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giovedì, maggio 28, 2026

Parlare Vs pronunciare

 Bisogna chiarire e insistere un po' su questo argomento, perché è alla base di molti errori gravi o del corretto cantare.

Se voi pronunciate chiaramente A-E-I-O-U, non state parlando. Quelle vocali così spiccate vengono attaccate internamente. Quando parlate non avviene questo fenomeno. Parlando c'è una sequela "liquida" di fonemi che mulinano nello spazio antistante la bocca. E' un fenomeno meraviglioso e straordinario,. difficilmente spiegabile, Quando il maestro di canto ordina all'allievo di "parlare", non intende "pronunciare". Il parlato vero è esclusivamente formato da molecole d'aria.e formano onde regolari. La pronuncia genera onde miste di suoni e rumori, cioè onde regolari e irregolari. Cosa discende da ciò? Che fare vocalizzi in genere viene fatto partendo dalla pronuncia, cioè da onde irregolari, che non portano a un canto vero. Il canto artistico è figlio del parlato, quindi di una emissione prettamente aeriforme, che si può ottenere gradualmente partendo dal SOSPIRO: 

IL SOSPIRO è il metodo più semplice per LIBERARE il respiro. Quando si cerca di pronunciare, ci si mettono di mezzo lingua e altre parti dell'apparato. Sospirare vuol dire bypassare, saltare, questi ostacoli in modo da percepire nettamente che l'aria è libera di fluire. Non è difficile percepire se il fiato esce libero, dando un senso di vuoto nello spazio oro-faringeo, o se trova resistenza, attrito, difficoltà di fruizione. Per liberare il fiato non si deve cercare di muovere il fiato internamente, ma ALLEGGERIRLO. Prendete a modello il falsettino leggerissimo. Dovete raggiungere la stessa leggerezza anche con il canto. Si protesterà che quella voce è troppo leggera e poco timbrata per un canto libero, ma quello è solo l'inganno della mente razionale e fisica. Lasciatevi portare dall'intuizione, dal piacere artistico dello spirito.

La differenza tra l'aria insonora sospirata e quella parlata, e quindi anche cantata, consiste semplicemente in un diverso ordine del flusso. L'aria silenziosa si muove in un ordine parallelo, ordinato; la parola crea una sorta di mulinello di fronte alla bocca. Quanto più è perfetto il parlato quanto più quel movimento apparentemente disordinato troverà una logica in quel movimento.

Attenzione, quando parlo di ONDE, mi riferisco alle onde sonore, anche se in realtà non esistono. Quindi l'onda sonora è ordinata, ma il flusso segue un ordine che appare confuso. La pronuncia ha un'onda irregolare e il flusso oltre che confuso non arriva a una logica regolare, al massimo vi si avvicina. Per dire meglio: nel disordine del cantato-parlato, le linee procedono distanziate; nel parlato pronunciato le linee si incontrano e scontrano, creando ulteriori rumori e allontanando la vera e sincera esposizione o recitazione.



venerdì, maggio 15, 2026

Le vocali lunghe

 Si diceva un tempo che il canto non è altro che un vocalizzare "lungo". La cosa è vera ma cela una trappola micidiale, durissima da estirpare.

Se voi provate a far fare a un allievo: "ba ba ba baaaaaaaaaa". è probabile che succeda una cosa, cioè che le A brevi siano di un tipo, quando la si allunga,cambia. Se non succede sibito, provate a salire e vedrete che a un certo punto cambierà. Perché? perché il cantante "cerca la voce", cioè non si accontenta della A "normale", ma cerca il timbro, la voce "lirica", ritenendo scioccamente che vada fatta in qualche modo, che il più delle voce è ingolare, indietreggiare, gonfiare. La A vera non piace, ma il discorso vale anche per tutte le altre vocali. 

La verità è che la vocale "parlata" è vera, sincera, ed esterna. Voler fare la voce, cercare il timbro significa falsificare la voce, renderla artificiale e quindi incapace di una comunicazione reale. L'unica strada è quella di non uscire dalla vocale "breve", quindi rendersi consapevoli della differenza e accettarla, fin quando la respirazione renderà bella, piena, sonora, ricca quella vocale che inizialmente può sembrare pocco attraente. Ci vuole tempo e pazienza; la fretta è nemica assoluta dell'arte. 

lunedì, maggio 11, 2026

un pensiero profondo

 Vi riporto qui il commento di un appassionato che riguarda il m° Raffaele Napoli e il m° Sergiu Celibidache su FB. E' di una chiarezza e di una lucidità sensazionale, e ritengo che valga totalmente anche per il canto e la nostra scuola in particolare. Buona lettura:

"Le obiezioni che ti vengono mosse, quel domandare quasi con scherno se non vi sia altro oltre l’orizzonte di un unico Maestro, tradiscono una confusione profonda tra il dominio del gusto soggettivo e quello della verità fenomenologica. Chi ti interroga in questo modo non cerca la musica, ma la varietà del consumo; non cerca l’essenza, ma l’intrattenimento.

