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martedì, gennaio 11, 2022

Non scegliere

 Il nostro ego ci illude che possiamo essere artefici della nostra voce, cioè che possiamo scegliere la voce da emettere. Quante voci possediamo? infinite, è vero, ci sono una miriade di aspetti, fisici, psicologici, ambientali, che intervengono e possono intervenire a modificare i parametri che stanno alla base della fonazione, ma esisterà sempre e solo UNA voce "hic et nunc" che possiamo definire vera, sincera, libera, incondizionata. Non può essere scelta, perché la stessa illusione o volontà di poterla scegliere comporterà l'impossibilità di realizzarla. E' il concetto di libertà che impedisce la scelta. Se è libera, vuol dire che deve e può realizzarsi da sé, senza interventi o condizioni di alcun tipo. Si potrebbe dunque pensare che questa sia una voce "naturale"? La voce naturale è senz'altro una voce libera, che non viene scelta, ma è circoscritta al ruolo che la Natura le ha riservato all'interno dell'ecosistema. Ma all'uomo non basta questo ruolo, ha voluto trascenderlo, andare oltre (anche questa non è stata una scelta, è stata la sua natura umana, la spinta della sua spiritualità, della sua scintilla divina a guidarlo a questo passo), dunque la voce naturale non può accontentare il suo desiderio di perfezione, cioè di raggiungere quel grado di libertà che possa spingersi fino al "non oltre" fisico. Ma non appena si prova a superare quel grado di libertà della nostra voce naturale, ecco che la natura stessa che è noi, che possiamo definire istinto (perché è l'istinto che guida la specie animale) si mette di traverso, perché ci permettiamo di voler trasgredire le sue regole e i suoi cardini. Questa ambizione è anche arroganza, superbia, presunzione, e ciò non ci può guidare nella giusta direzione. Allora si può parlare di una SuperNatura, cioè di un sentiero che non trasgredisce le regole, non cozza contro ciò che possediamo, non si arroga un potere, un dominio con la forza, con una volontà predominante, ma segue umilmente e sostiene il faticoso impegno di guadagnare punto a punto - meritandoselo - il progresso che ci viene donato. Dobbiamo partire da ciò che la Natura ci ha elargito, più o meno generosamente, non discostarci nel corso dello studio, ma confrontarci continuamente con essa. Ogniqualvolta noi trasformiamo ciò che possediamo, cioè la parola, tanto nell'eloquio corrente quanto nell'espressione melodica, in qualcosa di diverso, cioè in suono anonimo (che definiremo voce cantata, voce lirica, voce impostata o mille altre accezioni) noi già abbiamo tradito, abbiamo "deragliato", non possiamo puntare all'obiettivo di trasformare in "senso" la voce cantata quale massima espressione musicale dell'uomo. Ma l'ipotesi di questa superba meta ci ottenebra lo spirito, ci spinge a volerla conquistare con ogni mezzo, si diventa avidi, ingordi, bramosi di "dimostrare" qualcosa... e naturalmente tutto ciò ci fa perdere la bussola e andare completamente fuori strada. Non scegliamo la nostra voce. Lasciamo che essa si liberi mantenendo la piena coscienza della semplice recitazione. E' mantenendo la naturalezza in ogni piccolo passo che cerchiamo di compiere, che si determinerà la conquista. Ogni artificio, ogni trucco, ogni arma che noi mettiamo in campo ci porterà un danno. Quale più straordinaria voce potrà scaturire da una liberazione di essa, come se fosse, come è, una componente animica (propria dell'anima) del nostro corpo, dotata di una energia, una bellezza (e quindi verità) che nessuno può immaginarsi.

La domanda legittima che si può porre è: ma allora tutte quelle voci che sono in grado di emettere volontariamente (scura, chiara, ruvida, dolce, ecc.), dovrei dimenticarle? Non sono funzionali a certi caratteri, certi contesti, cioè non sono necessari per eseguire correttamente determinate situazioni che si ritrovano nell'opera o in brani da cantare? Certo che sì. Allora spiegherò meglio. Dobbiamo partire da un dato, cioè che noi possiamo liberare UNA voce, propria di un soggetto. Il canto, basato su un testo, include determinati caratteri e contesti. Se nella vita reale io mi arrabbio, oppure devo consolare una persona, o devo parlare affettivamente, ecc. ecc., NON SCELGO la voce da usare! Sarà la natura a far sì che quelle parole siano pronunciate con una voce adeguata, che raggiunga le "corde" affettive dell'altra persona e incida sulla sua sensibilità. Certo che posso imitare e falsificare quel certo tipo di voce, e sarò un guitto, un attorucolo o cantantucolo. Se sono un artista, non avrò alcun bisogno di falsificare o cercare il colore o carattere da impiegare, perché sarà il contesto testuale a far sì che si determinino i giusti caratteri vocali collegati. Come ho scritto più sopra, la voce è "hic et nunc", cioè "qui e ora", vale a dire che non esiste la voce assoluta e monocromatica; la voce "vera" si adatterà in base al nostro stato d'animo, ma non sarà una scelta, ma una determinazione complessiva (olistica) della mia natura umana (cioè natura più spiritualità).

Sempre naturalmente, siamo uomini, e come tali siamo legati a tutte quelle brame che ci impediscono di scegliere la semplicità, la bellezza, la purezza, la serenità, la calma, e dunque impediscono alle nostre attitudini più straordinarie, di manifestarsi pienamente e liberamente, perché, quando ci accorgiamo di possederle, le vogliamo estrarre subito, con forza, con violenza, perché le vogliamo possedere, le vogliamo dominare, vogliamo farne strumento di sfoggio, di apparenza, di narcisismo per i nostri desideri più materiali e mondani. La voce, come ogni altra arte, se così la vogliamo trattare, deve servire agli altri. Dobbiamo donarla, metterla a disposizione affinché le persone possano percepire e vivere le qualità che sono in loro.

sabato, gennaio 01, 2022

Il raggio laser

 Ho sempre invitato allievi e simpatizzanti che leggono questo blog, a TOGLIERE, ad ASSOTTIGLIARE, ad ALLEGGERIRE, e ogni altra incitazione diminuente. Per contro a NON SPINGERE, non PREMERE, non COSTRUIRE, non FORZARE e ogni altro "NON" legato ad azioni volontarie. Il sunto è: lasciare che la voce esca senza alcun nostro contributo attivo. Il nostro corpo è in grado di far scaturire un suono bello, pieno, sonoro, ampio, ricco senza che noi interveniamo, anzi proprio nel momento in cui noi NON facciamo niente per farlo. E' un concetto di disarmante semplicità, ignoto alla nostra mente, perché troppo facile, eppure è ciò che facciamo regolarmente quando parliamo, quando camminiamo, e facciamo molte altre cose spontaneamente, senza pensare. Ed ecco quindi anche il mio suggerimento a NON PENSARE. Purtroppo questo è il contrario di ciò che dicono tutti gli insegnanti, e spesso anche a me talvolta viene da dire: "pensa...". Ma quando me ne accorgo mi correggo, e subito riparo, NON PENSARE, lascia che la voce "si canti" da sé. Ma questo non basta, non basta mai. E' impossibile sradicare questa forza dalla nostra volontà, visto che è sostenuta implacabilmente dal nostro istinto e dal nostro ego. E' solo con l'insistenza e l'esempio adeguato che man mano ci si può avvicinare, e poi con il costante impegno a prendere coscienza. In ogni modo provo in tutti i modi a dare contributi che possano aiutare in questo avvicinamento. 

Il fatto di perorare la causa della voce fuori, comprendo che può indurre l'allievo a premere e spingere, credendo che bisogna far ciò per ottenere quel risultato, mentre è esattamente l'opposto. Ma c'è anche il discorso delle proporzioni e della quantità. La quantità è sempre opposta alla qualità. Ritenere di dover far uscire tanta voce (e magari grande) non può che peggiorare la situazione. Ciò che serve è una quantità minimale di voce, che abbia però caratteristiche tali da potersi espandere, anche in quantità, nello spazio esterno. Cercavo qualche analogia, un filo di seta, forse, ma è sempre qualcosa di fisico e materiale, per quanto delicato e sottile. Alla fine ciò che può rappresentare al meglio questo percorso è un raggio laser (innocuo), cioè un microscopico filamento luminoso, quindi senza materia, pura luce, qualcosa che non può essere governato dai muscoli, che scorre senza coinvolgere i muscoli o gli apparati, del tutto autonomo. 

Quindi dobbiamo giungere a una dematerializzazione del flusso vocale, arrivare pressoché a perdere la percezione della voce (propriocezione), al massimo sentire uno sfioramento del palato. Questo "raggio laser" percorre dalla trachea fino al palato alveolare ed esce libero quasi bucando l'osso mandibolare, senza per questo subire alcun rallentamento o freno. E questo micro raggio, una volta all'aperto si apre come un fiore, che può assumere anche dimensioni ragguardevoli, ma solo in virtù di qualità endogene, non per spinte o pressioni indotte dalla nostra volontà. Questo livello elevato, potrebbe presentarsi anche naturalmente in qualche raro soggetto, ma le possibilità che restino in un cantante per molto tempo sono assai remote. In arte ciò che vogliamo (o vorremmo) che risultasse radicato in noi, necessita di essere vissuto con piena coscienza. Questa è la vera difficoltà. 

Alla base c'è il sospiro. Quando si vuol emettere un suono, c'è sempre la volontà di dovergli infondere energia per farlo uscire ma soprattutto per fornirgli potenza, grandezza, forza, timbro, ecc. Non siamo pronti ad accettare che possa uscire pressoché da solo con tutte le caratteristiche utili allo scopo. Ma sarebbe anche logico quando si è iniziato da poco lo studio, però non impossibile. Partiamo dal constatare che il parlare in genere non ci costa alcuna fatica, consuma solo fiato e nemmeno tanto. Cantare può raggiungere la stessa condizione, anzi, potenzialmente lo è fin dal primo momento. L'unico problema è che c'è un cambio di condizioni, cioè non ci appartiene più nel mondo dell'incoscienza, sentiamo la necessità di sapere come fare a cantare, non lo sentiamo procedere autonomamente, o per lo meno non pensiamo che possa succedere. Questo stato di inconsapevolezza ci rende se non incapaci non del tutto capaci, e quindi ci affidiamo alle nostre ragioni fisiche per sopperire, e queste causano i guai. Se riuscissimo a cantare senza pensiero, senza paure, senza volere fare chissà che, avremmo quello che si può definire un canto "naturale", che volendo è già un buon risultato. Il problema che si pone è, anzi sono, le spinte, le reazioni istintive endogene. Ecco dunque che non si può fare a meno di una disciplina che porti il parlato-intonato a un livello superiore. Non mi dilungo ulteriormente, rientrando l'argomento in tesi già ampiamente esposte e ampiamente presenti nel blog.

mercoledì, novembre 10, 2021

Le energie "sottili"

