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mercoledì, aprile 14, 2021

Dei limiti

 Chiedo scusa se per introdurre l'argomento utilizzo un paragone con la direzione d'orchestra, ma in ogni modo siamo sempre in campo musicale e a qualcuno potrà essere d'aiuto questo aspetto. 

C'è un interessante video di Sir Georg Solti, celebre direttore d'orchestra, che dirige durante una registrazione discografica, il funerale di Sigfrido dal Crepuscolo degli Dei di R. Wagner. 

Come si può vedere, il direttore gestisce la veemenza degli accordi più potenti con una gestualità che coinvolge tutto il busto, direi quasi tutto il corpo, con contorsioni inusitate. Questa, come ripeto, è una registrazione, non si sa bene perché ripresa anche dalle telecamere, per cui Solti si sente libero di andare oltre la sua normale gestualità direttoriale; non mi pare, infatti, che nei concerti pubblici sia arrivato a questi eccessi. Ma la cosa non ha grande importanza. La domanda che sorge è: perché arriva a impiegare tutta questa energia e questa quantità di corpo per dirigere questo brano? Una prima risposta potrà essere che essendo una pagina musicale di grande potenza, richiede anche potenza gestuale. E fin qui possiamo essere d'accordo. Però dobbiamo porci un'altra domanda: su quali mezzi espressivi deve far conto il direttore d'orchestra? Perché, paradossalmente, potremmo arrivare a dire che il corpo non basta e un direttore che voglia esprimere tutta la potenza di un brano dovrebbe far uso anche di oggetti ben più voluminosi di una bacchetta... non sto a fare esempi per non esagerare, ma ci siamo capiti. Il direttore d'orchestra che conosce a fondo la sua arte, dovrebbe sapere che il suo "strumento" sono le braccia. Braccia che si protendono poi nelle mani e, a destra, si prolungano nella bacchetta, per fondati motivi. L'arte direttoriale consiste nel saper fare un uso sapiente di questi mezzi, senza la necessità di investire altre parti del corpo o altri mezzi. Sappiamo bene che molti direttori si abbassano fino a terra, a volte, per segnalare un piano o pianissimo, oppure tirano le braccia a sé. Cos'è che spinge un direttore a utilizzare mezzi "non convenzionali" per dirigere momenti di un brano musicale dove ci sono dei parossismi fonici? Siamo sempre daccapo! E' l'istinto. Se non siamo stati in grado (tramite un insegnamento) di gestire in modo coscienzioso, libero e completo, i nostri mezzi, che per il direttore sono le braccia, ecco che l'istinto ci porta a uscire da quel contesto e utilizzare altri mezzi. In altre parole, ci segnala i nostri limiti (artistici) e ci sprona a usare trucchi e altre risorse (fisiche) per risolvere la cosa. E', in fondo, ciò che fa ciascuno quando si trova di fronte a qualcosa che non conosce o conosce poco. Un bambino, ma non solo, di fronte a un pianoforte, o peggio una batteria, comincia a battere come un forsennato, non avendo alcuna disciplina che gli consenta di utilizzare lo strumento come si conviene. Ma anche cominciare lo studio porta sempre impazienza, perché si avverte di continuo il limite di non poter suonare una importante sonata di Beethoven o uno studio di Chopin, o un qualunque altro brano di difficoltà superiore ai nostri attuali mezzi. Tornando ai direttori, anche riconosciuti ottimi direttori (ma anche Solti lo è stato) con sobria gestualità, è difficile che non facciano, almeno saltuariamente, uso della testa, delle labbra (mormorano, canticchiano...) e degli occhi, che è positivo, fino a che non diventa un modo alternativo alle braccia, come capitò a Bernstein. Quindi la morale è che occorre disciplinarsi affinché i mezzi corretti a nostra disposizione possano essere utilizzati al massimo delle loro possibilità, senza invadere altre risorse, perché il linguaggio che viene trasmesso può essere equivocato o frainteso. Occorre avere il massimo di consapevolezza di cosa si vuole trasmettere, e quindi avere chiarezza di ogni gesto. Quei "piegamenti" di Solti, a parte il comunicare potenza, mancano di qualunque altro parametro musicale; mancano totalmente di precisione e di proporzione. Purtroppo nella direzione è molto comune pensare che basta muoversi "mimando" la musica, talvolta senza neanche preoccuparsi del ritmo, per interloquire correttamente con l'orchestra. La cosa spesso e volentieri non funziona, e si perde un sacco di tempo alle prove a "spiegare" cosa si intende con quel gesto o cosa si vuole in quel determinato punto, perché con la chironomia (che è appunto la gestualità) non si arriva a chiarire. 

Detto ciò, possiamo ora dedicarci al canto. La questione è esattamente la stessa. Noi abbiamo un uso "istintivo" della voce, che usiamo per la comunicazione ordinaria, che contempla il parlato e il gridato. Può contemplare anche un canto di svago, un "canticchio", diciamo, dove non si bada più di tanto alla qualità, all'intonazione, all'omogeneità, ecc. Nel momento che un soggetto si vuole dedicare a un canto di maggiore elevatezza, come quello classico o lirico, ci si trova fatalmente un po' come il bambino di fronte a un pianoforte o una batteria, con la differenza che mentre uno strumento esterno risulta misterioso, perché non è "nostro", non ci appartiene, non lo conosciamo, al massimo possiamo avere qualche intuizione, ma a volte nemmeno quella, la voce ci appartiene e ne abbiamo un succinto controllo, ma non abbastanza da poterlo piegare ai nostri comandi, o fino a un certo punto, se siamo particolarmente dotati e fortunati. Anche in questo caso non possiamo fare i conti con la durata di questi doni, se questa capacità non è stata interamente acquisita alla coscienza, la qual cosa possiamo dire non esista quasi mai. Dunque, posto che la voce che emettiamo cantando brani di importante qualità è sempre carente, e la carenza è sempre dovuta a una impossibilità del fiato di diventare sic et simpliciter alimentazione perfetta di uno strumento musicale, cosa succede all'aspirante cantante? che spingerà o addirittura forzerà, che troverà escamotage per sopperire al limite. Come Solti si piegava e si slanciava per comunicare quei colpi, il cantante usa altre parti del corpo al posto del fiato, che è insufficientemente evoluto, e quindi utilizzerà i muscoli, a cominciare dal faringe. L'apparato si piegherà entro le sue possibilità a cercare di assecondare le richieste del cantante, ma sempre con difficoltà più o meno accentuate. Sento cantanti raggiungere note acute dove non ci sarebbero le condizioni; altri, in possesso di minori risorse fisiche, non riescono ad emettere la nota, o steccano; questi invece, che potremmo definire più fortunati, perché alle orecchie ignoranti di molti risultano cantare bene, superano il limite. Non sappiamo con quali conseguenze nel tempo, anche questa può essere una condizione più o meno fortuita. E' come le persone che mangiano qualunque porcheria e non hanno particolari conseguenze, almeno in tempi brevi, mentre altri sono perennemente in difficoltà digestive pur facendo una certa attenzione. C'è da dire che affidarsi alla fortuna, al caso, ai doni di natura, in arte non è proprio giusto, ma questi sono i tempi, sappiatelo. 

venerdì, luglio 03, 2020

La paura e il tempo

Avere paura può essere una reazione istintiva quando qualcosa o qualcuno ci minaccia, cioè quando, seppur lontanamente, possa metterci in pericolo. Eppure capita molto spesso che si provi paura in situazioni che in nessun modo possono mettere in pericolo la nostra vita. Provate a pensare di trovarvi improvvisamente di fronte a una folla di persone e dover fare un discorso su un argomento di cui non sapere alcunché! (incubo che mi è già capitato di sognare). E' un esempio estremo, perché in realtà proviamo paure che poi definiamo insensate per cose molto più blande. Quando impariamo, quindi in una miriade di attività, a iniziare dalla scuola, ma anche al lavoro o negli hobby, ogni piccola cosa che affrontiamo ci fa generare una paura, finché quel determinato ostacolo non è superato, quindi pienamente appreso, incamerato, o almeno finché non lo crediamo. Le persone in genere ci stimolano a non farci problemi, a tranquillizzarci e non farci prendere dall'ansia in merito a questioni che non ci minacciano veramente. Ho un esame scolastico, e le persone ci dicono: "beh, se anche va male che potrà succedere? mica muori" Quando ero all'università, un amico, molto più anziano di me, a ogni esame diceva: "guarda, l'importante è che non ci picchino, il resto pazienza". E' una frase di buon senso, e vale anche per questioni molto più tranquille; un esame potrebbe compromettere un futuro lavorativo, un anno di scuola, ecc.; ma quando si impara a fare una cosa, scrivere, dipingere, suonare, cantare... noi proviamo una gradazione di paura ogni volta che ci accingiamo a fare qualcosa di nuovo o di non assimilato. La paura cosa causa? diversi problemi, perché l'istinto non ragiona, agisce e basta; la paura esistenziale prende le mosse dalle cause ataviche: paura di attacchi animali, di altri uomini, di fenomeni ambientali, quindi l'istinto agisce in modo da consentirci di non rivelare la nostra presenza, di fuggire, di difenderci, di chiedere aiuto, quindi inizialmente ci frena la respirazione (per non rilevare la nostra presenza) quindi ci fa affluire sangue agli arti, per difenderci e scappare; per quest'ultimo motivo c'è anche secrezione di sostanze chimiche che ci danno forza, coraggio, ecc. Ma tutte queste cose se sono o possono essere fondamentali di fronte a pericoli reali, sono o possono essere deleterie quando un pericolo non c'è. Quello che sappiamo fare benissimo "a casa", non ci riesce più altrettanto bene quando siamo a lezione o di fronte a un pubblico. La chiamiamo emozione, ma questa emozione è la paura. Trovo sia molto interessante cercare di capire da cosa dipenda. Più difficile cercare di eliminarla. La "vera" paura è legata al momento presente; se c'è un leone che potrebbe saltarmi addosso, un criminale che mi minaccia con la pistola o un terremoto, la paura è legata al presente; qualcosa o qualcuno potrebbe decretare la mia fine. Ma se sbaglio una nota o dico una cosa sbagliata, non mi succede, o non dovrebbe succedermi, niente di fisico, ma qui subentrano altre emozioni. La mia integrità può venir messa in discussione. Mi sento una persona con una dignità e un valore, se dico o faccio la cosa sbagliata, qualcuno può mettermi in discussione. La cosa è tanto più accentuata quanto maggiore è il mio ruolo nel contesto in cui opero. Se rischio di sbagliare come allievo, ci sta, proverò la paura del rimprovero e alla lunga del fallimento, ma se rischio di sbagliare come insegnante o come persona addetta ai lavori, il problema potrebbe essere molto più accentuato, ma non è sempre così, perché chi sta "sopra" gode già di una posizione solida, se non sta facendo un errore capitale e non ha ruoli sociali enormi (chi guida un aereo o un treno, per es. o chi governa o chi conduce una centrale nucleare...), non teme fortemente ripercussioni, al massimo una brutta figura, mentre chi impara può avere timori più forti se in particolare ci tiene a quanto sta facendo, perché rischia sul futuro. Ecco qui, il tempo. Perché ci sono persone che vanno a fare escursioni o arrampicate in zone ad altissimo rischio? Lì altro che paura; le possibilità di rischiare la vita sono altissime, anche se chi compie queste imprese ha una preparazione elevatissima. La risposta è semplice: queste persone vivono e devono vivere il presente! Tu che sei su un precipizio e se sbagli qualcosa non hai alcuna possibilità di salvarti, non può vivere nell'astrazione, nella distrazione, perché il minimo errore sarebbe fatale. Quindi queste persone trovano una motivazione del vivere il presente in una attività pericolosissima, cioè nel provare una paura vera, immediata. Chi studia prova una paura legata a un fatto contestuale, cioè sbagliare una nota, un concetto, una risposta,..., ma che ha minime conseguenze immediate, una sgridata, un biasimo, un dileggio, ma che potrebbe avere conseguenze nel tempo: "domani cosa scriveranno i giornali"; "cosa diranno ai miei genitori", "i miei amici mi prenderanno in giro", ecc. Ma a volte non ci sono nemmeno questo genere di timori, ma temiamo comunque di non riuscire a raggiungere le mete prefissate o in tempi molto, troppo, lunghi. La cosa realmente difficile e importante, per venire al sodo, è vivere il presente, l'istante, l' "adesso". La nostra mente ci inganna e ci tradisce su molte cose, perché il suo funzionamento fondamentale non è in linea con la nostra vita di uomini creativi, ma sempre come animali con un programma di vita più semplice e meccanico di quello che svolgiamo noi oggi. Suonare, cantare, scrivere, e quindi imparare in genere cose non fondamentali alla nostra vita esistenziale, non è compreso, e quando lo facciamo la nostra mente teme in quanto non comprende ciò che stiamo facendo, che non è legato al presente. E' la stessa cosa della respirazione, che la mente non comprende perché vogliamo modificarla per dedicarla al canto. Purtroppo questo ci mette nella condizione di non sapere in modo cosciente cosa stiamo facendo, viviamo in una condizione di distrazione, ovvero non riusciamo a CONCENTRARCI. Cos'è la concentrazione se non la capacità di vivere in modo pieno l'adesso? Anche qui abbiamo le numerose situazioni umane; ci sono persone che per indole hanno una capacità innata di vivere il presente, quindi di essere concentrati e di apprendere istantaneamente, e quindi di non provare paure immotivate; al contrario ci sono persone iper distratte, che non riescono facilmente ad apprendere perché soggiogate da continui e forti timori, e purtroppo proprio nella condizione più probabile di non riuscire per questo motivo. Ho già affrontato qualche tempo fa il problema del presente, e di cercare di vivere le lezioni sul momento, senza lasciarsi fuorviare da sentimenti che non c'entrano. E' un percorso impegnativo, che da un lato può essere superato grazie alla fiducia nell'insegnante, che ci aiuta a svelare la coscienza e ci sostiene, ma la vera forza può venire solo da noi stessi, riflettendo e ponendoci in una situazione di calma interiore e, ancora una volta, di eliminazione di tutti quegli inutili tormenti, che sono illusioni e inganni della mente. La fiducia in noi stessi e nelle nostre potenzialità; la fiducia che noi siamo gli artefici del nostro futuro, può darci la forza di diventare più efficienti, "laser", nel nostro quotidiano lavoro artistico.

