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martedì, settembre 15, 2020

Rapportare i suoni

 Ho letto e sentito più volte, da parte di "esperti" di canto, paragonare il passaggio di registro al cambio dell'automobile. Quando parti stai in prima per un breve periodo dopodiché devi cambiare marcia se no rischi di fondere. Ma il paragone non regge. Nell'automobile il cambio è un apparato intermedio tra il motore e la trasmissione e serve a far diminuire il numero dei giri al motore man mano che si prende velocità; nella voce il numero delle vibrazioni delle c.v. aumenta sempre salendo, quindi è falso che mediante il cosiddetto passaggio si diminuisca alcunché. Molto più adeguato il riferimento alle corde di uno strumento tipo chitarra o arco, dove è necessario spostarsi da una corda all'altra sia salendo che discendendo; ci sta anche il fatto che su questi strumenti è possibile realizzare medesime note su diverse corde, dando colore e carattere diversi. Però anche su questo occorre prendere le distanze; in primo luogo noi abbiamo sì due corde vocali, ma che vibrano (devono vibrare) in sincrono (altrimenti c'è qualcosa che non va, di serio), quindi non c'è un passaggio da una corda all'altra, ma sono le medesime corde che possono atteggiarsi in modalità leggermente differenti. E' necessario, però, ricordarsi che le frequenze aumentano costantemente dalle note più basse alle più acute; cos'è che manca nelle voci che non hanno raggiunto l'esemplarità? il rapporto perfetto tra fiato e frequenza. Cioè il fiato potrà anche riuscire a mettere in vibrazione le c.v. su una sufficiente gamma vocale, ma il rapporto non è costante, quindi possiamo dire con certezza che va a scemare man mano che si sale. Molte persone oltre un certa limite, salendo non sono più in grado di far scaturire note, oppure risultano estremamente forzate (e teniamo presente che oltre al fiato siamo aiutati anche dall'apparato nervoso). Ma anche chi ha già studiato per un certo tempo o che ha una buona natura, e quindi riesce a salire con una certa facilità, oltre a un certo limite avvertirà un peggioramento qualitativo, si entra in una sorta di grido, di suoni striduli, decisamente inaccettabili. Quindi il consiglio "tecnico", porta al cosiddetto passaggio di registro, cioè modificare le caratteristiche delle c.v. (mediante modifiche alla colonna sonora) che diventeranno più tese e sottili, e ci permetteranno di salire con una migliore qualità sonora. All'inizio questo procedimento potrà non funzionare o portarci comunque a suoni scadenti, ma col tempo potranno migliorare considerevolmente fino a un'ottima qualità, anche se molto spesso la procedura del passaggio comporterà un tipo di emissione non del tutto omogenea con la gamma centrale. Questo per determinate caratteristiche anatomiche della parte delle c.v. preposte alla formazione delle note acute. La necessità del passaggio, però, non sarebbe realmente necessaria, e questo per due fattori:

1) come ho già scritto sopra, noi dobbiamo considerare che man mano che si sale dalle note gravi verso il centro-acuto, i rapporti tra fiato e frequenza tendono a peggiorare in modo quasi insensibile, quindi nelle note precedenti il punto dove è consigliato passare, questo rapporto è già labile, e l'emissione non più
valida, anche se accettabile dalla maggior parte delle persone (cioè del loro udito). 

2) la postura delle corde vocali è erroneo pensare che sia "binaria", cioè o così o cosà; questo è un grave errore che persiste da tempo immemore; già Tosi e Mancini nel 700 cadevano un po' in questa trappola, pur avendo una grande cultura del fiato. E' molto probabile che, quindi, sapessero superare il problema, ma non ce lo lasciano capire dagli scritti. Quindi dobbiamo riconoscere che nel momento in cui, mediante la corretta disciplina di studio, siamo in grado di rapportare perfettamente il fiato con il suono corrispondente, anche quando siamo nelle note gravi faremo sì che le c.v. si atteggino nella loro globalità a quel suono, quindi quando si arriva nelle note centro acute, dove le "tecniche" vorrebbero che si passasse di registro, ci si rende conto che è del tutto inutile, perché i suoni continuano ad essere belli, rotondi, appropriati, omogenei, per proseguire costantemente fino alle note più acute della gamma. In pratica è come se noi dovessimo superare una valle prima scendendo nella valle stessa, e poi risalendo sulla riva opposta, mentre con la giusta disciplina è come se noi riempissimo la valle e ci trovassimo sempre su un medesimo piano, seppur inclinato. Ciò di cui la maggior parte degli insegnanti e dei cantanti non si rende del tutto conto, è il fatto di "scendere"; si ha l'impressione di restare omogenei, ma il fatto stesso che a un certo punto subentri la necessità di "salire", cioè di non poter proseguire con la stessa vocalità, pena il gridare o comunque il deterioramento timbrico, è un segno evidente che questa presunta omogeneità non c'è, quindi significa che il fiato non è rapportato e le c.v. non si sono adeguate strutturalmente e gradualmente. 

sabato, settembre 12, 2020

La parola che espone (l'esponente)

Ancora una volta l'esperienza pratica mette in luce aspetti psicologici che influiscono o possono influire non poco sulla qualità del risultato. 

Schipa e Di Stefano possono essere considerati due tenori agli antipodi tra di loro. Bellissima la voce del secondo, decisamente meno bella quella del leccese, che però era in possesso di un magistero vocale come pochi, mentre Di Stefano nel volgere di pochi anni di carriera già mostrava segni di logoramento che andarono sempre peggiorando. Però qualcosa li accomunava, tant'è che ancor oggi Di Stefano è considerato quasi un mito: è la pronuncia. L'uno e l'altro si sono sempre contraddistinti, anche nelle interviste, per mettere a monte di tutto la parola scandita. A parte il timbro, che è un fatto soggettivo, la differenza di fondo è consistita nel fatto che Schipa era in possesso dei mezzi per poter sostenere efficacemente e per sempre la parola, mentre Di Stefano no. 

Ma in sostanza cosa ha reso grande fino alla mitizzazione il nostro Pippo? La generosità, la carica umana che ha potuto esprimersi attraverso un uso davvero sincero della parola. Questo ha potuto, anzi, può ancor oggi, far breccia nella sensibilità delle persone che lo ascoltano e che non si soffermano più di tanto sulle carenze dell'emissione. Per lui è stato un fatto innato, una carica insita nel soggetto. E' stato lo stesso per Schipa, che però ha potuto contare su uno studio lungo e meticoloso, oltre che una notevole intelligenza che gli ha offerto la possibilità di conservare quel tesoro intatto per tutta la vita.

Quindi la parola è la POTENZA (esponente) da dare al suono per poterlo elevare ad arte vocale. S^p=Av (è una definizione simile a quella del logaritmo, che guarda caso è alla base del funzionamento dell'orecchio)!

Ma come si spiega che nonostante io sostenga questa tesi da anni, la esemplifichi e dimostri fattivamente la sua verità, incontro spesso difficoltà di realizzazione da parte degli allievi?

I motivi sono due: uno, da sempre noto e alla base delle scoperte del m° Antonietti, consiste nella resistenza opposta dall'istinto di sopravvivenza e difesa della specie, che riconosce (essendo nel DNA) la parola come necessaria alla comunicazione verbale ma si oppone a uno sviluppo (o addirittura una evoluzione) della stessa oltre i limiti delle esigenze di vita comune.

Il secondo motivo è di carattere psicologico e consiste nella difficoltà che ha la maggior parte delle persone nell'esporsi pubblicamente. La voce, come ho espresso spesso anche in questo blog, porta fuori di noi molto della nostra interiorità e intimità, ma lo fa in modo inconscio, non immediatamente riconoscibile. Già la condizione di dover parlare in pubblico ci pone in difficoltà perché non ci piace "mettere in piazza" i nostri segreti, anche se non in modo palese. Ma perché ci vergogniamo e/o ci sentiamo in imbarazzo? Se poi dobbiamo anche cantare questo fenomeno cresce ancor più. Non capita, o in misura ridotta, se la nostra natura psicologica ci porta dalla parte opposta, cioè a voler manifestare con gioia la propria appartenenza alla sfera umana sotto l'aspetto spirituale, intimistico, più che fisico, senza alcuna vergogna o imbarazzo, giacché siamo tutti uomini e dunque accomunati dalle stesse leggi. 

Se questa scuola può intervenire efficacemente nell'affrontare e risolvere le questioni vocali legate alle difese istintive mediante un lungo e meticoloso lavoro che le aggiri e che possa far sorgere una sorta di nuovo senso (fonico), accettabile dall'istinto stesso, molto più complesso risulta affrontare il secondo problema.

Le persone avvertono col canto una "esposizione" pubblica, che le rende "fragili", attaccabili, vulnerabili, dunque sviluppano una resistenza e delle difese. E come si realizzano? Nascondendo la parola, cioè rendendola meno incisiva, meno "vera", meno sincera, meno comunicativa nella sua essenza, nel suo contenuto sensibile. Ci si rifugia nel suono, cioè nella pura vibrazione fisica, anche se ammantata da una pseudo pronuncia. Però per molti cantanti rifugiarsi nel puro esibizionismo funambolico delle coloriture, dell'agilità, è il massimo della tranquillità, della sicurezza. 

Sia chiaro: questo succede anche suonando uno strumento o in un complesso o orchestra, anche se non c'è una parola concretamente pronunciata, ma una cosciente sensibilità musicale può far scaturire dalle relazioni tra i suoni messi in campo dal compositore in una determinata sequenza e con specifiche caratteristiche di frequenza, di timbro, di dinamica, di ritmo, un contenuto "vero" con caratteristiche del tutto analoghe a quelle di un testo poetico musicato. La forza della parola non conosce limiti, però il mondo quotidiano non può sostenere il peso di parole con contenuti molto profondi e coinvolgenti, dunque il linguaggio comune è destinato al consumo semplicistico della routine; un ambiente più consono è quello della letteratura artistica, e ancor più quello della poesia, sempre più nascosto e scarsamente fruito. La potenza delle parole viene avvertito solo da pochi; anche qui ci sono questioni di sequenza, di ritmo, di colore... figuriamoci quindi cosa avviene nell'incontro verticistico tra parole di alta poesia e grande musica! Ma non si tratta di dare "veste" musicale alle parole, ma di percepire la loro vibrazione profonda, già musicale in sé, e potenziarla mediante ulteriori mezzi sonori. Potremmo definirla... musica al cubo! E' però un tipo di risultato che non possiamo aspettarci quasi mai nel campo operistico, dove i libretti, anche nei casi migliori, non possono aspirare ad essere testi letterari sublimi. Più probabili risultati di grande altezza possono aver luogo in lieder, romanze, chansons, songs, cioè brevi composizione su testi di grandissimi poeti e occasionalmente da testi "sacri", laddove il musicista si è servito di una lirica veramente ispirata, sublime. 

Tornando all'argomento, come si può superare l'ostacolo psicologico che impedisce o limita fortemente la capacità di esprimere con piena consapevolezza e verità le parole di un testo cantato (mentre si affronta con molta più disinvoltura un vocalizzo?

Questa realtà ci spiega anche perché hanno molto più successo le scuole di canto il cui metodo svia dalla perfetta pronuncia, alimentando l'idea che le "intervocali" cioè le vocali miste o impure, siano più efficaci per cantare, o come dice una notissima cantante bulgara, le vocali vanno "uniformate" sulla "U", in modo che non si capisce quasi più niente, ma anche quando si capisce, manca l'elemento di verità che può raggiungerci solo grazie a una pronuncia assolutamente perfetta.

Intanto, come sempre, il primo obiettivo è prendere coscienza dell'esistenza di questo ostacolo. Comprendere le ragioni della resistenza psicologica non è per niente facile, perché possono dipendere ma molti fattori. Un fattore frequente è già insito nel territorio. Ci sono regioni (nel mondo e nei singoli Stati) dove le popolazioni sono più aperte, generose, comunicative, e regioni "chiuse", dove regna la diffidenza, la scarsa comunicazione. Ma da lì il cerchio si stringe all'ambiente familiare, lavorativo, sociale. Superare questo ostacolo, quindi avere fiducia nel prossimo, sapere di poter esporre le proprie opinioni, sapendo sostenerle e sapendo di dover subire critiche e attacchi di qualunque genere... è un lavoro mentale molto impegnativo. Potrà sembrare eccessivo questo discorso legato "semplicemente" a imparare il canto, ma qui non si tratta di accedere a un canto piacevole e spensierato, nemmeno "serio", ma molto di più, si tratta di voler accedere a un canto LIBERO, a una comunicazione diretta, a quell'amore-conoscenza a cui tutti, in qualche modo, aspiriamo. In tutte le fasi è indispensabile adire al "riconoscimento", che è poi coscienza. Ascoltarsi e riconoscere se ciò che diciamo e poi cantiamo ha un connotato di sincerità, di comunicazione verosimile, convincente, o resta su un piano astratto, distaccato. Ogni frase dovremmo sentirla come se venisse detta a noi e dobbiamo percepire immediatamente se ci muove qualcosa. Infatti il fulcro della vera musica, come ogni verità, è il "movimento" interiore che ci procura. Se manca questo elemento resta tutto a livello di superficie, che ci sollecita giusto i terminali nervosi più affioranti, ma non scende, non ci conquista e dunque è destinato a scomparire. 

