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domenica, aprile 29, 2007

il motore della voce

Come credo di aver detto a sazietà, ma dovrò continuare a ripetere, perché comunque è facile sorvolare, saltare, dare per scontato e distrarsi, il fiato o respiro è il motore della voce, e, ribadisco, non è questione di quantità (che peraltro ha la propria importanza), ma di QUALITA'. La qualità del fiato che utilizziamo per respirare fisiologicamente è diversa da quella che usiamo per cantare perché l'obiettivo è diverso e diverso è l'impegno. Ma quando dico qualità, mi rendo anche conto che ho detto poco o niente. In cosa consiste questa diversità o questa diversa qualità? Avevo accennato, nel post precedente, al concetto di disciplina; infatti ritengo particolarmente efficace l'immagine di un "fiato disciplinato". Cosa succede quando noi ci sottoponiamo (ovvero sottoponiamo il nostro corpo) a una displina sportiva? Assistiamo a uno sviluppo dei nostri muscoli, ma non solo! Anzi, spesso il volume muscolare non aumenta vistosamente, ciò che migliora è la capacità di risposta degli stessi, la tonicità, la scioltezza, la velocità, l'intensità, la durata di lavoro a cui possono sottostare. Ora il fiato non è un muscolo, evidentemente, ma è governato da muscoli, che ne determinano svariate catatteristiche: velocità, intensità, capacità di durata a un certo livello: ci sono notevoli analogie. Allora significa che il fiato si esercita e si sviluppa, ovvero si disciplina, come i muscoli del corpo, in quanto io agisco direttamente o indirettamente (cioè mediante il fiato stesso) sui muscoli che governano il fiato (questo beninteso nelle prime fasi di studio, che possono anche durare moltissimo tempo). Se voi vi riempite completamente d'aria, persino in bocca, gonfiando le gote, e poi premete con le dita le gote, avvertirete, dall'altra parte, il diaframma che viene leggermente premuto verso il basso. Ecco qua, due poli, che, a canna libera, cioè senza l'adduzione delle corde vocali, sono le gote da un lato - o le labbra - e il diaframma dall'altro. Quando ci si mettono di mezzo le corde, che rompono la colonna in due tronconi, non abbiamo più due poli, ma tre: diaframma, corde e labbra (sulla questione del polo superiore, si può discutere, ma lo faremo in altro momento, conveniamo che ci sia, per ora). Questa è una condizione limitante e istintiva. La laringe, in quanto "valvola" dei polmoni, viene coinvolta nei processi respiratori un po' come il palato molle e l'epiglottide in quelli deglutivi. Così come noi dobbiamo creare una condizione di "distrazione" del nostro istinto dalla meccanica deglutiva, dobbiamo farlo anche per altre fasi, altrimenti non saremo mai liberi di cantare. Dobbiamo ritenere che, per ragioni istintive, tra diaframma e laringe ci sia un legame forte che guida parallelamente i movimenti dei due organi (non sempre, ovviamente, ma solo quando le corde sono addotte). Questo legame si esplica con la "pressione sottoglottica", quella forza che muove e agisce sulle corde vocali e la laringe in generale. Cosa capiterebbe se io eliminassi la pressione sottoglottica? Nella vita qutidiana ne avrei disturbi e conseguenze, sicché non si può pensare di eliminarla del tutto, ma se potessi farlo nel tempo del canto, mi troverei improvvisamente la laringe del tutto svincolata, cioè libera di fluttuare all'interno della faringe e si verrebbe a creare una colonna d'aria bipolare, cioè con la base sul diaframma e la "punta" sulle labbra. La questione non finisce qui: l'aria ha una forza! e più è compressa più la forza agisce in relazione al tipo di suono che chiediamo, perchè le caratteristiche del suono modificano le caratteristiche delle corde vocali, e quindi l'aria che le muove deve essere energeticamente proporzionata. Ma ciò che voglio dire è: se la colonna d'aria parzializzata, cioè divisa in due tronconi, ha una certa pressione, un'unica colonna labbra-diaframma ha un "peso" straordinariamente maggiore. Questa pressione notevole agisce sul diaframma, rallentandone notevolmente il processo di risalita. Il processo di risalita è governato da forze istintive che si ripercuotono sul fiato stesso, che acquisirà, perciò, una energia indotta piuttosto cospicua. Adesso attenzione: ciò che ho spiegato è, in fondo, un processo piuttosto meccanico e che prende in considerazione "forze" e reazioni. C'è un passo successivo: il passaggio all'arte vera e propria, che porta a una considerevole diminuzione delle forze e reazioni, quindi delle azioni meccaniche, e che possiamo rendere in immagine con il termine "galleggiamento". Pensate se il vostro fiato non fosse più un flusso d'aria di forte intensità, ma un placido lago sul quale galleggia la voce, le parole cantate (il luogo ove le parole galleggiano è lo spazio immediatamente antistante le vostre labbra). Noi possiamo giungere a una condizione in cui la forza, l'intensità, l'energia, sia insita nel fiato stesso senza che questo debba scaturire con veemenza. Per tornare all'esempio iniziale, è come se un atleta non avesse bisogno di tirare un pugno in una tavoletta di legno per romperla, ma semplicemente che appoggiasse il suo pugno sulla tavoletta stessa, e l'energia transitasse nel braccio per giungere a scaricarsi sulla tavoletta, rompendola, solo facendo scaturire l'energia dalle dita (ovviamente è una analogia astratta).