 In tempi recenti si fa un gran parlare di energie sottili, cioè differenti da quelle più scientificamente studiate e rilevanti. Sono argomenti che attengono all'esoterismo e alle scienze occulte. Non intendo riferirmi a quelle, perlomeno non direttamente, anche perché le mie conoscenze in merito sono molto superficiali. Più semplicemente voglio riferirmi a energie meno violente, meno materiali. Chi canta e ancor più chi studia canto, si sente impegnato in una dura lotta per emettere la voce, specie quando si entra nell'ambito del registro acuto. Sembra una lotta interna al proprio corpo. Su questo argomento credo che pochi si siano realmente soffermati a meditare. Facciamo un raffronto: se emettiamo dell'aria, cioè espiriamo, che sia un alito o un soffio, ci costa pochissimo, non avvertiamo particolare difficoltà o impegno fisico, a meno di arrivare proprio a fondo fiato, nel qual caso dobbiamo "premere" per svuotare i polmoni. E' anche vero che tale emissione può durare solo pochissimo tempo; anche se abbiamo fatto una inspirazione profonda, l'espirazione non potrà durare che pochissimi secondi. Parliamo di un tubo libero, aperto, che si svuota rapidamente in quanto non trova niente che lo rallenti, nessun ostacolo. Sarebbe la cosiddetta "resistenza". Le corde vocali, quando si adducono perché abbiamo intenzione di cantare o parlare o fare un qualsivoglia suono, rappresentano una resistenza che il fiato deve vincere. Però a questo punto dobbiamo porci delle domande. Se intendiamo parlare o emettere semplici suoni in una zona comoda, anche questa operazione ci costerà pochissimo in termini di impegno e quindi di consumo energetico. Le cose cambiano, e molto, se vogliamo cantare molto più forte e/o in una zona della gamma più acuta. Un dato inoppugnabile è che le corde vocali si tendono e si ispessiscono quando la richiesta va in queste ultime direzioni, e questo indubitabilmente richiede un maggior apporto energetico, in quanto il fiato dovrà assumere maggiore pressione per vincere quella maggior tensione. Ma la domanda è: possibile che ci sia davvero tutta questa differenza tra il quasi niente del parlato e dei suoni centrali, anche piuttosto forti, e gli acuti (aggiungiamo anche il colore oscuro)? A cosa sarebbe dovuta tutta questa differenza?. Le corde vocali sono muscoletti piuttosto ridotti di dimensioni; possono, sì, presentare una resistenza notevole (che può essere accentuata da una chiusura glottica - comprese quindi le false corde - più energica), ma dovute ad azioni non vocali, ma di carattere meccanico, e più precisamente posturale. Quindi dobbiamo considerare che la laringe e l'apparato respiratorio non stanno lì solo per consentirci di parlare e di cantare, ma per altri scopi che dal punto di visto vitale risultano prioritari. Allora non possiamo non considerare che: 1) la voce dal punto di vista della vita animale risulta secondaria rispetto allo scambio gassoso e alle necessità posturali; 2) che è strutturata in due zone, una, quella centrale, solitamente, utilizzata per il parlato e considerata rilevante e contenuta nel nostro DNA, per cui non ostacolata, e una zona decisamente meno considerata, seppur concessa, che possiamo definire di voce gridata, utile per necessità e questioni di vita sociale; 3) che un'emissione canora, su tutta la gamma, non è considerata, in quanto non utile per la vita fisica, dunque non compresa dalla nostra mente "animale", non contenuta nel DNA e quindi non capita e confusa con altre attività. In particolare, quando si sale nella zona acuta, l'istinto confonde l'emissione vocale con gli sforzi posturali, un meccanismo che aiuta il corpo a mantenere o ritrovare la posizione eretta nonché ad assorbire gli sforzi, in sinergia con gli apparati muscolari esterni. In fondo è tutto qui. Tra "noi", intesi come coscienza propria, e il nostro corpo, che funziona principalmente con un "programma" fisico di natura animale, c'è un'incomprensione, anzi possiamo dire ce ne siano parecchie, perché tutto ciò che noi vorremmo fare che esula dai semplici principi esistenziali, non viene compreso e di conseguenza ostacolato dal nostro corpo/istinto. Quindi il difficile compito dell'insegnamento del canto, consiste(rebbe) nel far annettere il canto nel quadro delle azioni "comprese", cioè consentite e capite dal nostro corpo come tutto ciò che lo è esistenzialmente, a cominciare dal parlato, che non necessita di allenamento. Arriviamo al punto: quando affrontiamo note acute, forti e o scure, noi siamo portati a investire un elevato grado di energia, ma non siamo "noi" che facciamo volontariamente questo, noi siamo indotti a ciò dal nostro istinto che, non capendo, crede che vogliamo affrontare uno sforzo o riprendere una corretta postura eretta (per questo è molto importante stare sempre ben diritti quando si studia). Per questo motivo egli "ordina" al nostro diaframma di contrarsi e alla glottide di chiudersi. Quindi si crea una situazione in cui è come se "qualcuno" tentasse di chiudere una porta da cui vogliamo uscire e noi la tirassimo a nostra volta per tenerla aperta. Si crea una lotta o una vera guerra tra "noi" e il nostro istinto. Più la lotta è cruenta, meno abbiamo possibilità di vittoria, anzi, le possibilità di vittoria sono nulle, perché le risorse vitali avranno sempre ragione. Però l'istinto ha anche una propria intelligenza, e dei termini di tolleranza, per cui cederà entro margini di sicurezza. Quindi si riuscirà a cantare in ogni caso anche con tecniche violente o comunque impositive, grazie alla "bontà" dell'istinto, che però non cessa e non cesserà mai di cercare di riprendere ciò che ha concesso, e questo determinerà la necessità di un allenamento costante. Qual è invece la strada da percorrere? Intanto quello della presa di coscienza. Se noi non conosciamo come stanno le cose, non potremo mai mettere in moto le condizioni utili al nostro caso. In secondo luogo, eccoci al titolo, il rapporto con le energie. Dobbiamo renderci conto che se noi affrontiamo il canto impiegando molta energia, diciamo pure forza, non faremo altro che stimolare l'istinto a reagire, e infatti è proprio questo che succede ogniqualvolta non riusciamo a fare un acuto o una vocale appropriatamente. E' difficile, davvero, immaginare che anche gli acuti e le note forti richiedano energie "sottili", cioè minime, come quelle del parlato semplice, perché la mente non riconosce questa possibilità fin quando non l'avremo provata e assimilata come possibile. Ed è anche per questa ragione che è una buona pratica passare attraverso falsetti, falsettini, voci sospirate, mormorate, ecc. dove, guarda caso, non riceviamo particolari ostacoli e resistenze dal corpo in quanto manca quella "provocazione" nei riguardi del diaframma, che poi noi vorremmo combattere con forze contrarie e che chiamiamo appoggio, se non addirittura affondo. L'energia sottile che ci riguarda è il consumo costante, non frenato e trattenuto, del fiato, atto a pronunciare infallibilmente vocali, parole, frasi. Questo è il legame indissolubile che già esiste in noi e che dobbiamo ampliare a tutta la gamma, senza utilizzare la forza. La parola d'ordine, lo ricordo, deve diventare un mantra, è TOGLIERE! In questo caso togliere forza, energia meccanica. 

martedì, agosto 17, 2021

La doppia appartenenza

 Un concetto fenomenologico fondamentale della musica, su cui più volte il m° Celibidache è tornato, è quello della "doppia appartenenza", che si attaglia molto bene, oltre che nella sua componente musicale, anche a quella prettamente canora su cui sono intervenuto ultimamente. In cosa consiste questa "doppia appartenenza"? Il suono appartiene al cosmo, però può nascere solo per precisa volontà dell'uomo. Però la musica non è un prodotto della volontà, nel senso che la volontà umana può solo creare e favorire le condizioni affinché la musica nasca, ma non ne è artefice diretto. Il suono sottostà alle leggi relative alla materia e alle sue condizioni di esistenza, quindi è indipendente dall'uomo. Questo è o dovrebbe essere tanto più vero nel canto, ma con maggiori difficoltà. Gli strumenti meccanici hanno caratteristiche maggiormente indipendenti; pensiamo a un pianoforte. L'uomo ha molte possibilità di azione, però di fatto è il suo meccanismo che agisce sulla corda, con una variabilità limitata, rispetto al canto, dove l'azione diretta dell'uomo ha una quantità di possibili azioni molto maggiore. Dunque, come spiego sovente, noi dobbiamo mettere solo un atto di volontà relativo all'attacco, che comunque non deve essere violento, spinto, brutale, ma già in questa fase neutrale, cioè lasciare che si sviluppi autonomamente, in base a acquisizioni legate alle studio. In pratica, se ho studiato un brano con opportuni criteri musicali, so quali caratteristiche ha il brano in termini di dinamica e agogica, pertanto non devo essere io volontariamente a somministrare determinate forze per ottenere quel risultato, ma ormai devo considerarle acquisite, quindi "so" come e quanto dare e devo lasciar fare, anche se la nostra mente fa fatica a non intervenire e a non considerarsi lei artefice e padrona della situazione. Questo è sicuramente uno degli scogli più ardui da superare. E', in fondo, il concetto di semplicità. Ci chiediamo spesso perché le cose più semplici sono così difficili, nonostante siano quelle più appaganti e che ci conducono alla verità. E questo riguarda anche il concetto di naturale. Vorremmo che il canto, come tante altre cose, fossero "naturali", cioè avvenissero in modo automatico, senza impegno e forte volontà. Ecco qua la spiegazione. Determinati fenomeni esistono in natura, ma richiedono l'intervento umano per manifestarsi. Questo intervento però non si vuole limitare al puro accadimento iniziale (cioè toglierlo dall'inerzia in cui si trova) ma condurlo e manovrarlo per tutto il tempo della sua esistenza. Questa condizione vessatoria lo toglie da quella naturale e veritiera e ne fa un prodotto che potremmo definire artificioso e che quindi sfugge alle leggi e ai criteri cui dovremmo sottostare. Quindi lo studio, lungo e molto impegnativo, in fondo consiste nell'eliminare il più possibile l'intervento razionale, possessivo, aggressivo, manipolativo della mente per far sì che restituisca il suono, o la voce nel nostro caso, alla natura cui apparteniamo (per l'uomo è una natura più ampia, comprendendo anche una forte componente spirituale, che è poi quella che ci spinge e ci guida nella creazione). Però se si pensa che possa essere sufficiente il "lasciare agire", non si è ugualmente sulla giusta strada, perché dobbiamo considerare le forze fisiche, che comunque appartengono alla natura, che si oppongono a quelle spirituali in quanto non riconosciute dall'ecosistema. Quindi è necessario il lungo lavoro di acquisizione di uno stadio fisico più evoluto, di un passaggio di una necessità spirituale a vitale, affinché si superino le opposizioni istintive, per poi arrivare alla fase di "abbandono", cioè di acquisizione di quella naturalezza che giustamente ricerchiamo, che ci affascina e ci conquista.

mercoledì, luglio 14, 2021

Di Stefano e l'arte del canto

 Non so quanto sia noto che Di Stefano ha scritto un libro: l'arte del canto. Non sono a conoscenza di altre pubblicazioni di sua mano, se qualcuno lo sa per cortesia me lo segnali. La cosa più interessante di questo libro è contenuta nella seconda parte, dove il tenore racconta la sua vita dall'inizio fino ai debutti più importanti. La prima parte, invece, è decisamente discutibile, pur contenendo spunti interessanti. Di Stefano sembra narrare la carriera di qualcun altro. Scrive convintamente di aver fatto una lunghissima carriera, pressoché priva di particolari problemi. Io ricordo, però, in diverse interviste, che non negò di aver avuto notevoli problemi, pur avendoli scaricati una volta sul riscaldamento della sua casa e un'altra al fumo. Sul fumo sicuramente non c'è da negare che possa aver influito negativamente sulle sue prestazioni, forse marginalmente anche il riscaldamento di casa sua, ma certo il problema più grosso è stata la carenza di preparazione. Il punto che trovo più negativo di questo libro riguarda però il suo atteggiamento nei confronti dell'apprendimento del canto, che secondo lui può essere solo uno: l'istinto. Come quasi tutti, confonde e sbaglia di grosso identificando l'istinto come possibile stimolo al canto. Basta domandarsi cos'è l'istinto. E' quel programma contenuto in ciascuno di noi che ci aiuta a vivere, sopravvivere, difenderci. Cosa può avere a che fare l'istinto con il canto, che non ha alcuna relazione con i nostri apparati di vita, sopravvivenza e difesa? Quindi si definisce impropriamente e sbrigativamente istinto qualcosa che non conosciamo e che viene dal nostro interno. In realtà ciò che viene così chiamato, sono in realtà due cose: una predisposizione fisica, a sua volta suddividibile in forza, energia, e in appropriate, robuste ed equilibrate forme anatomiche, l'altra consiste in una forte spinta spirituale. Tutto ciò avrebbe poco a che fare con l'arte, come lui intitola il libro. L'arte consiste in un dominio cosciente delle forme e degli apparati. Stupisce abbastanza che Di Stefano arrivi a scrivere di aver avuto una respirazione irreprensibile. Come al solito, e come tanti, si riferirà agli atteggiamenti respiratori, cioè a "come si vede" respirare. Ma l'autentica respirazione artistica vocale, non si vede. Però sarebbe interessante cogliere il criterio che gli fa dire di aver avuto una perfetta respirazione. Eppure è proprio quella che l'ha fregato! Di Stefano si sentiva molto vicino a Schipa, a Mariano Stabile, a Tagliabue, cioè immensi cantanti che anche noi consideriamo modelli. E il motivo sta in un obiettivo giustissimo, cioè mettere in primo piano la parola, la pronuncia. Ma proprio la pronuncia richiede, per essere assunta ed elevata a canto perfetto, di una respirazione adeguata, che si conquista in anni di studio, proprio quelli che a lui mancavano. Il suo insegnante, Montesanto, pensò prima di tutto a sfruttare quella voce divina, che tutti compresero che valeva oro. Ma proprio oro metallico! E per quell'oro il mondo dell'opera si è giocato una delle voci e delle personalità più gigantesche della storia. Nel libro spiega che lui comprese da sé (!!) che il suo passaggio era sul la bemolle, e non sul fa, come tutti. Non si è mai accorto che lui il passaggio non l'ha mai avuto. Prima, da giovanissimo, passava senza accorgersene, poi, dopo pochissimo, cominciò a non passare più, a sbracare e sguaiare ogni vocale, che reggeva grazie a un fisico e a forze e forme invidiabili. Ancor prima dei trent'anni 