Aggiungo un pensiero: la pronuncia fasulla è anche un rifugio sicuro, tranquillo, comodo, dove difficilmente qualcuno può venirti a infastidire, specie se sai abbastanza giostrarti col suono. E' la parola, invece, quella che ti espone, ti mette in maggior risalto e quindi che ti può porre nel mirino dei narcisi e dei soloni che dalla verità prendono adeguatamente le distanze e che vogliono colpire chi vi si avvicina.

Ancora un'annotazione: perché siamo così toccati quando sentiamo cantare un bambino o un coro di voci bianche? Perché essi, se non sono stati "traviati", esprimono veramente con sincerità le parole di un brano, e anche se possono avere una vocalità difettosa, riescono comunque a esprimersi con una libertà e un trasporto molto superiore a quello della maggior parte dei cantanti adulti.

mercoledì, settembre 09, 2020

Siamo tutti musicisti, siamo tutti cantanti

 Ebbene sì, anche se vi può sembrare impossibile, siamo tutti musicisti e cantanti, nessuno escluso! Anche gli stonati? Sì; anche quelli che non sanno andare a tempo nemmeno con la banda che suona la marcia? Sì. Se uno vi chiede: "ma tu sei un musicista?" voi potete rispondere tranquillamente di sì, e lo stesso vale per chi vi chiede se siete un cantante. E potete anche rispondere: "pure tu!" Per non essere musicisti e cantanti bisogna non essere umani, oppure avere una grave patologia, per cui si è del tutto sordi dalla nascita. Diverso è essere artisti. Allora la frittata si rovescia, per cui anche persone che si definiscono musicisti, nel senso che hanno studi, diplomi, esperienze, possono non essere artisti. L'uomo, in quanto uomo (ovviamente anche donna), è automaticamente esso stesso musica. L'essere intonati o stonati non ha alcuna importanza, così come avere "il ritmo nel sangue". Chiunque, magari anche solo in momenti molto particolari, dovrà o potrà esprimersi affettivamente o sentimentalmente o espressivamente o drammaturgicamente con una sua musica e lo farà con la voce, quindi cantando. E sarà veramente musica, anche se stonando e non avendo alcun parametro ritmico che definiremmo corretto. La necessità comunicativa interiore del soggetto sarà comunque assolta. Questa possibilità è propria dell'umanità, quindi del suo stadio evolutivo. Quindi esistono le condizioni affinché si possa manifestare questa possibilità espressiva, che però non assurge a livello artistico. Qualcuno può trovarsi nella straordinaria condizione di poter cantare o suonare con invidiabile bravura. Tranne il caso, che possiamo escludere a priori perché si tratterebbe davvero di un'eccezione strabiliante, di un soggetto già evoluto a un grado superiore a quello umano comune, non possiamo parlare di un artista "nato". Possiamo invece parlare di soggetti "predisposti" a evolversi, ma comunque in una situazione difficile, perché necessitano di un ottimo maestro che li sappia guidare a quello stadio. Cosa estremamente difficile, perché chi si trova con una forte predisposizione difficilmente accetta di fare un percorso di studio molto impegnativo. E sarà invece molto pronto a buttarsi allo sbaraglio e a bruciarsi. Vediamo continuamente concorsi e show con la presenza di bambini dotati di incredibili doti (oggi con internet ne possiamo vedere frequentemente); ebbene questi fenomeni che fine fanno? I bambini si trovano in una situazione del tutto eccezionale, dal punto di vista creativo, cioè sono piccoli artisti e potenzialmente molto prossimi a diventarlo effettivamente, ma quella "muta", quel periodo adolescenziale crea una sorta di retrocessione ad una condizione più animale; si può dire che quella profusione di ormoni richiami l'uomo alla sua condizione fisica e istintiva di perpetuazione della specie. Questo periodo potremmo definirlo involutivo; ho potuto constatare dal vivo questo fenomeno, che naturalmente come tutti questi processi è alquanto soggettivo e variabile, per cui, fortunatamente, in diversi casi riesce a superare il momento e a mantenere la passione, o addirittura accentuarla, e quindi a tenere viva la fiamma, l'interesse e le capacità, anche se non di rado risultano più "annebbiate", ma con la possibilità di riprenderle e rinforzarle grazie alle maggiori doti intellettuali, fisiche e psicologiche della maturità e dell'esperienza. Però ricordiamo anche che tra la condizione spontanea e quella artistica, pur così distanti, c'è una relazione importante; proprio quella spontaneità e quella realtà "naturale" dell'essere musicisti e cantanti per nascita, dovrà essere la medesima quando si accederà all'arte, solo ... al quadrato! Tutto ciò che c'è in mezzo, cioè tutto l'apprendistato, tutti gli anni di studio... via! La scala che ci ha condotto alla perfezione, va abbattuta. Rimane quella stessa condizione nativa, semplice, comunicativa. Noi siamo cambiati: invece di trovarci allo stadio 1, siamo saliti al grado 2, cosa che apparentemente non mostra alcun segno. Il cambiamento sta nel fatto che quando vogliamo emettere un canto di qualunque tipo, la nostra voce sarà quella di un cantante fatto, senza pensieri di "impostazione". Non esisteranno più scalini di alcun genere, non ci sarà alcun pensiero, alcuna "posizione", luogo, necessità "tecnica" da assolvere. La semplice volontà  sarà sufficiente. Non significa propriamente far ciò che si vuole, bisogna avere accortezze e prudenze, perché siamo uomini anche nel senso "animale" e anche se giunti a un certo punto una involuzione non è più pensabile, il nostro corpo è comunque soggetto a un logoramento che può incidere sulla qualità e la tenuta di qualunque voce. Insomma, come ho detto molte volte, bisogna un po' tornare bambini, e riprendere contatto con quel mondo irrazionale e spontaneo che ci guida nei primi anni di vita.  

domenica, settembre 06, 2020

Il canto lungo

 La differenza sostanziale tra il parlato e il canto sta nel fatto che il parlato è costituito da tante cellule mentre il canto è, o dovrebbe essere, una linea continua che si interrompe solo nelle prese di fiato.

Questo è un po' il motivo per cui la maggior parte degli insegnanti di canto insiste fin dall'inizio sui vocalizzi, in quanto essi si prolungano per tutta un'arcata di fiato. Questo però porta all'insorgere di un grosso problema, cioè ci si convince che il parlato è difettoso perché interrompe il flusso di fiato e quindi "è nocivo" e bisogna puntare sulla continuità del suono, sminuendo la pronuncia delle consonanti.

Poveri gli antichi maestri, tanto acclamati dai "maestroni" odierni, e traditi totalmente in fase pratica! Non solo gli antichi, ma anche i "vecchi" maestri davano un'importanza capitale alla pronuncia e iniziavano lo studio del canto proprio dall'esercizio sillabico e fraseggiato. 

L'esercizio basato su brevi frasi o su cellule sillabiche ha lo scopo di abituare l'allievo a non separare le consonanti dalle vocali, a non dare colpi sulle vocali, ma a fondere tutto in modo che si crei una sonorità omogenea, quello che si vuol anche definire appoggio. 

Nella frase, poi, la continuità deve riguardare tutta la frase: "framartinocampanaro". Un esercizio utile consiste nel pronunciare molto lentamente la frase senza lasciare il più piccolo spazio tra una lettera e l'altra, anche sostando qualche istante sulle consonanti per rendersi conto che tutto prosegue senza interruzioni. Questo può essere considerato un "legato", che ha un ben preciso significato musicale; questo legato ha una parentela con il legato musicale, ma non è la stessa cosa.

Se eseguiamo la stessa frase su più note, ad esempio tre, la pronuncia corretta e musicalmente non legata, fa sì che ci si sposti sulle note successive legando la pronuncia, ma passando sulla nota senza fare il minimo portamento di suono. Questo salto tra una nota e l'altra verrebbe pieno di accenti e disomogeneità se non ci fosse un ottimo legato della pronuncia.

Viceversa, in base alla qualità del legato musicale che è necessario ottenere (e questo dipende dall'autore, cioè dall'epoca e dallo stile, e dal contesto dell'aria, indicato solitamente sullo spartito) noi andremo a fare un portamento più o meno accentuato. Per imparare il legato musicale, c'è un esercizio, non subito facilissimo per tutti, che consiste nel portare la vocale sulla nota successiva prima della sillaba. Cioè, riferendomi alla frasi anzidetta, faremo: fra-a-ma-ar-ti-i-no-o-ca-am-pa-a-na-a-ro-o. In questo modo impareremo a passare in modo più melodico da una nota all'altra. Poi toglieremo le vocali intermedie ma dovrà rimanere il senso di legato. Come dico spesso, nel canto è sempre sottinteso un legato forte, quasi un portamento continuo, anche nel sillabato più accentuato. Questo non dipenderà da una tecnica, ma dalla continuità che il nostro fiato avrà imparato ad assicurare, alla base, e alla libertà che avremo raggiunto o fatto raggiungere alla nostra voce.

venerdì, agosto 28, 2020

Oltre il fiato

 Si fa un gran parlare di canto sul fiato, e anche in questa scuola non si scherza! Peraltro ho sempre specificato alcuni aspetti che possono anche confondere. Adesso cercherò di riprendere e specificare meglio cosa si intende e forse anche correggere qualche idea in proposito, soprattutto per evitare di indurre in errori. In fondo anche negli aspetti propedeutici e informativi bisogna... TOGLIERE!, semplificare.

Il fiato per questa scuola è l'alimentazione di suoni puri. Il fiato fisiologico non possiede in natura le caratteristiche per poter assumere questa condizione, e anche qualora le possedesse, molto eccezionalmente, è destinato a perderle se non sottoposto a una disciplina che porti a coscienza il  processo evolutivo che sta alla base di questa condizione. 

Il fiato, in quanto flusso aereo, quando tutto è corretto raggiunge le corde vocali, dopodiché cessa la sua funzione, in quanto fiato, perché totalmente trasformato in suono. A questo punto molte persone lo trattano come un oggetto fisico, che si può modificare, muovere a piacimento, ecc. La qual cosa non è vera e non è corretto perseguirla. In questo senso noi suggeriamo di continuare a trattarlo come fosse ancora fiato. Questo contribuirà a mantenere quella fluidità, continuità, leggerezza che una vera e importante voce deve possedere.

Siccome molte persone fanno molta fatica a staccarsi dall'idea fisica, muscolare dell'emissione vocale, specie se hanno frequentato scuole che hanno rafforzato questa modalità, si insiste sul "soffiare", alitare, sospirare, ecc. Questo sicuramente aiuta e porta gradualmente a una vocalità sempre più aerea e meno fisica. Per contro può verificarsi che si inserisca nella vocalizzazione un po' di fiato insonoro, il che inizialmente può aiutare, pur considerando che è un errore, ma che non dovrebbe proseguire. Interessante e più importante può essere (esercizio che potremmo già definire virtuosistico) il trasformare un alito, un sospiro, completamente in suono vocalico, cioè eliminando ogni residuo aereo, senza alcuno scalino. Ciò che definisco un "condensare" il fiato in voce. 

Questi input fanno parte del processo didattico, ma come tutto ciò che esula dall'esempio, cioè che ricorre a parole e immagini, è fondamentalmente erroneo e induce in errore. Questo sempre perché parole e immagini sono filtrate dalla nostra mente razionale e ricondotte quindi a procedimenti compatibili con il suo funzionamento, che è ovviamente diverso e distante dal sistema creativo-metafisico da cui dipende la nostra sfera artistica, cui dobbiamo attingere se vogliamo puntare a un risultato di questo tipo. Infatti un approccio particolarmente incentrato sull'idea del fiato, rischia, come si diceva, intanto di mantenere una parte sempre attiva di fiato mescolato al suono, il che oltre che erroneo può anche portare a problemi, in secondo luogo può allontanare o creare erronee percezioni della pronuncia.

E' sempre indispensabile sottolineare che la pronuncia vera e priva di difetti è davanti, esterna, lontana dal corpo. Se la pronuncia è "inquinata" dalla presenza di fiato insonoro, darà luogo a un'altro tipo di pronuncia, che può lontanamente assomigliare alla vera pronuncia, ma naturalmente non lo è e può allontanare dalla conquista del vero. La pronuncia, quindi la voce vera e perfettamente alimentata, è STACCATA non solo dal corpo, ma persino dal fiato. Il fiato, infatti, pur essendo la parte più immateriale del corpo, è ancora qualcosa di fisico, che soprattutto la mente razionale vuole governare a modo suo, cioè facendo riferimento alla parte muscolo-scheletrica, non sapendo e non avendo riferimenti su qualcosa di immateriale. Quindi noi dobbiamo, a quel punto, passare a un livello ancora superiore, cioè OLTRE IL FIATO.

Più avanti del fiato, cioè dove regna il mondo dell'impalpabile e ingovernabile fisicamente, c'è il mondo della PAROLA, della vera e libera pronuncia vocale artistica musicale. In questo senso noi possiamo parlare veramente di una vocalità e di una sintesi musica-parola. E' chiaro ed evidente che oltre il fiato c'è la libertà, non essendoci più alcun veicolo fisico di supporto. Noi possiamo "volare" grazie alla parola, cioè l'elemento che la natura ci ha fornito per poterci elevare spiritualmente. E' vero che la parola necessita di suono, il suono di fiato e il fiato di un complesso muscolare di base, ma questi li possiamo considerare degli "stadi" che progressivamente si staccano e si perdono, ovvero che noi uno alla volta superiamo e lasciamo nel corpo, per librarci nel volo libero. 

