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martedì, marzo 31, 2020

"Questa non è musica"

Faccio una pausa nell'infinita sequenza di post sull'arte del canto per dedicarmi a un tema più generale, ma non meno importante, cioè "la Musica".
Lasciamo stare cos'è la musica; è un argomento prettamente filosofico che non si può e non si deve provare a definire, anche se possiamo arrivare a comprenderla in modo indiretto. La questione riguarda invece le tante persone che si affannano a inveire su alcuni brani o alcuni generi, definendoli "non musica". Persino un grande direttore d'orchestra, che dovette rifugiarsi negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale e poi vi risiedette per tutto il resto della vita, ebbe a dire parole sprezzanti sia sulla musica contemporanea (quindi anche su molti suoi coetanei e anche colleghi) che sul Jazz, che lui non considerava musica. Ma capita normalmente che chi si occupa di un particolare genere o ne disprezzi altri, o li consideri non da lui o lei compresi. Poi ci sono i "qualunquisti" che dicono che tutta la musica è bella, oppure o è bella o è brutta. Molti altri, più accortamente, dicono "mi piace" o "non mi piace". Insomma, le persone più focose e dialettiche tendono a dare giudizi, quelle più tranquille, o magari meno coinvolte, a globalizzare. Alla radice di questa situazione c'è una diffusa ignoranza, avvalorata da un insegnamento inesistente. Anzi, molto peggio, da un insegnamento che c'è ma non risolve le lacune ma le approfondisce. Ormai insegnare musica significa il gossip storicistico oppure la morfologia, salvandosi solo un po', per chi lo fa, un po' di esecuzione, peraltro senza criteri. Ho avuto, negli anni, diverse possibilità di parlare di musica con bambini e ragazzi, e ciò che è sempre scaturito è stata una grande disponibilità, ma una totale ignoranza. Con queste premesse tutto ciò che può scaturire è il disinteresse per la musica, la discussione sterile e imperniata su opinioni personali senza strutture. La musica è UNA, i generi possono essere infiniti, ma questo non conta, è appunto una scelta personale, che però può essere almeno parzialmente superata. Se però mancano le basi per avere coscienza di cosa è o di cosa può essere considerato musica e cosa no, ogni discussione lascia il tempo che trova.
Cominciando dall'inizio, noi dobbiamo superare prima di tutto un equivoco. I suoni non sono musica.
In natura i suoni non esistono, o solo occasionalmente; in natura esistono rumori, che possono anche essere molto belli, affascinanti, interessanti. Il vento tra le foglie, il "ribollir" del mare o il fruscio di corsi d'acqua, grilli e cicale... (che peraltro a molti possono anche risultare fastidiosi). Qualche forma di vita emette suoni, per ragioni di richiamo amoroso. Qual è la differenza tra rumori e suoni? I primi sono vibrazioni IRREGOLARI, i suoni invece sono vibrazioni REGOLARI. I rumori pertanto hanno limitatissime possibilità di elaborazione. Con essi non si può fare musica. Si possono organizzare e possono anche essere di aiuto in un brano musicale (tamburi, grancasse, piatti, tam tam e decine di altri strumenti), ma non possiamo considerare musica una composizione basata esclusivamente su rumori. Come dicevo, però, neanche i suoni possono dar vita a un brano di musica se non sussistono determinati criteri. Per entrare più nello specifico, dobbiamo porci la domanda: "cos'è un brano di musica?" E' una domanda molto più semplice e abbordabile rispetto a "cos'è la musica". Un brano musicale è infatti qualcosa di più approcciabile, avendo dimensioni limitate e con spiccate caratteristiche. Un brano può essere una canzone, anche una canzoncina, un motivetto chiuso, un canto di chiesa, un inno, un movimento di sinfonia, un brano d'opera o un intero atto d'opera e persino una intera sinfonia o opera, un brano jazz, ecc. ecc. ecc. Prendiamo ad es. un motivetto ben conosciuto: "tanti auguri a te". Ebbene, nonostante le sue dimensioni minime, può essere musica. Perché dico: "può essere"? perché il brano ha una sua potenziale identità musicale, ma per poter arrivare a essere musica deve essere eseguito con i giusti criteri. La musica nasce e muore, non esiste sulla carta o nelle menti, deve essere eseguita. Quindi un brano può essere musica nelle intenzioni, ma non diventarlo perché eseguito male, o non esserlo già in premessa perché l'autore non ha saputo "coltivare" la sua idea.
Non ho usato a caso il termine "coltivare". Nella musica è necessario che ci sia un "seme". Un seme è un'idea musicale. Un seme è potenzialmente una pianta, ma perché arrivi ad esserlo ci vogliono una serie di requisiti: il clima, la fertilità, l'acqua, il sole, i parassiti, il concime, ecc. Se il seme non casca nel posto giusto, o non nasce o potrà arrivare fino a un certo punto e poi morire. Nella musica succede altrettanto. Se il compositore ha un'idea ma non sa gestire il suo seme-idea, mancheranno le ragioni esistenziali affinché il seme germogli e dia luogo alla pianta-musica.
Ma quali sono le ragioni esistenziali affinché il seme dia luogo a una musica? Il brano musicale deve poter INTERESSARE chi ascolta, cioè una persona umana. E cos'è che interessa una persona? Ritrovare sé stesso. Perché quando ascoltiamo un brano qualunque, c'è un punto, un motivo, un tema, che ci "acchiappa" di più, che ci piace, ci interessa, e ci fa piacere ascoltare anche più volte? Perché lì noi ci riconosciamo, quel tema o inciso o motivo, siamo noi. E non per niente l'autore, che potrà usare anche più temi all'interno di un brano, tornerà più volte su quel tema, anche spezzettandolo, occultandolo in parte, ecc.. Ma questo non basta assolutamente per dar vita a un brano. Una volta "affezionati" al tema, occorre che il brano abbia una VITA. Affinché noi possiamo parlare di un brano di musica, esso deve avere una vita, altrimenti sarebbe un brano "morto", per l'appunto, non avrebbe ragioni di esistere. E il brano non può essere un susseguirsi di motivi o, peggio, di note! Occorre un filo che leghi l'inizio e la fine di un brano. Ma questo filo non è solo un'astrazione, un concetto, ha un nome e deve trovare riscontro nella tessitura del brano, lo devono riconoscere l'autore e l'esecutore, nonché, seppur inconsciamente, l'ascoltatore. Questo filo si chiama TENSIONE. L'autore gioca con la tensione, come uno scrittore di un thriller o di un giallo. Si rende conto, se conosce il proprio mestiere, che ad ogni minuto che passa l'interesse può scemare, e quindi deve mettere in campo degli elementi che modifichino la tensione. Se la tensione è alta dopo un po' l'ascoltatore o ritiene che il momento sia troppo ansiogeno, e quindi smetterà di seguire, se la tensione è troppo bassa si addormenterà, se si alza e si abbassa senza un filo logico annoierà comunque. Quindi ci dovrà essere un progetto più o meno consapevole che renderà interessante tutto lo svolgimento. Come fa il compositore a gestire la tensione? Mediante il materiale che ha a disposizione: ritmo, melodia, armonia. Questi tre elementi hanno anche una storia. Possiamo dire che il ritmo è legato all'alba dell'umanità e alla sua infanzia. la melodia è "l'io", il sè, e riguarda la fascia giovanile, prepuberale, e il medioevo, l'armonia riguarda la fascia più matura dell'uomo, quella sociale e più moderna dell'umanità. Ma li ritroviamo anche negli stadi conoscitivi. Una persona che non va oltre lo "zump zump zump", sotto un certo punto di vista è un po' "preistorico"; chi coglie solo la melodia è un po' più evoluto , ma coglie più che altro l'aspetto personale, l'io (se non l'ego), e non ancora il "noi" contenuto nell'armonia. Quindi il compositore dovrà gestire la tensione agendo su questi tre parametri per innescare CONTRASTI laddove vuole aumentare la tensione (quindi ritmi disuguali, ad es., oppure salti melodici poco usuali, oppure armonie dissonanti), o diminuirla con metodi opposti. Tutto ciò ancora non basta, anzi, manca proprio il meglio! Anche così a un certo punto ci si annoierebbe e tutto verrebbe meno. Il brano musicale deve puntare a qualcosa, deve vivere per qualcosa, deve avere una direzione. Torniamo al romanzo giallo. E' possibile che la soluzione di un crimine avvenga dopo poche pagine? che senso avrebbe? Allora il giallo è un susseguirsi di "tentativi", di misteri, di indizi, prove, che porteranno il protagonista a sciogliere il mistero poco prima della fine. Quel momento è il punto di massima tensione, che poi si scaricherà nel poco tempo rimasto per la conclusione. Così capita anche nel brano musicale: ci sarà un punto di massima tensione, detto Punto Massimo, o Climax, che arriverà in un punto nella seconda parte del brano, che però sarà seguito ancora una volta da...? Il tema! cioè noi.
Attenzione, questa non è una "formuletta" con cui si può costruire un brano musicale. Se manca la coscienza e se manca la CONTINUITA', avremo comunque un brano fallimentare. La frase fondamentale è "LA FINE CONTENUTA NELL'INIZIO". Cioè fin dall'inizio, procedendo, noi dobbiamo avere cognizione che il brano ha una direzione, "punta" a un polo di attrazione, e non procede a scatti, a ondate. E questo dovrebbe essere il primo requisito richiesto a un esecutore, che dovrebbe saper riconoscere il tessuto tensivo ed essere in grado di metterlo in evidenza. Se non sa questo può condannare un brano, o renderlo comunque indigesto.
Siccome ho già scritto molto, mi fermo, e valuterò se fare altre precisazioni, eventualmente rispondendo alle osservazioni di chi avesse voglia di farne.

domenica, marzo 22, 2020

La "non" respirazione

Si impara persino da sé stessi! Ieri riordinando un po' di file nel pc, ho trovato un mio video di parecchio tempo fa, che non so nemmeno se ho pubblicato, dove parlo, tra l'altro, della respirazione vocale. Non ricordavo di aver prodotto questo video dove dico una cosa piuttosto importante e che non credo di aver scritto o detto successivamente, perlomeno in questi termini. In pratica ciò che ho detto è che quella per cantare non è e non è opportuno definire "respirazione", perché la respirazione è unicamente quella che pratichiamo istintivamente per la nostra vita fisica. Per cantare a noi serve un'ALIMENTAZIONE aerofona. Tre, quindi, possono essere gli utilizzi dell'aria che inspiriamo: scambiatore gassoso, sostegno del busto e torchio addominale, alimentazione vocale. In ognuno di questi atteggiamenti abbiamo diverse conformazioni fisiche e fisiologiche. Naturalmente la prima necessità è prioritaria e non può essere minimamente compromessa; nella seconda questo pericolo non c'è, essendo anche un'esigenza del nostro corpo, pur non prioritaria, nella terza, che è quella che ci interessa maggiormente, invece sì, o perlomeno è ciò che teme il nostro istinto ed è per quello che ci pone difficoltà. In teoria potrebbe essere una normale espirazione, ma essendo coinvolti in modo importante la laringe e vari muscoli respiratori, senza contare il tempo di espirazione, che è molto più lungo di quello comune, l'istinto si allarma e si ribella temendo una commutazione del suo funzionamento per qualcosa che non ha motivi straordinari per richiederla. In ogni modo pur considerando che la respirazione ha luogo regolarmente, quindi nulla del nostro funzionamento vitale viene messo a repentaglio, chi canta deve considerare che il ciclo che mettiamo in movimento è di tipo alimentante, a due fasi: la prima fase è meccanica, e genera la vibrazione delle c.v. e di conseguenza la produzione di un suono (anonimo), la seconda fase riguarda la produzione, mediante questo suono, di un parlato, cioè di una qualificazione articolatoria di un modesto suono. E' questa la fase più difficile, impegnativa da realizzare, perché mentre la produzione del suono è relativamente facile, alla portata di tutti, nessuno può vantare una respirazione evoluta a questo livello se non l'ha conquistata tramite una disciplina mirata. Occorre pensare che ciò che emettiamo quando vogliamo cantare non sia "voce", quindi un prodotto che forse molti reputano materiale o comunque con una densità e uno spessore degni di nota, ma aria, un elemento finissimo, inconsistente, leggerissimo, che può scivolare e correre lontano portando la voce. La voce intesa però nel suo significato completo, cioè suono che si è arricchito immensamente della conoscenza umana tramite la parola. La parola non è solo una conformazione del suono, come forse molti sono indotti a credere, ma è qualcosa che viene filtrata ed elevata dal nostro spirito. Un pezzo di creta che diventa una statuetta, non è più un pezzo di creta, ma si è elevata per l'informazione conoscitiva che vi ha impresso uno scultore; la parola già si innalza di molto rispetto a un suono per il semplice fatto che è diventata parola; se diventa anche canto può vantare un indice conoscitivo enorme, ma quando questo elemento diventa purissimo, cioè trascende (dicendolo alla Husserl) la fisicità, allora potremmo definirla parola sacra, che non si rivolge più solo ai nostri timpani e al normale nostro comprendonio comune, ma parla direttamente col nostro spirito. Questo, fortunatamente o meno, succede anche quando non si raggiungono queste vette, se no non potremmo nemmeno ipotizzarne l'esistenza, ma si tratta sempre di un messaggio tratteggiato, incompleto, balbettante, offuscato.
E' l'aria che vi sta intorno che diventa parola cantata, e voi dovete solo darle l'avvio e il carburante per farla vivere.