Sono interessanti alcune sue esperienze e osservazioni. Ogniqualvolta cercava di assumere un certo tipo di impostazione, il suo canto peggiorava, e tornava piacevole e libero appena abbandonava quell'atteggiamento. E' la differenza che c'è tra "naturale" e "naturalezza". Mi sono diffuso a lungo su questo discorso in passato, in ogni modo, sinteticamente, ripeterò. La Natura ci dota di uno strumento, di forme e di risorse. Il canto però non rientra nella natura animale, però rientra tra le potenzialità della Natura umana, dotata di un potente spirito che cerca un mezzo per collegarsi e unificare altri spiriti. Questa energia spirituale può condurre le persone a dedicarsi con grande passione ad un'arte, come il canto, e a investire tempo ed energia per conquistarla. Però si scontra con due forze altrettanto potenti: l'istinto e l'ego. Ci vogliono condizioni straordinarie per superarle, quasi soprannaturali. Per raggiungere l'arte bisogna arrivare a conquistare un dominio cosciente di queste forze e forme. Da soli è pressoché del tutto impossibile; trovare un maestro che possa portare a questa meta, è altrettanto difficile, quindi è comprensibile che ci siano periodi in cui domini la mediocrità. Peraltro un tempo c'era una media di insegnamento più elevata di oggi, e questo perché si adoperava più empirismo, orecchio, sensibilità e meno mentalismi e scientificismi. Altra osservazione del tenore siciliano: oggi si canta con più tecnica e quindi è tutto più "piatto" e meno interessante. Intanto diciamo che il libro è della fine degli anni 80, e forse si riferiva a una generazione di cantanti ancora in buona forma; in ogni modo ciò che lui definisce "tecnica" è effettivamente tecnica, cioè la capacità, musicale, di affrontare pagine virtuosistiche e complesse con adeguata capacità. Parliamo quindi delle "renaissance" del repertorio rossiniano, belliniano e donizettiano, in primis, ai recuperi verdiani e quindi a tutto quello barocco. Non si può non constatare che fino a quel periodo, effettivamente, tutto un genere operistico che necessitava di un ampio bagaglio di nozioni tecnico-musicali, era ben poco presente e anche quando lo è stato, piuttosto approssimativo e impreciso. Ma sbaglia il nostro Pippo se con tecnica si riferisce all'emissione vocale, pur avendo individuato un errore diffuso, cioè la mancanza di parola. E' proprio la mancanza della parola sincera e vera a creare quell'appiattimento che, unitamente a una esibizione virtuosistica piuttosto fine a sé stessa, crea quel clima di freddezza e appiattimento che sta contraddistinguendo il nostro periodo, dove la voce di Di Stefano, anche sgraziata negli acuti, porta un calore e una profondità d'animo che incanta. 

sabato, novembre 09, 2019

Indipendenza degli apparati

Oggi ho ritrovato un appunto del m° Antonietti, non scritto direttamente da lui, probabilmente dettato a qualche allievo nel periodo in cui aveva problemi alle mani e non riusciva a scrivere. E' interessante, ma ancora una volta ho dovuto notare quanto lo scritto sia passibile di interpretazione, quindi non "universale", cioè non acquisibile con un unico senso, ma a cui la propria esperienza può dare più significati.
Il tema dell'appunto è "l'indipendenza della laringe". Il presupposto è che la laringe nella vita comune è dipendente dal fiato, cioè in base alle esigenze e ai moti del fiato fisiologico, essa compie movimenti (ciò che in altre parti del blog e nel trattato abbiamo indicato come "funzione valvolare"). Nel canto questo non dovrebbe avvenire, nel senso che la laringe dovrebbe compiere movimenti in base alle esigenze vocali e musicali. E qui nasce un possibile equivoco, che mi ha colto leggendo. Sembra che laringe e fiato diventino indipendenti l'uno dall'altro, ma non è esattamente così. L'indipendenza deve avvenire, solo durante il canto, in relazione alla fisiologia respiratoria, ma ne nasce una nuova, che potremmo dire opposta, cioè è il fiato che diventa dipendente dalla laringe, ovvero dalle necessità vocali e musicali che attraverso il sistema nervoso animano la laringe. Il fiato deve dosarsi in quantità e qualità in base all'atteggiamento delle corde vocali. Anche così potrei avere da ridire, perché la verità è che tutto risponde a un solo principio artistico, quindi fiato, spazi glottici, atteggiamento laringeo si conformano alle esigenze espressive, emotive, sentimentali, comunicative, spirituali che ci portano ad esprimerci col canto.

domenica, febbraio 14, 2016

Pro e contro Natura

Una frase ricorrente di molti pensatori è "andare in accordo con la Natura, e non contro".Concordo, ma occorre prima prendere coscienza di cosa ciò voglia dire. Condividiamo, "noi" che abbiamo come punto di riferimento un certo intendimento di cosa sia o sia stato il "Belcanto"? direi di no; il più delle volte sono generici e nostalgici panegirici che alla fine non si concludono con unitarie visioni né di cosa sia né di come si insegni o si pratichi, né di chi ne sia stato autentico portavoce o portatore, tranne rarissime eccezioni (Schipa e Gigli). Si concorda che il meccanicismo sia esattamente l'opposto di un modo di cantare belcantisco, quindi niente spinte e schiacciamenti, niente azioni su laringe e velopendolo, niente movimenti "in maschera". Fin qua, forse, concordiamo, ma bisogna anche stare attenti che ciò che si dice non implichi, poi, inconsce e incontrollate azioni e reazioni che vanno contro ciò che si dice, senza accorgersene. Il fatto è che noi consciamente non sappiamo, non riusciamo a riconoscere con sicurezza ciò che va in accordo o contro Natura, nel nostro corpo. E', credo, piuttosto evidente che determinate azioni risultano faticose, ci pongono di fronte a scelte da fare, perché anche senza riuscire a capire se una certa cosa è "giusta" o "sbagliata", ci rendiamo conto che non è per niente facile, o, peggio, crea contrasti, barriere, situazioni che riusciamo magari a superare, ma solo per pochissimo. La soluzione che si prospetta, quasi sempre, richiede l'uso della forza. La forza è di solito ritenuta la più efficace perché è più rapida e quanto produce non ci spiace più di tanto. La strada opposta, cioè quella di passare attraverso la "non forza", quindi con suoni leggerissimi al limite dell'udibile, del sospirato, del sussurrato, non ci accontenta, perché ci appare lontanissima dal tipo di risultati che intendiamo raggiungere. Eppure, a ben vedere, è l'unica strada realmente naturale, perché non incontra particolari ostacoli e reazioni. Ahi! Però ho già detto una parola di troppo! Reazioni! Sì, perché tanti che si sono affacciati a questa scuola, blog o quant'altro, hanno messo in discussione questo aspetto, e cioè che cantando il nostro organismo reagisca ostacolandoci. Noi questo l'abbiamo imputato al normale funzionamento dell'istinto di conservazione e difesa della specie, ma questo non solo non ha convinto molti, ma li ha addirittura spinti a dileggiare l'intero impianto didattico. Ma questo a me non interessa, nel senso che sono apertissimo a qualunque dialogo sul canto, sul suo insegnamento, purché abbia un fondamento apprezzabile. Io vedo che tutti coloro che parlano di canto suggeriscono di fare così e cosà, ma nessuno sa spiegare perché funziona (o funzionerebbe) e perché un'altra cosa crea problemi, ecc. ecc. Per quanto io sappia, questa è l'unica scuola di canto che pone le proprie basi su un pensiero che consente di spiegare ogni perché di un grande risultato vocale, e il perché sì o no di vari metodi. Se io dico "seguiamo la Natura", non posso poi dire "apriamo la gola", o "mettiamo in sintonia gli spazi interni", o "facciamo un sorriso interno", perché cosa c'è di naturale in questo? Muovo muscoli, "cerco" spazi, suoni, modifico, amplio, insomma non mi muovo "con" la Natura, ma contro di essa, perché non lascio che le cose vadano come il nostro corpo ci suggerisce, ma cerco di forzare, di trovare qualcosa che non mi si offre spontaneamente, specie se e quando vado in zone della gamma vocale non abituali, o quando voglio esprimere intensità e volumi sonori non abituali, senza cadere in strilli e grida ben poco espressivi. Si può arrivare a un canto artistico perfetto seguendo la Natura? Forse sì, ma con tempi biblici! Il tempo necessario affinché, evitando costantemente di mettere il nostro istinto e il nostro corpo in una fase di difesa, e quindi di reazione, si riesce a sviluppare una respirazione artistica idonea al risultato vocale che auspichiamo, è imponderabile, comunque enorme. E' impossibile passare dalla strada del suono forte, perché dopo pochi suoni centrali, già ci troveremmo in difficoltà. La stessa pronuncia a un certo punto ci trova deficitari. Dunque una scuola adatta ai nostri tempi, che cioè programma tempi educativi accettabili, non può fare a meno di passare anche attraverso un certo modo di affrontare l'istinto anche prendendolo "di petto", anche perché non possiamo fare a meno di assecondare la psicologia di quanti studiano, e che non potrebbero sopportare a lungo un cantare o esercitarsi solo su sospiri, falsettini, o su parlati semplicissimi.
La nostra Natura umana non è rigida e incontrovertibile; è elastica, si adatta ai cambiamenti, all'ambiente, alle esigenze; purtroppo l'istinto è "testardo", è un sistema preistorico, molto radicato, dunque i cambiamenti si possono realizzare in tempi incompatibili con le normali esigenze di utilizzo. Questo non vale solo per il canto, ma per ogni attività artistica, che sostanzialmente vuole anticipare una evoluzione umana molto futuribile. Potrebbe essere un disegno a lungo termine che fra diversi Secoli o millenni, le persone possano evolversi al punto di scrivere, dipingere, comporre, cantare, scolpire, ecc. ecc. in modo esemplare, se la Natura si evolverà in quel senso (cosa di cui dubito, visto che ogni arte sta decadendo vistosamente); in ogni modo tale Natura è già in noi, dunque l'insegnamento non è destinato a dare ciò che non c'è, ma a far emergere, riconoscere, ciò che già c'è ma è "custodito" e blindato nel nostro corpo, e una saggia disciplina può portare a coscienza questo meraviglioso contenuto, ma considerando che ogni azione può incontrare reazione, dunque occorre saper "dribblare" tra attività possibili, quindi accettate e che portano sviluppo ed evoluzione, e quelle meno tollerate, che portano a reazioni e potrebbero bloccare, e che quindi vanno aggirate o moderate in modo da poter "convincere" l'instinto che non comportano danni o minacce all'organismo.

