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domenica, maggio 29, 2016

L'impulso proporzionato

Studiando direzione d'orchestra nella scuola di matrice celibidachiana, apprendo che il fondamento gestuale del direttore è l'impulso proporzionato, che genera musica. Ogni volta che vedo dirigere e il direttore agita la braccia senza alcuna relazione tra gesto e suoni che scaturiscono dall'orchestra, perdo ogni interesse, sentendo e avendo coscienza proprio di ciò che il grande maestro contestava agli allievi meno impegnati "così abbandoni l'orchestra al proprio destino fisico". Ieri vedevo un'orchestra di giovani diretta da un signore (che non era il loro direttore, quindi scusabile) che "batteva il tempo" senza alcuna relazione diretta, e per l'appunto non potevo non notare quanto i ragazzi suonassero con un istinto fisico ben poco consapevole di quanto realmente avrebbe dovuto avvenire; considerando che l'orchestra è formata da musicisti che devono necessariamente mettere in moto muscoli vari, fiato, dita, finisce che al di là di premere i tasti giusti o mettere quanto fiato necessita, chi la fa da padrone sono proprio i muscoli che impediscono di dosare quanto dovuto, o scattano generando accenti e colpi del tutto fuori luogo. Ma manca la coscienza di questi punti scorretti, e dovrebbe essere il direttore a richiamare l'attenzione e cercare di farli superare. Ma così non è quasi mai.
La premessa però serve a portare l'attenzione ancora una volta sulla voce e sul canto. Noi abbiamo la necessità di far agire la respirazione nel canto così come un torrente sulle pale di un mulino. La differenza sostanziale sta nel fatto che il torrente (così come il vento) non è relativo al mulino, lui scorre in base a quant'acqua riceve a monte. Nel nostro caso invece c'è, ci deve essere, una relazione tra il fiato immesso e l'altezza tonale, il colore e l'intensità del suono che dobbiamo emettere. Si tratta di una relazione non gestibile razionalmente, ma che peraltro dobbiamo in qualche modo controllare. La nostra mente artistica è in grado di imparare operativamente, a patto di non commettere errori bloccanti e metterci, invece, nelle condizioni ideali per favorire l'autoapprendimento. L'errore bloccante più frequente è quello di legare la voce ad aspetti interni agli organi preposti. Pensare al palato (specie quello molle), alla gola, alla lingua, ecc., cristallizza, pietrifica il suono in quella zona, e non saremo mai più capaci di alimentare la voce con il fiato. Si tratterà sempre e comunque di suoni "fermi", statici, sostanzialmente ingolati. La voce ideale non può che essere un processo dinamico, sempre continuamente scorrevole in avanti. In questo senso il paragone con il ruscello è corretto. Dobbiamo porci poi nella condizione di cosa avviene quando cambiamo vocale o nota o entrambe le cose e magari anche l'intensità. Come nella direzione d'orchestra, occorre un impulso proporzionato. Non si tratta, si badi bene, di colpi, di "botte" e soprattutto non si tratta mai di qualcosa che nasce o si sviluppa dall'interno, ma nasce e si muove esternamente. Quindi impulsi morbidi leggeri - pronuncia in parole povere - che si generano esternamente e sulla punta del fiato-suono e che proporzionalmente aumentano o diminuiscono in base ai parametri. Cosa vuol dire, in termini pratici? vuol dire proiettare (ribadisco: da fuori a fuori, non da dentro a fuori) aumentando o diminuendo la portata e il "getto" d'aria-suono, ma mai fermandola, mai bloccandola, sempre promuovendo scorrevolezza, fluidità perché questo è il dato basilare, irrinunciabile di ogni vocalità esemplare.