mercoledì, marzo 18, 2020

Mario Basiola

Per esaudire le richieste di fare nuovi post, inserisco un breve commento relativo al grande baritono Mario Basiola. Nato nel 1892, studiò con Antonio Cotogni al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma (quindi la grande scuola romana). Cotogni fu un cantante storico, ammirato da Verdi, e insegnante di alcuni grandissimi cantanti, tra cui Giacomo Lauri Volpi. Ascoltando Basiola si nota la pressoché totale mancanza di qualsivoglia interessamento della gola. E' un bel parlato morbido e "fuori", ma decisamente di timbro baritonale. Sono interessanti gli acuti, molto avanti, e soprattutto il legato straordinario, con un uso magistrale dei fiati. Consiglio l'ascolto di "a tanto amor" dalla Favorita, "cortigiani" dal Rigoletto e "Raccoglie e calma" dal figliuol prodigo di Ponchielli. Non ci sono tantissime registrazioni, e sono soprattutto legate a due periodi: il 28-29 e il 34-35. Nelle prime si nota un timbro più chiaro, più parlato, un po' meno omogeneo con acuti molto squillanti; nelle seconde un legato e una omogeneità straordinarie, però un parlato a tratti un po' "biascicato", non impeccabile, e gli acuti meno presenti e squillanti. E' comunque un cantante esemplare, piuttosto "moderno", cioè segue il testo senza lasciarsi andare a rallentamenti e corone infiniti, puntature inventate ecc. Credo che il suo punto debole sia stata la paura di perdere l'omogeneità utilizzando un parlato troppo scandito, ma nei recitativi si sente che sapeva usarlo magistralmente. Vi posto un paio di esempi poi se volete potete trovare qualcos'altro su youtube o su siti dedicati a cantanti del passato.



giovedì, marzo 12, 2020

i passaggi infiniti

Dal punto di vista fisiologico comune, l'uomo è strutturato con due registri vocali fondamentali. Non importa come si chiamano, l'importante è non soffermarsi sull'ipotesi che uno si chiami "petto"perché risuona nel petto e l'altro "testa" perché risuona in testa. Questi sono dati secondari che non riguardano l'educazione vocale. I cosiddetti registri ci interessano in quanto richiamano due diverse configurazioni delle corde vocali. Come ripeto, a livello comune le configurazioni possibili sono solo due; la cosa particolare e interessante è che esse sono SOVRAPPONIBILI, cioè è possibile eseguire molte note in uno o nell'altro atteggiamento delle c.v., però è evidente che il primo registro riguarda in particolar modo il settore centro-grave (atteggiamento di c.v. "spesse", nella parte centrale), e l'altro il settore centro-acuto (atteggiamento di c.v. "sottile" principalmente sul bordo). Altro dato fondamentale, è che sono entrambi importanti ed è sbagliato dare minore importanza all'uno o all'altro. Se i registri fondamentali sono due, nella Storia si sono create confusioni a causa della terminologia, ma anche perché esistono altre possibilità di ottenere suoni che però non possiamo far rientrare nella logica dei registri. Mi riferisco ad esempio agli armonici, molti dei quali possono avere consistenze non esigue e quindi essere confusi con i fondamentali, oppure ai "fischi" che qualcuno può ritenere ancora appartenenti al registro sovracuto. Se l'educazione vocale può passare attraverso un uso singolo e ordinato di ciascuno dei due registri, l'evoluzione comporterà l'abolizione di ogni confine e di ogni specificità, per raggiungere una omogeneità perfetta. Alcuni pensano che per omogeneizzare la voce basti... non pensarci. E' un'illusione, anche se alcune persone particolarmente dotate hanno fin da subito una capacità straordinaria di armonizzare il centro con gli acuti. Ciò non deve significare che basta "fregarsene" della questione, ma al contrario prenderne coscienza ed esercitarsi sempre con il dovuto impegno. I registri disgiunti esistono in quanto è la nostra respirazione che li tiene in vita così. Chi non avverte una divisione è perché ha una respirazione privilegiata, indirizzata a un canto di alto livello, che però non significa avere già una respirazione artistica; l'istinto non sopporterà a lungo un utilizzo così straordinario del fiato senza che esso sia stato disciplinato, e col tempo creerà problemi sempre più macroscopici. Purtroppo questo è ciò che capita proprio ai "talenti", che pensano (o a cui viene fatto credere) di avere già tutte le carte in regola per fare una lunga importante carriera. Ma prima o poi dovranno farci i conti, che spesso... non torneranno.
Dobbiamo aggiungere un piccolo tassello. Mentre nei maschi ci sono gli evidenti due registri e quindi nelle scuole "tecniche" si insegna a passare da un registro all'altro con determinate manovre, nelle donne la cosa suscita più confusione. In moltissime scuole vige la credenza che il passaggio si debba fare circa un'ottava sopra i tenori, che per la scrittura abituale della parte dei tenori un'ottava sopra in chiave di violino, a qualcuno può sembrare la stessa. Quindi se i tenori passano sul fa3, che nelle parti di tenore è sul quinto rigo, molte pensano che il loro passaggio sia egualmente lì, che però è il fa4. Questa è una sciagura, per due motivi: intanto per la donna in quella zona non esiste nessun passaggio, in secondo luogo se esiste qualcosa, di cui ora parlerò, non è certo sul fa4. Intanto ribadisco che la zona dove i due registri si "incontrano" più opportunamente, per maschi e femmine, è nella zona compresa tra il Re e il Fa3, quindi un'ottava sotto quello che pensano molte donne e molti insegnanti, maschi o femmine che sia. C'è però una particolarità che riguarda principalmente le donne, e cioè che sul Re4 E NON OLTRE, c'è un punto particolare, di cui bisogna tener conto. Non è un passaggio, perché non esiste un altro registro, cioè una diversa configurazione delle c.v., ma il registro superiore non può più sovrapporsi con quello inferiore, cioè resta individuale, e questo richiede un po' più di energia. Per cui per un certo periodo può essere necessario prendere dei provvedimenti per affrontare questo punto, e quindi comportarsi COME SE fosse un passaggio, ma avendo coscienza che non lo è, e col tempo non ci sarà più necessità di alcun pensiero particolare. Proprio perché non è un passaggio, è un punto uguale per tutte le classi femminili, quindi il Fa4 è da considerarsi alla stregua di un passaggio per contralti, mezzi e soprani.
Ci sono alcune conseguenze relative al fatto che questa situazione non è nota o è particolarmente confusa. La più diffusa è che sia necessario per tutta la carriera fare un "passaggio" di registro, cioè provocare mediante delle manovre o atteggiamenti vocali particolari, un passaggio dal registro inferiore a quello superiore (mentre è molto meno preso in considerazione quello inverso); questo riguarda quasi esclusivamente il mondo maschile. L'altra altrettanto diffusa, che riguarda invece preponderantemente il campo femminile, è di non attaccare se non per assoluta necessità il registro inferiore, ma di utilizzare solo quello superiore. In questo senso, molti pensano che il registro di petto nelle donne non sia veramente un registro ma un atteggiamento pericoloso, mentre i due registri siano quello centrale fino al Re o Fa 4 e poi quello acuto. Come s'è detto, invece, esiste un solo registro che riguarda dal centro fino agli acuti e uno centro grave. La confusione è in gran parte dettata dal fatto che nelle donne il registro inferiore è alquanto limitato, perlomeno in campo lirico, mentre in altri stili musicali è utilizzato anche al 100%. Il registro inferiore infatti può essere utilizzato più o meno efficacemente anche sino al do4 e in alcuni casi anche oltre, anche se con seri rischi. Nelle voci particolarmente sviluppate, il registro centrale diventa difficoltoso già dal sol3 e gridato nelle note superiori; ciò non significa che debba essere del tutto ignorato. Quindi per le donne è bene ricordare che per l'educazione vocale la nota di passaggio deve essere considerata il fa3, come per i tenori (cioè realmente quella sul fa in primo spazio, che sarebbe anche l'inizio del settore acuto per loro, se non ci fosse l'abitudine di scrivere le loro parti un'ottava sopra). Cosa vuol dire "passaggio"? Non vuol dire fare "manovre". Io resto scandalizzato nel sentire (e a volte anche vedere) cantanti che arrivando in certi punti della tessitura fanno come "cucchiaiate", cioè "girano" la voce portandola dal basso verso l'alto con un movimento rotatorio all'indietro. Eppure molti lo fanno in modo anche assai evidente senza che nessuno provi il minimo disturbo. Passare significa in primo luogo "alleggerire"! Però non tutti riescono a entrare nel registro superiore subito alleggerendo, e questo perché l'atteggiamento della corda "sottile" richiede molta più tensione, e quindi è più impegnativa da mettere in vibrazione, specie per gli uomini. Questo comporta che per un certo tempo non sarà possibile per loro accedere al registro acuto alleggerendo, o meglio, sarà possibile ma non in voce piena. Non mi soffermo sul periodo iniziale, perché questo riguarda la fase più difficile e peculiare dell'insegnamento, che non può essere descritta senza incorrere in interpretazioni e confusioni, e che in ogni caso compete alla sensibilità e preparazione dell'insegnante. Nella fase più avanzata, invece, quando si può cominciare a parlare compiutamente di una omogeneizzazione della voce, e dell'eliminazione di ogni limite settoriale, qualche indicazione si può dare. Purtroppo capita che iniziando gli esercizi dal settore grave, molte donne, con la paura di uno "scalino" non passino realmente al registro superiore. Ma questo capita anche perché nell'ultimo settore, quello tra Do e Mi3, spesso spingono, danno voce, e questo effettivamente creerebbe un mutamento di intensità e colore eccessivo, e pure una specie di singhiozzo. Quindi per poter arrivare a un passaggio "indolore", è necessario che già dal do3 si alleggerisca l'intensità, pur senza passare subito. Per contro, bisogna stare molto attenti, poi, di non continuare con un registro inferiore alleggerito, che può costituire realmente un pericolo (mi sono già capitati numerosi casi in questa condizione). Al contrario ancora di questa situazione, c'è la discesa. Le donne una volta entrate nel registro centro-acuto, non lo vogliono più lasciare quando discendono, e continuano a permanere in questo atteggiamento anche sulle note inferiori al Fa3, costituendo una voce falsa, inappropriata, salvo casi piuttosto particolari. Ma questo anche per un erroneo consiglio di molti insegnanti, che con l'idea della "voce alta", fanno spingere dal basso, e la laringe permane in quell'atteggiamento, che è fuori luogo. Quando si scende non bisogna aver alcun timore a rientrare nel registro inferiore, anche qui non cercando una voce troppo maschile e forte, ma nuovamente una voce compatibile con quella sottile e leggera che si sta lasciando, ma senza pensare "alto", perché crea tensioni muscolari inappropriate e un sollevamento del fiato.
Siccome la fine della storia è che non ci saranno più registri e passaggi, occorre considerare che, tranne le note più gravi, e quelle superiori a partire dal re4, in tutta la gamma compresa tra il do3 (magari anche un paio di semitoni sotto) e il do#4, la corda è come se avesse una vibrazione unica, con percentuali di interessamento diverso a seconda delle frequenze ma anche dell'intensità e del carattere. Se si alleggerisce la voce prevarrà un po' di più la porzione di corda sottile; se si richiede più carattere, più intensità, in una zona non troppo acuta, prevarrà la porzione di corda spessa, in un equilibrio mirabile, elastico, a completa disposizione dell'esecutore, che non agirà direttamente, ma semplicemente per volontà. Questo però si tenga conto che è UNICAMENTE frutto di una sapiente educazione vocale-respiratoria. Quindi, partendo da note centro-gravi, noi a ogni semitono è come se "passassimo" a un registro superiore. Non è vero, ma questo ci porta ad alleggerire e quindi a consentire di far intervenire la porzione di corda più sottile, e viceversa scendendo dare un pizzico di intensità in più per sollecitare l'intervento della corda più spessa, quindi passare all'infinito... senza passare mai!