Questo comporta, durante il processo di acquisizione, che ogni stadio tendiamo a trainarlo in quello successivo. Non vogliamo lasciare il corpo per passare a qualcosa di più rarefatto, come in un processo di sublimazione. Quindi dal grande corpo al fiato è già un procedimento "doloroso"; staccarci dal fisico è per la nostra mente qualcosa di sbagliato, persino impossibile, quindi ci induce a rimanerci attaccati come a qualcosa cui non vogliamo e non possiamo rinunciare. Questo è uno dei fondamentali problemi dell'approccio a un vero canto artistico! Ma anche passare a un canto più etereo, più leggero e raffinato, non è sufficiente per raggiungere l'arte vocale. 

Quindi noi possiamo individuare tre stadi: 1) lo stadio respiratorio, 2) lo stadio sonoro, 3) lo stadio verbale. Il fiato NON DEVE spingere, premere o essere trainato, ma deve mantenere la propria sede senza alcuna particolare dinamica, quindi le varie tecniche respiratorie dovranno essere abbandonate, perché non ci deve essere coinvolgimento diretto. Il fiato deve essere fatto evolvere ad alimentazione di suoni puri mediante l'opportuna disciplina, ma deve rimanere calmo come un lago, privo di pressioni in qualsivoglia direzioni. Quindi in relazione con il suono, essendone generatore, ma non arrivando a disturbarlo. 

Il suono a sua volta è una vibrazione anonima, cioè non possiamo definirla ancora voce, perlomeno non nel senso vocale artistico. Anch'esso deve rimanere calmo e fermo nel suo luogo di origine, cioè lo spazio oro-faringeo; non deve essere premuto dal fiato, e non deve essere trainato dal suono vocale-parola. E' solo un materiale sonoro cui il terzo stadio attinge per procurarsi il materiale da elaborare. Ogni spinta o movimento è da considerarsi un errore. Il suono preleva fiato per potersi generare e dona suono per poter generare parola cantata.

Il terzo stadio, il più lontano da conquistare, veramente solo frutto di una processo disciplinare gnoseologico, è il mondo della parola perfetta, della libertà più assoluta (ovviamente compatibilmente col fatto che siamo esseri fisici, quindi non possiamo arrivare a una condizione disumanizzante, trascendente questo stato, per cui ci arriviamo per stadi successivi). Se conquistiamo e consolidiamo il mondo della parola elevata a canto, noi ci troveremo a cantare con assoluta libertà nel quadro della nostra capacità soggettiva (intesa come estensione-tessitura, volume-intensità, colore-timbro). Solo quando si raggiunge questo stadio si comprende veramente cosa vuol dire "parlar-cantando", cioè esprimere musicalmente un testo; ovviamente anche la qualità della musica e del testo sono importanti per poter addivenire a un canto artistico completo.

mercoledì, agosto 19, 2020

l'approccio al canto artistico

Mi accorgo, col tempo, che in questi messaggi sono sempre "avanti" e invece è importante insistere sugli aspetti iniziali, sull'approccio, sulle premesse, che spesso e volentieri sono utili anche agli allievi più avanzati. E' vero in quanto nel tempo nelle varie scuole di canto si sono consolidate delle metodiche affini a quelle strumentali, il che non va bene, perché il canto è un'altra cosa. E se, in ogni modo, il canto è un'altra cosa, il canto artistico, cioè non semplicemente quello classico, lirico, operistico o come meglio credete, ma quello poggia su solide basi ontologiche, filosofiche, metafisiche, immateriali, ne richiede di ancor più peculiari. 
Potrei dire: lasciate perdere tutto ciò che sapete, che avete letto, sentito, azzerate, resettate, svuotate. Se riuscissimo a partire da qui (e la cosa vale per qualunque attività che possa rientrare in un ambito artistico serio) avremmo già fatto una conquista. Avendo avuto la fortuna e l'opportunità di insegnare a ragazzi molto giovani, ho potuto verificare che non è solo un'ipotesi. Ma anche questo non basta, perché lo stile di vita del mondo in cui viviamo ci induce comunque a caricarci di idee che anche se non collegate direttamente con quello del canto, influiscono, e non poco, sul modo di approcciarci a esso. Tecnica e impazienza sono i primi e quasi ineliminabili meccanismi mentali e non a cui si soggiace. Pensiamo, perché ce l'hanno fatto pensare, che per cantare bisogna svolgere delle attività fisiologiche e meccaniche, e siamo sempre in attesa che l'insegnante ci sveli il segreto: cosa devo fare? E naturalmente gli insegnante ben volentieri si prestano a rispondere con i vari: gonfia lì, spingi là, tira così, alza di là, ecc. ecc. quindi cosa si vuole di più? Sono contenti e soddisfatti tutti e due. E, di conseguenza, non ci vuole nemmeno tanta pazienza, perché appena si inizia ti danno subito delle ricette. Invece se l'approccio è: parla, migliora il parlato, non "cantare", non fare niente, a qualcuno può far storcere il naso; perché come si fa a non fare niente? che c'entra il parlato? sto fiato che non va gonfiato, non va spinto, ... dopo un po' mette a dura prova la pazienza. 
Allora emergono le due parole più importanti: riconoscere e accettare. Queste sono le parole chiave per accedere alla consapevolezza. Rinunciare alle manifestazioni di esteriore propagazione sonora, che di artistico hanno poco o niente, per far emergere la vera potenza interiore, l'energia spirituale che partendo dalla parola elevata, si può aprire verso la sua massima libertà, e quindi luminosità e sonorità. Accettare e riconoscere vuol anche dire rinunciare: a fare cose internamente, a creare o costruire suoni mediante coinvolgimenti muscolari interni, a fare tecnica, a fare in fretta... Accettare cosa? la semplicità, l'elementarità dell'approccio. Dire le cose che sono scritte in un testo musicato rendendosene conto! Il canto che va per la maggiore, nel migliore dei casi riesce a farsi capire, ma non comunica realmente un contenuto, che fortunatamente è spesso rivestito da grande musica che riesce a veicolare almeno in parte. E invece accorre saltare al di là delle nostre normali capacità per far sì che la parola si capisca nel profondo "nonostante" il canto. Quanto il maestro deve insistere perché quella parola, cioè tutto ciò che c'è in quella parola (e poi quella frase) sia veramente "così", come nel caso della recitazione. E invece c'è sempre quella E che non è vera, quella A che non ha niente a che vedere con una vera A, e così via, e poi comunque anche quando sono a posto tutte le vocali, ci sono le consonanti, e quando è tutto a posto, quella parola non si lega con la precedente o la successiva, e anche quando si legano non ci trasportano il senso vero del discorso, e allora insistiamo. Tutto questo cosa può avere a che vedere con "alza il velopendolo", premi sulla pancia o sulle reni...? metti in maschera, gira....? un bel niente. Gli allievi di canto a cui si insegna che prima di tutto c'è la parola, si ribellano, perché questo sembra canto "leggero", cioè quello dei "canzonettari", confondendo l'approccio con la disciplina, e quindi con i risultati. Il canto spontaneo è un'ottima base di partenza, specie se si hanno delle doti in quel senso. Non per nulla molti dei buoni cantanti di questi ultimi tempi provengono dalla musica leggera. La parola, in quel campo, è importante e viene coltivata. Chi vuol far lirica pensa che allora quando si capiscono troppo le parole si sta facendo musica leggera e si vergogna e cambia strada. Il canto lirico, per loro, è suono, un certo tipo di suono, che disgraziatamente il più delle volte è un suono di gola, orrendo ma che è entrato nell'immaginario collettivo come, invece, qualcosa di importante, di "artistico". E invece è "infinocchiare". Sapete perché si dice infinocchiare per intendere imbrogliare? anticamente gli osti che mescevano il vino, prima di servire la bevanda offrivano qualche pietanza agli avventori per non farli bere a stomaco vuoto, e spesso questa era costituita da un piatto di finocchi. Ma i finocchi riescono a nascondere il vero sapore del vino, che spesso era di mediocre qualità. Ma potremmo fare tanti esempi: i coloranti, il sale e lo zucchero, che ci nascondono il reale sapore delle sostanze che beviamo o mangiamo. Sentite uno dei tanti cantanti di inizio XX secolo che "parla" cantando, come si voleva in epoca rinascimentale, quando quest'arte potremmo dire ebbe inizio (in realtà la cura della voce, cantata o meno risale alle origini stesse dell'uomo...). L'uomo "moderno" si crede molto furbo, molto intelligente, perché c'è la scienza che studia e approfondisce, ma la scienza divide, spezzetta ed è del tutto incapace di studiare e cogliere ciò che è l'arte, per il semplice motivo che arte e scienza stanno da due parti opposte dell'essere umano, la scienza sta nella parte razionale, cerebrale, l'arte sta nella parte creativa, metafisica. Dunque sono inconciliabili, perfino opposte, e chi vuol far arte deve sottostare ai principi dell'arte, non di una scienza che non è in grado di soppesare le potenzialità evolutive dell'uomo. Se non si accetta e si riconosce che il fiato, tramite la parola, può evolversi a livelli inimmaginabili, ha già fatto una scelta di basso livello, forse utile per "fare qualcosa", ma non certo per fare arte. Non ci si sta accorgendo che stanno sparendo i cantanti mitici, dove può essere oggi un Gigli, un Pinza, una Ponselle, una Stignani, un Basiola? Quante persone ho già sentito che non vanno più volentieri all'opera perché le voci non sono più interessanti? oggi il pubblico dell'opera è sempre più superficiale; si va per curiosità, per un discorso banalmente culturale, ma la passione diventa sempre meno legata alla fruizione. Aspiranti cantanti, con buone doti, che scelgono la strada del lavoro "sicuro" non sono un buon segnale, e l'imperversare di regie inguardabili, giusto per motivare (perlopiù scandalisticamente) frange di spettatori, nemmeno. Ma insisto nell'esortazione a seguire la via dell'arte. Alcuni segnali "umanistici" di questi ultimi tempi mi stanno un po' rincuorando e forse qualche segnale di ripresa sta apparendo. Crediamoci.

martedì, agosto 18, 2020

L' A negletta

 Perché in tante scuole di canto odierne la vocale A è bandita o limitata nella sua pronuncia a una O un po' più aperta? bisogna chiederselo e saper rispondere per comprendere ciò che anima le varie impostazioni vocali. In primo luogo c'è il fatto che questi insegnanti hanno una visione del canto unicamente interna, cioè non concepiscono la formazione esterna delle vocali. Questo è un problema e una grave limitazione, ma spesso aggravata da un'altra limitazione, questa più legata a singole scuole, e cioè non aprire, o solo parzialmente la bocca. Cercheremo di esaminare anche questo. 

Come è evidente, la A è la vocale che richiede la maggiore ampiezza. Per questo, nel canto spontaneo quando si pensa di cantare su una A si apre molto la bocca. In realtà nel parlato semplice difficilmente si apre molto. Questo deve far riflettere. La questione a questo punto è già chiara: se non si apre la bocca non si può cantare una A piena, specialmente forte e/o acuta; peraltro anche aprendo completamente la bocca la A apparirà molto fisica, gutturale, proprio per l'impegno muscolare che comporta quest'azione. Se poi secondo l'insegnante la bocca è meglio non aprirla molto, allora anche da un punto di vista interiore la pronuncia della A sarà quasi impossibile. La cupola palatina è alta, ma non abbastanza per consentire l'ampiezza completa di quella vocale. L'unico spazio che può consentire la vera pronuncia della A è quello esterno alla bocca. Però non finisce qui. Qualcuno potrebbe dire che per la pronuncia delle altre vocali lo spazio interno è sufficiente. In teoria, forse, ma in realtà la perfetta pronuncia delle vocali richiede lo stesso spazio della A, ecco perché la inseriamo quasi sempre negli esercizi.

Approfondiamo l'altra questione: perché alcuni insegnanti non vogliono che si apra molto la bocca? In fondo è semplice: ritengono che la differenza di apertura orale nelle varie vocali le renda estremamente differenti e quindi si produca un canto eterogeneo, inoltre pensano che aprendo la bocca il suono "cada", cioè perda appoggio. Questo fa anche il paio con la questione della "maschera", cioè immaginando che la voce si formi nella zona superiore della testa, diciamo oculare, aprire la bocca significherebbe abbassare il suono (e infatti così si dice), cioè perdere l'immascheramento o appoggio in maschera. Naturalmente è tutta una fantasia astratta e priva di fondamento, o meglio, è una cosa che in parte può essere realizzata, ma a costo di seri difetti. 

Aprire la bocca è importante nelle prime fasi dell'apprendimento del canto; occorre che il fiato conosca gli spazi e impari a percorrerli. Le forme chiave delle vocali devono essere apprese, per poi essere... dimenticate. Una volta che la voce può liberarsi ed esercitare la sua azione vocale all'esterno, questo "smascellamento" non solo non sarà più necessario ma anzi dovrà essere ricondotto a quello del parlato semplice, salvo particolari momenti di notevole intensità in zona acuta. 

