a imparare cose, senza alcuna reale, profonda, finalità, pressoché con metodi e contenuti scientifici o improntati al metodo scientifico, inibendo l'intuizione, il pensiero divergente, crea meccanismi perversi per cui anche in una scuola realmente artistica si fa fatica a superare questi stereotipi; per primo l'insegnante deve superare quelle barriere, poi farle superare agli allievi. Questi si perdono continuamente nel "non capisco", non riesco", pensando solo a "mettere in saccoccia" delle informazioni da utilizzare. Dimenticavele! Apprendete da quanto c'è in voi, ascoltate ciò che fate e provate a immaginare quali difficoltà, ma anche quali libertà, provate e non cercate la risposta nei libri, nelle parole altrui, nei video, quelli al massimo vi possono servire come méta da raggungere, ma ponetevi le domande e stimolate l'intuito, non solo concettuale, ma anche fisico, e chiedete sempre all'insegnante se siete sulla strada giusta, perché e percome una certa soluzione è o può essere corretta oppure meno. Ma non giudicate da voi i vostri esempi, valutate esclusivamente se state camminando verso la libertà o verso l'imprigionamento. Convincetevi di avere in voi le risposte, ma dovrete scegliere, perché ne trovetere più d'una; è questa l'intuizione che occorre, riconoscere il vero, e seguirlo con determinazione... ricordando che il più delle volte è la strada che richiede più impegno, non tanto fisico, ma di concentrazione e volontà.

lunedì, febbraio 09, 2015

I vuoti

Vuoto interiore, vuoto vocale (inteso, per chi si è perso qualche "puntata", come libertà assoluta, mancanza di resistenze, ostacoli, attriti, ecc.).
Comincio questo post con un piccolo preambolo: cosa si intende con interiorità? La mente razionale assume con questo termine ciò che sta dentro il nostro corpo, con una prevalente indicazione nei riguardi della testa. In realtà non è così. Noi abbiamo una percezione di noi così come abbiamo percezione dell'esterno; i nostri sensi ci danno una dimensione fisica di gran parte del nostro corpo, che percepiamo anche in funzione (direi soprattutto) dello stato del malessere. La percezione dell'io, quindi, è un "dentro" molto più dentro del nostro corpo, è un luogo pressoché immaginario da non confondere con i suoi confini fisici. Come ho già scritto in molte occasioni, e come molti sanno, noi siamo pervasi anche da un "ego", ben diverso dall'io, che purtroppo però con questo si (e ci) confonde. Il mondo dell'ego è il mondo delle vanità, del desiderio di successo, di potere, di avere, di dominare, di apparire, sacrificando ogni valore per raggiungere uno o più di quei desideri. Dall'ego derivano ovviamente aggettivi come egoistico ed egoico. Ora si potrebbe dire che quanto più l'ego occupa la nostra mente, quanto meno essa potrà risultare disponibile al pensiero, ovvero all'io superiore (che, al contrario dell'altro, non mira a successi effimeri, superficiali, materiali e singoli ma al bene comune). Affinché il pensiero possa esprimere le proprie potenzialità e permetterci di sviluppare le nostre capacità artistiche, che allo stesso tempo ci consentono di incontrare il prossimo in questa dimensione, abbiamo bisogno di svuotarci, cioè, detto un po' rusticamente, di far spazio. Questo è quanto le discipline orientali hanno sempre predicato, fin dall'antichità, e possiamo dire abbiano in buona parte raggiunto. Per