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giovedì, gennaio 26, 2023

Dello spazio

 Non è così scontato comprendere cos'è lo spazio. Se io guardo un locale vuoto, dirò che c'è molto spazio; se nel locale ci sono molti mobili e suppellettili, dirò che c'è poco spazio. Se penso alla bocca, al faringe, alle fosse nasali, dirò che c'è un certo spazio. Se noi riflettiamo in modo un po' più pignolo, dovremmo dire cose diverse, perché anche il locale vuoto in realtà non ha spazio, se considerassimo che è pieno d'aria! Quindi perché diciamo che c'è molto spazio? perché l'aria non ci crea ostacoli, quindi possiamo mettere oggetti dove c'è solo aria, mentre dove ci sono altri oggetti lo spazio viene ridotto. Questo è il pensiero concreto, ma nel nostro caso dobbiamo considerare che il canto non è un oggetto, ma è aria, che ha cambiato stato per essere stata messa in vibrazione, ma sempre aria è. Prima cosa. Seconda cosa: nel momento in cui decidiamo di cantare, così come parlare, nel condotto respiratorio, durante l'espirazione, si interpone un ostacolo, che sono le corde vocali. In un vecchio post avevo messo una raffigurazione, cioè una sequenza di pendoli. Lo rimetto qui per potervi fare riferimento. 




Come si vede, avevo dato a ciascuna pallina un ruolo: fiato, corde vocali, faringe, bocca, esterno. Adesso però devo fare qualche variazione. La prima, più che fiato, potrei indicarla come diaframma o muscolatura respiratoria e anche polmone, cioè quell'insieme di componenti che conferiscono energia al fiato. Altre componenti, come faringe e bocca, sono puramente condotti ove transita il fiato o il suono, mentre le c.v. sono il "traduttore", cioè l'organo che modifica il fiato in suono. Poi manca un elemento, cioè il o i punti ove il suono può trovare resistenza e creare risonanza o amplificazione. Prima di fare ulteriori commenti, consideriamo le cose alla luce di quanto detto sopra. Tra il diaframma e la bocca c'è aria, non c'è il vuoto! Ma qui non è come una stanza, dove ci interessano solo gli oggetti materiali; se si muove l'aria, io devo considerare che l'aria già presente costituisce un ostacolo, o comunque un elemento di cui dobbiamo tener conto. In effetti, nell'istante in cui nasce l'impulso al canto (ma anche alla parola), la base energetica, che possiamo identificare col diaframma, preme sull'aria già presente, la quale ha la sua "punta" sotto le c.v., dove si crea il suono, e a sua volta il suono crea una pressione sull'aria già presente che avrà una punta in qualche altro posto (sia il palato duro, in un determinato luogo o altri a seconda di come è atteggiato il faringe). In questa situazione noi abbiamo quello che definisco un "tubo spezzato", perché l'aria non costituisce un'unica colonna, ma è suddivisa in due tratti. In questa condizione, noi non potremo mai avere un canto realmente artistico, perché l'unica condizione perché ciò avvenga è che la colonna sua "una". Nell'arte noi dobbiamo sempre avere condizioni di unità e non di suddivisione. Sapendo che ciò che crea la suddivisione sono le c.v., ci si potrà chiedere come è possibile creare una colonna unica. Ma la risposta non è affatto difficile. Basta considerare l'anatomia e fisiologia della laringe. E' essa un organo fisso e immobile? no. E' un organo elastico e mobile. Ciò fa sì che essa fluttui nel flusso aereo e non opponga una vera resistenza, a meno che non lo facciamo noi o non si creino le condizioni perché ciò avvenga. Se noi blocchiamo la laringe volontariamente, abbiamo ipso facto creato un ostacolo fisso, quindi irrimediabilmente si creeranno due tronconi aerei, uno inferiore e uno superiore. Se non blocchiamo volontariamente, ma creiamo condizione di spoggio, tipo un eccesso di spinta o di intensità o di frequenze, il diaframma (istinto) reagirà con un sollevamento energico che spingerà sull'aria che farà sollevare la laringe in modo non funzionale al canto e di conseguenza la bloccherà in una posizione più alta, o comunque erronea, e questo tornerà a creare i due segmenti. Nel parlato tutto ciò non accade, la laringe è libera e relativamente autonoma (in realtà si muove relativamente ai molti parametri cui deve sottostare), in meravigliosa coordinazione con il fiato e con i movimenti articolatori. Tutto questo noi possiamo ricrearlo nel canto, ma tenendo presente che il parlato è già un senso (vocale verbale), mentre il canto no, e dobbiamo creare le condizioni perché lo divenga tramite la disciplina artistica. Quindi il motivo per cui noi possiamo generare una vocale nello spazio esterno in un determinato attimo senza che ci voglia un tempo affinché l'aria compia il processo, è che c'è questa catena che parte dal diaframma e giunge al punto focale senza che ci sia alcun movimento interno, esattamente come nella catena di pendoli, dove la prima pallina colpisce la seconda e immediatamente si alza l'ultima perché l'energia transita senza che vi sia alcun movimento. Potremmo dire che noi è come se con il semplice impulso mentale di voler cantare, ci trovassimo fuori della bocca il diaframma, le c.v., il suono grezzo e la vocale o sillaba conclusiva nello stesso istante. E questo significa anche che è profondamente errato dare un attacco interno. Ogni vocale o sillaba (quindi compresa la consonante iniziale) potrà e dovrà nascere istantaneamente nello spazio esterno. 