Se si partisse sempre da una corretta pronuncia, senza "mascheramenti" e mescolamenti, il fiato si svilupperebbe in modo più corretto e tutto il canto ne avrebbe un notevole giovamento. Invece in questo modo si deve quasi sempre ricorrere a trucchi e artifici che minano la purezza della voce e il suo pieno controllo musicale. 

venerdì, agosto 14, 2020

l'applicazione

 Capita piuttosto frequentemente che le due parti di una lezione, cioè gli esercizi e l'esecuzione di arie, risultino anche notevolmente diverse tra loro; raramente succede che non si facciano particolarmente bene gli esercizi mentre risulti più efficace l'esecuzione di brani mentre molto più spesso succede, parlo soprattutto di allievi che frequentano già da un po' di tempo, che le arie, che cominciano ad essere anche di un certo impegno, risultino più difettose. Da un certo punto di vista ciò può essere normale, perché mentre gli esercizi si articolano su moduli semplici, da una nota a piccole scale o arpeggi, il canto vero e proprio imponga la necessità di salti in varie direzioni, cambi di vocali, necessità espressive, dinamiche, molto più complesse. Per questo esistono delle metodiche di studio che vengono applicate e consigliate, tipo cantare l'aria su una tonalità più comoda, cantarla su una o più vocali, premettere all'esecuzione dell'aria degli esercizi da svolgere con scale e arpeggi semplici sul testo dell'aria, ecc. Ma anche questi non sempre danno risultati particolarmente fruttuosi. Esiste innegabilmente una psicologia della lezione, che penso riguardi anche lo studio degli strumenti, per cui tra la parte di studio, definita "tecnica" e la parte del canto, definita "applicativa" viene avvertita una differenza che il più delle volte influisce negativamente. Intanto dobbiamo dire, in riferimento all'esempio fatto poco fa, che tra lo studio di uno strumento e lo studio vocale c'è una differenza abissale. Il pianista o il violinista o altro, deve realmente compiere un lungo e talvolta massacrante lavoro tecnico soprattutto di natura digitale, pur non dimenticando che anche in questa attività c'è un forte e importante coinvolgimento artistico, spirituale, che deve emergere e superare i limiti fisici, ma essendo gli strumenti esterni all'uomo e inventati, con varie limitazioni, c'è la necessità di adattarsi a uno strumento che non risponde a dei canoni naturali. Il canto è diverso, lo strumento è nostro, fa parte del nostro corpo e tutto ciò che si relaziona con esso, fiato, muscoli, cartilagini, ossa, fa parte del nostro funzionamento naturale, e non dobbiamo (NON DOBBIAMO) inventarci niente, non dobbiamo pensare di studiare delle tecniche e delle modalità per farlo funzionare di più o meglio di quanto non faccia; l'unica cosa che dobbiamo fare è innescare un processo evolutivo che porti il canto (fiato) a dare il meglio di sé, la qual cosa non è prevista naturalmente perché il canto non ci serve per vivere e sopravvivere, e nemmeno comunicare (basta la parola). E' una necessità spirituale che quindi richiede un approccio anche di tipo filosofico, ovvero una conoscenza metafisica che ci porti a conoscere i fondamenti dell'arte (vocale, in questo caso) e che quindi ci conduca a portare il canto a un livello di coscienza pieno e a farlo elevare a nuovo senso, diventando in questo modo naturale, cosa che istintivamente non è e non può essere. Per far questo, ricordo, è necessario superare, abbattere, l'ego, che è l'ostacolo più ostico che ci si presenta quando ci si approccia a un'arte. 
Anch'esso ha di certo una responsabilità nel discorso che sto affrontando. Gli esercizi sono considerati una ginnastica, un allenamento finalizzato a metterci in condizione di dare migliori risultati, ma quando si passa al canto, viene fuori la nostra passione, la nostra volontà di farci sentire, di farci valere. E quindi l'ego non se ne sta lì inerte, ma comincia a gonfiarsi e a intromettersi nella nostra attività, non accontentandosi di quella voce semplice, banale, che si usa negli esercizi, ma deve indurci a realizzare una voce veramente importante, lirica, potente, vibrante, bella, sonora, forte... Questa possiamo considerarla la problematica più imponente. Per questo questa scuola è difficile e con un futuro assai incerto, forse buio. Bisogna infatti comprendere che tra la prima e la seconda parte di una lezione non esiste una reale differenza! L'unica differenza sta nel fatto che la prima è più semplice (ma non tutti saranno d'accordo), per "mettere in moto" il fiato e far sì che possa portarsi alla migliore condizione possibile quando si affronta la seconda. Ma spesso e volentieri invece la prima parte risulta difficile perché non si riesce a entrare in quel mondo di semplicità, di rilassamento, di accettazione dove non c'è da fare niente, se non metterci sincerità in quello che stiamo facendo, senza cercare meccanismi, senza esagerare ogni movimento; questo porta a stanchezza e comunque a non mettere in relazione gli esercizi con l'applicazione. L'esercizio, nel canto, E' CANTO, è da considerare già un'aria, e l'uso della parola, che viene, almeno in parte, sempre impiegato, deve essere applicato con la stessa verità che si dovrà poi usare nel canto. Quando gli esercizi sono fatti bene, possono dotarci di una voce particolarmente pura, aerea, libera, il che, quando si andrà a cantare, non piacerà (soprattutto all'ego) perché ci sembrerà "diversa", non adatta a quella dei cantanti lirici imperanti, troppo banale, che poi non si sentirà in un grande ambiente. Non ci rendiamo conto, cioè, di avere in mano realmente uno strumento divino, che proprio per la sua facilità e purezza, è quello giusto e indispensabile per far arte. Con i rumori della gola, con le frizioni, gli ostacoli che si creano in gola, in bocca e in ogni altro spazio e organo coinvolto si fa solo una misera imitazione del canto, siamo costretti a spingere, a gridare per cercare di farci largo tra gli ostacoli, non rendendoci conto che in questo modo li stiamo creando noi!. Però c'è un elemento che dobbiamo altresì indicare: la paura. Nel momento in cui si fanno degli "innocui" esercizi, la persona si sente coinvolta in un processo di apprendimento, come quando si studia una lingua, finché si tratta di memorizzare termini, di studiare i verbi, ecc., può andare tutto bene, ma quando si passa a parlare, a dover ricreare circuiti di formazione di frasi, di fronte a chi già sa parlare quella lingua, il blocco è quasi automatico. Quindi si deve affrontare il muro della paura, che qualcuno pensa sia limitato al campo degli acuti, che certamente impegnano di più e possono più facilmente nascondere le insidie che portano a steccare, stonare o ottenere cattivi esiti, ma che in realtà entra in azione ogni qualvolta affrontiamo qualcosa che non è compresa dalla nostra ragione, cioè non fa parte della nostra parte razionale e fisica, ma proviene dalle nostre esigenze spirituali. La soluzione è quella di "scendere", di non vergognarsi di fare cose banali, di mantenere quella umiltà, semplicità, degli esercizi, cioè non illudersi che passando da una parte all'altra si entra nel mondo holliwoodiano, fatto di luci ed effetti speciali, ma si rimane con i piedi per terra, su un normale pavimento e in una semplice stanza, dove si può e a volte si deve sbagliare, ma dove è anche necessario sperimentare e provare a sé stessi che l'evoluzione c'è e la si persegue e qualunque volontà di far sentire che abbiamo una voce, abbiamo un talento, dei mezzi speciali, è destinata a rallentare il nostro percorso, a farci tornare indietro e a impedirci di conquistare l'arte. E' una lotta dell'animale contro il divino che c'è in noi, e non dobbiamo permettergli di intralciarci i piani, consentendogli di farci credere ciò che non siamo.

sabato, luglio 25, 2020

L'altra mente

Nel post precedente, verso la conclusione, parlo di pensiero "non mentale". Allora qualcuno chiede: qual è il pensiero non mentale? Per la verità questo riferimento a due tipi di pensiero lo faccio da parecchio tempo, ma forse ho lasciato il discorso un po' alla libera deduzione dei lettori, invece di spiegare, anche perché gran parte di queste sollecitazioni ho sempre il timore che suscitino polemiche già viste in passato. In ogni modo cerco di dare una spiegazione, anche se avventurarsi in questo campo con le parole è sempre complesso e foriero di interpretazioni. Inoltre si parla di "pezzi" di una disciplina molto ampia che andrebbe affrontata nella propria interezza per essere meglio compresa, ma richiederebbe uno spazio enorme e rischierebbe anche di portare il blog su un altro campo. Fin dall'inizio della compilazione del blog mi ero ripromesso di non approfondire troppo le istanze filosofico-gnoseologiche, come invece aveva abbondantemente fatto il mio maestro, e che non pochi problemi gli aveva causato. Temo di aver già più volte superato il limite che mi ero imposto, quindi farò ancora questa spiegazione ma non mi spingerò più oltre.

Dunque  osserviamo i termini Ragione, ratio, ragionamento, raziocinio, forse qualche altro derivato da questi. 
Possiamo dire che noi siamo investiti da due generi di contenuti interiori, che definiamo genericamente pensieri, mescolando due diverse fonti di provenienza perché la voce interiore è sempre uguale, la nostra, ma che hanno sostanza e obiettivi significativamente molto diversi.
La ragione è propriamente l'elaborazione della mente, di derivazione animale, anche se maggiormente sviluppata, che basa le proprie riflessioni su ciò che gli perviene attraverso i propri sensi. Quindi concepisce tutto ciò che è fisico, palpabile, visibile, misurabile, mentre osteggia ciò che è immateriale, astratto, invisibile, incommensurabile. Il tempo, ad es., non è concepibile dalla ragione, per cui necessariamente dovette inventare gli strumenti di misurazione, gli orologi, per poterne fare oggetto di speculazione mentale. Persino in musica si arrivò a inventare una sorta di orologio, il metronomo, per poter "misurare" il tempo, compiendo un grosso peccato, proprio perché invece la musica è la porta per entrare in una dimensione più vera e umana del tempo. Le arti, come ho spiegato in precedenza, sono frutto di una appartenenza, parziale, dell'uomo a una dimensione metafisica, per cui non apparterrebbero di fatto al regno della ragione (per semplicità possiamo dire che non servono a niente, ovvero non ci sfamano, non ci proteggono, non perpetuano la specie, ecc.), ma non possiamo sottrarle all'attenzione e all'elaborazione mentale, pertanto l'uomo tende a soppesarle, soggettivamente, a due osservazioni, una mentale, più razionale e fisica, e una più astratta, propria del pensiero, che è poi la fonte primaria di ogni arte. Quindi cosa capita? che siamo disorientati, perché c'è una parte di noi che vuole avere delle spiegazioni RAZIONALI di ciò che si sta facendo, del perché e percome (ed è un po' il campo che ha occupato la scienza), e resta dubbioso su tutte quelle spiegazioni che non attengono direttamente a un campo materiale e del tutto logico. Infatti, per quanti sforzi si facciano, non si riesce a eliminare del tutto il ricorso a qualche immagine o riferimento fisico per procedere nelle lezioni e indurre l'allievo a un'azione che si allontani il più possibile proprio dai coinvolgimenti fisici. Figuratevi quanto possono essere lontani dall'arte e quindi dal pensiero quelle, diciamo, scuole che si basano quasi esclusivamente su interventi di tipo muscolare, scheletrico, fisiologico, anatomico, cartilagineo, nervoso... (che sono poi comunque molto discutibili anche sotto questo punto di vista, in quanto non operano visivamente e quindi con sicurezza, ma mediante immagini mentali o riferimenti iconografici che però la mente non ci rappresenta in modo sicuro e esatto, per cui ciò che crediamo di fare molto difficilmente corrisponde a ciò che facciamo realmente). 
Dall'altra parte, quindi, abbiamo il pensiero, che è un flusso di stimoli fondamentalmente creativi, e che allarghiamo in una rosa di induzioni che categorizziamo (da parte della mente) in: idee, fantasie, intuizioni, immaginazioni, ecc. Il pensiero spazia in un ambito di portata gigantesca, che, appunto per questo, spaventa la mente e dunque si creano le convenzioni e i "limitatori" di varia natura. I bambini, in genere, sono investiti da una vera tempesta creativa, la loro mente razionale, sviluppandosi con l'età, non ha ancora la capacità di filtrare e bloccare questo flusso, dunque i bambini fino anche ai 10-12 anni, riescono a manifestare doti, capacità espressive e creative meravigliose. Ma se non ci riesce la mente a limitare e frenare questo flusso, ci pensa il mondo degli adulti, che ritiene questa attività un fase della crescita, ma le attribuisce per lo più un carattere di immaturità, che passerà con il tempo. E infatti quando si arriva intorno ai 12-14 anni, se non è passata, in genere viene sottoposta a un maggior rigore, perché per gli adulti ora è il tempo di pensare alle cose "serie", e quindi mettere da parte certe fantasie (poi ci penserà anche la successiva tempesta ormonale dell'adolescenza a riportare i soggetti a questioni di vita concreta e istintiva, almeno per un po'). Ovviamente con tutte le eccezioni del caso, che ci permettono di poter contare su artisti straordinari in ogni campo, che riescono a superare l'ostacolo in virtù o di genitori illuminati (un caro amico alla domanda: cosa ci vuole per diventare un bravo musicista, risponde: "avere la madre giusta!") o di una tale forza spirituale (che definiamo passione) da affrontare e sgominare ogni impedimento, la conquista di una disciplina artistica sarà sempre limitata a pochi. E' ciò che accadde al m° Antonietti e al m° Sergiu Celibidache, che hanno demolito ogni ostacolo alla ricerca e conquista di quanto auspicavano. 
Quindi dobbiamo essere consapevoli di vivere una doppia natura, una razionale, logica e materiale, l'altra ideale, astratta, creativa, le quali non vanno per niente d'accordo. La forza creativa può avere una potenza notevole e arrivare a modificare anche il nostro comportamento e funzionamento pur di giungere a manifestarsi. Sono casi molto rari. Per lo più questo flusso si fa strada in molti di noi e si manifesta "timidamente". Poi ciò che avviene dipende molto dalle condizioni ambientali e vitali in genere. La conquista artistica in genere dipende quasi totalmente dalla possibilità di trovare giusti insegnanti e insegnamenti, la conquista solitaria è quasi completamente da escludere. Ma dobbiamo fare i conti con una gran parte dell'umanità che segue quasi esclusivamente la parte razionale. Pensiamo solo ai tanti critici e cultori "ignoranti" che seguono esternamente i fenomeni artistici, cioè senza esserlo in nessun modo, e che inducono ad atteggiamenti e riflessioni "concrete", e tacciano di pazzia ogni riferimento e apertura "laterale" (non a caso sia Antonietti che Celibidache sono stati etichettati come pazzi da non poche persone). Più ci si avvicina a manifestazioni autenticamente artistiche più gli attacchi dalla società razionale saranno violenti ed efficaci, perché convincere le persone con discorsi logici e concreti è molto più semplice e di certo risultato rispetto a chi parla in termini di astrazione, di creatività, ecc. ecc. Anche perché è un campo invaso anche da perfetti millantatori che di arte non sanno niente e spacciano per arte ogni sciocchezza. Però, per rientrare un po' nelle misure a noi più vicine, non preoccupiamoci troppo del mondo esterno, ma di ciò che ci può sbloccare nell'apprendimento del canto o della musica in genere. A questo punto, se ci credete, sapete che nel vostro sforzo di trovare la chiave per un canto libero (che equivale anche a suonare o dirigere) ognuno di voi è in balia di due forze che possiamo definire contrapposte, quella razionale e quella creativa. La seconda è quella che ci spinge a intraprendere lo studio e la coltivazione di un'arte, e che non fa la guerra con niente e nessuno, è solo un'energia, più o meno potente, che però ha bisogno di utilizzare parti del nostro corpo per potersi manifestare, e persino di doverle modificare, per quanto possibile, per dare maggiore efficacia a quella manifestazione. La parte razionale non concepisce, non ha in sé gli elementi per sostenere e dare accesso a questa "fantasia", e, soprattutto nel momento in cui l'arte tenta di utilizzare parti del nostro corpo in contravvenzione con ciò che è previsto dalla Natura, è più che ovvio che scatti in opposizione, percependo questo come una minaccia, anche piuttosto concreta. 
Ma anche questo livello di consapevolezza non è che possa aiutare tanto, perché il busillis è: come si fa a evitare che la mente intervenga a impedire la possibilità di dare sfogo alla mia pulsione artistica? Si consideri però preliminarmente che un errore d'ingenuità risiede proprio in tutto ciò che stanno facendo una moltitudine di cantanti e insegnanti, cioè razionalizzare, ovvero elaborare con un mezzo inadeguato (e addirittura ostile) un procedimento che razionale non può essere. Siccome però il "meccanismo" che produce la voce è fisico, la mente se ne occupa, ma per cercare di eliminarla! E infatti quale è infine l'unico sistema per cercare di farla funzionare? La violenza, la forza, che in alcuni casi può dare qualche frutto, sempre limitato su diversi parametri, inaccettabile sotto il profilo artistico. Per seguire un percorso d'arte non si può derogare dalla creatività, cioè dal pensiero astratto. 
In vario modo ho già spiegato in centinaia di post come affrontare questa dicotomia, e siccome questo, adesso, sta diventando troppo lungo e complesso, lo termino. Riflettete, ma nel modo giusto!