sabato, maggio 21, 2016

Oltre l'ostacolo

Sarò breve. E' un'osservazione piuttosto semplice. Quando si espira di norma il fiato non incontra alcun ostacolo, riesce agevolmente a uscire senza problemi, e ognuno di noi è pronto, senza alcun pensiero, a riprendere fiato, per poi espellerlo nuovamente... e così via. Il canto è espirazione, quindi perché non avviene la stessa cosa? Quando parliamo non ci avvediamo di far fatica, oggi ho assistito a un politico che ha fatto ben tre comizi in diverse parti d'Italia, e alla fine sarà stato stanchino, ma ha anche parlato per ore, e la voce era ancora buona. Come mai pure questa cosa non avviene nel canto? Perché nel parlato e nell'espirazione spontanea a noi manca LA COSCIENZA! Non ci rendiamo conto di come, quando, quanto lo facciamo. Il canto, essendo una modalità particolare di parlato (intonato) e di espirazione (con costanza e con una "resistenza" costituita dalle seppur deboli corde vocali), ci troviamo in difficoltà perché ci manca la coscienza e la disciplina della voce è prima di tutto acquisizione di coscienza. Uno dei problemi seri da affrontare, è il mettere in sintonia espirazione e voce. Se si parte dal presupposto che l'aria serve a mettere in vibrazione le corde vocali, si è già (pur nella correttezza logica dell'asserzione) sulla strada sbagliata, perché si è sostanzialmente diviso in due parti il "tubo" vocale. E' invece necessario far sì che il "tubo" (una delle felici intuizioni del Garcia) sia - o sia considerato - unico, cioè non distinguere la parte ove agisce il fiato da quella dove si è formato il suono. Se si agisce dividendo, si avrà anche l'erronea percezione della voce che nasce dentro, o, peggio ancora, di andare alla ricerca della vocale internamente, cioè alla base del suono. E' fondamentale, viceversa, raggiungere la constatazione che la voce - la vocale - si forma, nasce, OLTRE il suono (meglio ancora se lo si considera fiato). Se si riesce a entrare in questa logica artistica, ecco che semplicemente la voce salta ogni ostacolo, come avviene per il fiato puro e come avviene per il parlato semplice. Se immaginiamo il fiato-suono come lo zampillo di una fontana dalle labbra, noi dovremo constatare, quando avremo vinto le nostre paure, che la voce più facile, bella, morbida, sonora, si sviluppa dove lo zampillo cade, cioè lontano da noi. Più il suono è alto di intonazione, più lo zampillo dovrà cadere lontano. E' un impegno che specie nei primi tempi darà filo da torcere a tutti, abituati, invece, a chiudere, a trattenere, a far rimbombare dentro, a cercare con i muscoli, con i pensieri, qualcosa che non c'è. Quando si comincerà a raggiungere quel traguardo, si comincerà anche a capire che esiste una condizione per cui si canta come si parla.

domenica, maggio 15, 2016

Ammucchiate musicali

Se da un lato la moderna concezione della musica e del canto vuole il primato di giovani sempre più giovani, che, senza offesa per loro, potremmo definire scimmiette ammaestrate (l'offesa va invece senza esitazione a genitori e soprattutto imprenditori televisivi o di organizzazioni festivaliere inerenti), dall'altro abbiamo il ricorso sempre più frequenti alle ammucchiate.
Alcuni anni fa mi raccontarono che nel duomo di Milano riunirono non so quanti coristi e non so quanti orchestrali per eseguire una mega Messa di Requiem di Verdi. Conosco alcuni che parteciparono come coristi e che mi raccontarono di quella follia, dove non si capiva assolutamente niente. Senza esserci stato io l'avrei detto in qualunque momento senza esitazione che sarebbe finita così. Bisogna essere tonti o in malafede (la seconda che ho detto) per poter pensare di realizzare una cosa del genere. Bel servizio a Verdi. Ma ormai queste vicende sono all'ordine del giorno. Ogni tanto ricevo email di fantasiose organizzazioni che intendono radunare, ad esempio, il più grande coro del mondo (vogliono apparire sul libro dei guinness?) e lo stesso vale per orchestre. Va bene il concetto di divertimento in musica, va bene anche organizzare eventi dove i giovani possono incontrarsi e condividere esperienze e passioni, meglio se musicali, però alla base deve esserci sempre un criterio di dignità e di rispetto per l'arte che si vuole frequentare; viceversa ammucchiare musicisti solo per il gusto di vedere tanta gente assieme finisce per diventare un'offesa, perché è fuor di dubbio che l'ultima cosa a cui si può mirare è la qualità della performance. Mettere insieme persone solo per far numero, senza alcuna selezione o comunque senza alcuna premessa di audizione per dare coerenza e omogeneità, è già assurdo, ma anche se fosse bisogna considerare che i numeri pesano anche, e non poco, sugli equilibri, per cui aumentando il numero degli esecutori gli equilibri nelle varie sezioni, rispetto a quanto scritto sulle partiture, salta; non solo, a un certo punto non esiste più alcun equilibrio, l'acustica non regge più, per cui anche con le migliori intenzioni esecutive il risultato finale sarà sempre e comunque pessimo. Dunque perché farlo? Sempre e solo per una sorta di narcisismo, di apparire, di "esserci stato", come si trattasse di un evento storico. In parte è vero, ma da mettere nel libro nero.

giovedì, maggio 12, 2016

"Parole, parole parole..."