fortuna da alcuni decenni c'è stato un avvicinamento anche da parte dei popoli occidentali a quelle discipline e qualcosa di meglio le persone stanno facendo per cercare di allontanarsi dalle lusinghe del potere materiale. Bisogna però stare attenti anche in questa direzione, perché in buona parte questo avvicinamento si è attuato per moda e in modo alquanto superficiale: "lo faccio perché mi rilasso". Per la carità, va benissimo, però gli scopi dovrebbero essere ben altri. E' piuttosto inutile fare un'ora di yoga, ne cito una a caso, alla settimana e quando si esce riprendere il proprio atteggiamento consueto. Se è una disciplina, occorre disciplinarsi il più possibile mantenendo un indirizzo etico, morale, comportamentale... COERENTE! Ordunque, collegandosi anche al post precedente, il nostro obiettivo dev'essere quello di svuotarsi: dalle esigenze contingenti, dal correre per ogni cosa senza rendersi coscienti di cosa è veramente importante e cosa no, quindi dare priorità alla vita vera e significativa allontanando (gradualmente, ok) tutti quegli stimoli, quegli impulsi - o pulsioni - di una vita incoerente. Quante volte sento dire: "la vita è una sola, quindi..." quindi cosa? Bevi e mangi come un porco, fumi, non ti riguardi perché la vita è una sola, o una volta sola hai 20, 30 anni, ma a 50-60 sarai perennemente dal dottore, a fare esami, a curarti, impasticcarti, ecc. ecc. impegnando persone che dovranno seguirti e accudirti...? Se non cerchiamo di fare anche della nostra vita un'unità, premettendo e salvaguardando ciò che potrebbe danneggiarci tra un po' di tempo, che vita è? E' normale e anche giusto lagnarsi perché il mondo dell'arte, della musica e del canto, è decaduto in modo vergognoso, perché la politica sta uccidendo tutto, perché siamo dominati da ignoranti e farabutti, ma è così perché ci lasciamo comprare dal miraggio di soldi (magari pure pochi), di visibilità o successi più che ridicoli, dalla brama di oggetti e piccoli poteri. E' la coscienza che ci può aiutare a risollevarsi e in ogni modo ognuno deve sentire in cuor suo da quale parte è chiamato, e occorre fare ciò che deve, superando le depressioni, le mortificazioni, gli insuccessi momentanei, la bassa autostima. Anche in questo campo, non si fa per dimostrare, per sentirsi superiori, ma perché ci sentiamo attratti da questa esperienza virtuosa dell'umanità. Occorre dire, come diceva spesso il mio insegnante: "io non ho meriti".
Fare il vuoto interiore, chiudere il cerchio, trovare il silenzio, sono espressioni virtuose che ci possono aiutare, con una certa facilità, a realizzare il "non fare" che rovina ogni attività artistica, esperendo quel semplice gesto artistico che non è frutto della nostra volontà ma arriva dal profondo del nostro pensiero e che agisce se ci sono le condizioni affinché agisca. A questo vuoto d'azione corrisponderà a quel punto il vuoto nel canto. Talvolta si ha l'impressione che sia il canto a subire problemi fisici, ma è l'opposto, è il nostro corpo che subisce le "intemperanze" di una vocalizzazione dura, violenta, che non è canto! Purtroppo bisogna constatare che le scuole di canto tendono a non porsi da subito il problema della libertà, ma inducono ad azioni che schiavizzano. E' poi vero che in molti casi l'allenamento può far provare in seguito maggior facilità, ma la libertà è un'altra cosa, ed è per sempre!