mercoledì, luglio 15, 2020

Quel "di più"

L'uomo si trova sul confine tra la Natura - l'ecosistema, la materia - e il regno della metafisica, della creatività, dello spirito, dell'inconsistenza. A questo secondo insieme appartengono tutti i manufatti e le opere dell'uomo, vuoi dell'ingegno che della fantasia. Ciò che esiste in natura sarebbe destinato alla caducità se non ci fosse l'uomo che ne può valorizzare l'essenza. Un albero muore e il suo legno è destinato a marcire e a sfamare varie specie animali e vegetali quindi a sparire, oppure a incendiarsi, se viene colpito da un fulmine o attaccato da un incendio, o ancora a trasformarsi in carbone, in un lungo tempo, se ne ricorrono le condizioni. Ma anche in quella forma, senza l'uomo rimane senza scopo. Una enorme montagna di marmo resterebbe lì a consumarsi nei millenni, se non fosse arrivato un uomo a pensare di crearci una scultura. Cosa distingue un pezzo di marmo qualsiasi staccato da una montagna con un pezzo di marmo scolpito? Quantitativamente si tratta sempre di un pezzo di marmo. L'uomo vi ha infuso... che cosa? la qualità. Cioè la Conoscenza. Come ho detto, l'uomo sta su un confine tra due insiemi, due regni. Anche le arti si trovano su quel confine. Un'arte per potersi manifestare ha bisogno degli strumenti per poter forgiare le opere, e ha anche bisogno delle materie da forgiare. Sicché anche il canto sta in mezzo. La parte di uomo appartenente alla Natura possiede il corpo e gli strumenti fisici per produrre il suono. Questo suono però è puramente fisico, può servire solo per attirare l'attenzione, per spaventare, piangere, comunicare (ma in modo alquanto sommario) e poco altro. Già la parola non farebbe parte della Natura, ma per esigenze esistenziali ataviche, questa, non senza difficoltà, entrò nel quadro naturale, richiedendo un notevole sforzo da parte della natura stessa, che dovette modificare diversi parametri posturali di non poco conto per consentire l'aggiunta di questo senso. Entra quindi anche la parola nel panorama dell'uomo-animale, ma solo ad un livello minimale, cioè quello che consente il minor impegno fisico possibile. L'altro "pezzo" (cioè la parola attoriale e artisticamente cantata) resta nell'insieme extra naturale e quindi per poterla conquistare è necessario quel "di più" che solo una elevata conoscenza può infondere. Non c'è quantità, ma qualità, e questa qualità non richiede sforzo fisico, muscolare, pressioni e conoscenze scientifiche per potersi manifestare, ma ingegno, creatività, intuizione, fantasia, e proprio del contrario del lavoro fisico, cioè di "togliere" gli attributi muscolo scheletrici che di fatto ostacolano, impediscono quel flusso creativo che da solo è in grado di plasmare il suono e di attribuirgli quei caratteri di elevatezza spirituale che ognuno di noi possiede. Per cui non potrò mai smettere di insistere sul fatto che per conquistare la grande voce artistica bisogna lavorare sul piccolo, sul poco, sul sospirato, sul semplice. Ogni pressione, ogni spinta, ogni forza, ogni movimento indotto non fa che allontanare dall'obiettivo. Poi dietro a questo c'è bisogno anche di un pensiero (non mentale) che sostenga questa possibilità, perché la nostra mente ci allontana, ci distoglie e ci fa provare sensazioni negative. Più noi ci riconosciamo e ci immedesimiamo in questo corpo mentale, meno possibilità abbiamo di entrare nella nostra parte creativa e metafisica e quindi di dar vita a questa straordinaria creazione che è la voce sublime ed esemplare. 

lunedì, luglio 13, 2020

La bocca virtuale

Se è vero che all'inizio dello studio e per parecchio tempo, soggettivamente, si richiede un'attenzione e un utilizzo molto cosciente e intenso della bocca e di tutto ciò che le sta attorno (labbra, muscolatura del viso) e allo stesso tempo un'attenzione al rilassamento di tutto ciò che non deve essere teso (collo, nuca, sottomento, mandibola ...), è altresì vero che dopo un certo tempo tutta l'articolazione orale deve diminuire fin quasi a sparire, come quando si parla normalmente. 
Nella prima fase dello studio ci sono alcuni importanti elementi da controllare e sviluppare. La perfetta dizione, la cui esigenza mette in moto l'evoluzione respiratoria, è ostacolata da rigidità dei tessuti e dell'apparato in genere, con le reazioni istintive che si generano per vari motivi già esposti mille volte. Il ruolo fondamentale che si dà alla bocca ha lo scopo di "insegnare" al fiato il percorso da compiere e a relazionarsi con i giusti spazi. Inoltre, mediante l'uso di opportune consonanti, si procede a uno "spostamento" in avanti del canto e delle singole vocali. E per l'appunto qui sta poi il passaggio alle fasi due e tre, quando, cioè, una volta superato questa necessità primaria, il canto non è e non deve più interessare l'articolazione fisica, se non in minimissima parte. La voce nasce e si sviluppa fuori, facendo leva sulle vocali pure, che hanno proprio fuori e a una certa distanza il FUOCO della propria perfetta nascita ed espansione. Il problema però è che ognuno di noi viene richiamato in continuazione dall'istinto a gestire fisicamente tutta la procedura vocale, quindi anche quando ci sono le condizioni respiratorie affinché la voce possa percorrere correttamente questo tragitto, il timore che incute l'istinto richiama continuamente verso l'interno. Nella fase tre il problema non esisterebbe più perché il fiato è talmente sganciato dalle funzioni istintive da non lasciarsi più di tanto intrappolare, però se non si riesce a consapevolizzare questa, diciamo così, proiezione (anche se il termine può portare ad errori), alla fase tre non ci si arriva. Allora un suggerimento (anche se si tratta sempre di immagini, verso cui sono contrario, e che quindi possono essere utilizzate per un tempo minimo), può essere quello di ritenere che la nostra bocca fisica cessi il proprio ruolo, e si crei una sorta di bocca virtuale esterna, più grande e più distante da noi. Questa sensazione potrebbe aiutare a rilassare la nostra bocca e a utilizzarla in modo più delicato e minimale. Ma qual è la vera difficoltà che ci porta a dover pensare a delle strategie anche psicologiche per superarla? Il fatto che ragionando fisicamente, non ci possiamo rendere conto che il fiato da solo abbia la capacità di generare le nostre vocali in modo perfetto; siamo sempre legati a un'articolazione "masticatoria". Questo non succede nel parlato normale, e infatti per questo motivo (non solo questo) noi passiamo sempre attraverso il parlato, per cercare di renderci conto che esso ha già normalmente la capacità di far nascere la parola esternamente, senza eccessi articolatori. Ma quando passiamo a un canto, specie se lo vogliamo "importante", questa condizione sparisce, pensiamo di "cantare", cioè di fare una cosa diversa, distante dal parlato, non riusciamo a immaginare un parlato intonato, specie nel settore acuto, e questo perché la mente fisica non riesce a collegare le due cose, essendo la prima contenuta nel DNA, ormai consolidato, la seconda no, e quindi da osteggiare come indesiderata e potenzialmente pericolosa. Il canto artistico esemplare non ha quasi più bisogno degli organi fisici; l'unico elemento che deve lavorare, pur in uno stato molto meno impegnato di quanto si crede e si fa (vedi la spinta che tutto rovina) è il fiato, il quale deve solo poter scorrere, scivolare, non essere premuto, schiacciato, ecc., e i canali respiratori solo inerti "tubi" entro cui esso passa. Raggiungendo il perfetto equilibrio relazionale con la laringe, è come se anch'essa sparisse, quindi è come avere un unico tubo, che percepiamo vuoto, tra il nostro interno e lo spazio esterno (diciamo l'acustica)  dove nascono e si diffondono le vocali e l'intero canto.  