lunedì, gennaio 23, 2023

L'allievo e l'ego

 Mi sono soffermato ogni tanto a parlare dell'ego e dell'influenza gravemente negativa che ha sull'apprendimento e sulla pratica artistica. In qualche raro caso ho detto a chiare lettere a qualche allievo che il motivo per cui i progressi erano lenti, dipendevano dall'ego. Ho notato più incredulità che altro. Le persone "normali", cioè che conducono una vita tranquilla, senza particolari "grilli", non pensano e forse non credono di poter essere influenzate dall'ego, che di solito viene attribuito alle persone "importanti", o che si ritengono tali, ma la realtà è diversa, e cioè che più o meno tutti sottostiamo all'ego. Però forse è bene chiarire cos'è. L'ego è uno sdoppiamento di noi, dove però la nostra vera personalità, che chiamiamo "io", viene tenuta nascosta, e corrisponde al nostro stato di coscienza, che le persone stesse stentano a conoscere, tant'è vero che quando subentrano delle crisi, come la depressione, si ricorre allo psicologo, all'analista, ecc. per cercare di riportarla in superficie, ma la cosa è difficile, se non impossibile, se non si demolisce l'ego. L'ego ha una sua personalità, e rappresenta la parte più superficiale, meno nobile di noi, ma è anche la parte che punta dritta ai nostri desideri, è più coraggiosa. Quando ci sono delle spinte artistiche da parte dello spirito, l'ego subentra ed esalta questi desideri per farne oggetto di futuri successi e trionfi. Quando si decide di prendere lezioni (perché il più delle volte esso ci illude che possiamo farcela benissimo da soli), una delle prime domande che si pongono è: "ma quanto tempo ci vorrà?"! Certo, perché il tempo è denaro, dunque non bisogna perderne. Il che è anche vero, ma se siamo in campo artistico e il fuoco spirituale è vero e sincero, l'obiettivo è la perfezione, indipendentemente dal tempo. Allora fin dalla prima lezione si ricercano gli sviluppi, i progressi. Dopodiché a ogni lezione, che vada bene o male, si aspetta la prossima per fare quel salto che ci porta alla conclusione. Ma cosa c'è invece che non va? Due cose, entrambe importanti: la mente è "duale", cioè la presenza dell'ego e della sua personalità, divide la nostra mente, per cui ci siamo noi, a lezione, che però stentiamo ad ascoltare e comprendere tutto ciò che facciamo e tutto ciò che ci dice l'insegnante, perché una parte della mente è distratta, divisa, da quel sogno, da quel desiderio di arrivare. Non è oggi?, beh, sarà la prossima volta. Ma manca quella rilassatezza e quell'unità di pensiero che non ha fretta di arrivare, ma fa solo e unicamente ciò che c'è da fare, senza aspettarsi niente. La seconda cosa è la copertura della coscienza. Se non ci liberiamo dall'ego, la nostra coscienza rimane perennemente oscurata. Non riusciamo a vedere la verità, non riusciamo a prendere atto realmente dei nostri progressi, ce li rappresenta l'insegnante, li immaginiamo, ma non sappiamo sinceramente distinguere il buono dal meno buono, non intraprendiamo la strada per diventare maestri di noi stessi. Scoprire la coscienza vuol dire riconoscere i nostri errori, quindi probabile sofferenza. In realtà la sofferenza può esserci ugualmente, quando l'insegnante comincia a denunciare il minor avanzamento, la difficoltà di prosecuzione, ma la mente dice: "non importa, sarà per la prossima volta", e giù scuse (oggi non stavo bene, è un periodo così, ecc.). Demolire l'ego è molto difficile, ci espone, è come denudarci; l'ego è come una comoda coperta che nasconde la nostra parte più interiore e quindi intima e segreta, ma purtroppo lo fa anche verso noi stessi, cioè impedisce di vedere la nostra parte più profonda, ma questo non ci angustia, perché sappiamo che lì ci sono o ci possono essere aspetti di noi che possono non piacerci, dunque meglio non saperli. Allora ecco che i grandi e veri Maestri praticano le "docce di chiodi", cioè degli approcci che possono scatenare le nostre reazioni, ma che ci pongono di fronte a delle scelte: mi sta bene affrontare queste prove e quasi umiliazioni, o meglio l'insegnante buono e accogliente, magari anche severo, ma che non mi mette in questa situazione imbarazzante? Mettersi in gioco è sempre la scelta più difficile. Celibidache, dopo diversi anni che dirigeva i Berliner philarmoniker, una delle orchestre migliori del mondo, oltre 400 concerti in circa 5-6 anni, incontrando un suo grande insegnante, Heinz Thiessen, chiede un parere sul concerto che ha ascoltato, e quello risponde "sei un cretino, ti pavoneggi sul podio ma non ho sentito una nota di musica". L'ego avrebbe potuto benissimo saltar fuori e fregarsene di quel giudizio, o addirittura dare una rispostaccia. Invece Celibidache, che magari avrà sofferto per qualche istante e si sarà morso la lingua, chiese di incontrarlo e ricominciare a studiare. Si è rimesso in gioco e in quel momento è morto il vecchio Celi e nato il grande Celi, che rinunciò alle grandi orchestre, tranne, a fine carriera, i Munchner, e ha vissuto per l'arte, non per il successo, o indipendemente dal successo. 