lunedì, gennaio 04, 2016

Il piano degli acuti

Il settore acuto è quello che turba maggiormente i sonni dei cantanti lirici, tenori in testa. Alcuni arrivano a dire che il tenore è una voce "artificiale", "costruita", diversa dalle altre... balle!! La zona acuta rappresenta per tutti un ostacolo, con le dovute differenze tra chi riesce a salirci spontaneamente e chi no. La differenza sta in una predisposizione respiratoria più evoluta. Peraltro, ricordarsi bene, se non si prende coscienza, cioè non si studia BENE, anche chi è fortunato può andare incontro a un declino anche precoce. Dico spesso che gli acuti richiedono coraggio, o meglio che cantar bene richiede coraggio. Oggi più che mai, perché le pseudo scuole di canto portano a focalizzare la voce dove ci appare più tranquillizzante, anche se richiede sforzi e spinte, cioè all'interno degli apparati. Viceversa cantare nello spazio esterno, dove si parla, richiede un'accettazione dura da digerire, perché ci toglie quella sensazione confortante del suono interno, che ci fa apparire la voce molto sonora (anche se non lo è) e controllabile muscolarmente. Viceversa quando la voce risuona liberamente nell'ambiente ci appare meno sonora, fin quando non si sarà sviluppato adeguatamente anche l'udito, e incontrollabile, ma questo è solo temporaneo, fin quando non si sarà capito che la voce si guida con la mente, senza neanche volerlo, implicitamente. Le cose che andrò a dire, per la verità sono "indicibili". E' terribilmente difficile, forse impossibile e pericoloso parlare di questo argomento, perché rischia di generare interpretazioni e tentativi assai poco corretti. Quanto dico va sempre mediato dall'insegnante, discusso e compreso grazie all'esempio. Sooprattutto richiede TEMPO!
Dunque, se è vero come è vero che il centro della voce è costituito dallo stesso esempio della voce parlata, con la dovuta, necessaria, evoluzione respiratoria, la zona acuta può definirsi contraddittoria, perché appartiene per un verso alla voce "gridata", per altro al falsetto. Le due zone corrispondono, ma mentre il grido viene spinto a più non posso, il falsetto comunemente inteso è considerato leggero, sottile, chiaro. Dove sta la relazione tra questi due apparenti estremi? Nella respirazione, manco a dirlo! Noi abbiamo la possibilità di gridare perché l'istinto ce lo concede in quanto mezzo di difesa, di aiuto, di offesa, di esercizio del potere e del dominio. Il grido però ha un'autonomia limitata, dopodiché la voce sparisce. Il perché è facile da comprendere! La respirazione è del tutto inadeguata a sostenere a lungo una situazione così violenta. Viceversa il falsetto può durare a lungo perché non c'è sforzo; il fiato, pur non considerandolo perfetto all'uso, non si trova in particolare difficoltà, perché investe in misura limitata la pressione. Chi affronta gli acuti senza una adeguata preparazione e senza una facilità innata, si troverà a fronteggiare tre possibili situazioni: la vicinanza al grido, la cosiddetta "apertura" del suono, cioè il proseguimento della voce nel registro centrale, che è comunque da considerare grido, il decadimento del suono pieno in un falsetto sterile (falsettino). Ecco allora il rifugio nell'oscuramento, nella copertura, nell'imbottigliamento, nel "giramento", che, come ripeto, altro non sono che arretramenti, trucchetti, escamotage che tentano e tendono a semplificare le cose, ma in realtà le distorcono. La prima realtà che occorre avere il coraggio di affrontare è che gli acuti sono una sorta di grido, laddove l'evoluzione e lo sviluppo respiratorio consente una QUALIFICAZIONE di questo a voce bella, facile, sonora, sana. La seconda cosa da assimilare è che la zona acuta è FALSETTO! non è un'altra cosa. Quando sentono il falsetto molti tenori sono terrorizzati e si vergognano! Ma se non si ha coscienza di quali sono i FONDAMENTI della voce, come si pensa di raggiungere un traduardo? Si vuole subito avere bella voce piena e "lunga". E quindi si accettano le peggiori tecniche che danno l'illusione di aver conquistato una voce "lirica", e invece si sta solo imitando grottescamente un ideale immaginario. Quindi due sono i punti di partenza, una voce leggera, piccola, sottile, e una voce piena ma che provoca reazioni, indurimenti, blocchi. Da sempre le teorie vocali si rifanno a un non sempre ben esposto e accettato "passaggio" di registro. Questo ha dato la stura ai peggiori e più nefasti difetti nel canto. Quasi tutti i tenori, molto meno le altre voci, sono affetti da "passaggite", cioè tentativi maldestri e grossolani di accesso al settore acuto. Ne vanno un po' meno affetti molti contraltini, avendo in genere molta facilità di salita, ma non è detto e non vale per tutti.
Il problema che non viene affrontato riguarda il "piano" su cui scivola la voce. Molti cantanti hanno un ottimo centro, la voce è ben definita, a fuoco, sonora, pulita. Appena arrivano in zona acuta, ecco che devono "far qualcosa", e il qualcosa è coprire, oscurare, ecc. Quest'ultima pratica non è da censurare o individuare come negativa sempre e comunque. Spesso è necessaria. Il problema fondamentale però è capire DOVE e come si può praticare. Tutti quelli che oscurano o girano o coprono, che dir si voglia, lo fanno "internamente"; anche se la voce è sufficientemente avanzata nel centro, appena arrivano "lì", tirano indietro, se la portano verso il palato molle, in zona faringea. E credono di aver "passato", il che può essere anche vero, ma la questione grave è che hanno creato condizioni di blocco laringeo, cioè hanno tolto ogni carattere di elasticità, dinamicità, mordidezza e sonorità vera alla voce. Gran parte della vocalità così ottenuta è RUMORE. Da ciò si desume che anche volendo "coprire" il suono, per dare alla base del respiro maggior stabilità, occorre farlo sullo stesso piano del parlato, che coinciderà con il gridato. D'altro canto non dobbiamo scordare che esso coincide con il falsetto; quindi tenendo conto dei due opposti poli, cioè spinta estrema per gridare e facilità estrema per il falsetto, noi troveremo il giusto nel mezzo, cioè non spingendo, ma al contrario alleggerendo, ma non modificando il piano su cui stiamo vocalizzando. Quando la nostra psiche, il nostro ego e diverse altre forze endogene si saranno un po' calmate, ci si accorgerà che con poca fatica si riusciranno, prestissimo, a esercitare tutti gli acuti propri della propria classe vocale. Naturalmente all'inizio saranno immaturi, instabili, traballanti, disomogenei, ma prendendo coscienza della semplicità e dello scarso impegno che richiedono, rispetto a un modo "bovaro" di premere, e soprattutto accorgendosi che la voce nonostante ciò suona parecchio nell'ambiente esterno, si prenderà coraggio.
Adesso devo esplicitare la cosa più difficile. L'asse vocale che porta agli acuti facili è estremamente "piccolo" e alto davanti alla bocca. E' come una lama sottilissima che si diparte dal labbro superiore, senza spessore. E' la pronuncia perfetta, naturalmente, ma di proporzioni piccolissime. Quando si raggiunge questa semplicità, con un coraggio da "artisti" si può percorrere l'intera propria gamma, senza passaggi, senza scalini. Se quest'asse scende verso il labbro inferiore o addirittura verso la mandibola, l'ampiezza enorme impedirà totalmente l'omogeneità e la coerenza, ci si troverà presto a percepire lo scalino, per cui o si va verso l'urlo o si schiaccia, si "gira", insomma, si manipola e distorce il suono. Chi pensa che sugli acuti non si possano dire le vocali pure è in grave errore, escludendo ma solo teoricamente il settore più acuto sopranile. Le parole d'ordine, che devono diventare un vero "MANTRA" per chi vuol studiare seriamente il grande canto, sono: purificare, alleggerire, semplificare, rimpicciolire, assottigliare, spandere, scorrere, consumare. Quelle da dimenticare sono: tira, schiaccia, alza, gira, premi, appoggia, gonfia, allarga...  (l'ho già detto?? oh, scusate!).

sabato, agosto 22, 2015

Della Natura

Il canto operistico o similare necessitando di un'estensione ragguardevole, e di una qualificazione acustica che permetta alla voce di espandersi in ampi locali in modo da essere perfettamente percepibile, in quasi nessun caso è prevedibile che "naturalmente" un soggetto, maschio o femmina che sia, possa possedere qualità tali da poter sostenere arie o intere opere a un livello accettabile; lo studio è indispensabile e questo già toglie a priori la possibilità di definire naturale questo tipo di canto.
Ora, però, prendo le parti opposte e cerco di comprendere (nel senso di annettere) le posizioni "naturalistiche", entrando così anche nello specifico della mia scuola.
Il primo punto, che ho accuratamente descritto in diversi post in passato, è che lo studio del canto, a differenza di quello di qualunque strumento musicale meccanico, non parte dalla prima lezione da considerare un "punto zero", ma parte... dalla nascita! Noi abbiamo già una voce in grado di fare buona parte delle cose che si richiedono; naturalmente in modo soggettivo, con sbalzi enormi da uno all'altro, ma solo in rari casi, affetti da patologie, mancano questi prerequisiti, che possiamo definire senz'ombra di dubbio NATURALI! Quindi il dato di fatto inoppugnabile e prezioso è che il canto, il grande canto esemplare, deve partire da una situazione naturale, che deve essere riconosciuta e rispettata come BASE! Chi pensasse di modificare o azzerare quella premessa e quindi intervenire con un processo nuovo, diverso, intellettualistico e azzerante, è decisamente su una strada sbagliata e mortificante.
Secondo punto: che tipo di "risultato" ci si attende dall'educazione vocale? Il dire "naturale" ci aiuta a comprendere che nell'azione canora conclusiva del percorso educativo si dovranno rispettare aspetti di naturalezza, cioè, così come prima di iniziare, non dovranno trasparire accorgimenti meccanici, infingimenti, modificazioni timbriche e articolatorie, ricorso a mezzi artificiali, manifestatamente lontani da una emissione piacevole, comprensibile e aderente alle caratteristiche proprie del soggetto che canta. Quella che si può definire: la "tua" voce. Se il o la cantante distorce la propria vocalità per darne un timbro apparentemente "lirico", sta uscendo dalla "naturalezza" (ecco il termine corretto), cioè non dà l'impressione di cantare naturalmente, ma rende evidente il ricorso ad artifici, tecniche meccaniche, trucchi e aggiramenti per giungere a un risultato (talvolta frettolosamente, ma non sempre) esteriormente apprezzabile da alcune fasce di ascoltatori, ma non in linea con una coscienza vocale sincera e più universalmente apprezzabile. Figuriamoci se antichi maestri di canto, che non facevano che sottolineare che il grande canto, specie quello "figurato", richiedeva studio costante, indefesso, lungo e non da tutti affrontabile, parlando di Natura, pensavano a un canto già presente, solo da "recuperare". No, molto semplicemente si deve riscontrare una NATURALEZZA nel cantare, cioè una condizione di mancanza di sforzo, eleganza, semplicità e persino facilità, frutto di un LUNGO studio, al quale è demandato il compito di far MANTENERE quelle caratteristiche che contraddistinguono il cantante amatoriale in brani semplici, alla sua portata, come ho descritto sopra.
 La capacità di mantenere o recuperare la naturalezza si scontra proprio con la Natura. Nel momento in cui io cerco di mantenere la naturalezza del mio parlato aumentando l'intensità e l'estensione, mi scontro (e non è scontro da poco) con l'impossibilità o la notevole difficoltà a superare determinati limiti. La pronuncia si distorce, i suoni diventano faticosi e forzosi, non si riesce a esprimere una dinamica accettabile, il suono "va e viene", nel senso che alcuni suoni o vocali rimangono più sonore altre sorde (o mute), ecc. ecc. In sostanza la naturalezza va a farsi benedire! Sappiamo bene cosa accade; ci ritroviamo una laringe che sale, il diaframma in gola, la gola stretta, il suono che si insinua in ogni dove, creando stonature, storture di ogni tipo. Impossibilità di eseguire arie di un minimo di complessità a un livello decente. A questi difetti come hanno risposto la maggior parte delle scuole? Con il contrario: premendo sulla laringe che sale, col tentare di tenere aperta la gola che si chiude forzando i muscoli, con l'alzare il velopendulo che si abbassa producendo voce nasale, e magari ingannandoci dicendo il contrario, cioè che alzando il palato molle il suono va "su", e altre corbellerie che hanno portato alla morte clinica del canto. Allora da un lato ben venga l'intenzione di dare al canto l'immagine più NATURALE possibile, ma per far questo non basta volerlo, occorre una disciplina che si basi sul FONDAMENTO che il canto esemplare, artistico, NON E' naturale, ma lo può diventare in quanto POTENZIALMENTE in noi, ma per far questo occorre mettere in "quiescenza" le forza endogene che rifiutano, che non accettano, che reagiscono e si ribellano a ogni tentativo di conquista, soprattutto del fiato, che non sia in linea con i requisiti di vita di relazione e vegetativa, cioè che richiedono un impegno, un'energia e un utilizzo dei mezzi a disposizione dell'uomo, oltre la soglia di tolleranza di quel contesto, cioè uscire da un contesto NATURALE, dove la Natura è evidentemente quella in cui vivono piante e animali, con quelle regole, quelle dell'ecosistema biologico, per entrare in un contesto ARTISTICO, che non è e non può essere naturale, in quanto inutile alla vita, sempre dal  punto di vista dell'ecosistema. Alcuni allora pensano alla naturalezza come a un "compromesso" tra ciò che appare naturale e ciò che non si riesce a fare, con delle aggiustature, delle fusioni, delle omogeneizzazioni... e il frutto, in alcuni casi, è persino peggiore, una omogeneizzazione del difetto. L'unica possibile strada, questa è ... my way, è andare a fondo, riconoscere che è il nostro istinto che ci impedisce di rendere naturale ciò che naturale non è, e mettere in atto strategie per il superamento, l'aggiramento delle barriere istintive senza combatterlo o metterlo in condizioni bellicose, perché non c'è dubbio: vincerà sempre lui! Questo è il principio della COSCIENZA! se prendo coscienza di questa realtà, e lavoro in quella direzione, senza alcuna tecnica meccanicistica, senza alcun ricorso muscolare volontario, il fiato si evolverà in relazione a una esigenza vocale artistica, consentendomi gradualmente un canto sempre più raffinato, valido, soddisfacente, equilibrato, sonoro, piacevole da ambo le parti, e NATURALE. Volerlo dichiarare naturale prima del tempo è un po' come ricorrere a delle tecniche meccaniche, manca il supporto, mancano le condizioni fondamentali, per cui ci si imbatterà nelle stesse reazioni e difficoltà, e per superarle si dovrà nuovamente o soccombere o ricorrere a trucchetti o azioni muscolari volontarie. E' un post lungo, ma spero sufficientemente ampio nelle vedute e quindi, mi auguro, foriero di condivisione.

martedì, aprile 21, 2015

À la recherche du temps...