sabato, luglio 11, 2020

L'interruttore

Leggendo qua e là di cose sul canto, ho avuto la percezione che per molti, insegnanti e cantanti, è come se esistesse un misterioso interruttore girato il quale si ottiene una impostazione lirica; il tempo delle lezioni è più che altro dovuto all'apprendimento del repertorio e alla ricerca di questo famigerato interruttore. Lo potremmo chiamare tecnica. Se io potessi conoscere la tecnica in poche ore... tak! sarei a posto. Non c'è la consapevolezza di una necessaria evoluzione, di una crescita, di uno sviluppo. Ma questo posa le basi sull'erroneo, grave, pensiero che il canto sia un procedimento fisico e meccanico, per cui dovremmo imparare a manovrare le leve giuste. Il fiato è "solo" un serbatoio che dobbiamo aumentare di capienza. Quindi, secondo costoro, uno non riesce a cantare perché non ha la tecnica, cioè non ha capito come girare gli interruttori giusti. Sullo stesso piano c'è la cosiddetta "uniformità delle vocali", cioè non intravedono un'evoluzione respiratoria che rende perfetta ogni vocale, nella propria specificità, ma "basta" uniformarle, cioè non dirle più nella loro realtà, ma modificarle più o meno tutte verso la O e la U. Ancora ieri, sfogliando vecchie riviste, ho ritrovato un articolo di Rodolfo Celletti che diceva testualmente che nel canto le vocali non si dicono come quando si parla ma facendo le intervocali. E questo era un grande ammiratore di Schipa!! L'incoerenza manifesta! E purtroppo quanti cantanti gli hanno dato retta e ci sono pure andati a lezione. Come andare a lezione di grammatica da uno che non ha finito la prima elementare. Ma di insegnanti così ce ne sono a bizzeffe, pure nei Conservatori. Nessuno che provi a mettersi in discussione, che provi a riflettere che forse è su una strada su cui non si risponde ai perché più elementari. Basta che si ottenga qualche risultato. Allora, interruttori non ce ne sono, non c'è una tecnica manuale o fisica per cui spostando qualcosa si ottiene una diversa risposta da parte della voce e improvvisamente diventa bella, forte, estesa... ognuno di noi ha in potenza queste caratteristiche, ma la nostra realtà fisica-animale ci impedisce di portare facilmente in superficie questa potenzialità, e la strada è una mini evoluzione che riguarda il fiato, che da semplice scambiatore chimico-gassoso deve diventare un alimentatore vocale, cioè deve poter adempiere a un compito, non facile, diverso da quello istintivo e "naturale" e che per questo subisce contrasti e opposizioni, e che quindi richiede, per potersi liberare, di una disciplina che non è più di tanto fisica, anche se richiede molto esercizio, ma concentrazione e comprensione della Conoscenza, cioè di quella parte metafisica che è della natura umana e che fuoriesce dalla Natura normalmente intesa. Questo non è che non lo si capisce, ma non lo si vuol capire, perché ci sono remore psicologiche e mentali (previste dalla Conoscenza stessa) e che purtroppo rallentano quando non bloccano addirittura il percorso di apprendimento. Quindi questa disciplina finisce per essere assimilata alle tante tecniche, e gli esercizi, invece di diventare centri di riflessione e di superamento degli ostacoli del nostro corpo, diventano meri campi di ginnastica, rendendo anche più faticoso l'apprendimento. Del resto non ci si può far niente, perché questa è la dura legge della verità, che per salvaguardarsi deve proteggersi e celarsi, salvo accettare rare eccezioni per potersi riconoscere ed Essere.

lunedì, luglio 06, 2020

Cantare "adesso"

Avendo scritto un post improntato all' "adesso", cercherò di chiarire come questo deve improntare il lavoro del cantante e dell'allievo. Nella mia scuola per molto tempo i primi esercizi sono di parlato, puro o intonato, cominciando da una nota, poi allargato a tre note, poi cinque, ecc. In questa fase il controllo presente da parte dell'insegnante, ma anche dell'allievo o del cantante che si prepara, deve essere volto a ciascuna lettera, ciascuna sillaba, ciascuna parola, ciascuna nota, ciascuna frase. Niente di meccanico, fatto tanto per fare, improntato a verificare che sia tutto vero, niente suoni strani, approssimativi, similari, falsi. Le parole devono portare il loro messaggio, esaltato, laddove intonato, dalla melodia musicale. Anche quando una semplice, banale, frase, viene intonata su una sola nota o su una semplice scaletta di due o tre note, si deve raggiungere il miglior risultato espressivo e significativo. E' del tutto possibile, e occorre vivere ogni attimo dell'esecuzione affinché sia raggiunto l'obiettivo. E' del tutto inutile mettersi a fare le filastrocche ripetitive e noiose pensando che l'esercizio sia utile in sé. In questo modo ci si stancherà e basta, e questo modo di fare darà l'illusione di impegnarsi tanto, di essere diligenti, pervicaci... ma se non si sta nel momento presente, quell'attività sarà molto meno significativa di quanto si ritenga. Qualcun altro facendo molto meno potrebbe ottenere risultati migliori. Ma i problemi veri sorgono successivamente. Passando a un vocalizzo su una scaletta o un breve arpeggio, cosa succede, quasi sempre? che il cantante, e soprattutto l'allievo, non sta più nel presente, ma guarda al futuro e al passato, cioè si concentra sulle note più alte, trascurando quelle iniziali e di passaggio, quindi quando si inizia le prime note (ponendo siano le più basse) risultano difettose guardando e cercando di far bene quelle acute, il che spesso non avviene. Dobbiamo porci nella giusta e vera prospettiva: ogni suono è figlio del precedente (se c'è) e artefice del successivo. Se io curo artisticamente il primo suono, preparo implicitamente il secondo, quindi non abbandono il primo, ma lo faccio diventare un tutt'uno con il secondo, quindi non c'è più un passato, ma solo un presente che contempla il primo e secondo suono; questo si andrà a fondere con il terzo, e anche questo diventerà il presente, e così via fin quando l'esercizio è terminato, e quindi quando tutte le note, siano tre, cinque o... cinquecento, diventeranno un uno, cioè un presente, perché ciascuna nota, sillaba, parola... è stata vissuta nel suo adesso, e il tempo musicale si è azzerato; solo chi è fuori da quel contesto, chi non ha vissuto quel processo, contempla il trascorrere del tempo fisico, orario. Questo è l'hic et nunc, il qui e ora. Questo semplice esempio è applicabile... a tutto! Quindi si tratta solo di mettersi sotto e creare unità meravigliose. Cerco di chiarire ancora meglio. Cosa può legare il primo e il secondo suono, questi al terzo, ecc.? la tensione. In un esercizio base, quindi scalette e arpeggi, non c'è un ideale compositivo, è solo un esercizio fatto allo scopo di far emergere eventuali difetti e correggerli. Ciò significa che non vi sono relazioni, che non sono "musica"? Se si pensa che non siano musica, si sta sbagliando pesantemente approccio! Anche un testo inventato, una filastrocca, potrebbero essere insignificanti, ma non deve essere così. Le relazioni si possono sempre individuare, un minimo di tensione, in più o in meno, c'è sempre; si tratta di coglierla e valorizzarla. Se si vuole corrispondere a un progetto artistico, nulla è da considerare insignificante, banale, fine a sé stesso, finalizzato "solo" a mero esercizio, anzi potremmo dire che proprio scoprendo i sottili e tenui legami di un semplice compito, saremo in grado poi di vivere con sicurezza le grandi e complesse relazioni delle opere e delle composizioni più ampie, evitando le "interpretazioni" e le sovrapposizioni, le artefazioni e le sovrastrutture per intervenire laddove non si è capito com'è quel brano e ci si vuol mettere del proprio, laddove si rischia di cancellare proprio il prodotto più genuino e veritiero infuso dall'autore. Quindi ci si concentri proprio sulle piccolissime forme per allenarsi e imparare a vivere l'attimo fuggente, come in ogni vero percorso d'arte. Ne godrete con gran soddisfazione e gioia quando riconoscerete il valore più profondo nelle composizioni più geniali.
Aggiungo un dato, per completezza, che si ricollega a un argomento già più volte trattato, anche recentemente: la memoria! 
Ritenere che la memoria abbia un ruolo nell'apprendimento del canto, è erroneo, proprio in funzione di ciò che abbiamo detto. La memoria è fisica, e ci lega al passato e al futuro: "adesso riesco a fare questa cosa, 'in futuro' non riuscirò più a farla se me la dimentico". Ma la memoria funziona per appropriazioni sensoriali, quindi cosa potrà ricordare di una esecuzione vocale? Movimenti muscolari, sensazioni percettive fisiche. Ma se un'ottima formazione vocale TOGLIE, o vorrebbe togliere, ogni riferimento fisico, cosa c'è da ricordare? Anzi, proprio la smania di voler ricordare e di AVER PAURA di dimenticare, non farà che portare sulla strada della fisicità, senza contare che ci toglie anche dal presente, per vivere illusioni di passato e futuro ("ah, quei bei suoni che avevo fatto l'altra volta e che oggi non riesco a riprodurre!"; "questi suoni vorrei poterli fare anche le prossime volte"). Quest'ansia di dimenticare e di non migliorare, in realtà ci danneggia, perché toglie fiducia nelle nostre capacità evolutive, che invece sono nella specie umana, e che se noi non ostacoliamo (quindi non sto nemmeno a dire "se noi stimoliamo", basta non ostacolarle) sapranno compiere la propria opera. E' sempre questione di libertà!

venerdì, luglio 03, 2020

La paura e il tempo

Avere paura può essere una reazione istintiva quando qualcosa o qualcuno ci minaccia, cioè quando, seppur lontanamente, possa metterci in pericolo. Eppure capita molto spesso che si provi paura in situazioni che in nessun modo possono mettere in pericolo la nostra vita. Provate a pensare di trovarvi improvvisamente di fronte a una folla di persone e dover fare un discorso su un argomento di cui non sapere alcunché! (incubo che mi è già capitato di sognare). E' un esempio estremo, perché in realtà proviamo paure che poi definiamo insensate per cose molto più blande. Quando impariamo, quindi in una miriade di attività, a iniziare dalla scuola, ma anche al lavoro o negli hobby, ogni piccola cosa che affrontiamo ci fa generare una paura, finché quel determinato ostacolo non è superato, quindi pienamente appreso, incamerato, o almeno finché non lo crediamo. Le persone in genere ci stimolano a non farci problemi, a tranquillizzarci e non farci prendere dall'ansia in merito a questioni che non ci minacciano veramente. Ho un esame scolastico, e le persone ci dicono: "beh, se anche va male che potrà succedere? mica muori" Quando ero all'università, un amico, molto più anziano di me, a ogni esame diceva: "guarda, l'importante è che non ci picchino, il resto pazienza". E' una frase di buon senso, e vale anche per questioni molto più tranquille; un esame potrebbe compromettere un futuro lavorativo, un anno di scuola, ecc.; ma quando si impara a fare una cosa, scrivere, dipingere, suonare, cantare... noi proviamo una gradazione di paura ogni volta che ci accingiamo a fare qualcosa di nuovo o di non assimilato. La paura cosa causa? diversi problemi, perché l'istinto non ragiona, agisce e basta; la paura esistenziale prende le mosse dalle cause ataviche: paura di attacchi animali, di altri uomini, di fenomeni ambientali, quindi l'istinto agisce in modo da consentirci di non rivelare la nostra presenza, di fuggire, di difenderci, di chiedere aiuto, quindi inizialmente ci frena la respirazione (per non rilevare la nostra presenza) quindi ci fa affluire sangue agli arti, per difenderci e scappare; per quest'ultimo motivo c'è anche secrezione di sostanze chimiche che ci danno forza, coraggio, ecc. Ma tutte queste cose se sono o possono essere fondamentali di fronte a pericoli reali, sono o possono essere deleterie quando un pericolo non c'è. Quello che sappiamo fare benissimo "a casa", non ci riesce più altrettanto bene quando siamo a lezione o di fronte a un pubblico. La chiamiamo emozione, ma questa emozione è la paura. Trovo sia molto interessante cercare di capire da cosa dipenda. Più difficile cercare di eliminarla. La "vera" paura è legata al momento presente; se c'è un leone che potrebbe saltarmi addosso, un criminale che mi minaccia con la pistola o un terremoto, la paura è legata al presente; qualcosa o qualcuno potrebbe decretare la mia fine. Ma se sbaglio una nota o dico una cosa sbagliata, non mi succede, o non dovrebbe succedermi, niente di fisico, ma qui subentrano altre emozioni. La mia integrità può venir messa in discussione. Mi sento una persona con una dignità e un valore, se dico o faccio la cosa sbagliata, qualcuno può mettermi in discussione. La cosa è tanto più accentuata quanto maggiore è il mio ruolo nel contesto in cui opero. Se rischio di sbagliare come allievo, ci sta, proverò la paura del rimprovero e alla lunga del fallimento, ma se rischio di sbagliare come insegnante o come persona addetta ai lavori, il problema potrebbe essere molto più accentuato, ma non è sempre così, perché chi sta "sopra" gode già di una posizione solida, se non sta facendo un errore capitale e non ha ruoli sociali enormi (chi guida un aereo o un treno, per es. o chi governa o chi conduce una centrale nucleare...), non teme fortemente ripercussioni, al massimo una brutta figura, mentre chi impara può avere timori più forti se in particolare ci tiene a quanto sta facendo, perché rischia sul futuro. Ecco qui, il tempo. Perché ci sono persone che vanno a fare escursioni o arrampicate in zone ad altissimo rischio? Lì altro che paura; le possibilità di rischiare la vita sono altissime, anche se chi compie queste imprese ha una preparazione elevatissima. La risposta è semplice: queste persone vivono e devono vivere il presente! Tu che sei su un precipizio e se sbagli qualcosa non hai alcuna possibilità di salvarti, non può vivere nell'astrazione, nella distrazione, perché il minimo errore sarebbe fatale. Quindi queste persone trovano una motivazione del vivere il presente in una attività pericolosissima, cioè nel provare una paura vera, immediata. Chi studia prova una paura legata a un fatto contestuale, cioè sbagliare una nota, un concetto, una risposta,..., ma che ha minime conseguenze immediate, una sgridata, un biasimo, un dileggio, ma che potrebbe avere conseguenze nel tempo: "domani cosa scriveranno i giornali"; "cosa diranno ai miei genitori", "i miei amici mi prenderanno in giro", ecc. Ma a volte non ci sono nemmeno questo genere di timori, ma temiamo comunque di non riuscire a raggiungere le mete prefissate o in tempi molto, troppo, lunghi. La cosa realmente difficile e importante, per venire al sodo, è vivere il presente, l'istante, l' "adesso". La nostra mente ci inganna e ci tradisce su molte cose, perché il suo funzionamento fondamentale non è in linea con la nostra vita di uomini creativi, ma sempre come animali con un programma di vita più semplice e meccanico di quello che svolgiamo noi oggi. Suonare, cantare, scrivere, e quindi imparare in genere cose non fondamentali alla nostra vita esistenziale, non è compreso, e quando lo facciamo la nostra mente teme in quanto non comprende ciò che stiamo facendo, che non è legato al presente. E' la stessa cosa della respirazione, che la mente non comprende perché vogliamo modificarla per dedicarla al canto. Purtroppo questo ci mette nella condizione di non sapere in modo cosciente cosa stiamo facendo, viviamo in una condizione di distrazione, ovvero non riusciamo a CONCENTRARCI. Cos'è la concentrazione se non la capacità di vivere in modo pieno l'adesso? Anche qui abbiamo le numerose situazioni umane; ci sono persone che per indole hanno una capacità innata di vivere il presente, quindi di essere concentrati e di apprendere istantaneamente, e quindi di non provare paure immotivate; al contrario ci sono persone iper distratte, che non riescono facilmente ad apprendere perché soggiogate da continui e forti timori, e purtroppo proprio nella condizione più probabile di non riuscire per questo motivo. Ho già affrontato qualche tempo fa il problema del presente, e di cercare di vivere le lezioni sul momento, senza lasciarsi fuorviare da sentimenti che non c'entrano. E' un percorso impegnativo, che da un lato può essere superato grazie alla fiducia nell'insegnante, che ci aiuta a svelare la coscienza e ci sostiene, ma la vera forza può venire solo da noi stessi, riflettendo e ponendoci in una situazione di calma interiore e, ancora una volta, di eliminazione di tutti quegli inutili tormenti, che sono illusioni e inganni della mente. La fiducia in noi stessi e nelle nostre potenzialità; la fiducia che noi siamo gli artefici del nostro futuro, può darci la forza di diventare più efficienti, "laser", nel nostro quotidiano lavoro artistico.