L'ho già scritto e detto tante volte e prima di me il m° Antonietti e chissà quanti altri, non è certo una nostra scoperta, che alla fin fine tutti questi libri, migliaia e forse milioni, sul canto e soprattutto sulla voce, sulla "tecnica" di canto, non servono assolutamente a niente, se non a confondere e a intorbidire le acque. Ci metto tranquillamente dentro anche tutte le parole scritte da me e dal m°, non voglio certo escludermi. La questione è semplicemente che tutto ciò può avere un senso, un significato, una utilità, fin quando ci sarò io, o chi saprà condividere tutto ciò al mio stesso livello, che con l'insegnamento pratico, con l'esempio, con l'udito elevato allo stesso grado artistico, possa dare un significato e innescare negli allievi lo sviluppo, l'evoluzione vocale cui aspiriamo. Chi per diverse ragioni non usufruisce dei miei insegnamenti può trovare nelle parole di questo blog, così come nel libro del m°, degli spunti di riflessione e di orientamento che possono portarlo ad aprire gli occhi rispetto ad altri insegnanti e metodologie, ma nulla più. Qualche giorno fa stavo cercando una certa frase sul libro del Mancini, e l'ho risfogliato un po' tutto. In questa carrellata mi è proprio venuto da dire: quante parole vane! Tutti i libri, i metodi, i trattati, da Tosi a Mancini a Garcia ai Lamperti fino ai più recenti... ma cosa potranno mai dirci, non potendo noi sapere nulla di loro, del loro insegnamento pratico, dei risultati che ottenevano sui loro allievi, e sullo stesso loro canto. Prendiamo per oro colato ogni frase (l'ho fatto più volte anch'io) come se fosse una grande scoperta, o per appiccicarlo lì come un trofeo: anche "lui" diceva questa frase! Salvo, poi, leggendo oltre, trovare che magari diceva anche il contrario... Questi libri sono pieni di contraddizioni e se da un lato troviamo una frase che ci conforta in un pensiero che condividiamo, ne troviamo altri che non comprendiamo e che si discostano considerevolmente. Quindi qual è il senso di cavalcare tutta questa letteratura, considerando che alla fin fine nessuno ne sa ricavare alcunché? Esiste l'eccezione. Quest'eccezione per me è stata incarnata proprio dal m° Antonietti (così come lo è stato per il m° Celibidache), che avendo avuto intuizioni profonde importanti, è riuscito (dopo, però, aver conquistato praticamente l'arte vocale) a scoprire tra le righe di questi trattati ciò che non appare così scontato e superficialmente. Me ne accorsi anni fa quando rileggendo qualche paragrafo del Garcia, trovai quasi per caso alcune parole cui non avrei mai dato particolare peso se non avessi avuto l'"imbeccata" di quanto aveva detto il m°. Lui l'aveva visto, io no, e come me migliaia di persone che l'hanno letto. Lo stesso vale per molte altre parole o frasi, prese da altri trattati o dai libri di anatomia e fisiologia. Per la maggior parte degli utenti sono concetti che potremmo definire "convergenti", cioè di univoco significato, quello scontato, di natura scientifica. Per un maestro c'è un pensiero "divergente", cioè altri significati ben più profondi e "laterali" che si ricollegano a una rete di pensieri che realizzano un'unità; ma quest'unità bisogna già averla conquistata empiricamente e nella coscienza; ciò che può mancare sono i concetti razionali, cioè le modalità di espressione verbale. E' così che è nata una scuola vera, dove il cerchio è chiuso. Dopo ogni esperienza di successo con i miei allievi, il mio pensiero è: ma come avrà fatto?? Alla semplicità dell'azione didattica, fa riscontro una tale ragnatela fitta di collegamenti con altri elementi d'ogni genere (dal filosofico, all'antropologico, all'anatomico, allo psicologico, ecc.) che ancor oggi a me sembra impossibile che sia riuscito a risolvere. E' come aver capito come è fatto realmente l'universo, la sua equazione, ma anche l'equazione della vita. Quando ero studente e lui si profondeva in meravigliose dissertazione filosofiche, a mia volta mi entusiasmavo a parlarne con i miei amici, che puntualmente mi rinfacciavano l'assurdità che un maestro di canto, una persona di modesta cultura e di una materia "modesta" come il canto, potessero dar vita a concetti filosofici di rilievo. E allora mi sovveniva una sua poesiola: "E' tanto dolce vagare nel vero, quanto è amaro vagarvi da solo."