domenica, giugno 10, 2018

Non provocare

Torno ancora una volta sul tema della respirazione artistica. Non si dirà mai abbastanza che il nostro corpo non è un semplice meccanismo; quando noi compiamo un'azione che lo coinvolge, possiamo aspettarci una reazione. Se non teniamo conto che il corpo, ovvero la mente che lo controlla, reagisce, dobbiamo anche renderci conto che non stiamo usando l'intelligenza. La maggior parte delle persone che studiano e insegnano canto, per carenza di umiltà, oltre che di uso dell'intelligenza e del pensiero, sono convinte che si debbano fare determinate cose per cantare, e che il nostro corpo le accetterà supinamente. E' esattamente il contrario, ma proprio perché il nostro corpo possiede una sua intelligenza, spesso ci inganna, quindi si constatano determinati risultati come una vittoria, ovvero come la conseguenza che facendo quelle determinate cose, si consegue una certa abilità. Quando i risultati non sono eccellenti, si ritiene che non ci si eserciti abbastanza, non si capisca, o ci siano carenze "tecniche". Ogniqualvolta noi applichiamo un meccanismo nei riguardi del nostro corpo, specie se questa azione non ha una ragione che investa la nostra vita vegetativa o di relazione, dovremo aspettarci delle reazioni, delle conseguenze. Le quali arriveranno, ma con l'esercizio, cioè replicando frequentemente determinate azioni, si può ottenere di migliorare il risultato, perché esiste una tolleranza, cioè l'istinto allarga le maglie dell'accettazione. Senza per questo cessare di considerare intrusiva, indesiderata, quell'azione, quindi tornare a combatterla appena cesseranno gli esercizi. Alla base delle correnti didattiche, c'è un ulteriore equivoco, e cioè che gli apparati debbano compiere delle azioni volontarie per cantare; in questo si fa una grave confusione, cioè non si considera che il fiato deve assumere il ruolo erroneamente attribuito alla muscolatura degli apparati. Naturalmente non il fiato fisiologico, che non possiede le virtù, le capacità intrinseche, di produrre il vero canto artistico, anche quando molto sviluppato, ma quello che definiamo evoluto, cioè che ha assunto un più alto valore conoscitivo. Le fasi dell'evoluzione respiratoria possiamo sintetizzarle schematicamente in due periodi: una fase in cui grazie a esercizi vocali mirati, si creano esigenze respiratorie diverse da quelle fisiologiche, legate a un uso elevato della parola, che richiederà sonorità, ampiezza, espansione, espressività; una seconda fase in cui queste esigenze determinano anche modificazioni fisiologiche e persino anatomiche per consentire l'evoluzione vocale auspicata ("galleggiamento"). Riprendendo quanto detto sopra, noi dobbiamo raggiungere una condizione in cui non ci sia alcuna azione che possa generare reazione, perché la reazione è quella che ci impedisce di esperire una vocalità libera. La situazione che più ci penalizza riguarda la ricaduta delle costole in fase espiratoria. Una volta preso fiato, la gabbia toracica tenderà a richiudersi e quindi a premere sui polmoni e quindi sul fiato, ma quindi anche sul diaframma. Questa chiusura determina condizioni decisamente negative riguardo l'emissione vocale, e in particolare determinerà una mancanza di omogeneità nel tempo, nel corso dell'emissione stessa, perché si modifica la pressione dell'aria, che sarà minore all'inizio e maggiore man mano che le costole ricadono. Gli antichi trattatisti parlavano di "sostenutezza del petto", proprio a ricordare che il torace, "scatola" dei polmoni, non si deve richiudere nel tempo del canto, ma deve rimanere ampia e aperta, onde consentire al fiato di non restare oppresso, schiacciato. Questa azione meccanica (nell'azione fisiologica naturale) ha anche un serio risvolto nel canto: va a insistere alla base della laringe (pressione sottoglottica), incentivando la sua azione valvolare fisiologica, che è decisamente opposta a quella "musicale" che invece noi vogliamo esaltare. La soluzione di tutto questo sta nel "galleggiamento", che non è una ricetta miracolosa, non è l'escamotage, non è l'ennesima trovata "segreta" che risolve ogni e qualsiasi problema, come tante se ne sentono. E' un percorso con solide basi e che richiede un impegno non facilmente affrontabile da chiunque. Non c'è nulla da "fare", c'è da seguire un piano programmatico fatto di concentrazione e di ascolto. Non è facendo due ore di esercizio al giorno che si ottiene, è riflettendo ed esercitandosi costantemente anche pochi minuti, ma con quell'attenzione che richiede un completo coinvolgimento. Quando la fase uno va a terminare, cioè dopo un certo tempo in cui ci si è esercitati con la parola e con tutte quelle pratiche che portano a una modificazione qualitativa del fiato, si dovrà passare, nei tempi e modi imposti dall'insegnante, a un cambiamento posturale. Il m° Antonietti utilizzava un'esortazione per far assumere rapidamente la giusta postura: "datti delle arie". In effetti, anche guardando alcune silouette di cantanti ottocenteschi, si nota questa postura "nobile", che può anche far pensare a un atteggiamento un po' snobistico, presuntuoso, che è invece proprio quella "sostenutezza" del petto che è indispensabile, a un certo punto, per escludere dal processo vocale quella pressione che impedisce alla laringe di operare in libertà. Affinché il canto sia puro e vario nei colori e nelle dinamiche, ogni più piccola vicinanza all'apnea deve essere eliminata. Il che significa che il petto non deve mai ricadere, durante tutto l'atto vocale, vuol dire che la muscolatura relativa all'inspirazione deve sempre rimanere attiva, vuol dire che il fiato entra ed esce senza coinvolgere la muscolatura espiratoria, ma solo grazie all'elasticità polmonare. Polmone il quale per poter operare nel modo più efficace, dovrà orientarsi maggiormente nelle componenti orizzontali, cioè svilupparsi verso le ascelle e verso il petto e la schiena. Dopodiché alcuni muscoli esterni, in particolare i "dentati" dovranno sostenere il petto affinché il fiato galleggi e non prema da nessuna parte. Deve essere una vera condizione di galleggiamento, un po' impegnativa per qualche tempo, ma molto piacevole ed entusiasmante, poi. Quindi una respirazione toracica, che molti demonizzano perché porterebbe a quella respirazione apicale che può risultare dannosa. Ci può essere del vero; la respirazione toracica è da considerare INTEGRATIVA, cioè non deve essere praticata in tempi precoci, come si è detto sopra, interviene solo nella seconda fase, quando grazie a sapienti esercizi, si sono ridotte le possibili azioni e contestuali reazioni. Sarà come elevarsi su un cuscino d'aria, su una nuvola. Premere su quel cuscino sarebbe letale per una buona vocalità. Molti trattatisti, docenti, cantanti, mal interpretando il concetto di "sostenutezza" (ovvero omettendo quel "del petto"), hanno inventato di sana pianta il "sostegno della voce", che in realtà non ha alcun significato, se non omologo dell'appoggio. Ma anche su questo la trattatistica ha fatto a pezzi il senso artistico del concetto: appoggiare non significa, non DEVE significare, premere, fare forza o una qualsivoglia pressione. L'appoggio è qualcosa di naturale, soffice e involontario. Nessun cantante deve appoggiare in senso attivo, cioè provocare azioni verso il basso, che contrastano la normale e naturale fuoriuscita del fiato; è vero il contrario, cioè che l'appoggio esiste da sè, e non dobbiamo mettere in atto attività che contrastino, o meglio non dobbiamo provocare reazioni che ci portino verso lo spoggio.

domenica, maggio 13, 2018

La convivenza

Il nostro istinto, potrei dire il nostro corpo, non accetta o addirittura rifiuta il canto artistico, in quanto sconosciuto ma soprattutto in quanto minaccia per il corretto utilizzo del fiato inteso come scambio gassoso e in subordine come aiuto alla postura eretta. Da qui nascono tutte le difficoltà e di conseguenza le carenze e i difetti di una corretta vocalità. Due sono i percorsi possibili per affrontare questo confronto: forzare l'istinto a concedere l'utilizzo del fiato per poter cantare al massimo livello possibile, oppure "dialogare" con esso affinché comprenda, accetti la nostra esigenza espressiva e conceda l'utilizzo del fiato per il canto come fosse un altro senso, cioè senza opposizioni. Se si accetta questa visione della questione, si avrà anche coscienza del fatto che nel primo caso il confronto sarà sempre oppositivo, cioè volendo prendere con forza il fiato e utilizzando muscolarmente il corpo per un utilizzo non previsto dalla sua natura fisica, non ci sarà mai accordo; esisterà la tolleranza, potranno esistere situazioni di privilegio (incoscienti), situazioni di casuale fortuna educativa, ma non potrà esistere la SCUOLA e le condizioni che possano forgiare voci realmente libere. Detto ciò resta la difficoltà di spiegare in modo veramente chiaro e convincente in cosa consista la seconda strada, come si possa ottenere. Intanto occorre considerare qualche dato di fatto: chiedere al nostro corpo in un tempo brevissimo di permetterci di fare suoni molto sonori e disposti su una estensione notevole, è il modo più errato che possa esserci, perché significa metterlo subito in forte antagonismo e crearci problemi a non finire che non potremo più risolvere in modo accettabile, se non (ma sempre con gravi limiti) sviluppando forze fisiche in grado di combattere le reazioni quasi allo stesso livello; ovviamente occorre avere potenzialità fisiche non indifferenti, il che non è da tutti. In quel caso, comunque, mai si potrà parlare realmente di canto artistico. Da qui possiamo anche desumere che la strada corretta sarà quella opposta, cioè NON FORZARE, non anticipare i tempi, e non seguire percorsi meccanici e fantasiosi, ma proseguire ciò che in parte noi già possediamo, cioè la parola, facendola evolvere prima in quanto parola stessa, quindi applicandone l'intonazione e quel "prolungamento" sonoro che poi è il canto. Questa è già una situazione positiva, che anche alcuni (pochi) insegnanti, credo quasi del tutto inconsapevolmente, seguono ottenendo buoni risultati. Non è un caso se oggi alcuni buoni cantanti provengono da una buona musica leggera, dove non si spinge, non si gonfia ma si segue la parola. Questo però non porta ancora a un superamento dell'opposizione, ma solo un buon compromesso, che può anche essere una buona strada, ma non quella risolutiva. Affinché l'istinto possa concedere l'utilizzo del fiato a scopo artistico-vocale riconoscendo questa esigenza personale, consentendone quindi una parziale commutazione dallo scopo fisiologico a quello espressivo, occorre una condizione essenziale, e cioè che le caratteristiche del fiato non siano quelle comuni, ma che esso abbia compiuto un'evoluzione che consenta la "convivenza". Spiego meglio: Nel momento in cui io mi metto in una condizione vocale di tipo artistico, cioè omogeneità di voce su circa due ottave con la massima sonorità possibile e tutte le caratteristiche espressive necessarie, il fiato fisiologico comune, anche se particolarmente privilegiato dalla natura, non basta ad assicurare l'istinto che nel momento in cui si canta, ovvero si prolungano gli atti respiratori per tempi molto più ampi rispetto il solito, ci siano le condizioni affinché la fisiologia respiratoria necessaria non ne abbia detrimento. Questo comporta una modificazione del funzionamento polmonare. Quelle scuole e quei cantanti che privilegiano la componente addominale della postura respiratoria, di fatto privilegiano la quantità e possono solo contare su questo e sulla prestanza fisica; viceversa l'esigenza respiratoria orientata al canto di alta classe, farà evolvere la respirazione ma non solo inteso come fiato, aria, ma come complesso anatomico. Cioè muscolatura respiratoria complessiva, diaframma compreso, muscolatura erettiva, quindi esterna, polmoni e laringe, si modificano (o modificano il proprio funzionamento) quel tanto che basta per orientarsi al canto e non più solo alla respirazione. In pratica possiamo dire che l'apparato respiratorio DIVENTA l'apparato vocale. In genere si dice che i due apparati si identificano, ma questo è un errore concettuale. Se dico che la laringe è la valvola dei polmoni, mi riferisco alla fisiologia respiratoria, se dico che è uno strumento musicale, mi riferisco al secondo, però do per scontato che coincidano, mentre non è così. Affinché la laringe si comporti perfettamente come strumento, io dovrò creare le condizioni affinché possa svolgere questa funzione, ovvero dovrò fare in modo che il fiato, educato alla bisogna, "suoni" la laringe come uno strumento; ovviamente allo stesso tempo non può perdere la sua funzione fisiologica, quindi si arriva a una sorta di "sospensiva", cioè durante il canto la funzione fisiologica si "mette in pausa", salvo non subentrino stati di allarme. Quindi è chiaro che la chiave di tutto sta nel fiato, ma tutte le chiacchiere che si fanno nelle scuole di canto, compresi libri, trattati, ecc. non arrivano mai a una conclusione fondata. Il polmone quindi deve modificare l'esercizio del suo funzionamento nella componente temporale, ovvero rilasciare il fiato in modo costante, e questo può avvenire solo se esso non subisce pressioni da nessun lato, quindi essere nelle condizioni di avere il massimo tempo possibile di scambio chimico e, dall'altro lato, poter lasciare la frase canora anche molto lunga senza penalizzazione. Allo stesso tempo deve conferire al fiato stesso e quindi alla voce condizioni di energia tali da poter conseguire la sonorità massima e la proiezione più efficace, sempre con un contributo minimale di forza. Quindi tutto dipenderà da come si organizza il polmone. Ecco perché le antiche scuole puntavano così tanto sulla respirazione toracica, e potevano farlo anche da subito, perché partendo dal parlato non mettevano il fisico in condizione oppositiva. Oggi, che si vuol partire dal vocalizzo, magari subito forte e magari già su estensioni ragguardevoli, partire dalla respirazione toracica sarebbe un rischio serio, perché le reazioni porterebbero a un sollevamento complessivo del fiato, quindi spoggio e utilizzo apicale dei polmoni, con gravi conseguenze. Quindi in questo l'intuizione perlomeno è più corretta; la respirazione diaframmatica consente un miglior controllo delle spinte spoggianti. La respirazione toracica, quando rientrante in una fase progressiva corretta di sviluppo (integrazione), consente di gestire quantità e qualità, grazie all'elasticità complessiva del polmone e alla funzione della pleura, ma anche alla capillare rete degli alveoli, che potranno svolgere il doppio compito, quindi non saranno più inerti, passivi, ma potranno adoperarsi per conferire quella qualità al fiato indispensabile per un canto esemplare. Oltre a ciò, come si può desumere da quanto suddetto, è fondamentale che la postura del corpo vada nella direzione di evitare che la gabbia toracica, spalle e quant'altro, gravino sul fiato, quindi è necessaria, indispensabile, un "galleggiamento" del fiato, libero da ogni pressione, condizionamenti e forza da qualunque parte, il che si realizza con quella orizzontalizzazione a "pallone da rugby", cui faceva molto spesso riferimento il m° Antonietti. Questa è la vera e unica componente atletica del cantante.