domenica, marzo 01, 2020

Suono-parola

Torno ancora una volta su un tema fondamentale, cruciale: suono-parola
Per molti suono e vocale, o parola, sono termini interscambiali, mentre comprendere la differenza è indispensabile per raggiungere un canto esemplare.
Le corde vocali generano un suono, un piccolo suono. Agiscono come possono agire le due ance d'un oboe o d'un fagotto; un suono, quindi, senza alcuna particolare qualità o significato. Nel condotto oro-faringeo questo suono acquista delle proprietà, che sono propedeutiche alla nascita delle vocali e delle parole (e anche alla loro amplificazioni), MA NON SONO NE' VOCALI NE' PAROLE. La parola compiuta nasce solo esternamente alla bocca, e non può essere diversamente. Viceversa dobbiamo parlare di una pronuncia da ventriloquo. Esiste la possibilità di articolare parole anche internamente, è un artificio con tutte le limitazioni di simili attività, che nulla hanno a che vedere con arti quali la recitazione e il canto artistico. Purtroppo da molto tempo questa confusione di ruoli ha fatto sì che gli allievi (e quindi molti cantanti) si concentrassero sul suono (pensando che fosse il canto) e non sulla parola. Questo perché non si considera la parola come madre del canto esemplare, ma qualcosa di diverso, indipendente e persino negativo, da non trattare. Quali sono le conseguenze di questa confusione? Se se parte dal suono immaginando che esso sia il materiale da elaborare per il canto, avremo numerosi difetti. 1) l'elaborazione del suono induce l'insegnante a indicare come mezzi per lo sviluppo l'azione sui muscoli interni, quindi ampliamento del faringe, sollevamento del velopendulo, abbassamento della laringe, in qualche caso anche azioni con la lingua. Tutte queste attività, insieme o indipendenti, generano difetti, dall'ingolamento alla nasalizzazione, e comunque al suono "indietro", quasi sempre con una distorsione del suono stesso, molto innaturale. Ci possono essere vantaggi? Purtroppo sì; sono mezzi semplicistici, trucchi, che possono tenere a bada, forzatamente, la risalita diaframmatica, cioè lo spoggio, ma in cambio di un canto con problemi vari, irrisolvibili se non ricominciando tutto da capo (sperando di essere in tempo).
2) l'idea che la parola possa formarsi internamente, quindi confondendo il suono con la voce cantabile, porterà, a seconda delle scuole, a spingere (per portare avanti), ad alzare internamente (nasalizzando, spoggiando) con l'idea dell'amplificazione "in maschera", oppure a "gonfiare" il suono per cercare lo spazio interno, portandolo ancora più indietro, premendo "in giù" con l'idea di aumentare l'appoggio, frenando il fiato e bloccando la laringe. Non mi soffermo poi su idee ancora più astruse tipo far girare la voce dietro la nuca, mandarla nella calotta cranica, "come se un filo sopra la testa ci sollevasse", e amenità simili. 3) l'ulteriore confusione di quanti, non accontentandosi della cavità orofaringee, pensano che occorra coinvolgere direttamente anche le cavità della parte superiore della testa nella fonazione e che quindi il suono, e la relativa articolazione verbale, debbano avvenire in una fascia compresa tra il naso e la fronte. Questo porta ancora a nasalizzazione, spoggio, ingolamento. 4) il concentrarsi sul suono, anziché sulla parola, porterà a gravi difficoltà di pronuncia, specie per il mondo femminile, soprattutto nel settore acuto.

Entrare nel regno della parola cantata è arduo, è qualcosa di molto più difficile di quanto si creda specie per coloro che ambiscono al canto classico. Siamo inizialmente tutti legati mentalmente ad un rapporto fisico col canto, mentre la parola fluente è legata solo al fiato, cioè a un rapporto immateriale. Potremmo dire che la parola sta nel flusso espiratorio che esce dalla bocca; è un "pensiero" energetico insito nel fiato che esce. Quando parliamo normalmente (diciamo... bene), noi non ci rendiamo conto, non abbiamo coscienza, che facciamo fluire con una certa costanza del fiato ricondotto a suono e poi elaborato NON fisicamente, ma mentalmente, che trova il suo fuoco e quindi la sua realizzazione a una breve distanza dalla bocca. Come un fascio di luce che attraversa una lente e si concentra in un punto. Se il fascio di luce indirizzato alla lente viene disturbato, non si potrà giungere al risultato insperato; se disturbiamo il suono, anche la parola o il canto saranno difettosi. Pertanto un punto fondamentale è che il suono deve essere lasciato in pace! Bisogna cercare di NON modificarlo in nessun modo. Suggerimenti quali: apri la gola, alza il velopendolo, alza la lingua, abbassa la laringe, sono tutti molto negativi, così come: manda la voce verso gli occhi o la fronte o gli zigomi, ecc. quindi anche "manda in maschera", e altre cose del genere. Questo tipo di scuole, che non hanno nulla di antico e possiamo dire di artistico, non si rendono conto che creano solo artifici e quindi innaturalità e distorsioni.
Quindi noi dobbiamo cercare di dimenticare che esiste un suono interno e tutto un apparato muscolo-scheletrico che può influenzarlo e modificarlo. Se ho bisogno di pronunciare una A, ad esempio, devo sapere che si formerà davanti a me, ma perché sia perfetta avrà bisogno che si creino le condizioni (che solo la mia mente conosce), ovvero equilibri tra gli spazi e il flusso espiratorio, indispensabili per la focalizzazione di questa vocale. Ancor più complesso il lavoro quando si pronunciano intere parole e intere frasi, ma niente di complicato, perché la nostra mente sa già tutto, è tutto nel nostro DNA. Il grosso problema è che se voglio dare a questo parlato un'intonazione perfetta e la possibilità di espandersi in spazi anche enormi utilizzando tutta l'estensione che mi compete e utilizzando tutti i mezzi espressivi necessari, la mente non saprà più che fare, perché sono informazioni che vanno oltre la sua funzione esistenziale. Ma sono presenti nelle nostre potenzialità e nella sfera creativa che contraddistingue l'uomo. Per cui senza alcun artificio, noi possiamo raggiungere il risultato elevando o evolvendo la parola e conseguentemente il fiato che accompagna questa evoluzione. Non il fiato in sé, ma il RAPPORTO fiato-parola.
Quando ci si concentra solo sulla parola, automaticamente (si fa per dire, purtroppo) tutti gli apparati interni possono (e dovrebbero) RILASSARSI, perché li lasciamo in pace, non interveniamo su di essi, ma ci accontentiamo di esaminare la parola che si forma e migliorarla. Anche il maestro, come si faceva anticamente, dovrebbe badare solo a ciò che esce (e anche alla postura), e indicare ciò che non va e suggerire all'allievo cosa deve modificare (es: in questa parola la E si sente poco perché è troppo scura, non è ben detta; questa parola non si comprende perché spezzi le sillabe, le consonanti sono troppo o troppo poco pronunciate; ci sono accenti dove non dovrebbero esserci; dai colpi ovunque e non lasci fluire le parole, ....). Il problema di fondo di questo approccio è che siamo istintivamente portati a dare una carica FISICA al canto e anche alla pronuncia in genere quando usciamo dalla spontaneità. Cioè cominciamo a "masticare", a usare in modo più che eccessivo tutta la muscolatura e ossatura dell'apparato articolatorio. Inizialmente può anche essere produttivo, ma col tempo può diventare un vizio e distogliere l'attenzione dal vero obiettivo, che è quello di una pronuncia sul fiato. Quando si canta bene, la bocca può "mormorare", anche se si sta cantando a piena potenza, perché la voce per espandersi e sonorizzarsi utilizza lo SPAZIO ESTERNO, l'aria contenuta nell'ambiente, che viene posta in vibrazione da quella vocale purissima e perfetta. Occorre che ci si renda conto che la parola, cantata o meno, è esterna a noi, e la ascoltiamo e ... la guardiamo.
Per raggiungere questo obiettivo, noi dobbiamo però anche renderci conto che occorre spezzare un "cordone ombelicale" tra suono e parola. L'imperativo è che a noi interessa la parola, quindi il suono (cioè l'anonima vibrazione interna) per noi è da dimenticare, da lasciar vivere nella sua autonoma esistenza, e che la parola (o vocale connessa) è indipendente e ha, o avrà, tutte le caratteristiche per diventare perfetta senza che noi agiamo in alcun modo sul suono, anzi SOLO se non agiamo in alcun modo su di esso. Il suono interiore non dobbiamo ascoltarlo, non dobbiamo dargli alcuna importanza e soprattutto non dobbiamo dare interesse a tutta la struttura fisica ad esso connessa. In un certo senso potremmo dire che il suono noi lo dobbiamo "deglutire", cioè lasciarlo cadere, considerarlo inerte. In particolare dobbiamo renderci conto che esso è FERMO, immobile, non si muove e soprattutto non dobbiamo muoverlo noi. Quindi suono e parola, anche se in realtà sono profondamente e intimamente connessi e in relazione, noi dobbiamo viverli come indipendenti. Non è agendo sul suono in alcun modo che possiamo migliorare il canto; ogni azione va esercitata su ciò che sentiamo esternamente e dobbiamo agire con la volontà. Se una A non è A, dobbiamo concentrarci per migliorarla là dove si forma, davanti a noi, senza per questo spalancare la bocca, tirare le labbra e spingere a più non posso. Il risultato non ci sarà; il risultato è nel rapporto tra la mente (che agisce automaticamente, senza "pensare") e il fiato che fluendo liberamente porterà al suo interno la A che la mente ha instillato e che esternamente si manifesterà. Quindi occorre FARE POCO, togliere tensioni, togliere intenzioni di canto esasperato come volume, intensità, timbro, ampiezza, forza, colore... In un certo senso anche la pronuncia stessa! Noi dobbiamo renderci conto se c'è, se la sentiamo; se invece ci sforziamo di farla a tutti i costi, agiremo sicuramente con spinte e esasperazioni fisiche, e bloccheremo il fiato. Viceversa  siamo in grado, su quella strada, di generare una cellula sonora di enorme potenzialità che, liberatasi nell'aria davanti a noi, sarà in grado di esplodere come un fuoco artificiale e coinvolgere tutta l'aria che incontra. Non è né fantascienza né millanteria. E' quella semplicità alla base di qualunque processo artistico, di qualunque verità. Consiglio anche di rileggere questo post di molti anni fa: https://www.blogger.com/blogger.g?blogID=37431600#editor/target=post;postID=4967192144104509404

giovedì, febbraio 27, 2020

"Non cantare!"