venerdì, maggio 06, 2016

In sintesi

Riassumendo: il principio base è che la nostra voce naturale ci permette di parlare e di cantare spontaneamente a un livello "casalingo"; qualcuno più fortunato, diciamo così, può arrivare ad esibirsi anche in arie operistiche, ma con un modesto livello artistico ed è fatalmente destinato a durare poco; quando si vuole elevare il canto ad arte, il nostro corpo si oppone perché l'istinto di conservazione e perpetuazione della specie non contempla le arti nel proprio programma e quindi ci ostacola con vari mezzi. Quindi lo studio del canto necessita di una disciplina che inganni l'istinto e crei, invece, necessità, esigenze che portino l'istinto a contemplare anche il canto nel proprio funzionamento, giungendo quindi a non dover più affrontare la sua opposizione e reazione. La prima strada da percorrere è quella del parlato, che deve essere migliorato nella qualità, nella pronuncia e ampliato nell'estensione. Questa strada però trova opposizioni e dubbi tra chi inizia e chi guarda da fuori. Alcuni dubbi sono sciocchi, anche se comprensibili, altri possono essere presi in considerazione. Certamente bisogna considerare che il parlato normale è prodotto a "cellule" cioè manca di continuità, che è la caratteristica del canto. Peraltro il parlato si svolge al di fuori della bocca, mentre appena si accede al canto si tende fatalmente a introitare la voce (senza contare che pressoché tutti gli insegnanti vogliono lavorare sull'interno, perdendo immediatamente la strada verso la vera e unica possibilità evolutiva), quindi occorre un secondo mezzo, dopo o/e insieme al parlato, per educare il fiato e la voce, e questo è il soffio, o alito, come ho scritto nei post precedenti. Un consumo rilevante di fiato è indispensabile, nella prima fase, per raggiungere quella condizione di tubo "vuoto", di flusso costante e di assenza di spinta che contraddistingue questa modalità. La percentuale di aria all'interno del suono, che talvolta può essere necessario emettere, si riduce sensibilmente nelle lezioni successive fino ad azzerarsi, ma a quel punto si sarà realizzata un'esigenza per il nostro corpo, che quindi accorderà maggiore disponibilità respiratoria al canto (se non si tornerà a spingere e a bloccare il flusso) e anche l'istinto già avrà di molto diminuito la propria influenza. In un tempo non lungo, se le lezioni procederanno con una certa regolarità e impegno, si arriverà anche a poter percorrere l'intera estensione senza dover ricorrere ad alcun mezzo particolare per "ricucire" le due modalità meccaniche, perché si sarà creato (o per meglio dire ricreato) quel sostegno respiratorio che consente alle varie componenti lo strumento musicale di entrare in azione in modo graduato e interagente, e non a scalini e indipendenza. In fondo bastano queste due semplici regole per poter raggiungere una valida base vocale. Tutto il resto non solo è noia, ma anche fuffa; ma fosse fuffa e basta, cioè cose inutili, vuote, aria fritta...; è qualcosa di velenoso, di patologico, di antivocale, di marcio, nei casi peggiori. Che ci possiamo fare? Il rinsavimento generale non credo sia previsto, al momento.

martedì, maggio 03, 2016

"Volare, oh oh!"