venerdì, gennaio 20, 2023

dei sensi vocali

Tutti, o quasi, gli animali, posseggono la capacità di emettere segnali sonori ("il coccodrillo come fa?"). Questi segnali, che hanno motivazioni istintive (pericolo, dolore, aggressione, accoppiamento, ecc.), possiamo dire che siano sensi veri e propri, infatti riguardano tutta una specie e, a meno di traumi o patologie, sono sempre presenti durante la vita di ciascun essere. Essi sono costituiti da suoni, variamente modulati in base al sentimento che lo origina (se è dolore, se è rabbia, se è piacere...). Ovviamente esistono anche nell'uomo, e possiamo definirlo SENSO SONORO, appunto perché formato da suoni. Solo l'uomo ha poi avuto in dono dalla Conoscenza, la possibilità di svilupparlo in modo più avanzato, che possiamo definire SENSO VOCALE VERBALE. Vocale, lo dice la parola stessa, deriva dalla possibilità di emettere questi fonemi particolarmente sofisticati. Qualcuno potrebbe giustamente osservare che è tipico dell'uomo anche emettere le consonanti, e come mai non ottengono la stessa attenzione? Per almeno due ragioni. La prima: le consonanti hanno un'origine puramente fisica, cioè derivano dall'incontro di due parti anatomiche (lingua e palato, labbra, lingua e faringe...) e la maggior parte di esse non ha un suono proprio ma si deve alleare con la vocale che viene pronunciata successivamente (ba, bo, pi, pu, ecc.). La seconda: la consonte non è in relazione con i sentimenti e le emozioni, ci lasciano indifferenti. Viceversa le vocali hanno attinenza con la nostra interiorità, anche se a un livello piuttosto superficiale, non hanno certo l'incidenza delle parole, se dette con sincerità e verità nel giusto contesto. Dunque l'uomo possiede, oltre al senso sonoro, il senso vocale, ma legato alla parola, quindi verbale. E' vero che anche a livello spontaneo l'uomo può cantare, ma con varie limitazioni. Se non siamo in presenza di un caso particolarmente dotato, ci sono limiti di estensione, di intensità, di ricchezza armonica, di dinamica, senza contare i possibili limiti di natura musicale (intonazione di singole note e/o di eseguire determinati intervalli). La possibilità, dagli anni 30 del Novecento, di potersi avvalere di impianti di amplificazione, ha permesso a chi aveva una voce perlomeno intonata e di accettabile fattura estetica, di poter cantare un repertorio cosiddetto "leggero". In seguito, al mutare dei canoni estetici, si è allargata la platea anche agli "urlatori". La più sofisticata tecnologia oggi permette anche a persone non troppo intonate di poter cantare, perché gli impianti possono "aggiustare" le note in tempo reale. Purtroppo anche in campo operistico sono avvenuti dei cambiamenti. La microtecnologia oggi permette anche ai cantanti in teatro (e agli attori) di essere amplificati senza che il pubblico se ne avveda (ma spesso lo si fa anche in maniere evidente, tanto non c'è più molta protesta). Questo consente a cantanti con imperfetta, a volte anche decisamente carente, vocalità, non solo di cantare senza porsi il problema di farsi sentire, ma anche di fare determinati effetti, come i pianissimo, senza particolari patemi d'animo, suscitando ammirazione, laddove una volta i cantanti sudavano e non di rado andavano incontro a possibili incidenti, data la difficoltà di eseguirli. Possiamo dire che tutti questi cantanti non si discostano dal senso vocale verbale, riuscendo però a conquistare dei canoni di maggiore capacità canora grazie alla costanza e diligenza nello studio che riesce ad abbassare, anche considerevolmente, le reazioni dell'istinto sfruttando la sua tolleranza, dal momento che riconosce la scarsa pericolosità di quest'attività, ma resta in guardia e comunque andrà sempre a cercare di riprendersi i favori concessi, in quanto richiedono un consumo di energie elevate, non previste dal programma di conservazione, difesa e perpetuazione della specie. L'unico modo, che possiamo riconoscere essere al limite del possibile, è creare un ulteriore senso, quindi compiere un salto evolutivo, e cioè creare il SENSO FONICO, o VOCALE ARTISTICO, che altro non è che un estremo sviluppo del senso vocale verbale, dettato da una esigenza di natura spirituale. Quindi noi possiamo dire che l'uomo è già un artista anche a livello "basico", perché il senso vocale verbale è già di per sé una condizione artistica, che è stata assunta, a vari livelli, da tutti gli uomini, cioè è comune alla specie. Il compito di una grande scuola di canto è quello di far fare ai propri allievi un ulteriore salto evolutivo. Ciò che manca alla specie umana in genere non è qualcosa che noi chiamiamo voce, e che in realtà non è niente, perché il suono-voce è solo un processo, non è un oggetto, ma è una condizione respiratoria del tutto particolare, legata alla possibilità di alimentare suoni vocali artistici perfetti, quindi acquisendo capacità qualitative non comprese nella sua natura primaria di scambiatore chimico gassoso.