Molto sovente durante le lezioni devo usare l'imperativo "non cantare". Sembra un controsenso, siamo qui per imparare a cantare e io dico di non cantare. Ma la maggior parte degli allievi sa a cosa mi riferisco, però è bene approfondirlo qui, ed è una cosa molto importante.
Per molte persone l'approccio al canto lirico è realizzare un sogno; il canto lirico ci porta ad un livello molto alto; i cantanti all'opera ci appaiono quasi dei superuomini, dei divi, degli artisti sommi, che mettiamo su un piedistallo. Io ricordo quando cantavo nel coro del teatro Regio di Torino, un giorno al termine di una recita tornai con un pulman di appassionati della mia città, e quando arrivammo, un signore, che non conoscevo, mi chiese se volevo un passaggio verso casa. Ebbene durante il breve viaggio percepii la forte emozione che questo signore stava provando, gli pareva un sogno portare in auto un artista del coro; e in quel periodo vissi altre situazioni analoghe. Figuriamoci per un solista! C'è anche un forte equivoco, che ci riguarda un po' tutti. Quando ero un ragazzino, ogni tanto, sentendo magari qualche cantante, anche dilettante, ci si chiedeva in famiglia: come si fa a cantare in quel modo? I miei genitori qualcosa sapevano perché avevano abitato vicino al maestro di canto del baritono Gino Bechi, quindi sapevano che bisognava studiare, fare particolari esercizi. Ma a me pareva che ci fosse qualcosa di più, di misterioso. Qualche anno dopo, quando mi appassionai fortemente, un giorno volli provare a registrarmi cantando un pezzetto di romanza. L'ascolto mi scioccò! La mia voce mi sembrava una cosa ben più che orrenda, inascoltabile! Questo mi confortò ancor più sull'idea che ci volesse qualcosa di molto particolare per poter cantare l'opera. Cominciai a leggere libri, e la confusione aumentò. Poi mi decisi a studiare, non per cantare, perché l'idea di avere una voce orrenda ormai si era radicata in me, ma per capire cosa volevano dire tutti questi critici quando imputavano difetti ai più importanti cantanti dell'epoca o anche del passato. Il mio primo insegnante in parte mi tranquillizzò, perché mi diede alcune regole molto fisiche: gonfiare la pancia, premere sulla laringe, pensare il suono sopra gli occhi, allargare la gola, alzare il velo pendolo, non aprire la bocca... Questo mi convinse che cantare significava fare tutta una serie di cose che ordinariamente non facciamo. Questi insiemi di regole fisiche, effettivamente dopo un certo tempo creano l'impressione di una voce "diversa", e questo ci rende felici e contenti, perché ci mette nella condizione di fare qualcosa di speciale, di unico, che pochi sanno. E' come uno che riesce a fare un salto mortale da fermo. Credo che tutti nella propria vita sognino di fare qualcosa di super. Ciò però crea anche molte false convinzioni, difficilissime da sradicare: l'approccio al canto lirico. Quale può essere una pesante critica a qualcuno che studia lirica? "così sembri un cantante di musica leggera". Ci sono tre livelli di critica: "così parli, non canti", "sembri un cantante di musica leggera"; "canti ingolato". Paradossalmente la peggiore, che è la terza, cioè l'ingolamento, è in realtà la più tollerata (perché la più praticata). Le altre due sono ricevute come gravi offese, per cui molti reagiscono violentemente, oppure si deprimono e magari cambiano insegnante. Più d'un allievo durante una delle prime lezioni mi ha chiesto: "ma la voce lirica...?". E quelli che ce l'hanno, disastrosamente realizzata con ingolamenti, nasaleggiamenti e altri artifici, si spaventano quando lentamente li riporto sul piano corretto, perché non sentono più il "rumore", il "timbro" internamente, sentono la voce come svuotata. La paura di parlare, e di sentirsi poi criticare perché stiamo parlando o cantando come cantanti da canzonette, è alta. Alla fine ci si convince di essere sulla strada sbagliata. Anche io un giorno, provando e riprovando, prima di iniziare a studiare, mi convinsi che forse la soluzione era ingolare, anche se in tutti i libri e sentendo parlare gli esperti, era un grave difetto. Ma meglio quello, che comunque faceva assomigliare la voce a quella dei cantanti, che banalizzare con un parlato intonato. Però facciamo qualche considerazione: moltissimi cantanti di musica leggera, citiamo Mina, Massimo Ranieri, Giorgia, Claudio Villa, tanto per dirne qualcuno, sono sempre stati elogiati come ottimi cantanti, anche se non d'opera (per la verità Claudio Villa si esibì in alcune circostanze come tenore leggero, e vi posso garantire che era bravissimo; su internet potete sentire un "duetto delle ciliegie" notevole). Dall'altra parte parlare bene non è qualcosa di negativo. Il teatro italiano ha annoverato grandi stirpi non solo di attori, ma di dicitori di livello stratosferico (molti dei quali tra l'altro sapevano anche cantare molto bene). Allora si può cantare bene mettendo in risalto la pronuncia e si può parlare bene. Poi cominci ad ascoltare qualche cantante d'opera con una dizione perfetta e ti poni la domanda: ma perché non si dovrebbe raggiungere sempre quel risultato? Qui si entra nell'ambito dell'imbarazzo. Io ponevo queste domande, ma le risposte mi risultavano sempre oscure (la cosa inquietante è che le risposte comunque le davano e le danno; peccato che sono inconcludenti, se non false o fumose). Allora, per tornare al titolo, il problema per la maggior parte di quanti si avvicinano al canto è che devono provare a far qualcosa, quindi non possono accontentarsi di applicare la melodia alla parola, nel modo più semplice, persino banale, ma devo aggiungerci qualcosa. Il qualcosa può essere timbro (di gola o naso), leziosità, modalità (usare un registro particolare). Il timbro ingolato attiene più sovente gli uomini, specie ai tenori, perché ingolando la voce si avvicina più facilmente a quella dei tenori (moltissimi dei quali hanno effettivamente una buona percentuale di gola). Nelle donne il problema più serio riguarda l'uso del falsetto (ed ecco la "modalità"). Siccome oggi come oggi sono piuttosto rare le donne che parlano abitualmente di falsetto, questo è automaticamente individuato come "la voce lirica". Solenne stupidaggine. Per cui molte dicono: "ora parlo con l'impostazione lirica". Cioè semplicemente usano il falsetto. Poi giudicate voi il paradosso di un numero enorme di insegnanti e cantanti che vietano o indicano come pericoloso l'uso del registro di petto, quando tutti, uomini e donne, parlano normalmente di petto e migliaia di cantanti, non lirici, cantano tutta la vita solo di petto. Potrebbe essere discutibile a livello stilistico, ma dove può stare il "pericolo"? Poi naturalmente c'è anche (ancora) l'ignoranza di chi associa petto e falsetto alle due parti anatomiche, che fu l'idea originale quando non si sapeva nulla di anatomia e fisiologia, ma oggigiorno pensare ancora che la voce di petto sia "bassa" e quella di testa "alta", e che quindi bisogna cantare tutto di testa per tenere il suono alto (ovvero "in maschera", per far risuonare gli spazi sopraglottici), è prendere atto di un mondo sprofondato in una abissale ignoranza che può solo dare i frutti che dà. Allora la domanda è: si può parlare di falsetto? Certo che sì; anche se diventa sempre più raro, ma ci sono donne che parlano, magari non continuativamente, di falsetto, senza particolari problemi (mia mamma, per esempio). E' un approccio fondamentale che per chi vuol affrontare il canto lirico è indispensabile. Invece la maggior parte degli insegnanti si limita a far vocalizzare, dimenticando che questo è il passo iniziale. L'uomo impara a parlare, poi eventualmente a cantare, non viceversa (beh, poi ci sono quelli che pensano che i vagiti dei bambini siano canto e bisogna imparare da questi, senza aver nessuna cognizione in merito). Allora, se si vuole veramente fare dell'arte vocale, quindi giungere a un vero canto artistico, che possa permettere di cantare con omogeneità, sincerità, musicalità, espressione, ecc. ecc., l'unica e vera strada è quella che parte e si sviluppa dal parlato (meglio: evolve). Bisogna abbandonare ogni atteggiamento illusorio, artificioso (o artificiale), fisico, costruito, atteggiante. Disinteressarsi di eventuali critiche (ovvero autocritiche), e cambiare radicalmente approccio: la voce "vuota" è buona, ma non è realmente vuota, è LIBERA! il timbro e la cosiddetta voce lirica, verranno! senza nessun dubbio. Chi ha mai imputato a Schipa e a Toti dal Monte di essere cantanti di canzonette? Eppure erano in grado di cantare anche romanzette e canzoni con grande successo, cosa che oggi ben pochi sanno fare (salvo "liricizzare" le canzoni, cosa che è già successo per le melodie napoletane). Abbandonare le velleità "liricoidi" per una verità artistica che null'altro è che una esponenzializzazione del parlato. Quando parliamo, senza saperlo, noi mettiamo in sintonia i tre apparati: respiratorio, produttore e amplificante-articolatorio. Diventano una cosa sola. Questo non ci crea alcun problema e ce ne consente un uso anche piuttosto prolungato. Se canticchiamo in casa mentre facciamo altro, senza pensarci, manteniamo questa unificazione. Se invece ci poniamo in un atteggiamento di voler fare chissà che, quindi cantare romanze liriche o canzoni impegnative, perdiamo questa sintonia tra gli apparati, ognuno va per sé e non trovando corrispondenze, lavorano tutti male. Quale sarebbe il senso di lavorare indipendentemente su ciascuno di essi? Nessuno. Si deve lavorare per far MANTENERE i rapporti tra gli apparati, ma non c'è nulla da inventare, nulla da costruire o trovare, perché la soluzione c'è già! Il parlato, per quanto modesto, si trova già in questa condizione, si tratta di non perderla, quindi di applicarla al mondo del canto. Si incontreranno difficoltà? sì. enormi, perché il regno del parlato è un regno limitato, che noi vogliamo ingrandire, espandere, e questo crea problemi di tolleranza, che però si possono superare agevolmente esercitandosi costantemente su questa linea, senza mai abbandonarla. Si deve sempre avere chiaro l'obiettivo, che è quello di comunicare, quindi fare un vocalizzo senza senso, non può portare a un risultato efficace, perché ciò che è fine a sé stesso è destinato a sparire. Quindi il vocalizzo astratto non può venire bene, deve essere rapportato a una vocale che abbia un senso, che dica qualcosa, quindi può essere una congiunzione o può essere una vocale interna a una parola, che noi proseguiamo senza farci suggestionare dal fatto che abbiamo spezzato la parola (ad es. maaaaaaaa...[mma]). Si deve restare attaccati all'idea che quella non è una A chiusa in sé, ma è la A di mamma (o di qualsiasi altra parola che la contiene). E' un procedimento semplicissimo, che toglie un sacco di sciocchezze dalla mente e dal corpo (pensate a tutti gli insegnanti che non fanno che ripetere: alza, premi, spingi, tira, ...), ma che richiede una pazzesca concentrazione. Perché la chiave di tutto è l'essere PRESENTI. Vuol dire che in ogni secondo noi dobbiamo sapere cosa stiamo dicendo, e non lasciare che venga ciò che vuole. Il nostro istinto ci porta a distorcere per fare qualcosa di meno impegnativo, che costi meno energia (e quindi concentrazione). Quando si comincia a salire di tessitura, cominceranno i guai, perché il fiato spingerà e ci farà storcere la bocca, salire la mandibola e la lingua... quindi noi dobbiamo osservarci (anche allo specchio) e essere presenti, non lasciare che la bocca si storca, ecc., dobbiamo concentrarci e far sì che si mantenga la naturalezza del parlato ma senza alcuna forzatura. Quando dopo alcune prove una parola o sillaba o vocale non viene bene, conviene non insistere e scendere nella tessitura. Riposarsi e riprendere da note più basse. Si può riprovare, ma conviene aspettare, sicuramente nei giorni successivi si riuscirà meglio, senza aver fatto niente di particolare. Il nostro fisico ma soprattutto la nostra mente percepiscono la nostra esigenza e ci permetteranno un avanzamento. L'importante è: non cantare, parla!

venerdì, febbraio 21, 2020

Emozionare?