mercoledì, giugno 24, 2020

Non metterti in mezzo!

Perché Beethoven scrisse, cancellò e riscrisse diversamente una frase musicale all'interno della quinta sinfonia fino a oltre venti volte? Sembra un'esagerazione, un paradosso... eppure è accaduto. Cosa non andava nella terza, nella decima, nella quattordicesima...? Chi suggeriva a Beethoven che quella soluzione non era ancora quella giusta? Tempo fa stavo esaminando una partitura autografa (facsimile) di un concerto di Telemann; ebbene ci sono molte battute consecutive del tutto cancellate, e non sostituite, semplicemente cassate. E chi glielo ha detto a Telemann di buttar via del lavoro? Beh, la risposta è abbastanza semplice: la coscienza. Già averla è un dono impagabile, ma non è un dono gratuito, ha un costo elevato. Il m° Celibidache rispondeva a un giornalista che gli aveva chiesto cosa rappresentassero le prove, che esse si sostanziavano in una serie infinita di "No" con l'obiettivo di far emergere l'unico "Sì" possibile. E chi suggeriva a Celibidache quali erano i no, e quale il sì? La sua coscienza, conquistata in anni di studi, di intuizioni, di "furti" compiuti a colleghi, a insegnanti, a studiosi, ecc. Ma la coscienza tutti l'abbiamo, però non ha la limpidezza, la trasparenza, la purezza che necessita per poter svelare la sua ricchezza, e chi o cosa la inquina? L'ego. E l'ego, in gran parte, siamo noi. Ho scritto tante volte che l'arte è libertà. Libertà non di scrivere o di compiere una determinata opera d'arte "come vogliamo", ma "come dobbiamo", e il dovere ce lo impone la coscienza, ma solo se libera. Liberarsi dall'ego non è per niente una cosa facile; solo la vera e sincera umiltà nei confronti dell'arte che stiamo frequentando ci può aiutare, sotto l'assistenza di un insegnante che ci guidi e  non solo ci metta di fronte agli errori e ai progressi, ma ci scrolli ogniqualvolta ci stiamo lasciando trascinare dall'ego. Sono le "docce di chiodi", cioè quelle situazioni in cui noi sguazziamo beatamente nella soddisfazione, e arriva il maestro a distruggere i nostri sogni. Può essere una ferita, può essere deprimente e frustrante. Ma se noi consideriamo il valore di quella scrollata, l'intenzione che la anima, capiremo che non ferisce noi, ma il nostro ego, cerca di allontanarlo da noi per aiutare a purificarci. Ma non è l'unica situazione in cui dobbiamo "toglierci di mezzo". Arte è anche liberazione dello spirito dal nostro corpo. Il canto, penso più di ogni altra arte, richiede un lavoro certosino e straordinario per liberare l'energia respiratorio-vocale dal nostro corpo-trappola. Perché la maggior parte dei cantanti spinge dannatamente? Perché vuole liberare la propria voce e fa l'unica cosa che conosce, premere, cercare di buttar fuori. E non intende che la strada è quella opposta, abbandonare ogni tentativo di pressione e lasciarla fluire. Naturalmente anche questo è un problema di ego. Ma su questo punto c'è anche un coinvolgimento fisico, muscolare. Togliere tutto (cioè, parafrasando Celibidache, una serie infinita di "No", cioè non spingere, non emettere voce-rumore, per far emergere l'unico "Sì", ovvero lasciar fluire, scorrere, scivolare, il puro fiato-vocale). E' un lavoro che appare massacrante, una vera tortura, ma che alla fine dà la gioia della vera libertà, della conquista, del raggiungimento di un traguardo inusitato, ma meritato. L'amore per il canto, per la musica, non si manifesta con il virtuosismo, con la spettacolarità, impressionando per il "tanto", ma con la coscienza di aver veramente capito cosa ho fatto suonando quella manciata di note. Da dove son partito, dove sono arrivato, con quali mezzi, con la consapevolezza che... è così! non per presunzione, per arroganza, ma perché ho messo in campo tutti gli strumenti, ho chiari i fondamenti che possono impedire alla musica di nascere, e ho i mezzi, i criteri, per rimuoverli. Ovvero mi sono tolto di mezzo e ho lasciato che la verità fluisse liberamente.

lunedì, giugno 22, 2020

L'investigatore

Fin da ragazzo ho seguito alcuni celebri investigatori; non sono un grande appassionato di romanzi gialli, ma alcuni hanno colpito la mia fantasia e il mio interesse e li ho seguiti strenuamente, sia nei libri che nei film o sceneggiati tv. Ora, facendo una riflessione, pur essendo tutti molto diversi come caratteri, metodi, ecc., ho notato qualcosa in comune: non amano la strada "moderna", scientifica. Spesso in queste storie vengono anche derisi da colleghi che invece seguono le metodologie più all'avanguardia e sembrano avere in mano la situazione... e invece alla fine l'investigatore empirico finisce per aver ragione e mandare all'aria tutti i reperti, le analisi, ecc. In pratica questi artisti dell'investigazione si affidano all'intuito. Alcuni dicono "all'istinto", ma è un errore; c'è una bella differenza tra intuito e istinto, si può dire, anzi, siano agli antipodi, ma spesso si confondono perché entrambi sembrano provenire da qualche misterioso potere sovrannaturale, che può sembrare d'altri tempi, frutto di suggestioni, di credenze, di superstizioni, senza basi concrete e a volte persino illogiche. L'intuito, come l'istinto, servono all'uomo per salvarsi da situazioni anche pericolose; il primo è ancestrale, fisico, rapido e poco intelligente, ma la sua rapidità d'azione e il fatto che possa intervenire senza riflessione anche sulla nostra respirazione, sulla nostra circolazione, può toglierci da qualche aggressione o pericolo incombente. Può anche farci cadere in trappole o in situazioni ridicole perché non ci dà molto tempo e spazio per fermarci quando il pericolo in realtà non c'è. L'intuito, al contrario, richiede molto tempo, calma riflessiva, ponderazione, anche se poi salta fuori di colpo; collega fatti, fenomeni, ricordi e valutazioni su persone e cose tentando... l'unità! cioè tentando di comprendere i legami, le relazioni tra i fatti, cose e persone che possano portare alla piena comprensione dei fatti e dei fenomeni studiati. Gli istinti sono un retaggio antico e non vanno comunque sottomessi o estinti, come è già accaduto per molti di essi, per aver creato sistemi alternativi. Pensiamo ad es. al senso di orientamento, che sicuramente l'uomo aveva molto forte nei secoli passati, quando i riferimenti pratici erano pochi e ingannevoli. Oggi tra mappe, carte e navigatori, pochi si affidano al proprio senso di orientamento, cosicché lo stiamo perdendo. L'intuito invece deriva dal nostro spirito, dalla nostra creatività e artisticità, è una risorsa che va coltivata; anch'esso può perdersi per le stesse ragioni, cioè affidarsi quasi esclusivamente a macchine, a computer, ad analisi statistiche, ecc. Ma se oggi abbiamo tutti questi mezzi è stato perché qualcuno li ha pensati e costruiti, senza avere mezzi equiparabili, ma con la forza della fantasia, dell'immaginazione, della creatività. E' un po' come la parola. Ogni tanto sbuca fuori qualche (pessimo) insegnante di canto che minimizza o addirittura demonizza la parola e la pronuncia eccellenti come contrarie al buon canto. Come dire che una delle proprietà più alte dell'uomo possa essere messa da parte in nome di che? di un'arroganza, di una presunzione, di un'ignoranza davvero straordinarie. Quando la scienza, che si interessava al canto e alla voce almeno dalla metà dell'Ottocento, prese a interessarsi in prima persona anche della formazione, dell'insegnamento del canto, un numero sempre crescente di insegnanti si è affidato alle ricerche e ai dati presentati dai foniatri, allontanandosi sempre più dall'empirismo, dall'intuizione, dalla saggezza, dall'esperienza, dall'acuta capacità di ascolto ed elaborazione dei vecchi maestri, e questo ha portato a una rapida decadenza dell'arte vocale (anche perché dalla foniatria viene preso qualche aspetto qua e là, senza basi e senza nozioni approfondite). Non è che i dati scientifici siano inutili, da non considerare, al contrario, ma sono da soppesare in un quadro già presente nella coscienza di chi opera, possono integrare e chiarificare meglio i dettagli, ma non possono sostituirsi ai concetti fondanti, da cui, viceversa, spesso le speculazioni intellettuali tendono ad allontanarsi.
Dunque, chi insegna dovrebbe essere un investigatore alla Colombo, alla Maigret, ecc., cioè sapere cose , ma intuire il perché e il percome, affidandosi senz'altro a letture, suggerimenti, ecc., ma non lasciandosi del tutto rapire da metodi, soluzioni affermazioni che si basino solo su aspetti tecnici, anatomici e fisiologici, bensì partire da possibili soluzioni a semplici domande: "perché è difficile questo aspetto? cosa c'è che ostacola e quindi come è possibile superarlo senza ricorrere a soluzioni meccaniche che non chiariscono il motivo della difficoltà?". 
E' impegnativo, richiede molta energia, vero pensiero, tentativi, fallimenti, ma è l'unica strada che porta alla soluzione reale, vera. Ma anche il cantante, fatto o in corso di formazione, non dovrebbe semplicemente affidarsi all'insegnante e alle cose scritte o dette in qualunque posto, ma dovrebbe confrontarsi con quelle domande e capire se il percorso che ha fatto o sta facendo è coerente con quelle domande e con le possibili risposte.