martedì, gennaio 29, 2013

La strada della virtù

Mi è stato chiesto un parere sul perché questa scuola è stata violentemente attaccata, la qual cosa mi spiace perché il confronto e il dibattito sono importanti e forieri di progresso e apprendimento. Esiste un "perché" molto alto, nella verità, che ho già illustrato in passato, ma questo "perché" opera su livelli anche più bassi e controllabili e quindi mi pare giusto parlarne e invitare i lettori a rifletterci, meditarci e applicare, se lo riterranno giusto. Quest'ultimo concetto, cioè "scegliere il giusto" fa capo, come si può facilmente intuire, alla coscienza, e la conquista di questa è, o dovrebbe essere, l'obiettivo supremo. Vediamo però perché non è così. Mi sono già espresso in modo quasi maniacale contro l'ego, artefice e colpevole fondamentale in questa battaglia. Perché e come? Dunque, l'altro campo verso cui continuo implacabilmente a puntare il dito è l'istinto, ovvero gli strati più antichi del nostro cervello che operano meccanicamente e rapidamente. L'ego è anch'esso una necessità istintiva, in quanto il funzionamento dell'uomo-animale riproduce le leggi della jungla, cioè un capo branco che detta regole e impone strategie agli altri componenti che vi si adeguano, cioè si sottomettono. E' una regola contenuta nel nostro DNA perché è ciò che in una comunità autoregolatrice permette la vita stessa della comunità, e non dimentichiamo che l'istinto ha una valenza legata in primo luogo alla specie, più che al singolo. L'evoluzione avrebbe dovuto o potuto ridurre questa necessità, ma ne è rimasta invece una parte rilevante che l'umanità ha persino rinvigorito nel suo sviluppo-inviluppo: il potere. L'uomo avverte il bisogno di esercitare potere e lo fa in base alle possibilità ambientali, economiche, fisiche, strategiche. La cosa davvero brutta è che l'evoluzione mentale, cioè la neocorteccia, è stata usata non per uscire, allontanarsi, dall'istinto di prevaricazione, di potere, ma per consolidarlo o strapparlo ad altri con mezzi non solo grossolani e fisici, come avviene in campo animale, ma più colti e raffinati, come avviene in politica o nelle grandi organizzazioni economiche e imprenditoriali. L'Arte è la strada che conduce alla componente spirituale di ognuno di noi, e la parte spirituale è quella che porta all'unione, alla elevazione non solo di pochi individui ma di masse rilevanti. Molti asseriscono di non "capire" l'arte pittorica di, ad es., Michelangelo o Raffaello o Leonardo o dei maestri greci o altri più o meno lontani temporalmente da noi. Questo aspetto razionale in realtà non è molto importante, anzi molto spesso è disorientante; ciò che avviene quando grandi artisti riescono a far emergere la loro opera, è che le popolazioni ne traggono inconsciamente un insegnamento morale e di elevazione spirituale, del tutto indipendentemente da quanto "capiscono" guardando le opere. Qui però occorre fare attenzione perché la falsità dietro cui si nasconde l'ego, ce le fa apparire distorte. Un grande artista, poniamo Michelangelo, aveva un grande ego? Questo è quello che potrebbe apparire, vieppiù quando apprendiamo dalla biografia essere un personaggio scontroso e orgoglioso. Ma questo non c'entra niente! Già in passato avevo fatto notare quanto poco c'entrasse il carattere di un maestro come Celibidache con la loro opera incredibilmente umile e diffusiva, e analogamente l'ho fatto notare nei riguardi di Giacomo Lauri Volpi. L'ego è in qualche modo sviluppato in tutti, che vogliono esercitare un piccolo o grande potere  ovunque possono (in casa, con la moglie o il marito e/o i figli; sul posto di lavoro, nei giochi, ecc.) oppure sviluppano una tendenza alla sottomissione; l'uomo quale mezzo usa fondamentalmente per imporre il potere? Il giudizio. Ma il giudizio viene esercitato avendo anche creato delle convenzioni, delle tradizioni, delle pseudo regole che diventano quasi legge per la massa. Pensiamo a una contraddizione incredibile che si perpetua da molte generazioni: i giovani, per distinguersi dagli adulti, da cui vorrebbero staccarsi per generare una nuova società con nuove idee, nuovi canoni, ecc., si vestono o si atteggiano in modo trasgressivo; la distorsione sta nel fatto che questo viene fatto in massa, cioè imponendo convenzioni e regole sociali più uniformi e ferree di quelle che combattono, escludendo chi non vi si adegua, pur, magari, esponendo idee innovative e non uniformi (pensiamo, poi, al potere che esercita ad esempio la chiesa condannando determinati atteggiamenti o modi di vivere). Veniamo alla musica. Si sono create tradizioni del tutto infauste, basate su nessuna idea artistica e fondamentale. L'idea del "tempo", ad esempio, o di un determinato tipo di voce. Tutte sciocchezze, ma fortemente radicate nella massa, promosse da pochi che hanno potuto detenere una certa fetta di potere e hanno potuto bacchettare con severità chi le contraddiceva. Sono divertenti ma anche terribili certe battaglie che si scatenano tra opposti detentori: pensiamo a qualche persona che riesce a prendere piede in trasmissioni radiofoniche o televisive (il potere della critica è davvero pazzesco, se consideriamo che è basato sul NULLA), e da lì può lanciare strali e diventare arbitro di critica, di satira, di giudizio (per l'appunto). Se chi sta dall'altra parte non ha armi sufficientemente appuntite, dovrà soggiacere, e cercare di far valere la propria verità artistica, se c'è; se invece detiene potere, come potrebbe essere un importante direttore d'orchestra, ecco che si scatenano battaglie tra chiusure di trasmissioni, divieti di ingresso in teatro e via dicendo. Una sorta di melodramma dal vivo di cui il mondo dell'opera (ma era un esempio, gli avvenimenti hanno coinvolto tutti i campi dell'attività umana, e ognuno avrà esempi cui riferirsi senz'altro) dovrebbe solo vergognarsi. Ma se oggi il livello di cantanti, direttori d'orchestra, registi, ma anche pubblico, è sceso al livello che constatiamo, direi che è un'indignazione quasi inutile (dovremo poi soffermarci sulla fondamentale differenza tra giudizio e valutazione). Ma cerchiamo di proseguire per dare una speranza. Impariamo a non giudicare! Impariamo a non essere coinvolti dal giudizio altrui, compatiamo e non reagiamo violentemente quando siamo attaccati o semplicemente non siamo d'accordo o quando pensiamo "di avere ragione" (peraltro bisogna anche stare attenti a non finire dalla parte opposta, quella della sottomissione). Non che la ragione non ci sia (ma noi afferiamo più a una ragione-coscienza che a una ragione mentale), ma agiamo in modo da integrare gli altri nel nostro ragionare, cerchiamo di operare in modo altruistico, cioè non teniamo per noi come segreti le cose che impariamo e che ci fanno evolvere e star meglio. Chi attacca qualcuno che la pensa diversamente (magari anche per poche differenze), è perché teme di perdere un potere che si è guadagnato, e quindi sviluppa anche strategicamente, cioè con mezzi dialettici e culturali, il modo per imporsi. Come se ne esce? In diversi modi: in primo luogo con la coscienza dell'operare, il che si verifica dal vivo, in diretta; in secondo luogo la lucidità del percorso unificante e propriamente le cause che portano alla conquista o meno dell'arte che sono quelle contrarie alla manifestazione egoica.
Questo argomento so essere complesso e difficile da esperire e illustrare a parole (non essendo io propriamente un letterato...) e quindi chiedo a quanti vogliono approfondirlo di fare domande più mirate.

lunedì, gennaio 07, 2013

Non dominare

L'ego si manifesta mediante la volontà di possesso, di potere, di dominio. Pur in una dimensione modesta, anche nel canto questa volontà di dominio viene esercitata, ed è fonte di notevoli problemi, perché il canto non è dominabile, e dunque ecco che si esercita un illusorio potere mediante azioni muscolari. Queste azioni muscolari è vero che modificano alcuni parametri vocali (colore, timbro, altezza, intensità...), ma sempre disconoscendo la base vera della voce personale. Il canto si esercita mediante esercizi vocali che innescano SVILUPPO respiratorio; in questi esercizi è fondamentale non coinvolgere la muscolatura interna agli apparati fono-respiratori, e puntare al canto come pura volontà mentale. Se leggete ad alta voce una qualunque frase, vi accorgerete che muovete le labbra in base all'articolazione fonetica, e stop! Il processo fonatorio vi è ignoto, non lo riconoscete e non lo dominate. La maggior parte delle persone che vuol cantare "liricamente", volendo intonare con un certo grado di intensità e magari su una tessitura un po' elevata, non si accontenta più di lasciar muovere armoniosamente le labbra, ma agisce su tutta una serie di muscoli e parti anatomiche interne. Questo è il momento in cui l'ego prende il posto del "conducente", cioè non è più l' "io" che esercita la volontà, ma è l'ego, cioè quella parte di noi non legata alla personalità umana vera e propria e quindi più incline alla spiritualità, all'artisticità, all'altruismo, all'etica, ma ad una componente animale modulata dalla mente più razionale, dunque più evoluta ed elaborata, ma non certo positiva. Dunque, il consiglio a chi studia canto, anche solo agli inizi, è quello di scalzare dalla mente l'idea del dominio o possesso sul fiato e sulla voce, e lasciar sgorgare liberamente e fluidamente la voce, lasciandola staccare e allontanarsi, fidandovi degli insegnanti che agiscono per questa strada, cioè che non vi garantiscono il potere sulla voce, ma vi invitano a cantare con la stessa semplicità e libertà con cui si parla, anche se questo obiettivo passa per una disciplina per niente facile, perché la dismissione dei controllori muscolari (che di fatto si tramutano in blocchi, resistenze, attriti) è assai impegnativa, richiedendo allo stesso tempo dei cambiamenti profondi della personalità, cambiamenti che non possiamo che definire nobili, virtuosi, inclini al raggiungimento di una reale felicità interiore, volti a promuovere l'unione, i circoli virtuosi, la morale, l'etica, l'ecologia, l'aiuto reciproco. La difficoltà è amplificata poi dalla PAURA! L'ego lavora con la paura, e ogni volta che riusciamo o ci accingiamo ad allontanare da noi la volontà egoica, siamo assaliti dalla paura, e quindi indotti a tornare indietro, a non affrontare quel percorso. La voce che vuole promuovere sé stessa per dominare, che vuole elevarsi a mito, a monumento, potrà anche essere o diventare una voce importante, celebre, popolare, ma non potrà mai sviluppare e comunicare gli autentici sentimenti affettivi che non possono mancare in un'arte profonda come la musica, dunque sarà voce "vuota", di superficie, di apparenza, ma anche violenta, monocromatica, monocorde, piatta. A molti questo può piacere e/o bastare, e non v'è da dubitare che saranno sempre le voci più seguite, ma chi si rispecchia in un ideale umanistico e spirituale non sottovaluti queste osservazioni e proposte di pensiero.