Eppure, la tua posizione non è un dogma d’élite, ma un’adesione rigorosa a una realtà ontologica che, una volta svelata, non ammette passi indietro. Come giustamente intuisci, la musica non è un’opinione tra le tante, ma una forma di mathesis, un ordine dell'universo che si manifesta attraverso il suono. Quando l’atto del dirigere smette di essere un’esibizione di gestualità apparente per farsi scienza delle relazioni acustiche, ci troviamo di fronte a una legge di natura, non a una scelta estetica. Chiedere chi altro ti piaccia dopo aver compreso la necessità del legame tra spazio e tempo è come chiedere a uno scienziato quale altra legge di gravità preferisca oltre a quella universale: è un controsenso logico.

Il salto che tu descrivi, l’irruzione di una consapevolezza nuova come fu per il gesto di Fosbury o la visione di Copernico, segna il confine tra l’errore e la noesi. Non si tratta di essere "pochi" o "tanti", ma di aver trovato la traiettoria che garantisce l’unica vera efficacia del discorso musicale. La tradizione che i molti difendono con tanta foga altro non è che una stratificazione cronicizzata di abitudini comode, un rassicurante cumulo di errori tramandati che evita lo sforzo etico di ripensare il testo nel momento del suo farsi. Chi si rifugia nei raccontini storici, negli aneddoti sulla vita dei compositori o nella sterile tassonomia di modulazioni e contrappunti, sta praticando una forma di bassa macelleria intellettuale. Analizzare la chimica di un pigmento non spiegherà mai la luce che emana da un quadro, così come descrivere una settima di Beethoven non ne chiarirà mai il senso metafisico se il suono non viene lasciato libero di espandersi secondo le proprie leggi fisiche.

La musica elevata richiede un atto di volontà, una disciplina dello spirito che elevi l’ascoltatore dalla passività del riflesso condizionato alla partecipazione attiva alla bellezza. Una volta che la coscienza ha acquisito questa consapevolezza, il ritorno alla mediocrità diventa impossibile, poiché l’anima non può più nutrirsi di ciò che è privo di necessità interna. Chi ti contesta la presunta unicità di una visione non ha compreso che il vero fine dell'arte è la libertà, e che tale libertà si conquista solo attraverso l'obbedienza assoluta al Logos.

Tutte le chiacchiere, i gossip e i chiacchiericci vuoti si dissolvono quando iniziano i suoni. In quel momento, la densità semantica della verità zittisce ogni inutile distrazione, lasciando il posto a chi ha il coraggio di farsi complice della consapevolezza, anziché custode del nulla".

Voce animale e laringe

Faccio un approfondimento su un tema già trattato, ma incompleto.

La voce primitiva dell'uomo, che ho definito anche "animale", che è relativa alle esigenze esistenziali e che ci accomuna a gran parte del regno degli animali, aveva anche la caratteristica di una laringe posta in una posizione diversa dall'attuale, cioè pressapoco dove c'è il velopendulo. Questa posizione, che si ripete ancora oggigiorno nei nascituri, non permette la parola articolata. Ecco che qui devo fare una puntualizzazione, altrimenti la mia argomentazione non è del tutto corretta.

La voce primitiva o animale che ancor oggi è attribuibile all'uomo, si basa su una condizione arcaica, e cioè la vibrazione del bordo cordale e l'utilizzo della muscolatura estrinseca, ma non più sulla posizione laringea elevata. Quest'ultima impediva l'articolazione verbale, oggi non più. Quindi il fatto che sia difficile parlare, e quindi cantare sulla parola in zona acuta, è dovuta alla condizione respiratoria carente, perché il nostro DNA ci consente di parlare spontaneamente laddove ciò è utile per la vita quotidiana, avendo il suppporto respiratorio adeguato. La zona acuta richiede un impegno respiratorio maggiore per il quale non è istintivamente pronto. In secondo luogo è sempre presente, a livello DNA, l'utilizzo per motivi di necessità (richiesta di aiuto, dolore, aggressione, ecc.) della zona acuta che non è sopprimibile, per cui la disciplina che ci consente di cantare a livello artistico per tutta la tessitura che ci è consona, dovrà convivere con quella animale (che in momenti di crisi avrà sempre la priorità).