E' abbastanza noto, credo, che ciascuno ha un proprio tempo, un proprio ritmo. Conosciamo sicuramente persone che impiegano un tempo enorme per dire una cosa, anche molto semplice, così come conosciamo persone che ci creano ansia per quanto parlano veloci e magari si mangiano pure le parole (non parliamo poi della velocità dei ragionamenti e del cogliere le situazioni). Il tempo è una condizione che risente di molte caratteristiche, alcune ontologiche, proprie di un soggetto, altre legate a fattori contingenti, come la salute, le condizioni ambientali e sociali; possono essere fisse o di breve durata, cosicché, in questo caso, possiamo notare se e quando mutano sensibilmente. Queste condizioni hanno un'influenza anche sul tono vocale e su alcuni caratteri timbrici, per cui una persona in uno stato di stress può diventare irritante a chi ascolta perché nella voce si trasmettono picchi acuti fastidiosi, oppure la persona ha un ritmo respiratorio molto frequente, rubato, che crea anche, per simpatia (neuroni specchio?) ansia e imbarazzo (il limite è la balbuzie). Questi fattori non sono propriamente istintivi, ma fanno parte di un bagaglio di requisiti personali su cui si imposta il funzionamento generale di una persona, per cui diventa una sorta di istinto soggettivo con cui si devono fare i conti. Questo nostro tempo, o ritmo, va in crisi quando qualche situazione ci richiede un mutamento. Ad esempio io sono una persona che cammina piuttosto frettolosamente; talvolta incontro persone per strada con cui si chiacchiera, e dopo un po' questa persona si ferma e mi chiede di camminare più lentamente perché non ce la fa. Però ho trovato anche persone che camminano più rapidamente di me e che dopo un po' mi mettono un po' in difficoltà. Naturalmente avrete capito che è una questione di fiato, però non è lo stesso vocale, anche se qualche influenza può esserci. Ma il tema su cui mi soffermo è il tempo del parlato. Date un testo a una persona e fateglielo leggere. In genere le persone leggono molto rapidamente, incespicano sui fiati, sulle parole meno consuete e sulla punteggiatura, si mangiano le finali delle parole, esaltano i dialettismi, non sanno sempre dare il giusto carattere alle domande, non sanno esprimere convenientemente le frasi scherzose o umoristiche o quelle drammatiche. Non per nulla esistono corsi di dizione e di lettura; e questa è un'attività che potrebbe, molto più che il canto, definirsi "naturale". Questo perché non ci sentiamo, non abbiamo una reale immagine o coscienza di questa nostra attività, e infatti rimaniamo imbarazzati fino alla vergogna quando ci si riascolta in una registrazione. Per diversi anni feci radio, in gioventù, in un programma di musica operistica. Ricordo quale mazzata fu risentire le prime registrazioni! Però fu utile, perché molti errori riuscii a correggerli da solo. Dunque, per venire allo scopo pratico di questo post, vi propongo di prendere un breve testo, anche conosciuto, e provare a leggerlo con un tempo estremamente lento. Non significa separare le parole, sia chiaro, il testo deve conservare la propria scorrevolezza e il proprio fraseggio comprensibile. Scoprirete che questo cambio di ritmo viene male accettato dalla vostra psicologia, appunto perché collide con una certa immagine di sé che si è creata nella coscienza. Non saprete più bene gestire i fiati, non saprete più bene come pronunciare certe parole, scoprirete che avete una bocca (!!), labbra, mandibola, lingua che si presentano e vi chiederete dov'erano state fino a quel momento!! Quindi scoprirete, per l'appunto, che queste parti anatomico-meccaniche sono relazionate al fiato. Se non avete mai svolto attività recitative e non avete seguito corsi, ecc., sicuramente questo esercizio vi provocherà qualche fastidio, perché, come dicevo, questo cambiamento non avviene in virtù di un cambiamento di stile di vita necessario, ma perché dipende solo dalla vostra volontà, non è legato ad esigenze esistenziali, e quindi provoca "scollamenti" tra i centri mentali che governano le nostre abitudini e le parti anatomiche che eseguono; una sorta di disarticolazione o scoordinamento. Ci sarebbe da fare poi tutto un discorso sul... discorso! Quando leggiamo, per quanto ci possiamo sentire "presi" dal contenuto, con difficoltà riusciremo a riprodurre le stesse cadenze, gli stessi atteggiamenti vocali, ritmici, tonali; si rischia sempre di essere finti, poco credibili, artefatti, sopra le righe, noiosi, ecc. Manca quella scioltezza, quel coinvolgimento interiore che guida i nostri centri a un'espressione sincera, realistica, aperta o intima a seconda del caso. Solo così si può realmente comunicare. Questo lo sappiamo bene dal teatro o dal cinema, ma sembra meno evidente nel canto. E questo è un errore madornale, uno degli aspetti che sta facendo regredire l'opera a spettacolo vetusto e retorico. Nell'800 le cronache e le locandine non dicevano: cantanti, ma ATTORI! e questo non solo perché lo spettacolo avviene sul palcoscenico con tutta una gestualità relativa all'azione rappresentata, ma perché il testo deve arrivare con tutto il proprio contenuto a chi ascolta. A parte il "solito" studio del canto, se non ci si esercita a modificare il tempo di espressione verbale, si sarà limitati anche nell'apprendimento del canto artistico, quindi: cercate il tempo, non tanto il "vostro", che emergerà nel momento in cui lo varierete, ma un altro, anzi, molti altri, e fate le vostre considerazioni. Intanto che ci siete, magari, quando siete in giro a camminare, provate a esaminare il tempo del vostro passo (e magari che relazione c'è tra i vostri pensieri e il vostro passo e tra il respiro e il passo), oppure provate a vedere il ritmo con cui vi muovete in casa e provate a modificarlo; se non altro sarà una cura contro le nevrosi. Però se conoscete qualcuno molto lento, provate a non giudicarlo con insofferenza, ma provate ad allinearvi con lui. E' un ottimo esercizio per lo svelamento della coscienza e l'abbattimento dell'ego.

martedì, marzo 24, 2015

Linguaggio macchina

L'evoluzione, o per meglio dire il tempo piuttosto notevole che intercorre tra i primi esperimenti di costruzione di elaboratori elettronici, più o meno al termine della II Guerra Mondiale, e la commercializzazione diffusa dei PC a metà degli anni 80, in cosa è consistita? Nel trovare l'interfaccia, ovvero la possibilità di dialogo tra l'uomo e la macchina. Un'apparecchiatura elettronica può compiere calcoli a notevolissima velocità, perché non fa altro che aprire e chiudere circuiti alla velocità del flusso elettrico. Aprire e chiudere circuiti significa fare "zero" o "uno". Mettendo in parallelo tanti circuiti, si ramifica e amplia la comunicazione fino a poter elaborare serie molto elevate di dati. Il nostro pensiero è ancora più rapido, e possiede capacità immensamente superiori. Si può capire da qui quale sia il problema. Se l'uomo non è in grado di dialogare con un linguaggio macchina, figuriamoci come possa farlo con un codice ancor più vasto e rapido. Quindi c'è un freno, una sorta di "imbuto" che rallenta tutto il flusso. Questo rallentatore nei cervelli elettronici è costituito da diversi "strati" di linguaggi che si definiscono evoluti perché rendono il linguaggio binario adeguato al nostro quotidiano, ma a prezzo di un sensibile contenimento del funzionamento (chi non si lamenta della lentezza dei PC e dei quasi continui problemi?). Che poi sia più o meno evoluto è un'opinione discutibile. Il pensiero umano incontrando il cervello fisico si trova nella stessa situazione; incontra praticamente un muro contro cui si infrange. Ma è un filtro necessario, perché l'uomo essendo un organismo della Natura, ne subisce i limiti, quindi il pensiero deve adeguarsi a questa velocità. E' come se un aereo o un razzo, che può volare a velocità supersoniche, si trovasse a dover percorrere una strada cittadina. Questo è anche il limite estremo della comunicazione verbale. Come possiamo tradurre in termini il pensiero, cioè un flusso luminoso o energetico? Anche molta fantasia, creatività, intuizione, sono limitati dalla concettualità dei sensi, cioè dal fatto che rapportiamo tutto a rappresentazioni materiali. Ma l'arte è, o meglio può essere, flusso del pensiero, e quando ci si trova nella condizione di realizzarla, non è più oggetto, cioè non è più "qualcosa che" viene da me, ma sono io, non c'è, non ci può più essere dualità, e così la musica, che non è più, non deve e non può più, essere molteplicità (di fenomeni o eventi), sono io. In questo senso sta anche il limite di considerare la voce "naturale". C'è, "NATURALMENTE", una voce naturale, che appartiene, per l'appunto, a un soggetto sottoposto alle leggi della Natura, ma proprio per questo limitata. Voler fare canto, e quindi vocalità, artistici, significa necessariamente superare i limiti naturali, pur dovendo gioco forza restare nei limiti delle possibilità fisiche del corpo umano. In sintesi: l'uomo ha la possibilità di esprimere una vocalità artistica, che va ben oltre la semplice naturalezza della sua esperienza spontanea e quotidiana; questa la può raggiungere mediante un lungo e impegnativo lavoro su sé stesso, oppure può avere la fortuna di incontrare uno o più maestri che lo avvantaggino e ne favoriscano la crescita cosciente. Questo lavoro con i maestri, sarà necessariamente basato su un linguaggio multiforme che definiamo empirico, che non può essere solo quello verbale, perché esso è tremendamente limitato, per cui ciò che diciamo di continuo è: non fidatevi di trattati e corsi esterni a voi; il canto si può imparare solo mettendosi in gioco personalmente, perché tutto ciò che esiste e esisterà è nel nostro pensiero. Purtroppo ogni volta che nasciamo dobbiamo cominciare tutto da capo, e i tempi si allungano, ed è per questo che esistono i maestri, per stringere i tempi e permettere all'uomo di evolversi un po' più rapidamente. Purtroppo però c'è una legge che ad azione corrisponde reazione, per cui ad evoluzione rapida, cioè a qualità crescente, corrisponde analoga involuzione, cioè aumenta quantitativamente il numero di persone che tende ad abbassare la qualità, ad opporsi alla qualità e ad ostacolarne il cammino. In questo processo ci sono anche la falsa crescita e l'evoluzione apparente. Sembrano temi molto distanti dal canto, ma non è così. Chi si coinvolge in questo argomento non solo superficialmente, se ne renderà conto, se vorrà, oppure, forse, potrà rinunciare o tentare di starne a parte. A volte ci si riesce, dipende dalla coscienza, ma occorre anche considerare che il desiderio di conoscere a fondo, di migliorare e perfezionarsi è una manifestazione d'amore.