sabato, giugno 09, 2012

Il sesto senso

Da un sito internet:
Il sesto senso è quell´istinto che aggiusta la rotta dei nostri comportamenti, che ci fa evitare gli ostacoli, bloccarci quando vorremo partire, voltarci all´improvviso mentre attraversiamo la strada, ma è anche ciò che ci fa sentire conosciute persone mai viste, prendere decisioni contro ogni logica. È l´intuizione rapida che collega in una frazione di secondo elementi distanti e fa dire ad Archimede "Eureka" e a Sherlock Holmes "Elementare, Watson".
In un altro sito scrivono: "Secondo voi L'intuito è il nostro sesto senso? secondo me sì..." e poi una pioggia di illazioni, alcune anche piuttosto interessanti, che però non sto a riportare, tranne questa: "ognuno di noi nasce con "doti" (qualcuno direbbe crismi) legati a quando eravamo "uniti" nella luce. ognuno di noi tali "doni" li porta con se quando nasce e le sviluppa in vita (evoluzione) ma di mezzo ci stanno l'ego... e l'Io...". Si può andare avanti a lungo a trovare blog e forum dove si narra di percezioni straordinarie. Poi ecco qualcosa di inatteso: "La bravura in matematica da adulti non si apprende sui libri, ma e' una dote innata." La scienza ha già catalogato un "senso del numero". Ancora: "Il cervello può "sentire" le calorie nel cibo indipendentemente dai meccanismi del gusto, [...] I ricercatori [...] hanno scoperto che il sistema cerebrale della ricompensa è attivato da una sorta di "sesto senso". Un altro sito parla di un sesto senso "magnetico", ovvero una proteina presente nella retina umana sensibile ai campi magnetici. Si potrebbe proseguire; ad esempio molto spazio viene dedicato a una ricerca americana che asserisce che nelle persone cieche si può sviluppare un sesto senso tale per cui riescono a evitare gli ostacoli anche in un percorso sconosciuto (mai visto il film "furia cieca"?). In genere si dice che le persone a cui manca o viene a mancare un senso importante, come la vista, amplificano gli altri sensi (ad esempio l'udito), ma adesso si parla addirittura di sesto senso. Dunque, se leggiamo attentamente, dobbiamo arrivare alla conclusione che di sensi ne esistono a dozzine (effettivamente già gli stessi cinque sensi, a rigore, sono molti di più). La domanda da farsi è: come nascono e come si sviluppano i sensi? Osservazione: se è vero, come è vero (vedi la citazione nel post sull'istinto) che l'uomo è l'ultimo anello dell'evoluzione e come tale ha ereditato qualcosa da tutte le specie animali precedenti, salvo averlo atrofizzato o minimizzato, i sensi sarebbero forse centinaia (pensiamo solo a come si muovono, come cacciano, come si orientano, molti pesci o uccelli). Ma, restando anche solo ai cinque sensi comuni, è evidente che ogni specie animale ha un grado di sviluppo diverso. Addirittura in una stessa razza animale un senso può essere più o meno sviluppato a seconda della "specializzazione". Mi riferisco ad esempio alla vista o all'odorato dei cani, che può variare tantissimo da un cane "da tana" a uno da caccia, o da punta, da combattimento o da guardia. Proverbiale è la vista dell'aquila, a fronte di quella, sempre proverbiale ma in negativo, della talpa. Alle persone piace molto il mistero, l'arcano, e quindi l'idea di un "sesto senso" che ci fa intuire, presagire, profetare, ecc., è molto intrigante, e non si fa caso, invece, a situazioni che, seppur ritenute straordinarie, difficilmente vengono associate a un senso. Facciamo il punto sulla musica, dunque, che è il nostro campo. Quanti, riferendosi a Benedetti Michelangeli, invece che a Arrau o Dinu Lipatti, ritengono che avessero un "senso pianistico"? Non ricordo di averlo mai visto scritto o sentito dire. Ma chiunque si occupi di musica pianistica sa quanto unico sia stato il "tocco" di Michelangeli, o il fraseggio e la dinamica di Lipatti. Dunque, questa rarità, nonostante le migliaia di pianisti in circolazione, a livelli stratosferici, perché non viene riconosciuta come senso? Fare un milione di note in un tempo brevissimo, come scrivere a macchina, cosa che oggi preoccupa maggiormente le aspiranti celebrità della tastiera, in fondo non è così difficile, probabilmente ci riuscirebbe anche una scimmia ammaestrata; ma riuscire, con coscienza, a graduare infinitesimamente il colore o la dinimica di una frase musicale è qualcosa che va molto oltre le pur eccelse doti della stragrande maggioranza dei pianisti. Quindi, come può esistere una vista d'aquila o un udito da gatto o da cane, può esistere una raffinata educazione delle dita, oltre che dell'udito, che permetta di produrre suoni celestiali con uno strumento meccanico. E perché questo senso non dovrebbe coinvolgere la voce? Se esistono uccelli di varie fogge in grado di emettere canti di mirabile bellezza e sonorità, perché tale dote non dovrebbe riguardare anche l'uomo? Tornando alle prime citazioni che ho postato, notiamo due parole: istinto e doti. Esiste un legame tra sensi, istinto e doti? In effetti è così; l'istinto, oltre a controllare le funzioni base della nostra vita vegetativa, controlla i sensi, non solo e semplicemente quelli conosciuti e attivi, ma anche quelli nascosti e dormienti, ed è anche in grado di farne nascere dei nuovi. Qualunque parte mobile del nostro corpo è in condizioni di svilupparsi oltre le normali funzioni conosciute fino a un livello inimmaginabile. Quando e perché? Come condizione essenziale perché ciò avvenga è necessaria una esigenza che vada oltre i normali bisogni esistenziali, ovvero sarebbe necessario un mutamento dell'ambiente esistenziale tale per cui l'uomo, per poter sovravvivere, necessiti dello sviluppo di un nuovo senso. Se ad esempio improvvisamente, pur mantenendosi le attuali condizioni vitali, venisse a mancare la luce, l'uomo dovrebbe sviluppare altri sensi, come l'udito e addirittura un senso radar. Alcuni possiedono già un "dono", una predisposizione particolare (cioè nel loro caso l'istinto ha tenuto le "briglie allentate"), e se la caverebbero meglio e più in fretta di altri; altri riuscirebbero, con l'applicazione, la volontà e lo studio, a sviluppare più o meno questi sensi, molti altri soccomberebbero. Questo vale per tutto. L'istinto è sensibile ai bisogni della specie e del singolo. I bisogni della specie sono contenuti nella memoria storica. Questa è fondamentale per la sopravvivenza di ogni specie. Perché un certo animale caccia certi altri animali? Perché la tartaruga marina, pur in assenza dei genitori, appena uscito dall'uovo va verso il mare e non a zonzo per la spiaggia? E lo stesso vale per migliaia di altre situazioni; evidentemente perché esiste una memoria storica nel cervello istintivo che, fin dalla nascita, guida determinate azioni e comportamenti ai fini della sopravvivenza la più ampia possibile di ogni soggetto ai fini della perpetuazione della specie. Anche l'uomo ha dei comportamenti che possono risultare incomprensibili; paure, riserve, fiducia, ecc., nei riguardi di cose e luoghi, che appaiono strani considerando che possono non averli mai visti e conosciuti, e il motivo di tali comportamenti risiede appunto in quel confronto che la mente svolge di continuo con quanto contenuto nella memoria storica (una parte è anche dedicata alla memoria infantile). Queste memorie non sono trasparenti e coscienti, sono fissate nel profondo, quindi è logico che si ritenga incomprensibile e misterioso ogni comportamento non legato alla razionalità, ma in realtà è razionale, solo che manca alla coscienza e alla pubblica ragione il termine del raffronto. Dunque, l'istinto, che non è da considerare un meccanismo rigido e automatico, ma una mente vera e propria, ha in sé anche i "bottoni" per poter attivare i sensi non attivi o addirittura nuovi. Ovviamente il primo input per poter addivenire a questo incredibile risultato è quello del bisogno, dell'esigenza. Teoricamente dovrebbe essere un bisogno esistenziale, vitale, il che è piuttosto raro (questa è la spiegazione del perché il m° Antonietti ha raggiunto quel livello di arte e consapevolezza, che lui stesso arrivò a comprendere, segno, per l'appunto, di un grado di coscienza strepitosa), ma questo è anche un elemento che può esistere in noi indipendentemente dal contesto esterno. Quando parliamo di "doti", solitamente ci riferiamo alla capacità di svolgere una certa attività anche senza particolari studi, o comunque con molta maggiore facilità rispetto a molti altri (quindi si definisce: capacità istintiva), mentre raramente si parla di doti verso chi, possedendo o meno queste notevoli capacità innate, sente una spinta forte a dedicarsi a una o più attività e fare di tutto e di più per riuscire a conquistare una capacità eccelsa in quella disciplina. Il fatto che queste due doti spesso non vadano di conserva, crea delle situazioni spiacevoli: persone di grande competenza ma poco o nulla popolari e particolarmente piacevoli nell'esternazione di quell'Arte, altre dotate di grandi mezzi ma che restano alla superficie e spesso perdono anche quei doni (ad es. i bambini prodigio). Per poter accedere all'arte è indispensabile la prima caratteristica, cioè il bisogno interiore di promozione a un livello di conoscenza elevato. Questo bisogno però si scontra con un altro, pesantissimo, ostacolo, anch'esso riportato in una citazione sopra: l'ego. E', in fondo, anch'esso una propaggine del nostro istinto, perché noi dobbiamo considerare che l'istinto in fondo basa il proprio funzionamento su pochi semplici elementi; uno di questi, ed è quello che più ci ostacola, è il minimo impegno. L'uomo, in ogni cosa, è guidato a fare la minor fatica, a consumare il meno possibile. Sembra un paradosso, ma l'uomo lavora, contrariamente a tutte le altre specie, per faticar meno! L'uomo produce oggetti e servizi che servono a lavorare e faticare meno; infatti, rispetto al passato, noi abbiamo sempre più macchine e orgazzazioni che hanno fondamentalmente lo scopo di procurarci minor fatica. Siccome questo potrebbe condurci a una atrofizzazione, siamo anche spinti a fare attività fisica, ma nonostante ciò i problemi della sedentarietà sono evidenti e piuttosto seri. L'ego è una sorta di istinto che ci porta a esaltarci per determinate azioni proprie magnificandole come esaltanti e riuscendo, proprio in virtù di questa intima convinzione, a convincere molti altri, ovviamente in condizioni di ignoranza piuttosto evidenti.
Abbiamo quindi da una parte un istinto che ci ostacola nel canto perché questo è visto come una minaccia per la respirazione e una fatica inutile perché non utile alla vita e sopravvivenza della specie, dall'altra parte abbiamo una esigenza interiore (magari non tutti, ma insomma, se si studia canto con volontà e desiderio...) di promuoverci artisticamente a un elevato livello e quindi potremmo attivare quella potenziale possibilità insita in ogni specie vivente di sviluppare un nuovo senso, che nel nostro caso sarebbe il senso fonico. Se riusciamo a superare il grosso ostacolo dell'ego, questa possibilità può entrare nel novero dei requisiti di un individuo e a quel punto sarà fatale un indebolimento e quindi una sparizione degli ostacoli posti dall'istinto, avendo egli riconosciuto una esigenza esistenziale nel canto, e quindi avendo assunto "dalla sua parte" il canto, che a quel punto non avrà più bisogno di allenamento, perché venuti a mancare i presupposti stessi dell'allenamento, che sono quelli di mantenere una condizione che di solito non resta, perché è l'istinto che si riprende il concesso. L'unico elemento che deve essere riportato alla giusta condizione sarà sempre il fiato, perché ogni volta che si smette di cantare l'istinto lo riporta alle condizioni minime necessarie, sempre per il minimo consumo, ma resta un esercizio di pochi minuti.

giovedì, maggio 31, 2012

What's ... "istinto"?