Per molti cantanti, anche in erba, l'imperativo è: "emozionare". Di per sé l'obiettivo non è sbagliato, si tratta di vedere come. Ma non solo; l'idea ha molto a che vedere con l'ego. Potremmo dire che per il cantante è come se il compositore avesse scritto musica affinché IO possa mettere in luce le MIE capacità di emozionare. E' l'inconscia meta di gran parte, quasi tutti, i sedicenti INTERPRETI, che anche se fanno un gran parlare dell'autore, alla fine non fanno altro che sovrapporsi e dare la propria versione di un brano, inventandosi poi cose tipo le tradizioni, il "si è sempre fatto così" e il "ciò che non si può dire o scrivere". Anche su questo c'è un pizzico di verità, ma c'è molto spazio tra l'interpretare e il riconoscere. Riconoscere vuol dire applicare criteri per eseguire il più fedelmente possibile un brano musicale; interpretare, specie come fanno gran parte degli esecutori, vuol dire andare alla cieca, facendo conto sull'ignoranza popolare, sul carisma (vero o presunto) e quindi sulla fama acquisita... non sempre si sa come. Avere una buona e bella voce, musicalità, cosiddetto talento, è senz'altro una importante premessa per assurgere alla popolarità. Ma non basta. Purtroppo soprattutto nel regno del canto c'è (e c'è da tanto tempo) una linea di sottocultura anche musicale piuttosto marcata e preoccupante. Oggi è un po' migliorata sul piano informativo, dopo le stagioni delle rinascite rossiniane e barocche, ma è precipitata sul piano strettamente vocale. Come ho già detto molte volte, non c'è mai stata tanta pubblicistica sulla voce come oggi; escono di continuo libri sul canto, specie sulla tecnica, per non parlare di tutto l'universo internet. Eppure il livello del canto è ai minimi storici. Perché quanti scrivono e propagano, anche come formule magiche, per quanto ne so, non fanno che riciclare (anche se apparentemente in modo fantasioso e originale) le idee che serpeggiano dal dopoguerra (citando a vanvera i trattati antichi), senza alcun fondamento e alcun serio approfondimento. Anche qui tutta interpretazione per far passare le PROPRIE idee e non portarsi verso la verità.
Dunque, il cantante che si sente portatore di grandi cose da dire, ha la certezza che i propri valori, quindi le proprie emozioni, siano il motivo fondamentale per cui DEVE cantare e che non può esistere che venga nascosto al mondo un simile tesoro, anche se il modo di comunicare, cioè il canto in sé, è difettoso. Non per nulla la storia è piena di cantanti persino imbarazzanti che hanno avuto successo e una carriera importante. Crediamo che il succo sia che questo o quel cantante emoziona, indipendentemente da come, e lui è convinto che il suo successo sia dovuto al fatto che sa far emozionare. Quindi esistono due mondi che si incontrano in questo assunto, che nasconde una tragedia, cioè la superficialità, l'assenza di contenuti. Va bene così, sia chiaro, è giusto che ci sia anche questo livello comunicativo; ciò che contesto è che questo sia il più importante e oggi quasi l'unico. Quale ritengo invece dovrebbe essere l'abito mentale del cantante e del pubblico? Vogliamo togliere le emozioni? No di certo, ma il passaggio dal cantante al pubblico deve avvenire tramite un percorso ben più approfondito. Non è l'emozione del cantante a dover passare direttamente al pubblico, perché questo è un dato soggettivo e limitato. Tutto deve partire da quel messaggio spirituale che il compositore ha saputo tradurre in musica, e attraverso l'esecuzione "trasparente" passa agli spettatori che si emozionano ognuno per sé, cogliendo il messaggio originale. Se il cantante (o esecutore in genere) ci mette la propria emozione, distorce, filtra, sovrappone e quindi falsa, modifica il messaggio originale. Quindi qualcuno può chiedere: ma allora il cantante non deve inserire le proprie emozioni nel cantare? E' il modo che deve cambiare. Il pubblico piange quando sente la storia di Cio Cio San, o di Mimì, tanto per dire. Si emoziona per l'amore interrotto dalla morte, per il tradimento o quant'altro. Cioè per la storia. Se il cantante si mette nella stessa situazione, potremmo dire che interrompe il flusso tra compositore e pubblico; diventa lui il pubblico e fa da "ponte". Ma non va bene così. Egli deve fare in modo che ciò che ha prodotto genialmente il compositore passi al pubblico. Il compositore non può arrivare da solo al pubblico, perché la musica ha questa caratteristica. Nasce e muore ogni volta. Ma perché nasca occorre che si abbiano i mezzi giusti, che non sono solo i suoni. Occorre che il flusso di suoni che si sprigiona dagli strumenti e dalle voci segua un percorso musicale, che invece il più delle volte si interrompe e talvolta muore appena nato oppure diventa un susseguirsi di nascite e morti nel corso di tutta l'opera. Gli esecutori dovrebbero per primi avere coscienza che un brano, un'opera, è UNO, è come un cerchio chiuso, solo che è disteso in un susseguirsi di eventi sonori, che la nostra coscienza è in grado di unificare, ma ammesso che ce ne siano le condizioni. E le condizioni le può ricreare l'esecutore, se è conscio di ciò che fa (quindi le RICONOSCE, non le interpreta), oppure non ci sono, e sarà un flusso interrotto, incompleto, un cerchio aperto e spezzato. Perché tante persone si annoiano all'opera, aspettano solo questa o quell'altra aria o duetto? e perché tanti cantanti alla fine preferiscono dedicarsi ai concerti e difficilmente giungono al palcoscenico? Perché un'opera intera non può essere un profluvio di emozioni dall'inizio alla fine; come in tutte le cose, esiste un percorso "altalenante", che lo rende "digeribile"; non si potrebbe tollerare, ad es., un film o un racconto dove regna il terrore dall'inizio alla fine; ci vogliono dei picchi, ci vuole una strategia di alti e bassi che generi prima tranquillità per poi dare la spinta ai punti di terrore. Una sola emozione sempre alta darebbe assuefazione. Così capita che il cantante che vuole vendere le proprie emozioni come ingrediente principale, nei punti in cui le emozioni sono di modesta entità o non ci sono proprio, non ha nulla da elargire, e annoia. Non ha strumenti da utilizzare; se non si emoziona lui o lei, come farà a coinvolgere il pubblico? Beh, anche qui la fantasia non manca. Non è che non lo sappiano o non se ne accorgano che in certi punti il rischio noia e caduta sono in agguato. Non solo; molti cantanti si rendono anche conto che le proprie emozioni non sono così coinvolgenti, non riescono a colpire tutti e in modo importante ("come??, io in questa scena muoio di dolore, (o di amore, o altro) e questi restano indifferenti? hanno il cuore di sasso!" cioè la colpa è degli altri che non hanno la loro stessa sensibilità). Ed ecco che all'inizio del 900, in un mondo lirico ancora di altissimo livello, nasce il verismo vocale, cioè qualcuno (diciamo pure nome e cognome: Enrico Caruso), interpretando (e dalli) il mondo del pubblico popolare, forse anche pensando di rendere più chiaro ciò che avviene in scena, comincia ad inserire nell'esecuzione anche un corollario di artifici: pianto, singhiozzi, parole aggiunte, sospiri, gemiti, ecc. E' una lunga parentesi, anche comprensibile per qualche verso, ma che a fronte di esecuzioni vocali anche di alto livello, rende certe esecuzioni persino ridicole. Questo però ha dato il la a tutta una pletora di cantanti, non tutti di primo livello, a vendere esecuzioni più farcite di suggestioni che di musica e canto. Se oggi questo non è quasi più tollerabile in termini di aggiunte, il principio potenziale è rimasto. Intanto non ci si schioda dalla tradizione degli acuti, per cui anche nei teatri di prima grandezza si tollera di abbassare un'aria o una cabaletta per non togliere un acuto, anche inesistente nell'originale e si continuano a perpetrare tagli e aggiunte fuori luogo (ma in questo anche certe esecuzioni "filologiche" riescono a far danni), ma i cantanti continuano a interpretare a proprio modo certi passi, apparentemente corretti ma in realtà distorti, sempre per l'assunto che essere troppo aderenti alla parte scritta sia "freddo" e quindi non passino le emozioni (del cantante, ovvero del suo ego). Quindi qual è la giusta strada da intraprendere in una visione realmente artistica? E' inserirsi in un percorso di riconoscimento. In primo luogo comprendere il percorso TENSIVO che il compositore ha seguito. Dove va a "più" (cioè dove cresce la tensione) e dove va a "meno", (quindi dove la tensione cala). Come ha creato la tensione? con la melodia, con il ritmo, con l'armonia? con più cose insieme?. Come la tensione si accompagna al testo? Dove è il punto di massima tensione?
Se il canto fosse davvero considerato una cosa seria, non esisterebbero insegnanti che sottostimano la pronuncia (le "A" non si fanno, le "I" nemmeno; omogeneizziamo tutte le vocali, ecc.). Il pubblico non dovrebbe avere i sopratitoli a teatro o in tv (tranne, eventualmente, per la lingua straniera, per quanto siano eccessivamente distraenti), dovrebbe poter tranquillamente seguire ciò che i cantanti dicono; per cui il difetto sta addirittura nel manico, come suol dirsi, cioè fin dall'inizio noi abbiamo cantanti che badano ai suoni, cioè al significante, e non ai contenuti, ovvero ai significati. E su questo siamo a livelli terribilmente bassi; oggi una pronuncia men che mediocre viene spacciata per buona. Io consiglio di ascoltare le grandi voci degli attori di qualche tempo fa, per rendersi conto di cosa vuol dire: DIRE.

Il fiato morbido

Tutte le "manovre" normalmente consigliate dagli insegnanti di canto specie nei primi tempi di studio, tendono a schiacciare, strizzare (termine usato da Celletti, che Dio l'abbia in gloria), premere, stringere... il fiato. Convinti che il fiato debba essere premuto contro le c.v. per produrre più suono. Allora dagli con i libri sulla  pancia, con le pressioni in dentro o in fuori, le sollecitazioni dal basso ventre e chi più (schifezze) ne ha, più ne metta. Colpi di petto, colpi di gola, pressioni dall'alto o dal basso... tutti artifici che non fanno che peggiorare la qualità. Purtroppo possono anche provocare qualche risultato che ai poveri di spirito può apparire importante, ma, per contro, può anche provocare danni. Ma quando è così è sempre l'allievo che non è pronto, che non ha talento, che non ha capito, e via dicendo. Viceversa, la cosa più intelligente e consona, è lasciare il fiato morbidamente adagiato sul suo comodo letto, che è il diaframma, il quale è sempre molto nervoso, si agita parecchio già per i fatti suoi, e non è molto astuto andarlo a provocare con spinte di qualunque tipo. A parte questo, il fiato premuto non può svolgere convenientemente il suo lavoro, perché premendo sulle corde vocali ne provoca il sollevamento e l'impossibilità di vibrare correttamente. E questo è uno, ma il fiato teso non può neanche provocare un suono bello, ma risulterà violento, troppo veloce, quindi suoni aspri e poco eufonici. Il fiato disteso, rilassato, morbido, darà vita, invece, a bei suoni rotondi, omogenei, ampi, sonori, ricchi. Come adagiarsi su un sofà con bei cuscini, o meglio ancora, su una soffice nuvola. Al contrario sedersi su un pezzo di roccia... cosa preferite?

martedì, febbraio 11, 2020

Schiavi della mente

In fondo la questione, a ben riflettere, non è così difficile da capire...
Siamo tutti essere umani, la voce, salvo patologie e difetti congeniti, l'abbiamo tutti. Certo, con differenze, come tutto, ma realmente perché alcuni possono cantare a livelli straordinari e altri hanno difficoltà incredibili? Alla fine la soluzione è semplice: è la mente che ci condiziona. Infatti una frase che ripeto spesso è: non pensare! Sembra un paradosso, ma se ci fate caso, molto spesso cantando in modo spontaneo e con nonchalance riusciamo a fare cose migliori. Questo perché la mente in questa attività non ci è d'aiuto, ma anzi è più d'ostacolo che altro. Anche tutto il vocabolario concettuale che accompagna il canto: registri, classi, attacco, passaggi, appoggio, maschera, ecc., sono incasellamenti che non solo non sono utili, ma tendono a farci spezzettare il discorso, e quindi a non raggiungere l'unità che è invece la meta. "Pensa a questo... pensa a quest'altro"... e riteniamo che quella sia la strada per la soluzione, ma è invece la strada per la confusione. Intanto c'è il problema più grande, che è l' "oggettivizzazione" della voce, cioè darle un ruolo concreto, materiale, come fosse un oggetto (tanti anni fa scrivevo tra i primi post: "la voce non è un vaso di fiori!"). La mente non può farne a meno, non concepisce l'astratto, e questo è un enorme problema, perché mentre nel parlato noi non pensiamo a COME parliamo, ma ci affidiamo alla spontaneità, nel canto questo non lo sappiamo fare perché il canto non ci è naturale, ed ecco quindi che siamo portati a pensare, cioè a cercare di capire come fare. Se ci danno una scatola di costruzioni, o un mobile da montare, noi dobbiamo leggere le istruzioni e cercare di capirle, poi un passo alla volta agiamo. E spesso sbagliamo. Ma anche suonando uno strumento, perché noi vediamo, percepiamo con gli occhi e con il corpo ciò che dobbiamo fare. Col canto quel tipo di esperienza non è confrontabile, perché non abbiamo pezzi da mettere insieme, non abbiamo concetti e oggetti con cui confrontarci, non vediamo e percepiamo in modo indiretto. Questo porta gli insegnanti, i teorici, ad attaccarsi a due modalità: l'anatomia e/o le immagini mentali. Negli ultimi anni ha prevalso senz'altro la raffigurazione anatomica, quindi consigliare all'allievo movimenti di parti dell'apparato o posizioni della voce (cosa impossibile) in particolari zone dell'apparato. Altre scuole si rifanno a immagini meno legate all'apparato, e vanno per metafore. Quest'ultima modalità, che ha comunque i suoi lati negativi, è comunque preferibile alla prima. Come si sarà compreso, comunque, la strada ideale è quella di liberarsi dalla schiavitù mentale. Non è come dirlo!! Dobbiamo avvicinarci alla questione un po' alla volta. Rendersi conto, quindi portare a coscienza che la voce, comunque sia, non è un "prodotto" materiale, ma è fiato, cioè una impalpabile, invisibile, immateriale e dinamica proiezione del corpo. Non c'è niente di intellettuale, di razionale, di fisico in questo. Noi tendiamo a confondere la coscienza con la mente, o addirittura con la memoria. Qui non c'è da ricordare, ma di interiorizzare. La voce va come deve andare e noi dobbiamo lasciarla andare, non cercare di guidarla, di intrappolarla, di modificarla. E quindi, come al solito, ripetiamo: come il parlato. Ma sappiamo che già il passaggio dal parlato comune a un parlato intonato crea già qualche imbarazzo. Ed è per questo che occorre farlo molto, fin quando lo facciamo con scioltezza, senza pensare, appunto. Per avvicinarsi meglio al canto dei brani, è sempre bene conoscere bene il testo, perché essere legati alla melodia è di per sé anch'essa una sudditanza che non aiuta. Quindi, conoscere il testo e provare a recitarlo. Conoscere la linea musicale, in modo che quando si va a cantare non si venga colti dalle carenze dell'uno e dall'altro campo. Il testo è bene cantarlo su una "cantilena", su una scaletta, su una nota, su un arpeggio, ecc. La linea musicale è bene studiarla con sillabe e con vocali. Prima di portare il canto alla sua esecuzione definitiva, a meno che non sia particolarmente semplice e di modesta estensione, è meglio studiarlo ed eseguirlo su una tessitura leggermente più bassa. Insomma, passare attraverso tutte le fasi che consentano la minor preoccupazione, i minori problemi possibili, e proseguire con calma, con cautela.