venerdì, dicembre 26, 2014

Interagire con l'ambiente

Una caratteristica di musicalità matura, non necessariamente riservata al cantante, ma del tutto indispensabile per questo tipo di artista, riguarda l'interazione tra sé e l'ambiente. S'è detto già che è necessario ascoltare la propria voce nel luogo in cui ci troviamo, una condizione non facile da raggiungere intanto perché l'udito deve svilupparsi e poi perché siamo alquanto disturbati dalle vibrazioni interne.
Sul fatto che la voce debba risuonare esternamente è, per questo blog, tema ormai persino logoro (per quanto le ripetizioni non saranno mai abbastanza), ma c'è una dimensione su cui forse non mi sono dilungato abbastanza o che, perlomeno, non ho approfondito sufficientemente.
Cosa significa voce fuori? Dobbiamo prima di tutto toglierci dall'idea di "mandare" la voce fuori. Se ci poniamo nella condizione di far uscire la voce, ci sarà sicuramente un errore, un difetto, perché per "mandare" occorre anche un punto di partenza, e questo punto, ovunque sia, sarà interno, e questo creerà fatalmente una spinta, una pressione, un impulso, uno schiacciamento da dentro (che può essere da sotto o da dietro) a fuori (che può essere verso l'alto o verso il davanti). Pertanto sarà già una conquista notevole giungere a percepire che la voce, qualunque sia la vocale o la sillaba d'attacco, nasce esternamente, senza colpi, senza spinte, ma come se si iniziasse a parlare semplicemente. Questa non è detto sia la condizione finale e ottimale. Pur sentendo la voci fuori, ci può ancora essere un legame, un "cordone ombelicale" con la dimensione interna, con la muscolatura, la fisicità. Il punto di arrivo sarà, con una fiducia davvero straordinaria al proprio fiato, "osservare", "udire" la propria voce nell'ambiente avendo azzerato ogni attività e con la certezza che non è rimasto più alcun residuo di legame con il corpo. Esso è diventato come un tubo inerte, che non interagisce e non collabora in alcun modo alla produzione vocale. L'unica attività sarà di tipo mentale, volitivo. Se questo può essere raggiunto più facilmente in un ambiente familiare, potrà risultare difficile in una sala da concerto con pubblico. L'aspetto emotivo e psicologico gioca un ruolo importante. Prima di tutto, ripeto, fidarsi del proprio fiato educato. Ricordarsi che ogni azione che possa essere attivata per cercare di dare più forza, intensità, timbro, ecc., non potrà che danneggiare il risultato. La calma, la sicurezza di superare ogni ostacolo, avendo conquistata la libertà, saranno i veri cavalli vincenti. Naturalmente, sia ben chiaro, non ci si deve convincere di avere raggiunto questa condizione ma deve essere vero, cioè se ne deve prendere coscienza piena, avvalorata dalle parole del maestro (se lo è veramente).
Faccio ancora qualche precisazione. Qualcuno potrebbe osservare: una volta che la voce è nata fuori dal corpo, rimane staticamente lì? E come la si può modulare dinamicamente?
Consideriamo sempre che le parole sono limitate, insufficienti e anche pericolose, quindi questa argomentazione la tratto come informazione orientativa, ma ricordiamoci che è sempre e solo con l'apprendimento pratico che si può arrivare a comprendere. Il suono nato fuori in genere non necessita di altro perché si "autoalimenta", cioè assume l'aria respiratoria di cui necessita, e niente più, e di cui non ci rendiamo quasi per niente conto. Nella fase avanzata di apprendimento saremo continuamente tentati di risparmiare aria, ci parrà un' "emorragia" di fiato, specie nel centro, dove ci sembra non si debba consumare così tanto fiato. Ma non siamo noi che possiamo razionalmente decidere. E' fondamentale non limitare l'afflusso d'aria, pertanto sempre lasciar scorrere e anzi pensare persino di sprecare più aria del necessario. Seconda cosa: dal momento che il suono nasce esternamente e ci si sposta tra i vari intervalli musicali, che siano ascendenti o discendente, o anche su una stessa nota, su vocali diverse o meno, la sensazione dovrà essere sempre quella di continuare a dar fiato, non fermarsi, non frenare, non diminuire. Sono sensazioni difficili, all'inizio, non ci parrà possibile, ma ricordatevi che è una sensazione illusoria, indotta dal nostro istinto per frenare quelle che per lui è una follia! Dopo poco tempo questa condizione di tubo aperto e vuoto ci apparirà, finalmente, come l'unica possibile e praticabile per cantare esemplarmente (anche perché è l'unica che permette l'annullamento di qualunque scalino o registro). Terza questione: la dinamica, che è prima di tutto una volontà, non è possibile esplicarla, così come l'attacco, in termini di spinta. Se si pensa di intensificare la voce premendo in avanti, è finita, si rientra nei parametri della voce corporea. L'immagine, per quanto io sia contrario alle immagini, che può maggiormente aiutare a chiarire il fenomeno, è quella del palloncino. Se potete immaginare che la voce nata esternamente si traduca in un palloncino, l'aumento e la diminuzione di intensità e volume si traducono in un aumento o diminuzione del volume (guarda caso) di questo palloncino. Quindi non più spinta, ma solo più fiato in una dimensione di maggior AMPIEZZA. Se si pensa di premere, si chiuderanno i condotti. 

giovedì, ottobre 30, 2014

Della Natura umana

La voce non ha bisogno di "tecniche" per essere educata, non essendo uno strumento "meccanico", ma frutto del pensiero, della creatività, dell'intuizione, della fantasia. Tutt'al più è necessario uno studio, che possiamo definire tecnico, per l'esercizio e l'apprendimento del linguaggio stilistico-musicale.

Natura: il sistema totale degli esseri viventi, animali e vegetali, e delle cose inanimate che presentano un ordine, realizzano dei tipi e si formano secondo leggi. 

La semplice immagine a sinistra ci ricorda la suddivisione generalmente accettata: regno inanimato e regno dei viventi, suddiviso in animale e vegetale. La vignetta, nello spazio "animale" non inserisce l'uomo, mentre analoghi grafici presenti in internet, soprattutto a scopo didattico, lo prevedono. Qui già si potrebbe porre un interrogativo. Prima di rifletterci facciamo un'altra domanda: cosa sta fuori da questo insieme? Ovviamente ci sta tutto ciò che ha realizzato l'uomo fin dalla sua apparizione: oggetti, invenzioni, ma anche modificazioni della natura stessa, come gli incroci di piante e animali e quindi anche tutto ciò che rientra nell'arte, sia nell'accezione esteriore, quindi il manufatto, qualora lo sia, sia - fondamentalmente - il pensiero che sottende. La successiva domanda è: a quale insieme appartiene la natura più ciò che sta fuori, cioè l'opera umana? Mi permetto di suggerire: alla Conoscenza. Ognuno però può portare le proprie argomentazione a sostegno di tesi diverse. Detto ciò torno alla questione della posizione dell'uomo in questo insieme. Che faccia parte della Natura e del regno animale, non c'è dubbio. Ma può darsi che egli stia a cavallo di due ambiti? A mio avviso sì; se tutto ciò che sta fuori dell'insieme "natura" è frutto dell'uomo, mi pare piuttosto logico che anche l'uomo, almeno in parte, appartenga a questo settore, che rientra peraltro nel più vasto ambito della Conoscenza. Il riferimento alla Natura Umana, pertanto, può verosimilmente far capo alla specificità di un Essere che pur appartenendo in gran parte al regno animale, possiede un quid (che possiamo sintentizzare in "pensiero") che gli permette di interagire e anche modificare alcuni aspetti dei regni naturali e di produrre, o meglio, creare, opere concrete ma anche del solo pensiero, che vanno a collocarsi in un ambito extranaturale, che talvolta chiamiamo 'artificiale', altre oggetto d'arte o d'artigianato, o del pensiero, ecc. Molto spesso la collocazione in un ambito in un altro assume un valore dispregiativo o qualificante. Se dico che un oggetto è "artificiale", in genere ne sottolineo un aspetto di distacco dall'uomo e dagli altri elementi della natura. Se dicessi che un quadro è "artificiale", sicuramente verrebbe preso come una critica negativa, mentre un qualunque oggetto o frase, se dicessi che è un'opera d'arte, lo valorizzerei molto. Eppure, a ben pensarci, le due cose collimano, ma qualcuno potrebbe dire che l'arte è "naturale". E perché? Si potrebbe dire che lo è perché frutto dell'uomo, che è un essere naturale, ma a questo punto o tutto ciò che è fatto dall'uomo rientra nel naturale, oppure no. Alcune operazioni possono rientrare nella naturalezza, cioè tutto ciò che non è orientato a modificare temporaneamente o permanentemente le caratteristiche di ciò che esiste. E infine possiamo dire che l'uomo, almeno in piccola parte, fuoriesce dall'insieme del regno animale della natura, in quanto ha compiuto modificazioni permanenti su di sè. Il fatto che tramite l'assunzione di farmaci e pratiche di vario genere possa vivere più a lungo di quanto non accadesse anche solo pochi anni fa, possa guarire da malattie e incidenti, possa svolgere attività superiori ai propri mezzi, come spostarsi su terra, mare cielo, comunicare a grandi distanze, ecc., lo pone al di fuori di quel quadro.


Se fate una rapida ricerca su google in relazione a "natura umana", vi si apriranno un numero considerevole di link. E' un campo molto ampio e tocca gli ambiti più disparati e soprattutto si inserisce in un dibattito alquanto acceso. A me non interessa in questa sede entrare in merito al dibattito, però ci sono questioni che riguardano molto da vicino il canto, dunque non posso astenermi dal fare qualche considerazione.
Comincerò con una visione un po' generale delle scuole di canto. L'approccio delle scuole all'insegnamento della vocalità è di due tipi, (di cui uno scisso): tecnicismo e naturalismo; l'approccio tecnicistico può essere di tipo sensorio o meccanicista. Altro dato da mettere sul piatto: il naturalismo.

Raccordandoci con la premessa, la domanda è: può esistere un canto realmente "naturale"? No, il canto è frutto del pensiero; la stessa parola è in relazione con la quota "conoscitiva" dell'uomo, non con la sua appartenenza al regno animale, o, anche fosse, si tratterebbe di un canto assimilabile a quello animale, bello o brutto che sia (e il solo fatto di qualificare ci pone in ambito sopranaturale). Poniamoci in un'ottica più possibilista e proseguiamo.
L'antitesi tra scuole tecniche e naturali non ha ragione di esistere se non definiamo meglio cosa si intende con canto naturale. Nell'opinione pubblica legata in qualche modo (o per fruizione o per attività amatoriale o professionale) al mondo del canto, la terminologia "canto naturale" è generalmente riferita a un canto spontaneo, dove non vi è stato nel tempo alcun apporto di tipo educativo o correttivo. Potremmo dire, quindi, un canto basato sul semplice parlato intonato su una melodia. Possiamo riferirci per esempio al canto in chiesa, sia assembleare che dei semplici cori parrocchiali privi di una scuola. Il passaggio di un canto siffatto a un procedimento educativo di qualsivoglia genere, vuoi per migliorare una dizione affetta da evidenti cadenze dialettali, vuoi per fornire una più efficace respirazione di base, è da considerare tout cour un trascendimento della cosiddetta naturalezza, perché anche la semplice attenzione che un insegnante induce in un cantante rispetto al proprio modo di emettere la voce, lo pone in una condizione per cui non si sentirà più libero (e pur non essendolo comunque!) di esprimersi vocalmente con naturalezza. Le asperità, le imprecisioni tonali, le storture testuali, le difficoltà di tessitura, di fusione con altri strumenti o cantanti, di cui un soggetto è all'oscuro, e che lo pongono in una condizione di tranquillità e di relativo piacere, vengono rapidamente meno, perché ogni errore segnalato diventerà una ossessione. Soprattutto, una volta apertosi il vaso di pandora, il soggetto si sentirà in grave imbarazzo per tutto ciò che commette e che sempre più vivrà come un dispregio alla cultura musicale e canora. Fortunatamente questi soggetti si sentono sufficientemente confortati dal fatto che, frequentando adesso una scuola, auspicano di colmare queste lacune e di potersi inserire più responsabilmente e pertinentemente in quel mondo. Scuola di canto naturale è una contraddizione in termini; se c'è una scuola, il canto non può più essere naturale, dunque si tratterà di un canto che evita determinate strade, quelle meccanicistiche e sensoriali, e questo è già buono, ma qualcosa dovrà fare e questo qualcosa "sviluppa", corregge, modifica, interviene sul suono naturale e di conseguenza lo porta a livello superiore (si spera) con una aumentata presa di coscienza di ciò che era e di ciò che è diventato. Anche questo fattore di consapevolezza (che è informazione ma anche sviluppo conoscitivo) si pone a un livello sopranaturale.
Con questo possiamo giungere al nocciolo della questione. Dal momento che l'uomo non si accontenta, per determinati scopi e in determinati ambiti culturali, di ciò che la natura ha fornito, metterà in atto delle azioni allo scopo di raggiungere un livello superiore di soddisfazione proprio e altrui, non dettato semplicemente da caratteri di esteriorità e piacere sensoriale, ma di soddisfazione e appagamento interiori. Qui entra in gioco la natura UMANA. Se noi parliamo in termini generici di natura e facciamo rientrare l'uomo in questo insieme, lo consideriamo parte di un tutto eco-biologico all'interno di un sistema formato da esseri ed elementi inanimati ed esseri viventi in un (fragile) equilibrio interattivo. In questo quadro non esiste e non può esistere alcuna funzione artistica, che avrebbe peso zero su questa bilancia, non apportando e non togliendo niente al sistema. Ecco che quindi, e fin dall'antichità, si è dovuto far ricorso a un termine specifico "natura umana" per indicare una singolarità, una peculiarità dell'uomo non condivisa e non trasmissibile geneticamente e non riproducibile in altri esseri e in altre forme meccaniche. Allora se diciamo che il canto appartiene alla NATURA UMANA, ecco che ci ritroviamo e tutto torna a posto. Purtroppo questo concetto non trova tutti unanimementi concordi, non è chiaro e noto a tutti, e a non tutti è chiaro cosa ci sta dentro e cosa no.