Mi sto rendendo conto che uno dei temi e termini fondamentali della nostra disciplina è coperto da una coltre di misconoscenza. Devo dire di essere rimasto attonito, nel fare un giro nella rete internet, all'aura di ignoranza (nel senso proprio del termine) che circonda questo termine, che viene spesso indicato come qualcosa di misterioso e incomprensibile. Fortunatamente esistono anche studi e approfondimenti interessanti e chiari, se pur in molti casi si possa verificare l'esistenza di un ambito terminologico un po' ambiguo. Da qui la mia preoccupazione sull'opportunità di definire meglio il campo ed eventualmente utilizzare termini di più sicura e chiara comprensione per tutti.
Intanto definire, ancora una volta, che "l'istinto di perpetuazione e difesa della specie", è quello cui facciamo sempre riferimento quando parliamo di educazione della voce umana. "Agire per istinto" talvolta può essere un'affermazione che allude a capacità divinatorie o profetiche. Non che questo argomento non c'entri e non sia trattabile, però attiene già a un campo più ampio di cui ci occupiamo a parte. Daniel Goleman nel fantastico libro "intelligenza emotiva", approfondisce da par suo tutto il discorso del funzionamento del cervello, però mi pare che citi raramente il termine "istinto", pur, di fatto, analizzandolo e spiegandone a fondo il funzionamento. Traggo da questo libro un passo: "Nell'arco di milioni di anni di evoluzione il cervello ha sviluppato i suoi centri superiori elaborando e perfezionando le aree inferiori, più antiche (la crescita del cervello nell'embrione umano ripercorre a grandi linee questa traiettoria evolutiva). La parte più primitiva del cervello, che l'uomo ha in comune con tutte le specie dotate di un sistema nervoso relativamente sviluppato, è il tronco cerebrale che circonda l'estremità cefalica del midollo spinale. Esso regola funzioni vegetative fondamentali come il respiro e il metabolismo degli altri organi; inoltre controlla le reazioni e i movimenti stereotipati. Non si può affermare che questo cervello primitivo sia in grado di pensare o apprendere; piuttosto si tratta di una serie di centri regolatori programmati per mantenere il corretto funzionamento e l'appropriata reattività dell'organismo, in modo da assicurarne la sopravvivenza." Questa descrizione calza perfettamente con una fondamentale definizione di istinto, anche se non è del tutto completa, e si va a integrare, almeno in parte, nell'evoluzione successiva: "Da questa struttura molto primitiva, il tronco cerebrale, derivarono i centri emozionali" e successivamente la neocorteccia, cioè il cervello "pensante". La parte emozionale del cervello è anch'essa parte integrante dell'istinto; i riflessi, le reazioni improvvise, la paura, la gioia, l'ira, ecc., sono quelle che definiamo anche volgarmente "reazioni istintive". Sull'argomento ha indagato a fondo anche il dr Paul D. MacLean, autore di importanti studi neuropsicologici. Egli divide in tre parti l'encefalo e individua in particolare: R-complex (o cervello rettiliano): si occupa dei bisogni e degli istinti innati nell'uomo; gli operatori rettiliani sono i seguenti: isoprassico, specifico, sessuale, territoriale, gerarchico, temporale, sequenziale, spaziale e semiotico.

Vediamo alcune definizioni trovate in rete: Wikipedia così si esprime: "L'istinto è un impulso di origine psichica o motivazione che spinge un essere vivente ad agire per la realizzazione di un particolare obiettivo, mediante schemi d'azione innati e, appunto, "istintivi". E' una definizione, a mio avviso, piuttosto vaga e che mi pare anche confusa. Leggendo il seguito della definizione, che non riporto, mi pare che la confusione aumenti. Riporto però questa riga: "Talvolta ci si riferisce all'istinto riferendosi ad intuizioni improvvise e senza fondamento che, per questo, appaiono innate ed "istintive": in questi casi si è soliti riferirsi a tali episodi con il termine "sesto senso". Qui si fa dunque riferimento a qualcosa di diverso dal comportamento, e che riguarda una "memoria" e capacità che si sogliono indicare come "extrasensoriali", "paranormali", ecc. e che ci possono riguardare, ma in una sfera più ampia, di cui non ci occupiamo al momento.
Mi pare, invece, ben esposto questo concetto in un libro di Jacopo Fo (Guarire ridendo): "L'istinto di conservazione è molto utile, ti permette di capire che c'è differenza tra te e il treno che sta per investirti (e che è meglio che ti sposti).
Si tratta di un meccanismo complesso che regola le nostre reazioni seguendo una procedura elaborata in milioni di anni. Sicuramente la miglior procedura, in caso di pericolo.
"; ma ancora, più avanti:
"- Il senso di unione col mondo
- la rinuncia al senso di colpa
- l'abbandono della tensione mentale
- la riapertura dei sensori del piacere
- il rilassamento muscolare
GETTANO NEL PANICO L'ISTINTO DI SOPRAVVIVENZA
Non che sia cattivo, è solo stupido.
Devi prenderlo con calma e spiegarglielo.
Diglielo: «Senti tu, testa di zanzara, ma lo sai che ci sono altri Istinti di Sopravvivenza più gentili e più intelligenti di te che sono meno assillanti?
" Molto acuto, ma non so come prosegua.

Da L'istinto e la ragione, Università di Teramo: "... il nostro cervello è costituito da un’insieme di cervelli “diversi”. Esiste un cervello “primitivo”, che governa le funzioni vitali come il battito del cuore, la respirazione, la pressione sanguigna e l’equilibrio, ed è comune a tutti gli esseri viventi. Poi c’è un secondo cervello, dove si generano le emozioni e in cui governa l’istinto. Il terzo cervello, quello che si è sviluppato più recentemente nel corso dell’evoluzione dell’essere umano, è invece la parte capace di pensare..."; mi ritrovo abbastanza in questa definizione, abbastanza vicina, seppur inespressa, a Goleman.

Leggo spesso che determinate capacità sono istintive, ma le perdiamo o dimentichiamo crescendo. Non è una corretta osservazione, perché l'istinto non si può dimenticare o perdere, essendo fissato in noi. Se è realmente qualcosa di istintivo è da considerare che questa "dimenticanza" o perdita, è insita nell'istinto stesso, cioè è qualcosa che è legato a una certa età, e sparisce col tempo. E' quindi anche errato ritenere che i comportamenti istintivi siano fissi e indipendenti.

Dalla presentazione del libro "l'istinto" di Osho, traggo questa sintesi: "l’intelletto usa tutta la propria astuzia nel creare prima le domande e poi le relative risposte; inoltre continua a far scaturire da quelle risposte altre domande e altre risposte. È in grado di costruire palazzi di parole, sistemi di teorie; ma tutto questo non è altro che aria fritta. Il corpo non può fidarsi del tuo intelletto, poiché il suo compito è vivere. Ecco perché le funzioni essenziali del corpo sono tutte nelle mani dell’istinto: la respirazione, le pulsazioni cardiache, la digestione del cibo, la circolazione del sangue; nel tuo corpo accadono mille e un processo ai quali non partecipi affatto. [...] La natura ha affidato all’istinto tutte le funzioni essenziali del tuo corpo e ha lasciato a te tutto ciò che può dare un significato alla tua vita… poiché il vivere in sé, il semplice sopravvivere, sarebbe insignificante. [...] i poeti, i pittori, i musicisti, i danzatori, gli attori, sono tutte persone irrazionali. Creano tantissima bellezza, sono grandi amatori, ma sono assolutamente disadattati in una società costruita dall’intelletto: nella vostra società, gli artisti sono considerati praticamente dei paria, un po’ folli, dei tipi fuori di senno. Nessun genitore desidera che uno dei suoi figli diventi un musicista, un pittore o un ballerino; tutti vorrebbero che i figli diventassero medici, ingegneri o scienziati: queste sono le professioni che rendono. La pittura, la poesia, la danza sono professioni pericolose, rischiose: potrebbero ridurti a mendicare, a suonare il flauto per le strade. [...] Purtroppo la tua mente, il tuo cuore e il tuo corpo sono in conflitto tra loro, pertanto tu stai sprecando tutta la tua vita in questo conflitto; una perenne lotta tra l’istinto, l’intelletto e l’intuizione! [...] noi viviamo sotto le minacce dell’intelletto, poiché esso ha dato un potere enorme alla scienza; ma quel potere è in mano a bambini, non ai saggi. L’intuizione rende saggi." Molto interessante, e ci ritrovo molti spunti di condivisione, però anche lui non sembra prendere in considerazione il conflitto tra l'istinto e la promozione conoscitiva, forse perché anche lui non ha "intuito" (ahi, ahi) che l'istinto è un'intelligenza, non solo un programma fisso, ma usa delle strategie per compiere la sua opera; saranno semplici e rozze, ma le ha e le usa.

Da "pillole di saggezza" traggo questa definizione: "Il contenuto intellettuale dell’istinto animale o umano è come il programma software di un computer, che tramite le sue istruzioni, è in grado di gestire tutte le periferiche previste, ma solamente nell’ambito per cui è stato progettato. Quando avvengono delle situazioni non attese, la reazione incontrollata potrebbe non essere conforme e può creare dei danni."; interessante e ci ritroviamo la nostra visione del canto, ma sempre a patto di considerarlo non come già appartenente all'istinto.

"L'attributo di istintuale spetta solo a quei processi inconsci ed ereditari, che si manifestano uniformemente e regolarmente. Nel contempo essi devono recare i segni di un'indefettibile necessità, cioè possedere una natura riflessa del tipo indicato da Herbert Spencer. Questi processi differiscono dai semplici riflessi senso-motorii solo per la maggiore complessità. (Carl Gustav Jung)".
"L'uguaglianza degli istinti è una parentela tra gli uomini. (Alphonse de Lamartine)"
"La voce dell'istinto, cui l'animale selvatico, nello spazio vitale in cui si trova naturalmente collocato, può ubbidire senza freni, perché essa lo consiglia sempre per il bene dell'individuo e della specie, nell'uomo diviene anche troppo spesso fonte di suggestioni perniciose, ed è tanto più pericolosa in quanto ci parla nello stesso linguaggio in cui ci si manifestano anche altri impulsi, ai quali ancor oggi non solo possiamo, ma dobbiamo ubbidire. L'uomo è quindi costretto a vagliare alla luce del pensiero concettuale ogni singolo impulso [...]. (Konrad Lorenz)"
La cosa interessante è che mentre sul piano strettamente scientifico il campo appare piuttosto lacunoso e instabile, i filosofi ci hanno sguazzato in lungo e in largo con studi davvero sorprendenti (in particolare direi quelli di Lorenz, che si sono ampliati all'epistemologia evolutiva (e gnoseologia)). Questo non è sorprendente, in fondo. Mentre risulta non facilissimo dare una sede e un quadro definitivo, incontrovertibile, di una serie di comportamenti e attività quanto mai "inafferrabili", complessi e sfuggenti all'analisi e allo studio medico, risultano invece quanto mai stimolanti sul piano del pensiero, in quanto ci portano a chiederci perché esistono e come fanno a esistere questi istinti comuni a gran parte degli esseri viventi se non si ammette l'idea di un "costruttore". E non per nulla anche il m° Antonietti si trovò a dover spiegare gnoseologicamente - non il canto ma - il tragitto di acquisizione artistico del canto. E si rende necessaria anche un'esplorazione su ciò che è stato detto in merito ai "sensi", loro nascita, evoluzione, sviluppo, regresso, ecc.

