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martedì, gennaio 10, 2017

La sintesi evolutiva

Cerco di sintetizzare un insieme di riflessioni sul tragitto che porta un essere umano ad acquisire una vocalità artistica. Come ho scritto soprattutto negli ultimi mesi, noi dobbiamo entrare in una logica di evoluzione, cioè riconoscere la possibilità che l'uomo possiede di elevare o comunque sviluppare una funzione già posseduta ad un livello superiore a quello necessario per vivere e sopravvivere. Questa funzione in alcuni soggetti può già essere molto sviluppata (la definiamo talento, fortuna, dote, privilegio...), ma il soggetto non ne ha coscienza, non ne ha controllo e dunque non sarà in grado di recuperarla nel caso subisse depauperamento, e non è in grado di insegnarla, appunto perché fuori dal suo controllo. Viceversa noi dobbiamo parlare di uno sviluppo che non solo provoca un sensibile miglioramento, ma che si pone al limite delle possibilità di quel soggetto, esso ne prende piena coscienza e controllo e è perfettamente in grado di educare altre persone perché egli è a conoscenza dei fondamenti e del tragitto che necessita l'acquisizione di quella funzione, che è entrata nel novero dei sensi. Orbene, l'uomo è un essere vivente molto evoluto ma, rispetto ad altri esseri, non tutto il suo corpo e la sua mente si sono evoluti proporzionalmente. Il fiato di un essere umano è sostanzialmente uguale a quello di molti animali, tranne per un particolare: consente di alimentare suoni per produrre fonemi articolati, cioè il parlato, un canto modesto ma in alcuni casi anche di una certa qualità. Il parlato, la parola, si può considerare unitamente alla porzione respiratoria che lo consente, una evoluzione umana rispetto ad altre forme di vita animale. Il grido no, è una forma involuta, e lo è, coerentemente, anche l'azione respiratoria che permette quello e non altro. Pertanto noi possiamo dire che l'azione disciplinare per arrivare al canto esemplare, riguarda in primo luogo l'estensione dell'azione respiratoria che avviene spontaneamente nel parlato a tutta la gamma vocale di cui gode il soggetto (mediamente circa due ottave); in questo modo lo spazio occupato dal grido si trasformerà in qualcosa di assai più piacevole, espressivo e comunicativo. Naturalmente questo è l'inizio. Noi vogliamo non solo una voce che possa piegarsi espressivamente, ma che possa far musica su questa ampia estensione, e che possa rendersi udibile nel più ampio raggio possibile, senza per questo rinunciare alle qualità di bellezza, ricchezza, espressività, ampiezza cromatica e dinamica. Perciò occorre un ulteriore passo evolutivo, cioè rendere il parlato il più raffinato e eloquente possibile, cioè in grado di esprimere senza effetti, enfasi ed esagerazioni, tutti i moti dell'anima, tutti gli affetti che una parola, una frase, un testo può possedere intrinsecamente onde trasmetterlo parimenti all'animo di chi ascolta. A questo dovrà aggiungersi il melisma, la melodia, l'allungamento vocale, vale a dire quegli ulteriori movimenti della coscienza che la musica può infondere nell'anima per trasmettere quell'ulteriore passo che la parola trova limiti ad esprimere. La consapevolezza di questi passi è un cammino davvero arduo da affrontare, anche al solo pensiero, e dobbiamo anche considerare che non ha ricompensa, se non la vittoria del nostro spirito, la gioia intima di una conquista solitaria.
Se una persona scala una montagna impossibile, e lo fa in solitaria, e senza alcuna forma pubblicitaria, nel momento in cui giunge in vetta, avrà solo la propria soddisfazione. Nessuno lo sa e lo saprà mai. Dobbiamo porci in questa situazione, però si possono aprire prospettive, cioè aiutare gli altri a raggiungere questa stessa nostra capacità, cioè consentire al nostro e all'altrui spirito di manifestarsi e arricchirsi, ma non materialmente e nemmeno con i consensi. Sotto un certo punto di vista potremmo dire che "non serve a niente". Ho presente Sergiu Celibidache che durante una lezione di direzione d'orchestra, dopo aver fermato un allievo che non dirige a dovere, si mette a girare le dita lentamente come la ruota di un criceto, dicendo, grosso modo: "a che serve tutto il nostro impegno? funziona anche così..."; per significare che l'orchestra tanto suona lo stesso, cosa stiamo a puntualizzare, a romperci il capo per ottenere sottigliezze che ben pochi coglieranno (con le orecchie, con la coscienza vigile, ma spesso con l'intuito sì). Ma "tu" alla fine come ti sentirai, se sai cosa doveva succedere, cosa avrebbe dovuto succedere e tu non hai fatto in modo che succedesse? E' solo coscienza, e secondo alcuni studiosi, la coscienza è creatrice dell'universo. Entriamo in sintonia con esso, giacché noi siamo musica e tutto l'universo è musica.

4 commenti:

  1. SALVO4:23 PM

    A mio modesto parere penso che questo post sia tra i più belli che hai scritto... Raccoglie e sintetizza esaustivamente quello che sento dentro di me quando canto o sento cantare artisticamente. A volte sono stato applaudito per la mia voce, ma dentro di me non mi sentivo soddisfatto... quando canti artisticamente la parola scorre veloce, limpida, appagante soprattutto per te stesso. E' sentirsi ricchi di un'energia interiore che ti fa vagare senza vincoli, senza zavorre, finalmente libero! Leggero come l'aria che arriva ovunque, pertanto hai bisogno solo e unicamente di "sentirti parte integrante" di questo universo. La parola "eletta" è l'unico atomo che può far generare e levitare il canto sul fiato, nel fiato, col fiato. In fondo siamo fatti da atomi, ma spesso non ce ne rendiamo conto. Ogni singolo atomo che ci compone è un universo... il canto artistico, la musica, i suoni, sono universo. Tutto ciò che "spreca atomi d'energia", che sforza, che tira,che pesa, che spinge, non può elevarsi ad arte... pur facendo parte dell'universo.

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  2. Dici bene, la parola è energia; è un contributo reciproco che fiato e parola si scambiano per raggiungere quella comunicazione profonda che nella società tende a mancare sempre più, e che la nostra arte aiuta a recuperare. Grazie!

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  3. L'Universo è musica basta saper ascoltare!

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  4. Anonimo4:06 PM

    E' molto interessante, l'idea di un viaggio intimo, che però si può anche condividere, ma è un esperienza decisamente propria, se ho capito bene.
    Il grido, sì è chiaro, il "falsetto" è il grido e bisogna saperlo governare, con fiato e risonanza, in una forma musicale ed eufonica, vuoi per lo stile più tipicamente eufonico della lirica che altri come il rock o Broadway (ovviamente escludendo al momento chi semplicemente urla tirando su il pieno spessore di corda). Però mi chiedo se il grido è solo falsetto. Non so se si distingue sottilmente dall'urlo per il dover essere più penetrante ed udibile a distanza. Però di per sè si possono fari suoni penetranti ad alta intensità proprio in "parlato" o petto, anzi il portarlo in zona dove più leggerezza è opportuna lo rende gridato. Per contro il falsetto a molti esce tipicamente flebile, non gridato. Per grido in falsetto "rozzo" viene più da pensare ai pastori, con le pecore, ai richiami per animali, dico questo a titolo illustrativo, ovviamente :).

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