Ultima cosa: in che posizione si trova il famoso istinto, che la mia scuola di canto individua come principale causa della difficoltà al raggiungimento di un risultato vocale esemplare (ma che non ha niente a che vedere con il concetto di natura "matrigna")? A questo punto è semplice: l'istinto è a tutti gli effetti un elemento appartenente alla Natura, non alla natura UMANA, cioè non rientra nella sua sfera l'attività che il soggetto compie al di fuori della sua appartenenza al regno animale, cioè ciò che è frutto ed espressione del pensiero, della creatività e della Conoscenza al di fuori dell'ambito dell'ecosistema e quindi è fatale e normale che lo ostacoli per deficit di informazioni. Se noi forniamo dati utili, ecco che anche l'istinto comprenderà e permetterà ciò che non poteva sapere, ma lo può fare anche grazie al fatto che il canto esemplare è presente in una natura POTENZIALE (non so se abbia qualche riferimento a una non meglio definita "seconda natura" di cui ho scorto tracce in internet), cioè una condizione "dormiente", perché non utile alla condizioni attuali dell'uomo, ma che potrebbe svegliarsi in una condizione imprevedibile ma non impossibile.

martedì, febbraio 12, 2013

Due organi simmetrici

L'orecchio è il mezzo sensibile che ci permette di cogliere i suoni fisici provenienti dall'esterno. Al momento ancora nessun OTORIATRA (termine da me inventato sul momento e di cui forse un giorno reclamerò il copyright) ha preteso di insegnare "come si ascolta", nel senso di suggerire che bisogna, che ne so, alzare i padiglioni, aprire il canale, chiudere le trombe d'Eustachio e via dicendo. Questo per la diffusa convinzione che sentiamo tutti nello stesso modo. Ovviamente non è così ma non solo e non tanto per questioni relative alla struttura fisica dell'orecchio, ma perché il nostro ascolto dipende da come i suoni vengono elaborati dalla nostra mente e dalla nostra coscienza. Ora, come l'orecchio è lo strumento che permette di recepire l'onda sonora proveniente dall'esterno, l'apparato vocale è quello che permette di emettere un'onda sonora di particolari caratteristiche. In altre parole si tratta di due organi di senso simmetrici. La differenza consta solo nella provenienza dell'onda sonora; da fuori, nel primo caso, da dentro nel secondo. Sul piano originale, istintivo, il comportamento dei due apparati è il medesimo. Così come non siamo capaci, senza disciplina, di apprezzare molte caratteristiche di suoni esterni, non siamo capaci di emettere suoni al di sopra di determinati livelli qualitativi. E così come è perfettamente inutile - fortunatamente - tentare manovre fisiche per migliorare il livello uditivo (ma molte persone, ad es., si mettono la mano a conchiglia  davanti al padiglione per captare diversamente), così è un grossolano errore farlo con il nostro strumento produttore. Il fatto che buona parte dell'apparato vocale possa essere reso mobile volontariamente, non significa che vada fatto! I motivi per cui l'apparato può essere mosso volontariamente non ha attinenza con la voce, ma con le diverse esigenze vitali che condivide (masticazione, deglutizione, respirazione...). In sintesi: così come si impara ad ascoltare con la mente e la coscienza, analogamente si impara a cantare, escludendo tutto ciò che impedisce la fluidità, la spontaneità e la piacevolezza del flusso sonoro. Questa disciplina mette in moto un processo EVOLUTIVO, per cui il tempo consentirà di sentire sempre meglio (discorso identico potrei fare per l'occhio o il tatto o il gusto...) e di cantare sempre meglio, escludendo tutta quella meccanica che non fa che imbrigliare, imprigionare, frenare, occludere il passaggio libero e piacevole della parola cantata.

domenica, febbraio 10, 2013

l'Io e il Canto

Non sono rare le situazioni in cui la voce risulta come "staccata" dall'Io, come se non fosse creata dalla persona, come se non nascesse e non si sviluppasse entro di lui per poi uscire, ma come se fosse un' "entità" esterna, cui quella persona guarda, ascolta e, ed eccoci, giudica, e che può arrivare a deridere, a schernire. Non è fantascienza quella che racconto, ma realtà che mi trovo anche ad affrontare. Faccio una panoramica anche più ampia e interessante.
Siamo in una società, in questa società ci sono persone dominate da un forte ego. Prendiamo ad esempio i "bulli". Non starò a fare l'esame sociale; in questo spazio mi interessa solo far notare che l'ego coinvolge anche la sfera vocale. Nella sua determinazione possessiva, dominatrice, violenta, il bullo esprime anche mediante la voce il suo stato, per cui sarà una voce forte, violenta, muscolare, che non deve far transitare alcun sentimento, alcuna debolezza, alcuna emozione positiva. La questione non finisce affatto qui. A questo punto entra in gioco la questione della "maschera". Il bullo prenderà di mira determinati soggetti, tra di essi ci sarà anche chi presenterà una voce opposta alla sua, cioè che lascia trasparire dolcezza, simpatia, affetto, ecc. Incoscientemente ci saranno degli emulatori dei bulli, che per non cadere vittime, si creeranno una "maschera" oltreché sulla personalità anche sulla voce, per non incorrere negli atti di violenza, e altri che la maschera se la metteranno perché possono arrivare a pensare che è così che ci si conquistano gli amici e le ragazze, che non si viene esclusi dai gruppi, che si possono avere cose. Non è ancora finita. Questa "filosofia" può non fermarsi agli anni dell'infanzia e dell'adolescenza. Queste persone si sposano e fanno figli, i quali non è per niente detto che assomiglino al padre, ma sentiranno la necessità di dover assumere determinati comportamenti, voce compresa, perché questa è l' "educazione" imposta e questi sono i valori trasmessi (salvo poi sensi di colpa e nevrosi e psicosi varie). Nel cerchio di persone coinvolte da questa metodica impositiva ci possono essere persone che si dedicano al canto. Come potranno accettare che la voce esprima sentimenti gentili, dolci, affettuosi, che la voce possa piegarsi a languori carezzevoli, chiari, flautati? Ecco, dunque, tra le diverse ipotesi, un esempio di persona che risulta "dissociata" dalla propria personalità vocale, a cui l'insegnante dovrà insegnare a riprendersi ciò che è proprio, a riconoscere quel frutto del proprio io, a non maltrattarlo, a metterlo al servizio di un proposito nobile e altruistico, non per reprimere sè stesso e gli altri, ma per star bene e far star bene. Anche qui, lo si sarà capito, entra in gioco l'unificazione; in questo caso però si può anche transigere sull'unificazione vocale, perché se il soggetto riesce a riappropriarsi della propria identità vocale, sarà già una conquista meravigliosa.

lunedì, gennaio 28, 2013

Il percorso coerente

Quando noi parliamo comunemente, fatto salve patologie o malformazioni poco frequenti, i nostri apparati (respiratorio, produttore e articolatorio-amplificante) sono "allineati", ovvero in relazione, in sintonia tra loro. Questa condizione che possiamo definire naturale, si determina nel parlato "normale" perché esigenza di vita. In questa situazione non si hanno percezioni particolari, non sentiamo la gola, non abbiamo cognizione di qualcosa che si muove, che incontra difficoltà. L'unico elemento che ci può dare qualche segnale, è il fiato, quando finisce o sta per finire. Come ho già ampiamente espresso in altri post, cambiare il parlato comune in un parlato più impegnato, può far cambiare la condizione e quindi possiamo avvertire difficoltà che prima non sussitevano. Ora facciamo attenzione: noi parlando abbiamo gli apparati in sintonia tra loro; se andiamo a lezione di canto e cominciano a dirci che noi dobbiamo prendere molto fiato e gonfiare qui o lì, noi disallineiamo gli apparati, li separiamo, perché il fiato subisce un'attenzione e un coinvolgimento fisico superiore alle necessità. Se invece di farci dedicare al parlato, ci fanno vocalizzare per tutta la lezione, nuovamente non si potrà mantenere quell'allineamento, perché non stiamo più parlando, stiamo concentrando forze, energie, e forme su uno o pochi suoni che necessitano di una organizzazione di cui non siamo ancora in possesso, per cui non è possibile che gli equilibri si mantengano. La stessa situazione si presenterà se io penso di deformare volontariamente gli spazi oro-faringei o se compio dei movimenti interni tali per cui il fiato/suono non segue più la normale linea del parlato ma altri percorsi interni. L'arte necessita di coerenza (è essa stessa coerenza) per cui la strada più giusta e semplice è quella che partendo da una situazione già corretta, perché esistente anche a livello istintivo, non modifica e non cambia repentinamente indirizzo, ma prosegue e sviluppa ciò che già esiste sfruttando le possibilità di ampliamento - intensificazione, già presenti in noi potenzialmente.

sabato, dicembre 01, 2012

Le masse contrapposte

Una domanda la cui risposta mi è sempre stata un po' difficile da esprimere, è stata quella relativa alla sensazione di "tubo vuoto" che si prova quando il suono è veramente libero. Non v'è dubbio che l'aria mette in vibrazione le corde vocali e che "al di là delle corde", se tutto va bene, non abbiamo più aria polmonare, ma suono. Tempo fa ci fu una critica secondo la quale l'idea del tubo unico, in contrapposizione a "tubo spezzato", che ho richiamato più volte come grave difetto, era un'idea poco credibile. Per me l'idea che un risultato artistico sia poco facile da provare o esemplificare scientificamente è un fatto secondario, sia ben chiaro! Oggi posso esprimere la spiegazione di questo risultato. Se noi poniamo la laringe come punto medio di un "tubo" (lo metto tra virgolette perché è una forma solo in parte assimilabile realmente a un tubo), noi sappiamo anche che, in condizioni ottimali, da una parte c'è aria, dall'altra c'è suono. Sappiamo che l'aria necessita di una certa pressione per mettere in vibrazione le corde vocali, sappiamo che, a seconda delle caratteristiche anatomiche del soggetto e della volontà di emettere un determinato suono (alto/basso-chiaro/scuro-piano/forte, ecc.) il suono presente dall'altra parte del tubo, avrà a sua volta una certa pressione. Ci troviamo in presenza, pertanto, di due masse contrapposte ognuna delle quali con determinate caratteristiche fisiche e ognuna in strettissima relazione col mezzo che le divide (mezzo in senso ampio!). Se noi consideriamo, come E', che la laringe non è uno strumento fisso ma mobile (e la stragrande maggioranza di cantanti e insegnanti non si pone la domanda sul perché è mobile e come questa caratteristica può riflettersi sul canto); possiamo quindi assimilarla all'ago di una bilancia o una pallina immersa in un liquido, ove le caratteristiche di peso specifico facciano sì che essa non galleggi e non vada a fondo ma resti sospesa circa a metà. Quando questa straordinaria condizione di massimo equilibrio ha luogo, cioè la laringe non risulta più né premuta dall'aria sottostante né dal suono (o dai muscoli) sovrastante, si genera una sorta di annullamento della membrana che divide le due parti, la bilancia, diciamo così, è in perfetta parità, e la sensazione è quella del tubo unico.
Alcune osservazioni: 1) in primo luogo è chiaro che questa condizione è del tutto inimmaginabile e irraggiungibile volontariamente; 2) non esiste alcuna "posizione" da provare o mantenere per riuscire ad avvicinarsi a questa condizione; più ci si prova volontariamente, più ce ne se allontanerà; 3) la foniatria e le scuole di matrice foniatrica sono più lontane di altre da questa espressione artistica; 4) l'affondo è esattamente l'opposto di questa risultante, sbilanciando tutto a favore della massa sovrapposta - muscoli e suono; 5) ciò che qualifica la massa sonora è la pronuncia o parola, quindi se non si perfeziona la parola la massa sottostante - l'aria - sarà sempre esorbitante, cioè saremo sempre in balia della spinta dell'aria, la quale, sollevando la laringe, creerà spoggio del suono; 6) il rilassamento dell'apparato è una condizione indispensabile affinché la laringe "galleggi", ma anch'essa non è una condizione sufficiente e soprattutto non è efficace se non è legata alla pronuncia perfetta, che necessita di un'ampia articolazione e di una relazione di questa col fiato; 7) bisogna considerare che allo stato "naturale", ogni soggetto è in balia di forze istintive non controllabili volontariamente. La Natura non ci può aiutare perché il canto non è compreso, non ci serve a vivere e sopravvivere, non ci è di alcun aiuto (contrariamente al parlato e al gridato, che invece lo sono), anzi è avversato perché tenta il "raffinamento", la commutazione, del fiato e del suono per fini sovra naturali. Queste forze, che ci sono sempre, in ogni soggetto, per quanto in misura anche molto differenziata, squilibrano sempre le masse, il più delle volte a favore del fiato - che vuole uscire - e questo crea i noti e universali difetti di laringe troppo alta, spoggio, impossibilità di emettere acuti, mandibola inchiodata (cioè difficoltà ad aprire la bocca), suono nasale, rigidità del collo, rigidità toracica, lingua alta o "a turacciolo" o in posizioni assurde. Tutti questi difetti e queste situazioni sono inamovibili volontariamente se non si prende coscienza di ciò. Purtroppo moltissimi non solo non hanno questa coscienza, ma addirittura la negano e si oppongono cercando altre strade, possibilmente più meccaniche e meno "cervellotiche". Questo fa parte della Natura umana, e c'è poco da fare; l'umiltà è la sola via che può condurre a comprendere come siamo fatti, come funzioniamo e quindi come possiamo far sì che si sviluppino le condizioni per elevarsi a livelli artistici superiori, altrimenti si canterà, sì, non è impossibile, ma sempre meccanicamente, rozzamente, "naturalmente" dove la natura ci asseconda nel grido, nel suono neutro, privo di articolazione, privo di significato, di emozione, bellezza, verità, splendore e profondità. A quasi tutti basta, anche se molti avvertono il senso di incompletezza, di manchevolezza, di squilibrio, di discontinuità, di disuguaglianza, che nella maggior parte dei casi cercano di "coprire" o risolvere omogeneizzando il difetto, che è la strada più semplice. Si può capire che le difficoltà molte volte inducano allo sconforto, alla resa; da soli è impossibile, e girare in lungo e in largo e sentire solo parole senza coscienza, senza reale padronanza - il che molti fortunatamente l'avvertono - non può che portare a lasciar perdere o a prendere il meno peggio, dopodiché spesso... ci si abitua.