lunedì, marzo 12, 2012

Un salto... nella luce! - terzo step

Giustamente qualcuno rimane stupito e scettico sulla possibilità che si possa superare l'istinto, posto che ammetta che sia questo la causa delle difficoltà che si incontrano nell'elevare artisticamente la voce umana. Ripartiamo da dove eravamo rimasti. Prendiamo in esame delle tecniche note: tutti gli insegnanti esercitano la voce mediante vocalizzi; durante i vocalizzi esortano: "apri la gola; alza il velopendolo; gonfia la pancia e anche la schiena; metti la voce verso gli occhi, in maschera..." questi credo siano i consigli più diffusi. Più concretamente cosa succede? Che l'allievo canterà forte, perché le voci liriche, comunemente, devono tirar fuori più voce possibile; questo genera "peso", ovvero pressione del fiato. La pressione del fiato preme anche sul diaframma, il quale nei primi tempi "reagisce", cioè tende a sollevarsi con forza, ma col tempo, a seconda della "tolleranza" dell'istinto, CEDERA', cioè diminuirà la sua energia reattiva. Fin qui la questione istinto non è di grande importanza. Sennonché qualcosa capita, il più delle volte. Ad esempio: la laringe tende a salire quando si va verso l'acuto. Perché? E come si evita? e... è davvero da evitare? Cosa c'è dietro il movimento ascensionale della laringe? Andiamo avanti. A un certo punto i suoni diventano urlati, brutti, fissi. Quasi tutti ci diranno di "coprire" i suoni, ovvero oscurarli. Ognuno spiega in modo personale questo momento, ma in ogni modo quasi tutti agiscono così. Perché? Poi abbiamo consigli solo un po' meno diffusi: "fai girare il suono dietro la nuca, buttalo verso il centro del cranio; alzalo; punta al fondo della schiena; appoggia sui muscoli inguinali; sorridi; porta il mento indietro; non aprire la bocca; fai rientrare la pancia;...". Questi consigli guardati sotto una certa luce risultano quasi pazzeschi, incomprensibili nella loro arbitrarierà rispetto a un qualunque percorso logico. A cosa mai può far riferimento un "giro dietro la testa"? Il suono, il fiato, non escono certo dalla nuca, quindi spiegare la validità di un simile consiglio è quasi impossibile. I risultati non potranno essere validi, però non è impossibile che ci siano comunque dei miglioramenti dal punto di vista del colore, che si andrà ad oscurare, e del volume intrinseco, che aumenterà. Tutta questa attività, in un modo o nell'altro, attiene ad una forte attività muscolare che non migliorerà, invece, la qualità del fiato, che è da sempre ritenuta la vera e unica fonte del belcanto. Da qualche anno stanno emergendo anche le scuole di canto "naturale", un po' come i prodotti alimentari biologici; giustamente si vuol tornare alla Natura. Da quanto leggiamo, però, a un certo punto qualcosa di naturale impedisce una regolare e omogenea ascesa verso l'acuto. Perché? Si sa, da sempre, avvalorato e specificato dagli studi fisio-anatomici, che esistono due meccaniche, popolarmente definite petto e falsetto. Perché? Cioè, se il canto fosse naturale, come alcuni vorrebbero, dovrebbe esistere una sola e unica "corda" o meccanica, che in questo modo assicurerebbe omogeneità e gradualità. Invece così non è: come mai? Come spiegano costoro l'esistenza di questi "scalini"? E come mettono in pratica la necessità di omogeneizzazione? Cioè questo passaggio esiste o non esiste? e se sì, come viene superato? Ci sono coloro che negano l'esistenza dei registri, e imperterriti negano la necessità dell'oscuramento. I cultori della trattatistica del passato, poi, dovrebbero riferirsi a questa per superare l'ostacolo dei registri, ma non si sente in giro parlare dell'uso alternato di falsetto e petto, come si faceva generalmente prima della metà dell'800... Insomma, potremmo andare avanti a lungo a porre domande sul perché e il percome tutte le scuole di canto, con un sistema o l'altro, suggeriscono questo o quel modo di superare delle difficoltà che sempre e necessariamente si frappongono a un utilizzo completo ed efficace della voce artisticamente intesa. Non se ne viene a capo, da quanto leggo su libri, siti, atti di convegni. Alcuni sono più grossolani e pratici nel lavoro di insegnamento, alcuni, forse la maggior parte, pieni di attenzioni, ma alla fine della fiera non molto diversi nella incapacità di fornire spiegazioni realmente convincenti; anzi i primi manco ci provano! Gli affondisti, ad esempio, partono dal principio che fare determinate, semplici "manovre", porta ad acquisire molto timbro e volume, e seguono quella strada senza tante "paranoie". Sulla qualità artistica del risultato, sul "quanti" possono usufruire di simile tecnica efficacemente non si discorre, ma è poi anche vero che non tutti possono davvero arrivare a cantare a un certo livello...
Allora, per chi riesce ancora a seguirci, veniamo al punto forte, cioè il superamento dell'istinto. L'istinto è una sorta di "programma" che risiede in alcune parti del nostro cervello, comanda alcuni impulsi nervosi e le emozioni. Le emozioni non sono che pulsioni rimaste in una memoria fissa, che si tramandano col dna: la paura (con le sue numerose sfumature), la necessità di scappare, di aggredire, la sensazione di rimanere esclusi, la gioia, ecc., sono tutti aspetti legati alla nostra infanzia di esseri viventi (milioni di anni), di uomini (centinaia di migliaia di anni), e di soggetti concreti (pochi anni). Questo "programma" risiedendo nel cervello ed essendo molto "veloce", più della neocorteccia, la parte più attuale ed elaborante, riesce a bloccare e aggirare alcune azioni e alcuni pensieri che ritiene "pericolosi" per sé stesso e per la nostra esistenza. Come ho già spiegato, il nostro istinto ci induce a sprecare meno risorse possibili, per cui noi siamo già portati naturalmente a ritenere che c'è un limite insuperabile a ogni nostra azione. E' poi vero che popolarmente si dice che con la volontà ogni limite è superabile, ma in genere non ci si crede, perché superare l'istinto può rappresentare un pericolo, e inoltre richiede e implica un impegno mentale e fisico che esso non tollera. Per cui è più facile pensare che alcuni riescono perché sono fenomeni e stop. Difficile pensare di imitarli (o li si imita "pedestremente", senza poter sondare le cause che permettono di esibirsi a quel livello) o che sia possibile raggiungere quello stesso livello. Veramente i bambini questo limite non lo avvertono, e credono di poter far qualunque cosa (questo fino verso i 12/13 anni). Non per nulla i più grandi artisti, in genere, hanno iniziato assai presto la loro attività, come musicisti, ballerini, pittori, scultori, ecc. Nell'ambito del canto, i castrati. Il cantante "moderno", cioè dell'era attuale, inizia lo studio dopo i 16 anni, cioè già in piena adolescenza, se non dopo ancora, e quindi è già entrato nella fase in cui ritiene difficile superare il limite. Noi non possiamo immaginare come sarà la nostra voce "esemplare", perché è una sensazione sconosciuta. Grazie a una guida, o, eccezionalmente, seguendo un esempio eccezionale (ammesso che siamo in condizione di riconoscerlo), noi possiamo fornire alla mente nuovi dati ottenendo, con la nostra voce, un risultato inaspettato. Quando noi riusciamo a ottenere un risultato migliore di quanto ci aspettiamo, proiettiamo la mente oltre l'intenzione, oltre quanto ci è dato sapere, per cui spostiamo il limite. Se ci fidiamo della nostra guida o delle nostre intuizioni, questo limite si può spostare fino al limite estremo, cioè quel "non oltre" che ci permette il miglior risultato ottenibile con i nostri mezzi umani. Questo limite però non è più assoggettato all'istinto, è solo più un limite fisio-anatomico, un nuovo senso, che non necessita più di continuo allenamento, perché non esiste più la causa che crea tutte quelle difficoltà e che i cantanti devono tenere sotto controllo, perché altrimenti l'istinto si "riprende" in quanto non necessario. L'istinto, per essere superato, deve essere ingannato e aggirato, non assecondato! Se io canto perennemente forte, sì che ne mitigo la reazione, ma intanto faccio assegnamento sul fisico, che non potrà essere tonico per tutta la carriera, salvo eccezioni, per cui nella fase di apprendimento dovrò far leva sul canto piano e pianissimo, sussurrato, sull'agilità (avete notato che le voci molto agili e che mantengono l'agilità per tutta la carriera, durano più a lungo?), sulla parola. La sola parola è già in grado di educare una voce a livelli straordinari, perché il nostro istinto tollera il parlato come una necessità, e dunque estendendolo il fiato si educherà di conseguenza. E' però un tipo di disciplina troppo univoca e impegnativa per la mente e il corpo, quindi è più prudente e saggio passare anche attraverso altri tipi di esercizio, che diano anche più soddisfazione all'apprendista cantante. Quando, un bel giorno, ci si accorge che il suono si forma pressoché autonomamente fuori della bocca praticamente senza volontà, senza impegno, ci si porrà anche l'interrogativo: ma come è possibile? cioè, nonostante tutto quanto sappiamo, appare quasi un miracolo che un suono bello, ricco, fluido, rotondo, possa scaturire con una semplicità paragonabile al parlato, almeno per oltre metà della propria gamma, e appena poco di più nella zona acuta. Quando ciò avviene, e sappiamo che non è un caso, ecco che nasce una gioia e una consolazione straordinarie, che non ha prezzo. Si vorrebbe portare tutti con sé in questo regno sconosciuto, ma non è possibile, perché, come nel labirinto, la maggior parte non vuole, non ci crede, non si fida, e questo, ancora una volta, è dovuto al nostro istinto, che ci crediate o no!
Suol dirsi che chi segue una strada sconosciuta fa un salto nel buio, ma l'Arte è esattamente l'opposto: un salto nella luce:
E l'onda di luce infinita m'invade
Mi prende e mi porta
Al di fuori del tempo.
Dall'onda contemplo l'immenso
Che chiaro m'appare.

[M. Antonietti]

domenica, marzo 11, 2012

Non è vero, non ci credo! - primo step

Una scuola che non sia settaria, che non faccia dogmatismo, che non idolatri miti per pura fede, è giusto, indispensabile, che metta in discussione quanto essa stessa propugna e cerchi di minare anche le basi di tutto l'edificio su cui si fonda. E' un po' come le banche e le grandi organizzazioni che assumono pirati e abili manipolatori informatici per mettere alla prova le misure di sicurezza. Giustamente qualche esterno alla nostra scuola può dire: ma chi lo dice che le cose stanno come dite voi? che quest'istinto sia davvero la causa dei problemi e delle difficoltà che rendono così lungo e impegnativo lo studio? Alcuni, forse con una certa dose di ironia, dicono che se l'istinto avversasse davvero il canto, quando si canta a lungo ci si ammelerebbe. Oppure si dice che quando l'istinto ci "attacca" entriamo in una fase di difficoltà e ansia, mentre il canto ci dà gioia ed euforia. Beh, ovviamente chi segue con curiosità e serietà questa blog, e ha letto i post del 2006, conosce i fondamenti della nostra disciplina e certe domande non è portato a farle, quindi la nostra risposta è indirizzata soprattutto ai superficiali, ai prevenuti, ai diffidenti che, letti 2 o 3 post a caso, subito si lanciano in giudizi e affermazioni negative. Però gli approfondimenti e le precisazioni sono sempre utili a tutti; sono sempre aperto alle critiche e il dubbio è legittimo, credo sia molto più errato l'incensamento gratuito, il settarismo. A me sinceramente i complimenti osannanti danno solo imbarazzo. Semmai il riconoscimento di dire cose corrette, di fare un buon lavoro pratico e di aver aiutato qualcuno a uscire da una situazione non facile. Chiusa la parentesi veniamo alle spiegazioni.
L'istinto cui facciamo riferimento noi, ovviamente non è e non può essere di tipo "immunitario", non c'entra niente; la difesa che mette in atto l'istinto nel canto è di tipo fisico-emotivo, quindi anche psicologico. L'istinto ha una doppia funzione: permettere il funzionamento "automatico" del nostro corpo (tipo battito cardiaco, digestione, ecc), compresi i sensi, e proteggerlo da pericoli (i pericoli da cui lo protegge sono quelli assimilati nel corso di milioni di anni, fin dallo stato cellulare, e quelli che si apprendono nei primi mesi di vita), ma anche proteggere sé stesso. Essendo un "programma" di protezione, se qualcosa o qualcuno cerca di "commutarlo", cioè cambiarne, anche parzialmente, la funzione, potrebbe mettere in pericolo la vita del soggetto, per cui è logico che egli si ribelli. Quando noi utilizziamo il fiato non per ciò a cui è fisiologicamente preposto, cioè l'ossigenazione del sangue e il sostegno del busto, è, credo, abbastanza evidente che debba ribellarsi. Abbiamo già fatto riferimento al fatto che anche il solo mantenere l'apnea per diversi secondi comporta una reazione. Tutte le reazioni sono commisurate: fare generalizzazioni è sbagliato, ci possono servire delle analogie a mo' di esempio, ma ribadisco che ogni azione dà luogo a reazioni diverse anche da soggetto a soggetto. Distinguiamo le azioni che possono rientrare in azioni necessarie all'uomo per motivi di difesa da quelle non necessarie. Lo sport apparentemente può ritenersi un'attività ricreativa, ma sappiamo che tutte, o quasi, queste attività partono da necessità dell'uomo, soprattutto quello "preistorico": correre, tirare frecce, saltare, ecc. Il nostro corpo è pertanto predisposto a queste attività e quindi non le avversa. Essendo l'istinto pigro e inducendo l'uomo e i suoi organi al minor dispendio possibile, essi subiscono perennemente una sorta di riduzione (come capita a una gamba quando viene ingessata, o al fiato di notte), ma possono tornare rapidamente in piena forma dovendo servici a vivere. Altre attività non sono o non sono considerate necessarie, dunque l'istinto le avversa e basta! Giustamente l'interlocutore scettico dice: ma come è possibile superare l'istinto? L'obiezione è azzeccata, perché effettivamente l'idea che abbiamo di istinto è quella di un sistema insuperabile, proprio perché vitale, e la nostra stessa mente, in parte controllata dall'istinto, ci induce a pensare così. Leggendo il blog sul "pesce primordiale" già questa cosa dovrebbe essere comprensibile. Se non esistesse insita nella natura la possibilità, seppur eccezionale, di superare l'istinto, non esisterebbe l'evoluzione, perché ogni specie non potrebbe accedere a quel "passo avanti" che determina la nascita di una nuova specie. Anche nell'uomo esiste questa possibilità, e con maggior cognizione di causa rispetto alle altre specie, che lo fanno solo per superare un pericolo di estinzione. La possibilità di accedere a una condizione non prevista e/o avversata dall'istinto esiste perché è potenzialmente in noi! I sensi non sono "finiti", le condizioni ambientali possono cambiare anche improvvisamente, quindi nell'uomo devono esistere, ed esistono, condizioni di adattamento che possono andare contro o oltre i nostri sensi attuali. Il nostro fiato non prevede, in questo tempo e ambiente, una condizione tale per cui sia o debba essere "alimentazione dello strumento vocale umano"! La stessa laringe è solo marginalmente da considerare strumento musicale, e questo attiene alla necessità, solo dell'uomo, di fare musica. Il parlato è necessario alla vita di relazione dell'uomo, ha contribuito alla selezione della specie, ed è fissato nel DNA. Non è da confondersi la necessità del parlato con quella del canto, che è una condizione diversa. Il canto, non quello "leggero", ma quello artistico, richiede un impegno e un uso così specifico e complesso del fiato, da mettere in profondo allarme l'istinto e indurne la reazione, che in alcuni può essere fortissima, in altri più blanda. La prima e fondamentale caratteristica che deve possedere l'aspirante cantante per poter raggiungere un risultato artisticamente valido, è quella di avere una fortissima esigenza interiore, una spinta, una passione che è la prima chiave per poter sperare di superare la barriera dell'istinto. Adesso faccio una piccola pausa, per non fare un post troppo lungo, e ritorno alle critiche degli scettici, con un secondo post che vuole indagare come si studia il canto normalmente, col chiedere quindi i perché di deteriminate situazioni e, in ultima analisi, cos'è la tecnica del canto.