mercoledì, febbraio 05, 2020

Motto

Non è una particolare respirazione a determinare un buon canto, ma la parola elevata a canto a sviluppare la giusta respirazione.

domenica, febbraio 02, 2020

Della concentrazione

Che cosa fa di un buon artista un grande artista? La capacità di concentrazione. Ma forse su questo punto le idee non sono tanto chiare. Facciamo un passo indietro. Cosa fa di un modesto o pessimo principiante un decoroso apprendista? Sempre la capacità di concentrazione. Ma che differenza c'è tra la concentrazione del primo e del secondo. E' la continuità. La continuità di concentrazione del grande artista è omogenea. Da qui possiamo anche fare il parallelo con la musica stessa. Far sì che un insieme di suoni possa diventare musica, richiede che la fine sia contenuta nell'inizio e ogni articolazione sia in rapporto con l'inizio, la fine e il punto di massima tensione. La concentrazione è comunque uno stato tensivo, seppur legato a una condizione di rilassamento. E qui possiamo fare il paragone con l'emissione vocale. L'ideale emissione vocale è quella ove il fisico non interagisce con il suono se non nella sua condizione di passività, cioè è l'involucro che permette il passaggio del suono, mediante una produzione sempre passiva da parte delle c.v., ammesso che le condizioni respiratorie abbiamo il sufficiente grado evolutivo per sostenere quel o quei determinati suoni. Ciò, però, che rende artistica la voce ed esemplare il canto, è la mente artistica. La mente artistica è la mente scevra dai pensieri concettuali, quindi la mente "concentrata" sull'azione. La concentrazione della maggior parte dei principianti, ai vari livelli, è la discontinuità, potremmo dire perennemente distratta. La distrazione è la divisione del cervello. L'esempio più semplice e universale è quello della lettura; quando a un certo punto leggendo un libro ci fermiamo perché ci rendiamo conto che non abbiamo realmente letto niente delle ultime righe o addirittura intere pagine e dobbiamo rileggerle. La nostra mente, in quel frangente, se n'era ita a spasso. Magari stava anche solo riflettendo su ciò che avevamo letto poco prima, però, di fatto, ci ha impedito di leggere realmente ciò che è venuto dopo. Il fenomeno è quasi inevitabile quando ciò che stiamo facendo, vuoi suonare, vuoi leggere, vuoi ascoltare, ci interessa poco, non ci piace, non lo comprendiamo. Il motivo per cui a scuola gli insegnanti insistono affinché si studi a voce alta, è anche dovuto a questo. Dovendo leggere e parlare (e ascoltare), la mente è molto più impegnata e più difficilmente si distrae, ma non si creda che sia la soluzione definitiva; anche in questo modo essa sa prendere strade parallele e quindi evitare la fatica. Già, perché la concentrazione per la mente è un lavoro molto dispendioso. Riflettiamo: qual è la cosa che noi tutti riteniamo mentalmente più difficile? credo non ci siano dubbi: non pensare! Se il pensare ordinariamente inteso fosse una cosa impegnativa, sarebbe molto facile non farlo, non avremmo particolari problemi. Invece per la mente avere questa "divagazione" continua è uno stato di rilassamento. Questo perché i nostri pensieri in realtà, per la maggior parte, sono solo passeggiate. Con questo non c'è da fare tutt'erba un fascio, ci sono pensieri che impegnano e richiedono concentrazione. Ma questi ci occupano solo per un tempo limitato, occasionalmente. Chi svolge continuativamente un'attività artistica ad alto livello, invece, si impegna e occupa molto tempo a una vera concentrazione, e può arrivare a risultati di incredibile altezza nel suo campo.
Qual è lo scopo di questo post? Cercare di dare qualche consiglio a chi inizia lo studio del canto, ma anche chi già lo pratica a un certo livello. La credenza comune è che i progressi si facciano con la pratica... e basta. No, la pratica è indispensabile, ma solo se accompagnata dal necessario stato di concentrazione. Se noi facciamo esercizi per un lungo tempo, è molto probabile che si facciano dei progressi, ma questi li dobbiamo considerare MECCANICI. Quando qualcuno dice: "ah, sì, poi questa cosa poi diventa automatica", mi suscita un certo nervosismo, perché non è e non deve essere questo l'obiettivo. Assimilare e far diventare automatico, sono due cose diverse. Quando noi facciamo regolarmente un certo percorso stradale, il giorno in cui dobbiamo andare in luogo diverso, ma che richiede una parte dello stesso percorso, rischiamo di tornare dove andiamo di solito, perché la nostra mente è distratta e agisce automaticamente. Si comprenderà che questo è un errore. Noi non dobbiamo agire meccanicamente, ma coscientemente, e ciò che ci permette di agire coscientemente è la concentrazione. Cosa significa concentrarsi per chi è agli inizi? Significa agire univocamente nei confronti di quanto dobbiamo (e vogliamo) fare. La maggior parte degli allievi quando deve fare un certo esercizio, ha la mente sdoppiata, in parte è impegnata nell'azione, in parte verifica e giudica. Nelle filosofie buddiste si ripete quasi incessantemente nelle varie pratiche il termine: "non duale". Mettiamo che debba pronunciare delle sillabe su cinque note. Per la maggior parte dei casi, dopo 3, 4, le ultime sono molto spesso "abbandonate", quindi vengono quasi sempre male. In molti casi succede che avendo controllato le prime 2 o 3, ha notato qualcosa, e già vuole dirlo, senza però interrompersi, e quindi le successive sono del tutto incoscienti. La concentrazione non vuole giudizio!
Se ogni nota che si fa si giudicasse, si toglierebbe concentrazione dal suono successivo. Concentrazione significa fare bene nel PRESENTE. altrimenti si resta nel passato. Se ci sono da fare cinque note, le si devono fare meglio che si riesce. Se si avverte un errore importante, ci si ferma, si può ricominciare o attendere la valutazione e il consiglio dell'insegnante, se non si è sicuri del tipo di errore che si è fatto. Se ci si è impegnati a far bene tutto l'esercizio, si ascolterà la valutazione e si andrà avanti o si ripeterà secondo le indicazioni dell'insegnante. Concentrarsi cosa vuol dire? Vuol dire rilassarsi ed emettere frasi, sillabe o altro previsto dall'esercizio cercando la naturalezza, evitando ogni affettazione e sforzo. La concentrazione TRANQUILLIZZA! anche se può sembrare il contrario. Essa ci dà la sicurezza di ciò che stiamo facendo; non che il risultato sia scontato, ma che è la strada, l'unica, per arrivare all'obiettivo. Allenarsi senza concentrazione significa vivere nell'incertezza, perché la mente non sa cosa stiamo facendo e dove vogliamo andare. Il giusto esercitarsi concentrato è un po' una meditazione, e la meditazione non è non pensare, ma concentrarsi su una cosa. La cosa su cui concentrarsi è, ad es., la sillaba, la frase, la vocale, che dobbiamo dire. La semplicità è la strada migliore per la concentrazione, perché ci sono soltanto uno o due parametri su cui focalizzare l'attenzione (pronuncia e intonazione, se è un esercizio cantato). Come mai la maggior parte delle volte non c'è la pronuncia? non c'è, ovvero è carente o molto carente, perché la concentrazione non è sufficiente. Questa purtroppo è la differenza tra chi ha una capacità molto elevata e chi più lieve. Però è un dato migliorabile. Non si deve pensare che si sia negati o limitati, la concentrazione si può molto migliorare. Molto spesso ogni persona ha dei campi in cui riesce a concentrarsi molto e a lungo, ma non sa farlo in altri campi. Allora si può provare a "traslare" questo stato concentrativo nell'altro campo, concentrandosi nella cosa che ci viene meglio e occupandosi subito dopo dell'altra. La concentrazione è uno stato difficile da descrivere (non concettuale) e quindi da applicare in modo spontaneo e, per l'appunto, meccanico. Ci vogliono condizioni che dipendono da diversi fattori, non tutti coscientemente riconoscibili. Quindi la strada migliore è di attivarla nel campo che ci è più congeniale e trasferirla rapidamente ad un altro.

giovedì, gennaio 23, 2020

L'allievo passivo

Paradossalmente potremmo dire che non esiste il maestro e non esiste l'allievo. Esiste un confronto tra due persone dotate di una coscienza e di una pulsione verso un certo ramo dell'arte. Se è vero che l'allievo si proietta nel maestro per recuperare quella parte di consapevolezza che rende oscura la sua coscienza, è anche vero che pure il maestro si proietta nell'allievo perché anche l'insegnamento è un'arte, dunque anche se ha piena consapevolezza dell'arte canora che ha conquistato, non è detto che abbia raggiunto lo stesso livello nell'insegnamento, e si confronta e riconosce nei progressi o meno dell'allievo il suo livello. Quindi è erroneo pensare che il maestro sia in cima a una montagna e l'allievo in fondo; è erroneo pensare che il maestro sia un vaso pieno e l'allievo un vaso vuoto e ci sia una trasmissione, un "riempimento" in senso unilaterale. Però non posso nemmeno dire che siano allo stesso livello, dipende da come i due soggetti vivono il rapporto. L'insegnante pieno di sé, che è convinto di essere il non plus ultra nel  suo campo (nel nostro caso il canto) e che l'allievo sia sempre un testone, indegno, ecc., in realtà è un pessimo insegnante e se ci saranno dei buoni risultati saranno solo per i pregi dell'allievo. Ma se l'allievo vive passivamente le lezioni, pensando che il suo ruolo sia solo quello di fare ciò che dice l'insegnante, ascoltare e "imparare", anche a memoria, non è un buon allievo, e avrà pochi meriti nei suoi progressi. Specie in una disciplina così composita e delicata come il canto, il ruolo dell'allievo deve essere quanto mai interagente e riflessivo. Come ho spiegato spesso, e contrariamente a quanto si fa comunemente, non è l'esercizio continuo e meccanico che porta ai risultati importanti. Darà risultati, certo, perché l'allenamento porta a "piegare" l'istinto entro i suoi margini di tolleranza, ma sono risultati di poco conto ai fini artistici. Il mio maestro molto spesso diceva: "agli allievi io propongo la lezione intelligente, impegnativa, e la lezione dell'asino. Tutti scelgono la prima, ma si finisce sempre per fare la seconda". Certo, è motivo d'orgoglio pensare di fare la lezione intelligente, ma si è in grado di sostenerla? Una disciplina artistica è davvero una dura battaglia che richiede un coinvolgimento totale del nostro essere. Quindi meglio sottoporsi a esercizi continui e ripetitivi, che richiedono modesto coinvolgimento mentale profondo. L'allievo deve sperimentare, deve porsi e porre domande. Non deve trattenere i propri dubbi! Ho spesso l'impressione che ci siano dei dubbi che non vengono espressi, e tenerli per sé vuol dire non progredire, o rimandare a chissà quando la soluzione. A volte bisogna anche esprimere certe perplessità (che non significa contestare). Ma per avere dei dubbi bisogna anche porsi delle domande, interrogarsi su ciò che si sta facendo. In questa scuola il "fare" non significa agire fisicamente. Ciò che c'è da fare a livello fisico è davvero poca cosa, e non riguarda comunque qualcosa di innaturale, di inventato, di artificioso, ma, al contrario, il fare ciò che si fa normalmente, soltanto che quando si canta si "perde" la cognizione di quella normalità. Ecco perché devo dire che il canto non è naturale, ma lo diventerà quando si sarà acquisita quell'evoluzione respiratoria che ce lo permetterà. Se l'allievo contesta il maestro, perde la fiducia, non è più in grado di interagire con lui, quindi il rapporto deve finire. Ma anche il maestro deve avere fiducia nell'allievo, se non avverte contestazione, e sa che se i risultati non arrivano è una sua responsabilità, proprio perché in quella proiezione o c'è la sicurezza e quindi la consapevolezza, o ci sono i "buchi", e quindi gli insuccessi. La felicità si raggiunge quando ognuno interpreta correttamente il proprio ruolo, ovviamente, ma una certa cultura industriale ha creato la convinzione che l'allievo debba avere un ruolo passivo. Così non è, mai, ma soprattutto in campo artistico. Quindi ... sveglia!