domenica, marzo 11, 2012

Il labirinto (della mente) - secondo step -

Immagino di essere al centro di un gigantesco labirinto in compagnia di molte persone; alcuni si definiscono maestri, altri allievi, altri praticanti... Ci si pone il problema di uscire. Alcuni, soprattutto più giovani, si lanciano con spavalderia verso l'uscita; molti tornano in breve al punto di partenza, altri si perdono per i meandri, uno o due, dopo diversi tentativi, riescono anche ad uscire. Uno di loro, in particolare, dice di avere ottima memoria e ricordare la strada percorsa, e avere un buon senso dell'orientamento. Tra i molti ritornati, ci sono i delusi e gli arrabbiati, alcuni abbattuti e dunque remissivi e arresi. Tra coloro che si considerano insegnanti o maestri, si accendono le dispute: alcuni ritengono che non ci sia tanto da studiare, bisogna armarsi di pazienza e provare e riprovare, altri propongono di andare in una direzione, anche passando in mezzo agli ostacoli, o scavalcandoli, cioè metterci il fisico, che gli "smidollati" non hanno! Alcuni poi si sono armati di antichi libroni che spiegano come si costruivano i labirinti, e dunque anche il modo per uscirne. Attenzione però, dice qualcun altro, che essendo antichi sono scritti con un linguaggio non sempre facile da tradurre in termini moderni. Comunque sia alcuni di essi si mettono al lavoro di interpretazione e sostengono che naturalmente l'uomo è portato a uscire da queste situazioni, se solo si mette tranquillo e si lascia trasportare... Io a un certo punto dico: grazie agli insegnamenti ricevuti, agli studi, agli approfondimenti e all'esperienza fatta, ho conquistato il senso dell'orientamento, cioè la stessa cosa che afferma di aver detto uno dei primi ad uscire, con la differenza che lui "sente" di averla, ma non sa come e non sa padroneggiarla, mentre io sì. Subito alcuni scoppiano a ridere, altri fanno sorrisetti di compatimento: ma tu sei folle! ma come si fa a pensare una cosa del genere? Ma come pensi sia possibile e come pensi che ti si possa credere? E giù altre risate. Un po' intimidito, propongo che mi seguano, così potrò loro dimostrare di poter uscire senza difficoltà. Due o tre, esitanti, mi si mettono vicino (poi uno ci ripensa), ma tutti gli altri continuano a sbeffeggiarmi, affermando di non avere alcuna credibilità, e tornano alle loro tecniche per uscire. E' una metafora, che non serve cantare, ma solo a illustrare, con un briciolo di divertimento, l'allegoria dello studio del canto.
Cos'è la tecnica del canto? Ho già spiegato più volte che il termine "tecnica" è in realtà errato, perché fino a qualche decennio fa illustrava solo l'esercizio musicale che ogni cantante doveva fare per imparare a cantare un repertorio in buona parte "figurato", cioè composto di melismi, anche virtuosistici. Anticamente forse era quasi l'unico insegnamento praticato. In realtà oggi si parla di tecnica anche riferendosi all'impostazione della voce, cioè all'educazione di base che ne permette la giusta sonorità, la valorizzazione dell'estensione, dell'omogeneità, dell'uso dei colori e delle dinamiche, oltre che degli aspetti musicali. Prima di passare alla spiegazione, poniamo una domanda: cosa fa sì che molti, moltissimi cantanti, sia del passato che del presente, pur dotati di voci straordinarie, dopo alcuni anni di carriera siano costretti a ritirarsi o a proseguire in tono minore? Tanto per fare degli esempi: perché già prima dei 40 anni di età un cantante con una voce d'oro come Di Stefano si trovava in gravissime difficoltà, o una star come la Callas, già a poco più di 30 anni avesse una straordinaria oscillazione della voce? O come si spiegano, ancora, le pessime note acute di Gobbi, ad esempio, o il ritiro molto prematuro di una Souliotis? I nomi da portare di esempio si sprecano anche se qualcuno volesse portare giustificazioni a quelli proposti adesso. Non credo di sbagliare nel dire che la risposta che chiunque è portato a suggerire è: non avevano una giusta tecnica. E qui comincia l'avventura...! Che significa giusta tecnica? Riferita o rapportata a cosa? Sono molti coloro che dicono: c'è UNA sola tecnica! Che meraviglia, ma qual è? o meglio, in base a quale principio esiste una tecnica che permette di cantare? E perché dovrebbe esistere una tecnica per cantare? (questo lo diciamo soprattutto a chi sostiene con forza che il canto è naturale!). Se il canto fosse naturale tutti canteremmo e non esisterebbero i difetti. Ma, si obietta, è naturale ma "nascosto". Benissimo, allora facciamo in modo che questa natura possa rivelarsi, però non si risponde, in questo modo, alla domanda. Di Stefano non ha praticamente studiato, chi più naturale di lui? e perché in breve la sua voce è diventata così disomogenea e non sempre gradevole? Sappiamo che ci sono persone che con una certa facilità riescono a cantare in una tessitura senza particolari difficoltà. Un tenore, oggi buon amico, incise un'aria anni fa che si può sentire su Youtube e mi lasciò di stucco per quanto era ben cantata e per quanto bella e facile risultava la voce. Ma in arie incise tempo dopo, emergono difficoltà e scalini. Dunque il tempo ha messo in atto delle trappole. Sappiamo che in molti casi il tempo non ha investito, se non marginalmente, la qualità del canto. Dunque esiste "qualcosa" che ogni persona che si trova a cantare a un certo livello deve affontare, subito o dopo. Sappiamo, in particolare, che è l'impatto con la zona acuta che crea le maggiori difficoltà. Perché? Cosa crea queste difficoltà? E cosa fa la "tecnica", una, nessuna o centomila tecniche, per superare queste difficoltà? Quello affonda, quello allarga la gola, quell'altro pensa giù, un altro tira indietro, un altro spinge in alto, uno si siede, uno si alza sulle punte... meraviglioso, e alcuni di questi riescono anche nell'intento, e magari nemmeno troppo sgradevolmente. Però resta un grande interrogativo: perché? E' obbligatorio rispondere? no. Si può imparare a cantare dignitosamente senza conoscere la risposta? sì; si può evitare di parlare di questi argomenti e cantare? senz'altro! Si può accedere a un livello artistico? no, ma alla maggior parte delle persone non importa, non interessa. Però a chi studia, a chi cita i grandi cantanti, i grandi trattati, le scuole, le domanda è giusto porle, e se vuol definirsi maestro, dovrebbe rispondere. La tecnica è una disciplina che, in qualunque modo, più o meno fisico, cerca il modo di superare un ostacolo. Anche chi professa la "naturalezza", ma fa comunque fare esercizi, fa tecnica! La naturalezza senza condizioni è cantare e basta! con tutte le conseguenze cui andrà incontro. E perché esistono queste conseguenze è la seconda domanda, la cui risposta, a mio modo di vedere, ma aspetto con impazienza pareri diversi, è che il nostro istinto non ci permette facilmente di accedere a un livello superiore.
Mentre dal centro del labirinto mi avvio verso l'uscita, conscio del mio senso dell'orientamento, qualcuno mi grida dietro: "ma non sei triste di possedere questo "senso" che supera l'istinto?" Non ci dev'essere un senso di superiorità, di potenza, ma può esserci spazio anche per la tristezza, per l'impossibilità di poterla condividere con tutti, pur volendolo, perché è la verità stessa che non lo permette, e rende cieca e sorda la gente.
Fine del secondo step, nel terzo e ultimo riandiamo a spiegare cosa significa superare l'istinto.

giovedì, ottobre 20, 2011

La Natura non è "scema"

A quanti si ostinano a pensare che la voce ideale dovrebbe suonare "in maschera", intendendo come maschera la zona oculo nasale, occorre far presente che la Natura non è proprio sprovveduta e testarda, e nel corso del tempo in ogni specie vivente ha operato modifiche, di grande e piccola entità, per adattarla alle nuove esigenze di vita e relazione con l'ambiente in cui è inserita. La stessa laringe e gli apparati fono-respiratori hanno compiuto, dall'epoca dei primi ominidi, cambiamenti di rilievo. Dunque, se fosse vero che il suono ideale trova la sua migliore collocazione tra occhi e naso, noi oggi la bocca l'avremmo lì!! Il fatto è, ma pochi se ne rendono conto, che se la bocca si trovasse in una posizione diversa, e soprattutto più alta, noi avremmo problemi enormi non solo a cantare, che risulterebbe impossibile, ma persino a parlare, perché la curvatura che compie il flusso aereo rispetto l'asse della trachea, è fondamentale per assicurare le condizioni di appoggio del fiato sul diaframma. Diversamente questa caratteristica essenziale del canto non potrebbe verificarsi e la voce non avrebbe l'energia sufficiente a produrre suoni di un qualche significato. Mi auguro che la Natura non prenda per buona la posizione del suono di tanti cantanti odierni e non produca cambiamenti nelle prossime generazioni: non vorrei che ai nostri nipoti si aprisse la bocca nella nuca!!!!!!

domenica, settembre 25, 2011

La dizione "killer"

La domanda è la seguente: è possibile che Giuseppe Di Stefano, grande tenore degli anni 50, abbia accelerato la propria decadenza vocale a causa della dizione così precisa e ricercata? Chi legge questo blog da qualche tempo potrebbe pensare che io adesso scriva: "nooo! la dizione è la base del bel canto", ecc. In realtà io spiego, ogni tanto, che in questo c'è una verità; Di Stefano è stato vittima di qualcosa di giusto ma applicato senza coscienza. Ho già spiegato non molti post fa che è erroneo pensare che il Pippo nazionale non avesse "tecnica"; ascoltando le prime esecuzioni, quando aveva 20 anni o poco più, noi sentiamo una voce magica, pressoché eccellente anche dal punto di vista dell'emissione. I difetti c'erano, ma ancora molto superficiali. Di Stefano non sapeva, e non poteva sapere, che curando così maniacalmente la dizione in un canto già pieno, di oltre due ottave, metteva il proprio fiato in una condizione di impegno elevatissimo, molto più che se avesse ingolicchiato, mandato il suono indietro, "omogeneizzato" le varie vocali in suoni più o meno comprensibili. Questo impegno notevole, ha accelerato la rezione istintiva, che come sappiamo non tollera la fatica e il tentativo di trasformazione di un apparato fisiologico in altro, di carattere artistico. La strada percorsa da Di Stefano avrebbe potuto essere storica, se avesse avuto la possibilità di studiare con un grande maestro che gli avesse fatto prendere coscienza di ciò che concorre a quella emissione, disciplinando i rapporti fiato-forme in perfetto. Vista la straordinaria predisposizione, ciò si sarebbe potuto realizzare in tempi piuttosto brevi. Quindi la questione non è che la perfetta dizione sia un "killer" della voce, ci mancherebbe ancora, ma che risultando il parlato la più fluida e avanzata emissione, volendo omogeneizzare la voce su quella base, occorre una disciplina particolarmente raffinata, molto consapevole di ciò che muove a livello istintivo e di tutto ciò che concorre a ottimizzare i risultati e a minimizzare, fino ad escludere, tutte le reazioni che suscita. Del resto se così fosse, Schipa avrebbe dovuto durare la metà di Di Stefano, e invece non ebbe tramonto.