domenica, dicembre 11, 2011

Chi è il padrone?

Come noto, il nostro corpo "parla", cioè esprime messaggi mediante movimenti più o meno percettibili di alcuni muscoli, principalmente del viso, ma spesso anche di spalle, mani, braccia, gambe. In particolare lo studio di questi messaggi è diventato importante per individuare quando una persona mente, in quanto il linguaggio del corpo spesso contraddice ciò che diciamo verbalmente. Ripeto: noi diciamo una cosa, ad esempio "ieri sono stato a casa tutto il giorno", ma movimenti degli occhi, del mento, delle mani, ecc., esprimono un disagio, uno o più movimenti eloquenti (per chi li ha studiati e li conosce) che fanno capire che la persona sta dicendo una bugia. Per la verità quando due persone si conoscono bene, come moglie e marito, o due amici di lunga data, sovente si accorgono quando l'altro mente, perché imparano a capire qualche gesto che mostra la scarsa sincerità, e, come suol dirsi, il bugiardo viene "sgamato". Anche la voce è rivelatrice di menzogne. Che sorpresa! Se escludiamo la parola in sé, su cui abbiamo un controllo piuttosto forte, il tono, la velocità, la fermezza, sono associati a stati emotivi su cui abbiamo molta meno padronanza e quindi: l'elevamento del tono, l'aumento di velocità o un certo tremolio rivelano un momento emotivamente forte che è difficile da controllare. Ecco qua: l'istinto. Chi è il vero padrone del nostro corpo? Se una persona normale, anche con un buon controllo di sè (come ad esempio i politici), non riescono a nascondere di avere imbarazzo, paura, vergogna, ecc., risulta evidente che chi ha il controllo massimo del nostro corpo è il nostro istinto. Sappiamo, peraltro, che questo dato non è assoluto. Gli orientali per primi impararono, con discipline ancor oggi in voga, a riprendersi il controllo totale del corpo; è chiaro, però, che la cosa non è per niente facile, richiede anni di lavoro ed esercizi tutt'altro che facili (anche se "semplici") soprattutto per la mente, in quanto noi andiamo a cercare di togliere qualcosa che è fissato nel DNA! e che ha, almeno potenzialmente, attinenza con la sopravvivenza dell'individuo e della specie umana (e non è un dato "culturale", è uguale per gli europei, gli asiatici e gli africani!).
Nel canto artistico noi ci troviamo in una condizione del tutto analoga. Non è che occorra disciplinare tutto il corpo, dunque ciò di cui abbiamo bisogno non consiste nel riprendere la totale padronanza del corpo, che richiederebbe tempi e modalità improponibili, ma esclusivamente una ripresa "in carico" di una parte della nostra muscolatura e del nostro fiato. In molto post di questo blog ho insistito sulle "forme chiave" delle vocali e sulla "ginnastica" dei muscoli del viso. Mi rendo sempre più conto di quanto essi siano importanti. Ogni volta che a lezione arriva un allievo nuovo, i primi minuti della parte pratica si spendono a cercare di far dire parole o semplici vocali con la giusta postura della bocca, e ogni volta si assiste a un teatrino dove l'allievo (... malcapitato!??) si trova (magari non proprio sempre, ma spessissimo) in grave difficoltà a mettere e tenere la bocca in un certo modo (ad esempio a O per dire O, o aperta per dire A). Ancora dopo mesi di lezioni, molti allievi dopo alcuni minuti di canto "parlato", accusano indolenzimento di labbra e muscoli del viso, perché non ancora resi del tutto plastici e soprattutto non ancora ripresi sotto controllo. In fondo potremmo dire che gran parte del canto esemplare consiste in questo. Ricordarsi che è semplice, e con la semplicità sarà conquistato. ... però non è facile.

mercoledì, agosto 24, 2011

Il ribelle

C'è un luogo comune che forse non ho mai affrontato direttamente, pur essendo implicito in tutti gli scritti del m° Antonietti e miei. Ritengo di dover far chiarezza in merito.
Quando un cantante perde la voce dopo pochi anni di carriera, o va comunque incontro a un declino prematuro, il primo giudizio che viene dato comunemente è: "non aveva tecnica", oppure "aveva una tecnica sbagliata". Devo dire che essenzialmente questo giudizio è sbagliato, e vado a dimostrarlo.
Prendiamo due cantanti: il primo è un o una cantante che a 16/18 anni ha scoperto il mondo del canto, ha aperto bocca e ha cantato come un usignolo; è andato/a un po' di tempo a studiare musica, brani e stile, dopodiché ha debuttato e fatto carriera. Poi il declino, più o meno rapido. Il secondo cantante è un o una cantante che, pur in possesso di una voce ragguardervole, non aveva i requisiti per poter cantare subito, per cui ha studiato canto con qualche insegnante per 4 o 5 anni, imparando contemporaneamente le materie affini e quindi vincendo qualche concorso e iniziando una carriera, anch'essa entrata in crisi più o meno rapidamente. Allora noi potremmo dire che nel primo caso non c'era "tecnica", nel secondo caso la tecnica era sbagliata. Per la precisione ripeterò che si accomuna, con il termine "tecnica" un processo composto da due apprendimenti ben distinti e profondamente diversi: il primo, che chiamiamo anche "imposto", è legato ad una corretta emissione e educazione del fiato, il secondo è l'insieme di nozioni musicali e stilistiche relative al genere che andrà a realizzare: canto leggero, jazz, rock, operistico romantico, barocco, classico, ecc. Allora dobbiamo riconoscere che una tecnica erronea non fa perdere la voce; tutt'al più chi ci ascolta ci criticherà perché eseguiamo il nostro genere con uno stile impreciso (ad es. una coloratura "sbrodolata", l'incapacità di fraseggiare correttamente, ecc.) o commettendo errori ritmici e/o melodici... Quindi ciò che ci può portare a una fine prematura della carriera è un imposto sbagliato. Ma il mio intervento non vuol essere di tipo terminologico; anch'io spesso ho definito "tecnica" l'imposto vocale, anche se cerco sempre di precisare e non creare ambiguità in merito. Se il primo cantante esemplificato è in grado istintivamente o naturalmente di cantare, è giusto che acquisisca una tecnica, nel senso "stretto" del termine, ma l' "imposto" ce l'ha già, gliel'ha dato la natura. Allora cosa c'è di "sbagliato", cosa "non ha", qual è la carenza oggetto della fine prematura della voce? In realtà non c'è, non si può dire. Ciò che sappiamo è che minuscole "crepe" presenti nell'emissione di qualunque cantante "naturale", che spesso riesce a notare solo un autentico maestro di canto, col tempo si aprono, si amplificano e portano verso l'abisso ampi tratti della voce, spezzandola in più tronconi o creando vibrazioni, venature, opacità e infiniti altri difetti che rendono sempre meno piacevole, ampia, estesa e fluida quella voce. Ma perché? Non perchè "manca" qualcosa, e che sarebbe la misteriosa tecnica, ma perché "il ribelle", che ovviamente chi ci segue sa benissimo trattarsi dell'istinto di difesa, si accanisce contro ogni tentativo di rendere "naturale" qualcosa di non utile all'esistenza animale. Nel caso del secondo cantante, quello che ha dovuto studiare, cosa ha prodotto il danno che si è poi diffuso fino a rendere inefficace quella voce? Mettiamo, come quasi sempre è, che si tratti di una voce già bella, pastosa, risonante, e che sia carente solo di omogeneità in alcuni tratti e di una autonoma compiutezza esecutiva. L'errore non sta tanto o solo nel dare consigli sbagliati o di "non dare" i consigli giusti, ma nel sottovalutare o, peggio, non valutare affatto le reazioni istintive. Preciso ulteriormente: la seconda cantante, anch'essa, come il primo caso, dotato di bella voce, talento e qualità, nell'affrontare un'aria o un qualsivoglia esercizio, a un certo punto incontra un ostacolo, sente che "qualcosa" impedisce di eseguire una nota, una serie di note, una vocale, ecc., con la stessa facilità, omogeneità o precisione di altre. Quindi un punto problematico. A questo punto un insegnante, o autonomamente, cercherà di superare quell'ostacolo. Non si può dire realmente che un bravo insegnante dia un consiglio buono mentre un cattivo insegnante dia un consiglio sbagliato! Noi potremmo dire che entrambi gli insegnanti danno consigli giusti, ma possono rivelarsi entrambi deleteri se non sanno o non immaginano che qualunque tentativo di superare quell'ostacolo scatenerà comunque l'opposizione dell'istinto che anziché far migliorare l'emissione, produrrà un peggioramento. E da qui inizia la reazione a catena, perché la necessità di superare comunque l'ostacolo produrrà negli insegnanti, o nel cantante stesso, la necessità di trovare soluzioni, ma siccome la vera causa del peggioramento non viene riconosciuta ed è quindi ignorata, sarà abbastanza fatale il ricorso a un peggioramento generale di tutta la vocalità, cioè una "omogeneizzazione" nel difetto, perché portando a un livello più basso anche la parte di voce naturalmente buona, si va a togliere una percentuale di reazione da parte dell'istinto, e quindi anche il precedente punto di difficoltà risulterà meno evidente e sarà più facilmente aggirabile.
Non so se, nonostante gli esempi e i particolari, sono riuscito a spiegare il concetto, che ritengo molto importante da acquisire come abito mentale quando si educa una voce. Se ci sono zone buie, chiedo cortesemente di segnalarle e interverrò ulteriormente. Rileggendo mi rendo conto che la frase meno luminosa sia proprio l'ultima, e proverò a dipanarla prossimamente.