venerdì, febbraio 06, 2015

La coerenza

Ho in diversi momenti di questa lunga teoria di scritti fatto riferimento a concetti quali "sintonia" o "allineamento" per indicare un tipo di relazione che si instaura tra le parti componenti l'apparato respiratorio-vocale nel parlato spontaneo e che il canto esemplare pone come obiettivo della propria attività artistica. In altri scritti ho parlato invece di coerenza riferendomi alla conoscenza, alla coscienza che deve possedere il maestro e il cantante artista nei riguardi di tutta la disciplina. Non avevo colto, forse, che usavo termini diversi per indicare uno stesso concetto, per cui ritengo ora di emendare questa svista e richiamare più correttamente quest'ultimo termine anche nell'ottica di ciò che deve succedere a livello fisico affinché si possa parlare di un grande canto d'arte.
Il termine coerenza è molto usato in linguistica per parlare di fenomeni legati al linguaggio, non tutti ancor oggi pienamente spiegabili scientificamente (ma guarda!...). Una volta che si è imparato a parlare (poi anche a leggere) noi usiamo espressioni di cui cogliamo il contesto e per le quali ci bastano alcuni termini anche non consecutivi per comprendere il messaggio complessivo. Come si vede siamo sempre a quell'unità che è il fondamento di ogni discorso in questo blog. Naturalmente ciò non funziona sempre; non funziona quando il messaggio riguarda qualcosa di desueto, poco noto, dicorsi più complessi, argomenti nuovi. Se un insegnante non parla con chiarezza, il suo insegnamento sarà fallace perché l'impegno di chi ascolta, già teso dal dover mettere in relazione concetti non usuali, magari anche termini nuovi, si infrangerà contro la difficoltà di percepire una verbalizzazione poco fluida, se non scorretta. Purtroppo anche piccoli ma insistenti problemi possono diventare ostacoli: il dire insistemente "eeehm", lo schiarirsi frequentemente la voce, l'incespicare su qualche parola un po' più difficile, perdere il filo, ecc. possono diventare per alcuni problemi insormontabili per apprendere. Il rischio è sempre lo stesso: mancanza di coerenza. Naturalmente in questo esempio non si tratta di una coerenza relativa al discorso, ammettendo che l'oratore conosca a menadito il contenuto di ciò che deve insegnare, ma di tipo discorsivo e fisico, anche se spesso questi generi di disturbi nascono da insicurezze o non totale assimilazione. Ciò che mi sembra fondamentale nell'uso del termine coerenza è la possibilità di utilizzarlo per figurare l'aspetto artistico, sonoro, linguistico, contenutistico, fisico-muscolare, respiratorio e il paradigma concettuale di ciò che sto cantando, nonché della conoscenza che sta a monte.
Le carenze in questo mondo lirico si può dire, senza necessariamente voler fare una noiosa lagnanza, partano dagli elementi più piccoli, figuriamoci quando si vuol arrivare al grande UNO! Se noi prendiamo una qualunque aria d'opera, sì, molti sanno grosso modo di cosa parla, ma ben pochi, credo, l'abbiano approfondita e portata a coscienza come unità di contenuto; comprese, cioè, tutte le parole, le quali peraltro sono parti che non costituiscono l'unità semplicemente sommandole. E' la nostra coscienza che riuscirà a unificare se ha compreso il senso più profondo di intere frasi e di più frasi (contesto generale). A questo poi si dovrà unire il processo musicale, che è di nuovo un bell'impegno! Questo poi riguarda, per molto tempo, due tipi di percorso, quello musicale interiore e quello esecutivo-fisico. Purtroppo solo pochi hanno la dote innata di riuscire a mantenere coerenza nell'esecuzione, cioè dire ciò che va detto dando ragione del contenuto semantico complessivo e all'autore musicale che ha cercato di dar luce a quel testo mediante un tessuto melodico-armonico-strumentale. E' chiaro che per chi apprende tutti questi criteri sono troppo difficili da tener presenti contemporaneamente, ma questo è un punto di vista "piccolo", cioè un ragionamento "ragionieristico", che messo in questi termini diventa insolubile, perché necessiterebbe un impegno mentale enorme. Ecco che la coerenza ci viene in soccorso, perché essa può essere solo il frutto di una mente più ampia, aperta, che viene dal profondo e da lontano, e ci appartiene. Invece di pensare alla complessità di mettere assieme parole, musica, "tecnica", inglobiamo il tutto cercando di vedere questo brano come una sfera in cui tutto circola senza colpi, senza spigoli, con il giusto spazio di respiro, senza ansia. E' chiaro e logico che è un obiettivo a lungo, anche lunghissimo termine, ma non dobbiamo pensare che "poi" si farà, quando si saranno acquisite le varie competenze, perché, come ho già detto, non si deve ragionare in termini sommatori, cioè che prima si conquista una cosa, poi un'altra, ecc. e poi le si mette insieme, ma prima iniziamo a vivere i brani come unità prima si raggiungerà una esecuzione di pregio, considerando, ripeto anche questo, che non è una conquista dall'esterno, ma è il semplice (!!) impiego di qualcosa che è in noi e che ci contraddistingue, quindi semmai dovrebbe essere molto meno normale separare, spezzare, procedere incostantemente. Eppure è così, e il motivo qual è? Che in realtà non si comprende, ciò che eseguiamo resta in superficie, non conosciamo veramente il testo, non comprendiamo la musica, ci accontentiamo di un effetto "piacevole" che ci accarezza, e non riusciamo a collegare con la voce questi aspetti, per cui rimaniamo con tre pezzi malamente inchiodati tra di loro ma incoerenti, che non possono creare un'unità inseparabile. Dunque la soluzione è cercare di dar vita al fenomeno canto, pur studiando separatamente le varie discipline in alcuni momenti, cercando quella fiamma, quell'alito di vita che solo può animare una forma (in questo caso una vibrazione fisica) in sé priva di qualsivoglia qualità. Quindi dobbiamo riflettere sul fatto che solo noi siamo in grado di fornire vita a ciò che creiamo con la nostra fantasia, e che non dobbiamo accomodarci nell'accademismo, nella routine e nelle frasi fatte, ma in ogni apprendimento cercare una coerenza, non dare per scontato che chi ci insegna ci dica la verità, ma che stia semplicemente ripetendo frasi fatte. Fate di questo termine la vostra parola d'ordine, e richiedetela a chi si propone di insegnarvi.