Se noi soffiamo, dove concentriamo la nostra attenzione nel regolare il flusso? sulle labbra. Sentiamo che si stanno svuotando i polmoni, e avvertiamo un rientro della pancia, ma non abbiamo percezione di un punto base da cui proviene il fiato e che possiamo regolare; tutto avviene sulle labbra. Lo stesso avviene nel fischio. Solo quando si sta esaurendo il fiato, per poter immettere aria di riserva, facciamo pressioni in varie zone del busto. Quando cantiamo abbiamo l'assoluta necessità di riprodurre lo stesso percorso e sostanzialmente la stessa procedura. Il fatto che non sia aria, o solo in piccola parte, ma voce, non cambia i termini della questione. Noi ci dobbiamo convincere che il fiato divenuto suono non si deve bloccare a livello laringeo. La nostra impressione deve essere assolutamente la stessa di quando soffiamo. E' vero che il fiato diventando suono rallenta, perché aumenta la densità, ma non siamo noi che dobbiamo rallentare o addirittura frenare il flusso, è una condizione naturale e fisica, PERO' attenzione a quanto sto per scrivere: se io controllo il flusso dalle labbra e lo faccio scorrere senza freni e rallentamenti, ma anzi con celerità, io avrò un controllo totale sull'intero flusso, aria + suono, come se fosse un fluido unico in un unico tubo. Se provo a controllare il fiato da sé, andrò a produrre ipo o iper pressione, mai perfettamente bilanciata, e dunque avrò pressione sottoglottica o ipopressione e dunque stonature e difetti vari. Sotto questo punto di vista, consideriamo quanto non solo inutili ma decisamente controproducenti risultino esercizi di tecniche respiratorie che portino a dilatare i polmoni, a rinforzare muscolatura respiratoria per poi non solo non dover "spingere", "premere" o, peggio, come diceva Celletti, "strizzare letteralmente" i polmoni, ma lasciare andare il fiato, permettergli di scorrere e fluire tranquillamente, senza dighe, senza ostacoli, senza freni, rallentamenti, frizioni o altra procedura tesa direttamente o indirettamente a impedire tale esercizio di libertà. Chi provi a lasciare che la voce spanda liberamente come un soffio, proverà libertà ma anche paura e imbarazzo, perché la libertà, quando la si prova, mette paura! sembra che la voce possa sfuggire al nostro controllo, al nostro dominio, come se avesse una volontà propria, come se volesse staccarsi da noi e vivere indipendentemente da noi. In realtà è così, ma con una differenza importante: noi possiamo controllarla semplicemente con la volontà, ma non una volontà attiva, impositiva, possessiva e di potere, ma subliminale, affettiva. Non si tratta di "dominare" la voce, ma di lasciare che essa possa dare il meglio di sé, e non sono "IO" a poterlo fare o imporre, è il mio pensiero profondo ad agire autonomamente e meglio di come io potrei mai pensare di fare razionalmente.
E' impossibile spiegare come un flusso dinamico come il fiato, che termina la sua corsa sulle corde vocali, producendo un suono che di per sé ha un movimento dinamico anche maggiore di quello aereo ma non muove l'aria ma si trasferisce all'interno di essa, possa inglobarsi in un'unico fenomeno che percepiamo come un unico flusso. Però è così. Ora la cosa che mi fa disperare è pensare che una azione così elementare, come "cantare come soffiare", venga controbattuta da una miriade di tecniche come "alza il palato", "schiaccia la laringe", "alza la lingua", "metti su", "premi giù", "allarga qui", "tira là", ecc. ecc., tutte cose che sa benissimo chiunque sia capitato in mano almeno al 90% degli insegnanti di canto. La disperazione mia, empaticamente con tutti i giovani che studiano canto, è che non hanno pressoché alternative! Gli insegnanti non hanno alternative! Questo sanno, questo insegnano. In buona e in cattiva fede. Onesti e disonesti. Rimangiarsi tutto, rimettere in gioco tutto ciò che hanno appreso (anche se non capito), è un'operazione tanto rara quanto di impegno esorbitante, soprattutto psicologico, ontologico. Questa mia non è una scuola utopistica, ma è isolata, relegata, come tutte quelle scuole che in qualche modo si richiamano a questi valori. Chi vuole avvicinarsi a questa disciplina lo fa per un'elevazione personale. Non è una superiorità, è una scelta interiore, che esclude l'esteriorità. A volte sono combattuto tra mettere in guardia verso "quelle" scuole, o la mia !!! (o come la mia).
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