Translate

martedì, marzo 17, 2015

Lo specchio

Quello del riflesso è una suggestione che governa gran parte della nostra vita. Noi percepiamo il pensiero, l'idea, il sentimento, la fantasia, la creatività, l'emotività e molte altre cose come qualcosa "dentro", e vediamo il mondo "fuori". Non è detto che le cose stiano veramente così, anche se non voglio entrare troppo in questa riflessione (!), perché mi porterebbe troppo lontano. Comunque la questione è che noi non sappiamo esattamente come stiano le cose, noi percepiamo il mondo non "come è" ma come la nostra mente ce le mostra, mettendo e togliendo ciò che ritiene sia bene si veda (o si senta...) o non si veda (...). In realtà, quindi, anche il mondo esterno dovremmo vederlo "dentro", ma questo limiterebbe i nostri movimenti, cioè la nostra spazialità. In compenso crediamo di ricostruire il mondo entro di noi per figurarci situazioni immaginarie che vorremmo o potremmo vivere, i sogni, notturni o in veglia. Da queste meditazioni, passiamo a un tema più concreto e, se vogliamo, meno poetico. Da ormai diversi decenni alcuni insegnanti di canto, più o meno suggestionati da presunti/u (...osi) competenti, hanno portato a concepire il canto entro il corpo. Come questo possa essere vissuto io non riesco più a concepirlo! Possiamo immaginare un pianista che pensa il suonare "dentro" di sé? o qualunque altro strumentista, o un pittore, uno scultore? Non sto parlando, si badi bene, di idee che nascono dentro e poi trovamo realizzazione fuori, ma propriamente di un'attività fisica. Si dirà: le braccia sono esterne, quindi non è facile il pensare che i movimenti degli arti nascano internamente. Bene, ma è così diverso? Perché noi dobbiamo pensare al punto di partenza? Il fiato esce, il suono vocale esce, a meno che non lo si voglia volontariamente trattenere; il pubblico è fuori, fuori c'è l'orchestra il teatro, altri cantanti... perché farsi abbindolare da una pletora di cialtroni che vuole illuderci ingenuamente che da dentro possa scaturire qualcosa di meglio rispetto a quanto avviene all'esterno? Invertiamo lo specchio. Non è il suono che "entra", ma noi guardiamo la nostra voce (che è lo specchio di noi) che si diffonde, sublime, incorporea, tutt'attorno a noi, che avvolge i nostri simili e concorre con gli oggetti inanimati a creare uno spettacolo sonoro meraviglioso. Noi dobbiamo volerlo, non farlo!

5 commenti:

  1. Salvo5:26 PM

    Non dobbiamo sentirci al centro dell'universo.... al contrario. Siamo ben poca cosa... ma abbiamo la possibilità di avvolgerci con questi suoni e partecipare a creare uno spettacolo sublime. Quindi ancora una volta entra in gioco la nostra coscienza, il nostro modo di vedere gli altri e ciò che ci circonda... passare da una concezione egocentrica ad una universale, con umiltà comprendere che ne facciamo solo parte e possiamo solo contribuire ad unificare e fonderci con l'entropia creativa ed in continuo moto dell'universo stesso.

    RispondiElimina
  2. Caro Salvo, invece non c'è nulla come l'Arte che induca atteggiamenti egocentrici e autoreferenziali, e in particolare il canto e la direzione d'orchestra, ed è proprio la causa prima del decadimento di queste due discipline. Ma se è comprensibile per chi sale sul palcoscenico o sul podio, che deve vedersela con esecuzioni che mettono a dura prova le proprie capacità di vario genere e con altre persone, vuoi colleghi che pubblico, lo è meno per chi svolge un'attività come l'insegnamento, che in genere sta nell'ombra. Quando parlo dello specchio, in fondo faccio riferimento metaforicamente anche all'oggetto-simbolo del narcisista (il narcisismo è una manifestazione tipica dell'egocentrismo), che non consiste solo nel curare la propria immagine esteriore ma nell'attirare l'attenzione su di sé mediante ogni mezzo pubblicistico disponibile (e oggi ne abbiamo a iosa...), dimenticando i valori fondamentali di ciò che sta facendo. Se non ci si concentra su ciò che significa fare arte (o perlomeno provarci), la coscienza, che tu giustamente chiami in campo, non sarà mai libera e pura, e non potranno mai esserlo le azioni tese al raggiungimento di un obiettivo artistico. Ciao!

    RispondiElimina
  3. Questo post, altrove svillaneggiato da qualche coda di paglia, trovo sia davvero fondamentale. L'espressione "peccato originale" è già stata usata altrove in questo blog, ma vorrei tornare ad usarla io in questo mio commento.
    Come per i progenitori nell'Eden l'oggetto del peccato fu l'albero della conoscenza, così nel canto la rovina è stata il voler scientificamente conoscere la causa interna, meccanica, materiale della fonazione. Proviamo ad immaginare lo stato primordiale di "grazia" e di "innocenza" di quegli antichi cantori, quattro o cinque secoli fa, che neanche sapevano di possedere delle corde vocali. Per loro non poteva che esistere solo il "fuori", non c'era niente "dentro", neanche potevano immaginarselo. "Gola morta" dicevano. Un po' come i progenitori, che prima del peccato originale neanche si rendevano conto della propria nudità, non provavano malizie né vergogna, e solo dopo si coprirono con le foglie di fico. E così in un certo senso avviene oggi nel canto: ci si vergogna della propria voce, la si camuffa con imposti costruiti, artefatti, finti, la si vuole tenere dentro di sé, ben chiusa e "sotto controllo", non si lascia che essa nasca e si sviluppi libera e VERA nello spazio esterno. Credo sia questo il più grande male del canto, oggi.

    RispondiElimina
  4. Sicuramente tutto vero, poi non c'è nulla di male nel voler approfondire e sapere meglio come funzioniamo dal punto di vista anatomico e fisiologico, ma questa curiosità deve essere relegata agli aspetti informativi, cioè non c'è niente da applicare che già non si sapesse nei tempi antichi grazie alle conoscenze uditive e a quanto si vede esteriormente.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non c'è nulla di male ma a conti fatti ritengo che l'ignoranza su questi aspetti fosse un vantaggio.

      Elimina