martedì, febbraio 03, 2015

I filtri

Se partiamo dall'ipotesi che il pensiero è libero ed è la più alta espressione possibile in assoluto, c'è da chiedersi come mai la conoscenza umana si manifesta, in genere, in modo così limitato, modesto. La risposta, molto semplicemente, è che il pensiero non può esprimersi direttamente ma è costretto a servirsi di mezzi fisici, materiali, cioè componenti del corpo umano, e questo è già un grosso ostacolo, ma non solo, esso deve attraversare una sorta di enorme "filtro" che è il nostro cervello. La piena e fulminea velocità del pensiero è costretta a rallentare avendo la necessità di interagire con qualcosa di molto più lento e meccanico. E' lo stesso che avviene nel computer, dove la notevole velocità dell'elaboratore, che lavora in codice macchina, praticamente tutti 0 e 1, deve fare i conti con un'interfaccia che consenta alle persone "normali" di utilizzarlo senza doversi esprimere in codici senz'anima; pertanto i sistemi operativi, dovendo "tradurre" continuamente parole, icone e quant'altro in codice numerico, risultano spesso lenti o rallentano appena quando si caricano programmi o parecchi dati. La nostra mente a dire il vero offre una doppia resistenza; una è offerta dalla sua struttura fisica, l'altra è data dagli aspetti già contenuti per il nostro funzionamento generale; tra la totale libertà del pensiero e le regole ferree dell'istinto si genera un conflitto; il primo però non ha alcuna arma a sua disposizione, quindi sarebbe soccombente; ciò che viene in suo aiuto è l'elaboratore recente, la neocorteccia, che prende in esame anche aspetti dell'esistenza che vanno oltre la vita di sopravvivenza e di relazione. E' possibile quindi aprire un varco e permettere al pensiero di manifestarsi in modo sempre più fluido e rapido, ma è upotistico immaginare che lo si possa fare in molti campi, però è altrettanto erroneo ritenere che sia la specializzazione la soluzione. Specializzarsi può consentire di acquisire una padronanza di tipo intellettualistico, nozionistico, scientifico e tecnico-meccanico, ma non sarà la vittoria della conoscenza (pensiero=conoscenza) e il perché è presto detto: la specializzazione divide, non unisce, e la conoscenza è sempre e solo improntata al raggiungimento o riappropriazione dell'unità (o di varie unità). In un certo senso nel Medioevo i saggi erano più saggi di oggi, perché la cultura del tempo e le informazioni  erano alquanto limitate, per cui gli studiosi riuscivano ad avere rudimenti un po' su tutto, quindi avevano un tipo di conoscenza (informativa) che abbracciava tutti i campi, dalla geografia alla filosofia alla medicina, alla fisica, alla storia, alla letteratura, ecc. Nel Rinascimento le cose erano già più complicate ma sappiamo che alcuni geni riuscivano ancora a eccellere in quasi tutto. In seguito il grande fiume ha cominciato a dividersi in torrenti e rivoli e oggi l'unità del sapere non è che una chimera. Nei campi di cui ci occupiamo qui si assiste a un triste declino, dove non solo non c'è più una vera unità nel campo musicale, dove i presunti professionisti non applicano che fredde regole, senza alcuna cognizione di dove stanno andando e perché, ma all'interno della produzione musicale, e parlo di quella più "seria", dove si studia a lungo e approfonditamente, non c'è alcun tipo di convergenza e tentativo di unificazione tra aspetti musicali e pratica esecutiva e addirittura nella solo pratica. Lasciando per il momento il canto, pensiamo alle lusinghe e ai godimenti dei fans di fronte al "bel suono", al "bel timbro" di tanti pianisti o violinisti (e anche cantanti), che poi sinceramente non dicono niente di musicale. Non solo si è narcisisti, ma si rincorrono i narcisi, forse nella delirante ipotesi di potercisi identificare in loro.
Come s'è già detto in post precedenti, il pensiero si manifesta in primo luogo con linguaggi, e il linguaggio verbale in particolare, quindi col canto che unisce pensiero e sentimento, pertanto più elevato sul piano conoscitivo appunto perché unisce più campi. Ciò che vorrei raccomandare a chi studia canto è di cercare di non dividere, oppure riunire ciò che momentaneamente può essere utile o indispensabile spezzare. Non si impara una lingua comincando dall'alfabeto; come minimo si inizia con parole, ma oggigiorno è provato che è più utile partire da frasi complete e comprendere le parti interne in un secondo momento. Allora iniziare lo studio del canto subito con vocali non è molto saggio, perché ci allontanano dalla nostra comprensione del reale; iniziare intonando parole e frasi è già di per sé un esercizio che richiede un tempo infinito, specie se, come è giusto che sia, si bada a che i parametri musicali siano rispettati, quindi comprensione assoluta del testo qualunque sia l'articolazione testuale e melodica nonché ritmica, ma anche dinamica e temporale, senza dimenticare il senso, il contenuto!. Uno sviluppo sano e cosciente di un'arte non è altro che aggiungere elementi e unirli a quanto già appreso facendone nuove unità finché, alla fine, tutto non sarà che un'immensa unità, ma non limitarsi al mondo del canto e della musica, cercare di coinvolgere tutto quanto possibile della nostra vita, culturale, sì, ma anche sentimentale, psicologica, ecc. Qualcuno dirà che questo avviene per forza, e io dico che questo è vero, ma non è "unire", perché avviene in modo incosciente, passivo e subìto, mentre la crescita, umana ed artistica, può solo avvenire in un percorso di luce consapevole.