Coscienza e consapevolezza

Questo post è destinato a correggere un errore o imprecisione che ho commesso spesso, cioè quello di confondere coscienza con consapevolezza. Talvolta ho detto a lezione: "io sono la tua coscienza che, mediante la comunicazione, la correzione degli errori e lo sviluppo che ti induco, riporto a te. Non è espresso bene. La coscienza l'abbiamo tutti, quindi non è che un allievo ne sia privo e io sì; ciò che manca all'allievo è la consapevolezza, relativa ovviamente al campo specifico d'interesse, che può essere la musica e il canto. La mancanza di consapevolezza è dovuta a diversi fattori, ma principalmente dobbiamo prendere atto che la coscienza si proietta all'esterno alla ricerca di quella parte di sé incompleta. Quando il m° Napoli disse: "il maestro proiezione di sé", pronunciò una verità incredibile! Altra frase formidabile è "quando l'allievo è pronto il maestro arriva". Tra coscienza e consapevolezza si crea una dualità, che nel tempo dovrebbero unificarsi. Perché ciò accada occorre riconoscere quella parte di noi che invece ci è oscura. La disciplina è la strada che ci conduce a quel risultato. Cosa si oppone, invece? Beh, piuttosto incredibilmente il più ostinato ostacolo ce lo crea la mente, o per lo meno quella mente che possiamo definire "concettuale". Poi, come è noto a chi frequenta le lezioni o questo blog, c'è l'istinto e c'è l'ego. La mente concettuale è quella parte dell'intelletto che non concepisce l'astratto e l'infinito, deve rifarsi a formule, a definizioni, a valori materiali, fisici, visibili, verificabili. Il canto artistico non risponde del tutto a questi concetti. L'istinto è quella parte che vuole preservare una singola specie dall'estinzione, ed è in possesso di un "programma" che agisce ogniqualvolta qualcosa di esterno cerca di attaccarci, e ogniqualvolta commettiamo o abbiamo intenzione di commettere azioni che potrebbe avere ripercussioni negative. Nel canto commettiamo azioni che lo allarmano e quindi provochiamo reazioni. L'ego riguarda il nostro desiderio di supremazia. Anch'esso è legato in qualche modo all'istinto. L'universo in tutte le sue manifestazioni, richiede diversificazione. Le cose identiche si annichiliscono, quindi devono differenziarsi. In questa diversificazione ci sarà qualcuno o qualcosa con un valore più alto e altre con valore più basso. L'ego è quella forza che ci spinge verso la cima della piramide, indipendentemente dalla consapevolezza, anzi, spesso contro di essa. Queste forze oscurano il cammino e rendono difficile il raggiungimento della meta. I motivi non sto a illustrarli qui, perché è una questione molto complessa che riguarda la conoscenza e non è il caso di percorrerla in questo ambito. Per cercare di riassumere: noi abbiamo una coscienza; essa si proietta all'esterno per cercare di riunificarsi con la parte di sé inconsapevole, e la cerca in campi verso cui si sente più attratta. Questo campo però può anche rivelarsi quello dove esplicare il proprio ego, che quindi diventa un terreno per esercitare manifestazioni di esteriorità con pochi o nessun contenuto, e soprattutto con poca o nessuna consapevolezza. Se si riesce ad abbattere il proprio ego, ci si spiana la strada verso la meta; la disciplina è invece destinata a dialogare con la mente, che di per sé non è votata allo stesso risultato, e può crearci (e ci crea!) degli ostacoli, ma può essere "domata" laddove le facciamo comprendere le nostre esigenze spirituali che non sono in contrapposizione con le nostre esigenze vitali.
In questa ottica c'è anche da riflettere sul giudizio. Noi, purtroppo, tendiamo a giudicare (sempre questione di ego). Siccome, però, esternamente c'è anche una proiezione di noi, che è quella più debole, tendiamo anche a giudicarci, e siccome quella esterna è la parte più inconsapevole, sarà fatale giudicarla negativamente. L'ego, in questo, ci protegge, perché non avendo consapevolezza delle nostre carenze, tendiamo anche a non giudicarci. Abbattendo l'ego noi assumiamo una forte responsabilità verso noi stessi che potrebbe farci male, ed ecco quindi che è molto importante, fondamentale, abbattere anche il giudizio. Allo stesso modo dobbiamo considerare l'insicurezza. Più è elevata l'inconsapevolezza, più insicuri ci sentiremo, a meno che il nostro ego non ci dia una falsa immagine di noi; togliendo questo velo noi ci accorgiamo di quanto abbiamo da crescere e questa cosa può darci sconforto e insicurezza. Come si combatte questa situazione? Con l'unificazione dei progressi. Ho spesso notato che alle prime lezioni gli allievi fanno grandi progressi e sono colmi di gioia e entusiasmo. Questo perché partendo da un'inconsapevolezza pressoché totale, aver dato spunti e informazioni ben fondate e aver fatto provare un approccio efficace, ho dato la possibilità di riunire alcuni dati della coscienza che erano oscuri, cioè divisi. Questo dovrebbe proseguire linearmente, ma così non è perché più si avanza più i "buchi" sono piccoli e riconoscerli è sempre più difficile.I motivi possono sembrare contorti e incoerenti, ma non è così. Per semplificare possiamo dire che la coscienza, ovvero la verità, da un lato ha bisogno di riconoscersi, e quindi crea le condizioni perché ciò avvenga, dall'altro però crea anche le condizioni per allontanare il momento di un riconoscimento importante, cioè non vuole essere completamente disvelata, e ciò avviene rarissimamente e sempre in condizioni per cui tale scoperta non è creduta, o da pochi, e mai in modo incontrovertibile, cioè oggettivo.
A questo punto noi dobbiamo arrivare a comprendere che ciò che noi cerchiamo, mettiamo il canto artistico, è già dentro di noi, noi già lo conosciamo e siamo in grado di esperirlo, ma questo comporta un dispendio di forze e di tempo enorme, anzi forse non c'è nemmeno sufficiente tempo. Dunque noi abbiamo bisogno di delegare a qualcuno la capacità di farci acquisire consapevolezza. La malattia potremmo considerarla una incosapevolezza, che però invece di risolvere personalmente, deleghiamo (come la maggior parte delle cose) a un dottore. Questo ci toglie un peso, ma non ci porta all'unificazione, perché restiamo inconsapevoli. Nell'arte questo non si dovrebbe mai fare, cioè delegare il maestro a risolvere un nostro problema. Noi dobbiamo puntare a diventare maestri di noi stessi assumendo consapevolezza, il che vuol dire, sempre più col passare del tempo, quali sono i punti oscuri, cioè porci domande: "come mai non riesco a far questo," "come mai questa cosa non viene?", "come posso risolvere questa difficoltà?", e sfruttando quanto già si è appreso, cercare delle soluzioni, o comunque proporle all'insegnante, e poi fare tante domande su tutto ciò che non ci è chiaro. Di questo parlo nel prossimo post

sabato, gennaio 18, 2020

In questo mondo di significanti

Prendo spunto da questo vecchio siparietto di Gigi Proietti per introdurre un tema importante. Interessa per questo discorso la parte finale, più di quella iniziale, cioè quando recita la poesia "il lonfo". 
Chi si è accostato alla recitazione, si sarà sicuramente imbattuto nella recitazione "insignificante", cioè dire cose utilizzando un "gramelot", cioè una sonorità che assomiglia a una lingua, ma che non lo è, oppure addirittura usando numeri. Qui Proietti lo utilizza come oggetto di divertimento, recitando una poesia senza significato, cioè tante parole inventante, dando però una intonazione e un'intenzione che ci fanno dare un sottinteso a questi suoni. Si possono creare interi spettacoli con questi mezzi, che però si devono basare sulla scena, perché se noi avessimo solo la parte verbale, dopo poco ci stuferemmo, non riuscendo a cogliere il significato.
E' quello che succede in alta percentuale nell'ascolto musicale. Noi ascoltiamo qualcosa che magari ci piace, ci dà sensazioni, ci dà "emozioni", ci appassiona, ecc., ma di cui non capiamo niente, perché è come se fosse scritta in una lingua sconosciuta. Allora o ci accontentiamo, e finisce che ci annoiamo, per cui cogliamo qua e la quello che ci piace di più e il resto lo ignoriamo (salvo magari dopo anni scoprire che c'è un altro punto che ci piace, ma che per anni è come se non avessimo ascoltato, ed è lo stesso motivo per cui scopriamo un certo interprete che ci fa sentire dei "particolari" che non avevamo mai notato), oppure passiamo alle interpretazioni. L'interpretazione, semplificando, è quell'attività che si esegue quando non si sa com'è una certa cosa. Uno degli sport più in voga è quello di sovrapporre alla musica un sistema di lettura più alla portata, come le immagini o le storie. Cioè rinunciare alla musica e ridurla al livello di un commento sonoro. Questo perché mancano gli strumenti di lettura e di appropriazione. Fin quando si percepirà un brano musicale come una sequenza di suoni, saremo obbligati a trovare un altro mezzo di lettura. Ma se ci poniamo nell'ottica che dietro ai suoni c'è un significato, cominciamo a cambiare chiave e ci rendiamo conto che non devono essere le immagini o le storie a guidarci, ma la musica stessa, che ha tutte le caratteristiche per portarci nel sublime, e non ha bisogno di surrogati, che, anzi, ci fanno proprio perdere il filo diretto. Noi stiamo vivendo sempre più in un mondo di significanti, che rischiano di uccidere i significati, che sono sicuramente più difficili da cogliere, abbiamo bisogno di pace e tranquillità, di intuizione, di maestri, di voglia e di impegno, cose oggigiorno sempre meno disponibili. Anche il canto artistico, e non da oggi, vive molto più del suo guscio esterno che non della ricchezza interiore. Chi tratta di voce parla molto più di "timbro" di "colore", di "bellezza", che non di ciò che porta con sé. Ormai da molto tempo, specie (spiace dirlo) in campo femminile, le parole restano l'ultima delle preoccupazioni, ma con strane dinamiche. Ho visto delle masterclass dove l'insegnante faceva leva su determinate parole chiave, ma non solo non dava importanza al fatto se quella parola era ben riconoscibile nel canto, ma spesso suggeriva delle modifiche di pronuncia per cui non solo era poco detta, ma addirittura distorta. Quindi la parola assumeva un significato astratto, che aveva importanza teorica, ma la escludeva nella realizzazione pratica. E questo perché la "tecnica" necessitava di determinate manovre che non permettevano la pronuncia esemplare, ma questo, secondo loro, era comunque prioritario, quindi il significante a un livello più alto del significato. Certo che la struttura è fondamentale, perché senza di essa crolla tutto, ma la struttura deve essere finalizzata a sostenere un determinato risultato, e non a distruggerlo o distorcerlo. Quindi se la tecnica mi impedisce o mi rende enormemente gravoso pronunciare in modo esemplare il testo, quella tecnica è sbagliata! Si fa un ragionamento al contrario, siccome si ritiene giusta la tecnica, si sacrifica il contenuto. E' realmente un assurdo, un controsenso, eppure le cose vanno così! Siccome la fine è contenuta nell'inizio, noi vediamo che la maggior parte degli insegnanti come inizia le lezioni?Con i vocalizzi, cioè con qualcosa che ci servirà nella parte più virtuosistica, più sofisticata del canto, mentre la maggior parte del canto si basa sulla parola, senza la quale ci troviamo come nella recitazione della poesia di Proietti! Quindi si ricorre ai sottotitoli o si impara o si legge il libretto. Ma nella musica strumentale non ci supportano i sottotitoli e non ci dovrebbero essere nemmeno libretti che ci raccontano delle favole su quel determinato brano. Quindi è necessario sapere di cosa vive un brano musicale e come fa il compositore, prima, e l'esecutore, dopo, a farcelo seguire senza distrazioni, senza noia. Ma questo costa!