mercoledì, giugno 10, 2020

Trascendere

Trascendere, trascendenza, sono termini che si trovano in ambito musicale, non sempre opportunamente adoperati. Liszt scrisse gli "studi trascendentali", ad es.; cosa significa? Sono studi che pianisti molto preparati sono in grado di eseguire, e forse c'è anche qualcosa di più complesso nella letteratura pianistica. Quindi si usa il termine trascendere per indicare una difficoltà molto elevata, ma in ogni modo abbordabile, anche se non da molti. Celibidache utilizza il termine in senso fenomenologico, derivato da Husserl. Cosa intendono? Il passaggio da uno stato prettamente fisico a uno stato più spirituale. In senso religioso, e non solo, la trascendenza sarebbe uno stato esclusivamente spirituale. Questo non possiamo contemplarlo in senso musicale, perché lo stato fisico è ineliminabile, però possiamo arrivare a quella condizione in cui lo stato spirituale si libera, si svincola del tutto da quello fisico, e può raggiungere pienamente gli ascoltatori. Il significato supera il significante. Ma per far questo noi possiamo agire solo sul significante. Nel canto questa operazione è ancora più importante e vera che in qualunque altra arte, perché coinvolge solo noi, senza alcuna intermediazione. Ci siamo noi, il nostro fiato, il nostro corpo e la nostra spiritualità. Quest'ultima è quella che ci sprona, ci induce a liberarla per potersi collegare con le altre spiritualità. Ma liberarla significa togliere i vincoli, gli ostacoli, gli attriti che il corpo in parte ha, in parte crea. Il corpo è anche governato da istinti, che in determinati momenti sono più rapidi della nostra volontà, e non sono sempre così facilmente riconoscibili, ma soprattutto dominabili. Anzi, possiamo dire che non lo sono affatto, essendo preposti alla nostra vita, per cui la disciplina per liberare lo spirito dal corpo, che è l'arte, richiede una riflessione e un impegno non comuni. Allora se ci muoviamo in questa ottica, possiamo entrare nell'idea che (fenomenologicamente) anche col canto possiamo trascendere la fisicità, cioè superarla (non, ovviamente, eliminarla), e qui abbiamo un riscontro diretto e palpabile che in nessun altro strumento è raggiungibile, cioè la voce fuori, completamente, staccata dal corpo, come il parlato, su tutta la gamma. La leggerezza, il sospirato, il falsettino, oltre che il parlato semplice, sono le strade che più ci accostano e ci fanno comprendere come può essere il canto artistico, perché per questi tipi di emissioni il contributo fisico è minimale, quasi nullo, e quella sarà la condizione anche nel canto a, cosiddetta, voce piena. C'è da dire che molte persone, per vari motivi, spingono e danno forza anche in questi tipi di vocalità, quindi bisogna lavorarci intensamente perché se non riesce con queste emissioni leggere, sarà ancor più difficile raggiungere l'obiettivo in voce piena. La questione uomini-donne in questo senso può essere diversa per la diversa collocazione dei registri rispetto all'estensione. Sui maschi si può lavorare su salti d'ottava (falsetto-petto), mentre per la donna può già essere abbondante la quinta.
La nota romboidale rappresenta il suono armonico o di falsetto, che si esegue un'ottava sopra (per il tenore ho usato come prassi la scrittura tradizionale un'ottava sopra, ma ho messo il segno dell'8^ sotto per maggior chiarezza. Le voci maschili rispetto a quanto ho segnato posso salire di una quinta, in base alla bontà dell'una e altra nota emessa e possono scendere, sempre rispetto alla nota che ho scritto, di un paio di toni. Le voci femminili possono anche scendere di un tono o due, e possono salire non oltre una quinta. Il nocciolo della questione è far sì che la nota acuta leggerissima sia imitata perfettamente all'ottava o alla quinta sotto. Questo procedimento è molto utile anche per migliorare la qualità di vocali che non vengono bene. Solitamente fatte in falsettino sono molto migliori, quindi esercitandosi passando da uno all'altro, le cose migliorano. Questo deve far capire, come ci insegnavano gli antichi, che il canto dovrà impegnarci alla stregua del falsetto piccolo, cioè pochissimo, quasi niente.  

domenica, giugno 07, 2020

Percepire - Vivere

C'è una profonda, straordinaria, differenza tra il percepire e vivere un evento artistico. Ma è difficile anche da spiegare questa differenza, perché molti leggeranno il "vivere" come un partecipare con entusiasmo e passione, muoversi, entusiasmarsi, ma questa è solo la superficie. Certamente può esserci un modo passivo di percepire un concerto o una rappresentazione, ma qui non saremmo neanche nell'anticamera della questione e non basta, per contro, una modalità "attiva", cioè: che significa?. Per altri invece può essere il conoscere (e/o il ricordare) il contenuto. Ad es.: vado ad ascoltare l' "eroica" di Beethoven, che conosco a memoria, oppure, di cui conosco attentamente la partitura, che ho ascoltato in decine di registrazioni e concerti, oppure che non ho mai ascoltato. Le prime esperienze ci possono far credere che queste persone vivranno il concerto e l'ultimo no? No, non è proprio questo, anzi, per certi versi potrebbe essere proprio il contrario. Chi ha ascoltato molte volte un brano, sarà portato a confrontare e a giudicare l'esecuzione ovvero l' "interpretazione", cioè ciò che esula dalla musica. Chi non ha mai ascoltato e si appresta a farlo con atteggiamento curioso, interessato, aperto, avrà buone (e quindi migliori) probabilità di vivere il processo musicale, ovvero essere coinvolto in prima persona. Se io seguo un brano sentendo come viene eseguito pensando: "ora viene questo, ora viene quest'altro, bello qui, qui magnifico, ...." sta semplicemente giustapponendo i pezzi della propria memoria e di ciò che piace, non sta affatto vivendo sinceramente il brano, ovvero fa uno sfoggio di sé (canticchia o gesticola mentre l'esecuzione è in corso) e giudica l'esecuzione ma non perché lui conosce realmente ciò che non va, ma semplicemente confronta con le esecuzioni che conosce, ma che non ha valutato oggettivamente ma soggettivamente, senza criteri. L'abbiamo fatto sicuramente tutti. C'è in tutto questo un colpevole, la registrazione. Se noi potessimo tornare in quell'epoca in cui c'erano solo esecuzioni dal vivo, professionali o meno, noi avremmo molte più possibilità di vivere realmente la musica. Intanto non dovremmo sorbirci orrendi appiattimenti, o effetti stereofonici tanto magniloquenti quanto fastidiosi a volumi eccessivi. E' molto più interessante ascoltare un brano sinfonico eseguito dal vivo da un buon pianista o da una banda o altra formazione anche amatoriale, che da un disco che ripete stancamente sempre la stessa esecuzione, specie se realizzata con mille artifici, che tolgono qualunque spontaneità. Che bello sentire un errore! Gli immacolati cd dove l'errore non ha residenza, sono quanto di meno vivo possa esserci. Ma questo ha fatto sì che nel tempo diventasse l'imperativo: non sbagliare! Già si divinizzava Benedetti Michelangeli perché i suoi errori erano perle rarissime, ma oggi sentire un pianista che sbaglia è veramente quasi miracoloso! Ma in cambio di che? Puro esibizionismo, spettacolarità che non sembra porsi il problema del fare musica. Poi senti pianisti e critici che elogiano Alfred Cortot "che aveva una visione unitaria", ma prendeva anche una sequela di stecche da record, pure nei dischi registrati in studio. Allora cosa conta? l'unitarietà o la precisione? Tutt'e due, si risponderà, però la domanda vera è un'altra: mentre eliminare gli errori di digitazione può essere un'impresa abbordabile, dare l'unitarietà forse non lo è altrettanto, o meglio... come si fa? E mentre il primo obiettivo sembra raggiunto dalla stragrande maggioranza dei pianisti professionisti, dal secondo sembra ci si allontani, o forse non si tenta realmente di avvicinarci. In ogni caso, tornando al titolo, ormai chi si interessa di musica si relaziona per il 90% con mezzi di riproduzione e, ben che vada, al 10% con esecuzioni dal vivo. Il documento registrato di fatto ci porta istantaneamente nel passato. Ciò che ascoltiamo è immutabile, appartiene a qualcosa che ormai non c'è più, per l'appunto, come diceva Celibidache, è una fotografia, con gli stessi problemi, cioè non possiamo relazionarci e non può ricreare lo spazio. Alcuni pensano che l'effetto stereo ricrei lo spazio originale, ma è un'illusione. E in ogni modo come può darci una immagine verosimile un segnale mille volte filtrato e su cui possiamo agire in vari modi, a cominciare dal volume? E come interagisce questa immagine con l'ambiente in cui ascoltiamo? Ma lasciamo perdere anche questo discorso; ciò che conta ed è inconfutabile, è che ciò che è registrato è ormai defunto. Un esecutore modula la sua esecuzione in funzione dell'ambiente e delle condizioni presenti al momento; queste condizioni sono irripetibili, quindi in qualunque altro momento l'esecuzione sarebbe stata diversa. Se io sono presente, posso avere delle probabilità di vivere l'esecuzione nel suo svolgersi, cioè, posso condizionare l'esecuzione. Ciò sembrerà fantascientifico, ma è così. Ciò che noi proviamo si diffonde e può influenzare chi esegue. Eseguire qualsiasi cosa da soli, certi di non essere ascoltati o in presenza di altri, o sapendo che qualcuno ci ascolta, è diverso. Di solito si ritiene che una presenza "ci emozioni", il che è vero, ma cosa significa? Che noi percepiamo delle reazioni alla nostra attività e ci regoliamo di conseguenza. Cosa significa, alla fine, vivere un'esecuzione? Vuol dire seguire il percorso tensivo dall'inizio alla fine secondo il procedimento provato dall'autore. Se questi è riuscito a trasferire sullo spartito il messaggio nella sua unitarietà, diversificato nelle varie articolazioni indispensabili affinché fosse comprensibile (digeribile) da qualunque persona, ed è stato correttamente captato e quindi restituito dall'esecutore, anche lo spettatore potrà rivivere quello stesso stato e quindi relazionarsi con quella realtà spirituale. Se uno dei due, e più probabilmente l'esecutore, non è "entrato" nel messaggio, la mia coscienza ricostruirà ciò che potrà, ma l'unitarietà resterà un sogno, il che è ciò che avviene quasi sempre, però nel rapporto con il suono vivo, questa probabilità c'è, in altre forme comunicative no. 
Ma veniamo al canto dal lato esecutore. Cominciamo a dire che se si inizia a falsificare già dall'inizio, ogni obiettivo artistico sarà pressoché irraggiungibile. Un bravo esecutore potrà farci vivere delle emozioni superficiali, che è quello che la gente cerca, perlopiù (si è meno coinvolti), ma manca il passo al gradino più elevato e di più impegnativa conquista. Quindi per un cantante non solo far comprendere le parole del testo, ma dispensarle con quell'eloquio, quella recitazione che possa portare il significato di ogni singola parola e frase, atto a ricostruire il tutto in uno. Il nostro obiettivo dovrà essere quello di far vivere a chi ci ascolta la situazione descritta dal testo, ma questo è solo l'inizio! (e rendiamoci conto che molto spesso è già questo un dato disatteso). Insieme a questo c'è la musica. L'autore ha sicuramente cercato di dare significato al testo mediante un determinato disegno musicale. L'obiettivo è impossibile nel piccolo, ma può avere buoni risultati in uno spazio più ampio, cioè in un contesto. Noi dobbiamo entrare in questo contesto e cercare di (ri)viverlo, scoprire il percorso dell'autore e quindi realizzarlo vocalmente, insieme al contesto strumentale. E' veramente una meta di straordinaria complessità e difficoltà, ma non ci dobbiamo far intimorire. L'uomo ha creato affinché gli altri uomini comprendessero e rivivessero quell'esperienza. Il lavoro realmente difficile l'ha svolto lui; per l'esecutore il compito è meno gravoso, a patto però di affrontarlo con serenità e assenza di pregiudizio. Ma siccome ormai le esecuzioni sono per oltre il 95% di repertorio, cioè di musica già nota, eliminare il pregiudizio è quasi impossibile. Celibidache l'ha detto più volte: "quando prendo in mano una partitura, qualunque essa sia, la guardo come se fosse la prima volta, e mi lascio incantare da ogni scoperta, come un fanciullo che vede per la prima volta il mare" (ho messo il virgolettato, ma le parole le ho riportate a senso). Allora come fa un cantante a eseguire, tanto per dire, "che gelida manina" o "casta diva" o "il balen del suo sorriso" o "ella giammai m'amò" o "condotta ell'era in ceppi" senza lasciarsi influenzare da questo o quel cantante o dai tanti che le hanno cantate e registrate, rifacendo quelle stesse variazioni, quelle dinamiche, quegli accenti, ecc. ecc.? Bisogna ripulire la mente, tornare fanciulli, e soprattutto non pensare che poi la gente ci giudicherà in base a ciò che abbiamo o non abbiamo fatto. Se la nostra è una pulsione onesta, sincera e dettata da autentico spirito artistico, e non quindi fare il diverso per apparire, saremo vincenti nel tempo, come è sempre accaduto. La tradizione in musica è uno dei peggiori vizi dell'uomo, è la manifestazione della pigrizia mentale e delle facili soddisfazioni. Che bello leggere un'aria su uno spartito e accorgersi che quel rallentando che tutti fanno non esiste e che provando a eseguire come scritto è molto meglio, si rende molto più chiaramente l'idea di quella frase. Oggi molti direttori d'orchestra vanno a riprendere le edizioni originali delle opere, credendo di fare opera "filologica" e di rispetto per l'autore, e invece assai spesso fanno un danno! Riprendono frasi e note cancellate dall'autore stesso che ne aveva colto l'inopportunità, mentre non colgono che spesso nelle loro realizzazioni non si capisce niente perché magari hanno adottato tempi del tutto fuori luogo o perché i cantanti non riescono nemmeno a far comprendere le parole. O come la storia del metronomo! Abbiamo direttori che hanno registrato l'intero ciclo sinfonico beethoveniano con "i diapason di Beethoven". E' la storia più assurda possibile! Come si fa a decidere un tempo di esecuzione a casa propria (magari anche essendo sordi !!!!!), quindi basandoci su una esecuzione al pianoforte o, peggio, nella propria testa!? Cosa può sapere di cosa avverrà con una (o un'altra) orchestra in una determinata (o altra) sala? Come si possono mettere in relazione gli eventi sonori se non ho scelto un tempo che solo in quel posto in quel momento può permettere di raggiungere quell'obiettivo? Se non ci sono le condizioni acustiche sufficienti per relazionare gli eventi (cioè melodie, armonie, dinamiche, fraseggi...), vivere l'evento è impossibile, sarà una pura mostra di note, pressoché senza senso.