educare il fiato

Cos'è l'educazione del fiato? Quando, moltissimi anni fa, di ritorno dalla mia prima lezione col mio ultimo e straordinario maestro, leggevo alcuni appunti che mi aveva consegnato, sorvolai alcuni paragrafi in cui si parlava del fiato come educazione imprescindibile per raggiungere l'apoteosi del canto. In quel momento non avevo ancora capito quanto era straordinario quel maestro, avevo trascorso un periodo di delusioni e non volevo ammettere che quello fosse più bravo di altri. Avevo letto tanti libri e sentito tanti insegnanti, letto e ascoltato interviste, recensioni, critiche, ecc. ecc. e tutti, prima o poi, parlavano del fiato. Bella forza, senza fiato non si canta!! Ma quando si parlava di fiato notavo ovvietà, contraddizioni, parzialità. Del resto lo stesso potrei dire di molti termini e sensazioni. Quanti sono ancora oggi i cantanti che ritengono che il diaframma sia una parte della parete addominale? Ne ho sentiti a decine dire: tira fuori il diaframma, e buttano fuori la pancia! Non parliamo poi dell'appoggio!! Quando approdai dal mio ultimo insegnante non avevo la più pallida idea di cosa fosse l'appoggio. Avevo solo la sensazione che di quando in quando io quell'appoggio lo perdevo e la voce mi si azzerava quasi, ma non avevo, di contro, alcuna idea di come riconquistarlo (e già cantavo nel coro di un ente lirico!!!). I molti miei colleghi coetanei, che studiavano con vari maestri, anche celeberrimi, mi davano molte informazioni dirette e indirette sulle loro scuole, e i colleghi più anziani davano i loro pareri, considerando che diversi di loro insegnavano e/o erano stati solisti di una certa notorietà, e alcuni di loro ancora cantavano nella piccola provincia. Ma, ripeto, nessuna luce si aprì nella mia mente. Fu dopo poche lezioni e la lettura di alcune pagine di appunti che afferrai che il fiato non è solo "prendere il fiato", "buttar fuori" o "tirar dentro" la pancia, "inspirare" ed "espirare". Partiamo dal termine primo: se dico "educare" il fiato, cosa sto dicendo? Vi dò un'altra immagine della mia esperienza, sperando di aggiungere materiale utile alla elaborazione mentale di chi legge queste righe (credo ormai pochissimi...:-( ). Un giorno stavo guardando una trasmissione con alcuni jazzisti. A un certo punto vidi un saxofonista, che veniva presentato come un dio, sicuramente lo era, non chiedetemi chi fosse!, il quale appoggiò il bocchino sulle labbra e fece delle note celestiali. Sentii alcune cose che diceva, che ritenevo interessantissime, ma cosa mi colpiva era che quell'uomo sembrava non soffiasse!! bastava che appoggiasse l'ancia alle labbra, quasi non l'imboccava nemmeno, e lo strumento suonava! nella mia mente si aprì immediatamente un parallelo legato al canto, al "mio canto", cioè alla mia scuola, e il collegamento fu immediato. Quel grande saxofonista aveva educato il suo fiato sicché ne bastava una quantità minima, che era immediatamente sulle sue labbra con l'energia indispensabile a emettere il suono che egli aveva in mente. Nel canto di cui sto disquisendo, la faccenda è esattamente la stessa: una volta educato, il fiato non è una massa d'aria che sta entro di noi, ma è un'energia a mia disposizione. Quindi la mia sensazione non è quella di un procedimento da cui scaturisce il suono, una specie di "lotta" tra apparati muscolo-cartilaginei, dove il fiato avanza con difficoltà e necessaria forza. Il mio suono "è" sulle labbra, già bello e formato con il colore voluto, il volume e tutte le caratteristiche volute e necessarie. E questo, lo ribadisco ancora una volta, non parte da una condizione naturale, da una dote, ma è frutto di un lungo e impegnativo studio, disciplina, che ha reso naturale ciò che così non era, a sottolineare che ognuno può sempre sperare di raggiungere risultati elevati anche se non è un fulmine di guerra a 16 anni! Ma ora devo spiegare meglio in cosa consiste l'educazione del fiato.....