mercoledì, ottobre 20, 2010

Fiato ed emozioni

Fra le tante complicazioni e contraddizioni che osserviamo nell'educazione del fiato, ce n'è una che merita approfondimento. Nei primi approcci al canto noi ci soffermiamo sul fatto che l'istinto reagisce al tentativo di modificazione dello stesso (per farlo diventare "archetto" dello strumento vocale) mediante una maggiore attività espiratoria del diaframma. In parole povere, dopo pochi secondi dall'inizio di un esercizio o frase cantata, il diaframma comincia a "spingere" affinché i polmoni si svuotino. Da qui la pressione verso la laringe, che si innalza oltre misura, il blocco mandibolare, la voce nasale e così via. A un certo punto però noi cominciamo a dire: spreca fiato, soffia via, non trattenere. Cioè assistiamo a un fenomeno che appare opposto alla spinta e allo svuotamento dei polmoni, ed è un tentativo di mantenere aria all'interno, di conservarla e quindi di trattenerla. Questo non provoca probemi fisici ma di qualità del canto. Ma a cosa è dovuto? Possiamo dire sempre all'istinto (te pareva...), ma tramite un altro meccanismo che gli appartiene: le emozioni. Come mi pare di aver già scritto in passato, il centro degli istinti di conservazione e difesa, sono gli stessi delle emozioni, e infatti a un certo punto, quando l'emissione comincia ad essere valida, capita spesso che l'allievo sbagli per timore di far qualcosa di eccessivo, di sconosciuto e quindi di sbagliato. E' normale: ci si avventura per una strada sconosciuta, e quindi l'istinto provoca le stesse emozioni come se ci si trovasse soli su una strada deserta senza indicazioni. Ora una constatazione, scientificamente provata, facilmente constatabile da chiunque, è che le emozioni, specie alcune, provocano un blocco, un trattenimento, una diversa gestione del fiato. La paura provoca rallentamento e anche blocco del fiato, in quanto lo stesso "rumore" del fiato potrebbe rivelare la nostra presenza, quindi l'istinto permette (e anzi stimola) questo meccanismo apparentemente contraddittorio. Naturalmente la paura ha diversi stadi; nel caso nel canto non possiamo parlare di terrore, e nemmeno di una vera e propria paura, ma di timore, di insicurezza, che, proporzionalmente, non bloccheranno il processo espriratorio, ma ne rallenteranno e/o renderanno discontinuo il funzionamento. La soluzione non è semplice. Già conoscere queste nozioni può essere utile. Fare esercizi per rendere fluida e ininterrotta l'espirazione (anche senza il canto) può indurre maggior sicurezza e allentare via via il senso di timore.

domenica, ottobre 17, 2010

L'istinto "buono"

Mi perviene una domanda. Potrebbe qualcuno ritrovarsi un istinto che invece di ostacolare possa aiutare a cantare? Posso dire con buona sicurezza: no! Se qualcuno dovesse ritrovarsi con tale disposizione, dovremmo anche far riferimento a una persona dotata, se così si può dire, di caratteristiche "inumane" e pericolose per la sua stessa vita. L'isinto è un "programma" fissato in tutti noi, che differisce da persona a persona per caratteristiche fisiche del soggetto e per il grado di tolleranza che l'istinto stesso possiede. Quando il grado di tolleranza è molto alto, noi ci troviamo di fronte a persone che cantano con molta facilità. E' possibile avere un indizio: l'estroversione di quella persona. Chi è molto estroverso è poco frenato dal proprio istinto, che sta concedendo molto spazio di sviluppo. La persona non ha timore a rivelarsi anche interiormente, psicologicamente, e quindi si lascerà trasportare facilmente dalla propria indole artistica. Il possesso di doti vocali, è anch'esso un segnale di disponibilità da parte dell'istinto a lasciar passare una buona parte del canto, però non si può pensare che non entri in funzione e non svolga il suo compito, che è quello di preservare la respirazione e il nostro corpo da un lavoro potenzialmente pericoloso, come può essere il canto, che tenta di commutare la respirazione fisiologica, e la funzione del diaframma.

venerdì, ottobre 15, 2010

Quando l'istinto non c'entra

Come ho già scritto più indietro, ci sono situazioni di resistenza che possiamo non addebitare all'istinto di sopravvivenza e difesa della specie umana, e che possiamo invece assegnare a quello che possiamo definire come un istinto estetico personale, quindi soggettivo, e situato a livello di neocorteccia. Nonostante sia superabile, può essere ostico e davvero problematico da aggirare, perché incide non soltanto sulla qualità degli esercizi e del canto, ma sulla memoria cosciente. Se la mente di un allievo si è fatta la convinzione che il canto deve risultare in un certo modo, inteso come colore, timbro, intensità, ampiezza, ecc., e che possiamo considerare difettoso, anche se si segue una strada che conduce verso un risultato diverso, ovviamente corretto, questo istinto, che si può dire sia semicosciente, può impedire o fortemente rallentare l'apprendimento. E' molto difficile superare, nel senso di rimuovere, questo istinto, che può manifestarsi nei modi più disparati, con la creazione di dubbi circa la scuola che si sta frequentando, con un affaticamento mentale esagerato, la caduta di attenzione e concentrazione, ma soprattutto la difficoltà a distinguere suoni giusti da suoni anche considerevolmente difettosi. L'unica strada percorribile in questi casi, laddove esista comunque la volontà dell'allievo a proseguire, ritenendola una strada giusta, è la costanza e implacabilità nel seguire lezioni, nell'esercitarsi e cantare il meno possibile da soli, in quanto in quei momenti l'impossibilità di selezionare il giusto dallo sbagliato porta fatalmente verso l'errore, nel leggere e riflettere il più possibile sulla disciplina intrapresa. E' un po' quella che il M° Antonietti chiamava lezione dell'asino. Non è, soprattutto in questo caso, da intendersi offensiva o riduttiva, ma una necessità volta a modificare un senso radicato ma erroneo e fuorviante.

venerdì, marzo 12, 2010

Il doppio istinto

In ogni nostro scritto direttamente o indirettamente entra l'istinto. E' l'artefice "in buona fede" dei nostri difetti e delle difficoltà che incontriamo nell'apprendimento di un'Arte e in particolare del canto. Non ritorneremo qui sulla funzione e le implicazioni dovute all'istinto di conservazione, perpetuazione e difesa della specie, avendone già parlato a lungo. Accennerò qui, invece, ad altro istinto, che spesso si inserisce nel discorso educativo; è quello che chiamiamo "istinto artistico" (credo possa rientrare nella sfera del "super-io"). L'uomo ha talvolta in sé una spinta, una necessità di promozione ad un livello superiore, e mette in moto stimoli e strategie per poter apprendere teorie e tecniche per superare le difficoltà e potersi affermare. E' una spinta importante, è curiosità, è quella voglia, quell'entusiasmo, quella sete di ricerca che ci porta spesso a fare follie, a cercare anche a grandi distanze chi o cosa potrà aiutare nella ricerca. Bisogna dire, però, che se questa necessità è importante o addirittura indispensabile per avere accesso alla perfezione, d'altra parte non è raro che si frapponga e crei qualche disturbo e qualche interferenza nella disciplina. Il fatto è che il soggetto "malato" di canto (in questo caso) si crea un proprio bagaglio di idee, di estetiche, di false consapevolezze, basate su ascolti, sentito dire, letture superficiali o ingannevoli, che non di rado confliggono con gli aspetti educativi della disciplina, e pongono a loro volta resistenze e talvolta anche fratture con il docente. Il quale si può trovare nella condizione di combattere non solo contro l'istinto di difesa, ma anche con quello artistico; in questo caso può trovarsi nella condizione di aggirare anche l'allievo, facendogli credere alcune cose per soddisfarlo, rivelandogli solo dopo la verità. Molti allievi ritengono che il canto lirico richieda un determinato suono, e accettino di malavoglia il passaggio attraverso suoni meno ricchi e forti. In questo, come in molti altri casi, si può cercare di convincere o di assecondare l'allievo, ma può esserci anche il caso di dover rompere il sodalizio, quando l'istinto non cede. Il maestro onesto non può scendere a compromessi, perché verrebbe meno il suo ruolo. Si può,come ripeto, girare "al largo", accondiscendere entro una certa misura, ma poi ciò che va fatto va fatto, e dunque o l'allievo si convince e si fida, o altrimenti è meglio chiudere.

venerdì, dicembre 11, 2009

Come si parla - istinto e orecchio

Un mio allievo mi pone la domanda: se uno parla ingolato, l'esercizio sul parlato non peggiora la situazione? La risposta diretta è: no. Spiegazione: il parlato in ciascun soggetto è, comunque, l'espressione vocale più "sana" che possiede. Non può, quindi, esistere un esercizio esclusivamente vocalizzato che possa superare la bontà del parlato. L'insegnante metterà in essere tutte quelle strategie per far migliorare il parlato, questione che è SEMPRE da porre, perché anche nel migliore dei casi il parlato non si può definire perfetto, è semplicemente una espressione vocale relativa alle nostre esigenze di vita, che non necessitano certo di perfezione. Il pensare di fare un "vocalizzo" per mettere "avanti" il suono PRIMA del parlato è assurdo e sbagliato.

Lo stesso allievo mi pone un'altra domanda: può il nostro istinto, che agisce sia fisicamente che psicologicamente, agire anche sull'orecchio e farci sentire in modo difforme per portarci su una strada sbagliata? Il nostro orecchio sente ciò che è "necessario" sentire, quindi rispetto all'arte è difettoso, e può evolversi in misura della nostra necessità di sviluppo artistico; l'istinto in questo caso non ha praticamente necessità di intervento in quanto non andiamo a modificare il funzionamento, è solo un raffinamento del suo grado percettivo, per cui possiamo dire che la risposta sia "no".

giovedì, dicembre 07, 2006

canto e istinto

L'argomento è il canto, e ho iniziato la conversazione mettendo subito in campo il punto cardine di tutta la trattazione, cioè il motivo per cui il canto è difficile da conquistare, il motivo per cui è difficile da mantenere, il motivo per cui anche grandi cantanti molto dotati si sono trovati a mal partito dopo alcuni anni di carriera. E' vero che i motivi possono essere molti, ma è a conoscenza di tutti il fatto che il canto richiede lunghi studi, spesso poco efficaci, e che anche cantanti con decenni di carriera sulle spalle, continuano ad esercitarsi. Ai difetti e alle conseguenze più strane, vengono date come spiegazioni le teorie più contorte e astratte possibili, mentre tutto risulta molto chiaro quando si pone, come conseguenza di tutte le difficoltà iniziali, intermedie e purtroppo anche finali, la "semplice" reazione dell'istinto. Ma precisiamo, visto che l'affermazione non convince tutti facilmente. Ho spiegato già all'inizio come la voce, anche parlata, dovrebbe comunque essere osteggiata dal nostro istinto, in quanto utilizza impropriamente organi ad altro preposti: il fiato, la laringe, la rima glottica, il diaframma. Anche altri parti, come la lingua, il velopendolo, il faringe, vengono usate dalla voce, mentre la loro funzione attiene soprattutto alla deglutizione, ma questi organi difficilmente hanno moti reattivi, perché il loro funzionamento non è costante e vitale, ma è limitato a singoli momenti e ad azioni meccaniche. Orbene, perché l'istinto non ci crea problemi durante la normale fonazione quotidiana, cioè il parlato? Ci sono numerosi motivi: il parlato di norma occupa una porzione limitatissima della gamma vocale, l'intensità del parlato non coinvolge solitamente in modo impegnato l'appoggio diaframmatico, le prese di fiato, quindi la durata dell'atto respiratorio, non sono quasi mai molto più lunghi della norma. Parlando, poi, l'aria può uscire anche tra le parole, e si permette perciò ai polmoni di svuotarsi piuttosto rapidamente. Infine c'è il motivo più importante, cioè la necessità del parlato per le nostre esigenze di relazione e di offesa/difesa (urlo), che in milioni di anni sono diventate ESIGENZE VITALI, quindi tali per cui l'istinto non le può cancellare. Quindi, riepilogando, il nostro istinto, in genere, ammette e permette l'emissione della voce parlata senza reagire. Non sto ad addentrarmi nel campo delle eccezioni: sappiamo bene quando mille cause possano contraddire quanto ho esposto; insegnanti, oratori, venditori pubblici... possono andare incontro a più o meno seri problemi quando fanno un uso eccessivo o distorto della voce. E talvolta anche persone normalissime si ritrovano con voci difficoltose e con problemi anche gravi. Questo perché possono esserci cause virali e patologiche che possono causare modificazioni che l'istinto rifiuta. Un virus, una malattia, un incidente, possono provocare ad es. una infiammazione della mucosa laringea e quindi un ispessimento delle corde, oppure una iper produzione di catarro, che provoca infiammazione, oppure una gastrite con reflusso possono danneggiare le corde e provocare sempre quelle micromodificazioni del tessuto laringeo che l'istinto può non accettare facilmente e creare ulteriori difficoltà, che si evidenziano nel lungo tempo con noduli, callosità, polipi e quant'altro. Non sempre la medicina e persino una esemplare educazione possono risolvere questi problemi. Ma torniamo al nostro campo. Diamo, quindi, per scontato che il parlato è tollerato e non provoca reazioni significative. L'obiettivo della scuola di canto esemplare deve essere "semplicemente" quello di ottenere lo stesso risultato, cioè indurre il nostro istinto a non reagire al canto. Se noi potessimo girare un interruttore e mettere l'istinto in fase "neutra", cosa avremmo? che la gola rimarrebbe sempre aperta, la laringe mobilissima, così come la lingua e la mandibola, le vocali tutte uguali quanto a sonorità e squillo, ecc. ecc. Invece noi ci troviamo continuamente a combattere con un "puledro" che non vuol essere domato e che scalcia e si imbizzarrisce. Tutto il problema sta adesso nel capire: come??