domenica, gennaio 12, 2020

Respiro e salute

Nel corso del tempo, ormai tanto, in cui mi occupo di canto, non so quante persone che cantano a qualunque titolo non mi abbiano rivelato di avere (o di aver avuto) problemi legati al reflusso gastrico, ernia iatale, sofferenze renali, problemi digestivi, sternali, ecc. Alcuni, con aria remissiva, denunciano: "eh, cantando, appoggiando, si sa...". Alcune persone hanno proprio la percezione fisica che nell'attività canora il diaframma crei inconvenienti. E i foniatri giù a dare gastroprotettori, inibitori del reflusso e così via. Cioè danno per scontato che l'attività del cantare sia connessa indissolubilmente a problemi gastrici. E naturalmente curano i sintomi, e non il male, che sarebbe quello di suggerire un cambio di respirazione. Ma questo metterebbe in crisi gli insegnanti, quindi... va bene così. Naturalmente il problema può riguardare anche gli strumentisti a fiato, visto che ne abbiamo parlato nei post precedenti. Oltretutto, come è noto, il reflusso gastrico può dare problemi molto seri al canto, perché gli acidi che risalgono, specie durante il sonno, possono danneggiare gravemente le corde vocali; ci sono professionisti che hanno dovuto sospendere l'attività per mesi. Questo è un paradosso! Un'attività artistica, ben diversa da un'attività sportiva, che per natura esaspera le condizioni fisiche, dovrebbe solo dare piacere, gioia, benessere, si trasforma in un malessere da sopportare! Assurdo. Tutte le arti, anche quelle che utilizzano maggiormente alcune parti muscolari, come possono essere i pianisti, hanno proprio per caratteristica più evidente che il fisico non si modifica, non suscita un accrescimento muscolare. La cosa dovrebbe ancor meno realizzarsi nel canto, che è un'arte che usa il fiato, cioè qualcosa di immateriale, dove i muscoli dovrebbero non entrarci per niente. E qui di solito entrano in gioco "color che sanno", e ti contestano: ma il diaframma E' un muscolo, e poi lingua, laringe, faringe, ecc. sono pieni di muscoli, ... e via la tiritera. Il fatto che il diaframma sia un insieme di muscoli, a noi cosa interessa, se non per informazione culturale, e così per tutti gli altri? Sono perlopiù muscoli involontari. Sarebbe come dire che anche il cuore è un muscolo, ma non è che vogliamo dominarlo, no!? Come il buon senso ci suggerisce di lasciarlo fare, che sa, sarebbe opportuno comportarci analogamente, o quasi. Dico "o quasi" perché ci sono aspetti da non ignorare. Sicuramente quando si canta artisticamente, cioè quando la voce viene utilizzata nelle sue massima possibilità, il diaframma viene coinvolto in modo importante. Certo è che se per far questo si viene indirizzati a una spinta verso il basso, e tutta la questione respiratoria viene indirizzata verso un coinvolgimento profondo dell'addome e persino del ventre, la nascita di problemi di salute è scontata. Come ho già scritto infinite volte, convogliare tutta l'attenzione sulla parte inferiore del busto, pancia, addome e in alcuni casi anche fino al pube, è un controsenso, se pensiamo che il fiato coinvolge solo la parte superiore del torace. Tutto ciò che sta sotto non è relativo alla respirazione, ma ai suoi riflessi. La cosiddetta respirazione "diaframmatica" è da intendersi esclusivamente come una respirazione rilassata, per evitare per quanto possibile di instillare forze che possono sommarsi alle reazioni istintive. Mi spiego meglio. Sappiamo che il canto, specie quando si allarga a tessiture più ampie del normale parlato e a colori e intensità di maggior impegno, oltre a richiedere tempi di gran lunga superiori al tempo del respiro fisiologico, genera reazioni istintive che inducono il diaframma a rialzarsi con una certa forza e a crearci quindi problemi e difetti. Se noi adottassimo nel periodo iniziale dello studio una respirazione toracica, potremmo contribuire a questo sollevamento, perché premendo sui muscoli dell'addome andremmo a creare una spinta sotto il diaframma che potrebbe sollecitare il suo sollevamento. Il modo più diffuso di evitare questi problemi risiede nell'opporsi con forza a questa risalita, spingendo giù e praticando varie posture, per l'appunto coinvolgenti l'addome. Questa opposizione è perdente! Fare la guerra al nostro corpo è un'azione insensata e non potrà condurre a risultati di valore, perché il nostro istinto di difesa e sopravvivenza avrà sempre la meglio, magari in tempi lunghi, ma vincerà sempre lui. Ma anche quando per un certo tempo parrà che ci lasci campo libeo, ecco che appariranno tutti questi problemi collaterali, tipo reflusso, ernia iatale, ecc. C'è poi un altro aspetto, che di solito sottovalutiamo. La postura che viene spacciata per respirazione diaframmatica, quindi con "pancia in fuori", crea due altre questioni: la schiena, che col tempo si incurverà in zona lombare e darà dolori, e la spinta in avanti, che si riflette anche sulla posizione diaframmatica. Esasperando infatti questo tipo di respirazione, noi produciamo un'inclinazione in avanti del diaframma, che assumerà quindi anche una deformazione ben poco efficace al canto. Quindi dove sta la soluzione? In primo luogo occorre aver pazienza, non fretta, e ACCONTENTARSI!! La fretta non può mai creare risultati buoni, e cercare risultati eclatanti in tempi brevi può, invece, creare danni e financo bloccare, inibire il canto a chi magari ne avrebbe tutte le caratteristiche potenziali. Per un certo periodo quindi occorre praticare una respirazione quanto mai rilassata e "naturale". Senza alcun tipo di spinta. L'insegnante dovrà osservare attentamente che la respirazione sia tranquilla, silenziosa e non comporti alcun tipo di apnea, di sollevamenti innaturali, meccanici, a scatti, a colpi. Se la disciplina viene condotta correttamente, in un certo tempo, che non è uguale per tutti per cui non posso indicarlo, le reazioni istintive potranno essere mitigate, e questa respirazione potrà essere INTEGRATA passando a una respirazione costale. La respirazione costale, correttamente eseguita, comporta un sollevamento del torace mantenendo una tonica pressione sulla parete addominale.zona plesso solare (che tenderà ad appiattirsi). In questa fase noi dobbiamo considerare che la respirazione diventa LATERALE, cioè non può verticale e gravante sull'addome, ma orizzontale, espandente verso le ascelle. Questo darà numerosi contributi. Sostenendo il torace, noi ne toglieremo il peso (specie per le donne) dal fiato e dal diaframma, e assumeremo una posizione più retta, con uno scaricamento del peso sulla colonna vertebrale, e soprattutto un "raddrizzamento" del diaframma, che assumerà una posizione orizzontale, quindi perpendicolare alla colonna d'aria. In questo modo togliamo pesi e pressioni anche involontarie dal diaframma e dagli organi sottostanti (compreso il cuore!!), otterremo una postura del corpo molto più elegante e benefica, una respirazione ottimale al canto. Da questa si potrà passare poi a una respirazione artistica ancora più raffinata, ma di questo è inutile parlare in questa sede. Quando si pratica il canto, ogni segnale di sofferenza deve dar luogo a interrogativi e a rifiuti. Se quando cantiamo o subito dopo, si diventa completamente afoni: smettere subito e cambiare insegnante (quando si inizia e per un certo tempo l'uso più impegnativo dell'apparato farà sì che si crei un po' di lubrificazione delle corde vocali, e questo potrà "sporcare" un po' la voce, ma che non deve mai andar via e tutto deve tornare come prima nel giro di poche ore). Se si viene guidati a una respirazione che ci crea problemi alla schiena, ai reni, alla pancia, alla digestione, ecc. farlo presente e se ci viene detto che sono mali professionali e che bisogna portar pazienza... mandarlo/a gentilmente a quel paese e cambiare. Se si vuol fare canto artistico, non bisogna avere remore. Non si può essere pigri e scegliere l'insegnante "comodo". Se ne possono cambiare 2, 3, 5 10.... finché si trova quello giusto, che ci offre davvero una visione artistica del canto, benefica, salutare per il corpo, la mente e lo spirito.

venerdì, gennaio 10, 2020

Il fiato: cantanti vs strumentisti - 2

Proseguo.
Nel canto abbiamo la possibilità di adottare una DISCIPLINA artistica indirizzata a provocare un'evoluzione respiratoria atta a conseguire un elevamento della parola a canto; la promozione di una nostra capacità spontanea a un livello superiore. Nella produzione di suoni strumentali questo non è possibile, perché lo strumento meccanico esterno non può essere contemplato nella nostra evoluzione. Però possiamo raggiungere comunque risultati ottimali, anche considerando che gli aspetti fisiologici sono meno oppositivi rispetto al canto. In esso noi arriviamo a una vera commutazione del respiro dai fini prettamente fisiologici a quelli artistici. Nel caso dello strumento noi possiamo ottimizzare il fiato fisiologico, senza obiettivi di modifica sostanziale. Infatti il fiato continua a uscire regolarmente, senza estremismi, senza interferenze laringo-valvolari (se non le creiamo noi). Il problema di fondo, sostanzialmente l'unico, è come "colloquiare" con la pressione che si crea con l'imboccatura. Occorre prendere coscienza che tra il bocchino e il diaframma c'è (ovvero deve esserci) un'unica colonna d'aria, non spezzata dalla laringe, e che questa colonna deve avere la minore pressione possibile. Affinché la colonna d'aria sia unitaria, non devono crearsi apnee, cioè non si deve creare quella pressione sottoglottica che spingendo sotto la laringe provoca la sua (tendenziale) chiusura, cioè richiama la funzione valvolare.Quindi il ruolo delle labbra è fondamentale, almeno per un certo tempo, perché creano un "polo" tensivo togliendolo alla gola. Più che nella continuità del suono, il problema può porsi nello staccato. Ogni volta che si vuol generare un suono staccato, istintivamente, anche per lo strumentista, c'è la tentazione di consonantizzarlo, cioè di dare un impulso dalla/con la glottide. Niente di più sbagliato. Bisogna agire con le labbra e dalle labbra verso lo strumento. Anche nel canto tutto il dominio sull'aria deve essere compiuto dall'esterno, facendo fluire il suono come fosse un alito, partendo già da fuori. Ascoltarsi, quindi comprendere che nel momento in cui si attacca un suono con il proprio strumento, si sta solo soffiando e non premendo, specie dal basso, o spingendo né verso l'esterno né verso il basso. Far nascere il suono esternamente a noi è un dato fondamentale. Peraltro lo strumentista ha un vantaggio: il suono è prodotto da aria espirata, e lo sa. Nel canto il fiato è tradotto in suono e questo crea grosse complicazioni mentali. Il fatto di gestire fiato fisiologico è molto meno impegnativo e più "tollerato" dall'istinto. L'importante è non creare condizioni reattive, quindi cercare di diminuire la pressione, pensando sempre di consumare, di far fluire l'aria, non risparmiando o trattenendo (che è un errore grave quanto spingere), ma considerando appunto questo flusso come lieve, scorrevole, placido, non violento, non denso e soprattutto evitando le contrapposizioni. Anche il bocchino non deve essere considerato un "tappo", un freno e un oppositore alla nostra emissione, ma pensare di trovare la relazione ottimale affinché le vibrazioni delle ance (o delle labbra nel caso degli ottoni) siano in rapporto perfetto con il fiato che emetto. In genere si tende sempre a dare di più del necessario (questo tantissimo nel canto), quindi il consiglio è sempre di andare a TOGLIERE, cioè provare a dare il minimo, come è il sussurro nel canto. E gettare lontano, ma non violentemente e con forza, ma far volare, volteggiare, utilizzare l'aria come per gli oggetti volanti, cioè considerarla un mezzo su cui il suono può correre lontano. E prendere fiato con dolcezza, rilassatezza, silenziosamente.
Il flauto. Per il flauto c'è qualche differenza rispetto agli altri strumenti a fiato, in quanto il flautista non imbocca lo strumento, ma ci soffia dentro. Quindi non si andrebbe a creare una particolare pressione, essendoci solo una "strettoia" formata dalle labbra. In teoria c'è meno opposizione rispetto alla pressione che si crea con gli altri strumenti, però i casi di problemi laringei nei flautisti sono molto numerosi. Introduciamo qui un altro fattore, il fiato "freddo", o soffio, e il fiato "caldo", o "alito". Il soffio è freddo perché esce ad alta velocità e percorre un tubo stretto. L'alito scorre più lentamente e in un tubo più largo, avendo quindi il tempo e l'occasione di riscaldarsi. La questione è che per la legge di Bernoulli, la velocità dell'aria determina o può determinare la necessità di un restringimento del tubo, che avviene a cura della glottide. Questo restringimento determina una forte frizione dell'aria sulle pareti, che tenderanno col tempo a infiammarsi e in casi estremi a dar luogo a sistemi di protezione, che poi si trasformano in noduli e patologie analoghe. Qui la possibile soluzione, oltre comunque a quanto già detto a proposito degli altri strumenti, che ha comunque valore (per cui non premere, non spingere né in giù né in avanti, considerare un'unica colonna da labbra a diaframma, ecc.), consiste nel cercare di non soffiare con troppa energia, e anzi cercare di pensare maggiormente a "alitare" (questo può essere particolarmente utile nel flauto dolce).
Altro consiglio per tutti: non fissarsi sull'aria polmonare, cioè considerare che l'aria giunga da sotto, ma utilizzare l'aria che si trova nel cavo orale. Ovviamente ogni soluzione può anche originare problemi, quindi se la gola non è libera, anche questo suggerimento può essere negativo. Ci vuole sempre un insegnante che abbia piena coscienza di ciò che fa e ciò che insegna e che sappia prontamente individuare i problemi e risolverli.