mercoledì, gennaio 18, 2023

Concentrazione-presenza

 Pensate a un calciatore che si trova non lontano dalla porta avversaria e riceve un "assist", cioè un buon pallone. A quel punto non può che giocarsela, cioè partire in dirittura della porta, cercando di dribblare, cioè di evitare tutti i difensori che cercheranno di fermarlo e prendergli la palla. Quale sarà la sua concentrazione e presenza? Può pensare alle vacanze, alla fidanzata, agli amici e ai parenti? Può pensare ai ricordi? Può pensare a cosa farà l'estate prossima? La sua mente sarà inchiodata a dirigersi verso la porta cercando di vedere gli avversari e come evitarli. Questo è un esempio fulgido di presenza e concentrazione. Anche un cantante in mezzo al palcoscenico che sta per attaccare un'aria difficile e attesa dal pubblico sarà in preda a uno stato di concentrazione estremo. Questo, invece, difficilmente capita a un allievo di canto durante la lezione o durante degli esercizi a casa. Infatti quando si presenterà davanti a una commissione per un esame o un concorso o audizione, o a un saggio, sarà probabilmente terrorizzato, perché non ha disciplinato questa condizione. Mi è capitato in qualche lezione di dire all'allievo che non riusciva a pronunciare una certa vocale o parola: "concentrati e cerca di dire questa sillaba o vocale o parola come fosse la cosa più importante delle tua vita, qualcosa di cui dipende il tuo futuro"; beh, non ci crederete, ma il risultato c'è stato. Naturalmente è un fatto eccezionale ed estremo, non si può far lezione in questo modo, cioè ogni volta che qualcosa non viene, ma l'insegnante sa che potrebbe venire, forzare la mente a una concentrazione estrema. Purtroppo il dato che emerge è che anche in una attività che facciamo più che volentieri, che ci appassiona, in un contesto positivo, con una fiducia ampia tra allievo e insegnante (e viceversa), oggigiorno ottenere una vera concentrazione è quasi impossibile. Sappiamo che il problema è la "dualità", cioè il fatto che la nostra mente è perennemente distratta, divisa tra ciò che stiamo facendo e altri pensieri, magari attinenti alla stessa attività, ma non presente. Purtroppo non ci sono molte soluzioni alternative e non ci sono ricette. Stare vigili, riposarsi spesso sono possibili soluzioni, ma non garantiscono nulla. Però si sappia che il successo e la rapidità di apprendimento dipendono fondamentalmente da questo! La stessa cosa vale per l'insegnante, che però non può distrarsi mai! Allora l'allievo è anche invitato a cogliere la concentrazione dell'insegnante, non solo gli esempi e le parole. Ricordiamoci, è fondamentale, che la concentrazione richiede RILASSAMENTO, non tensione. In un certo senso potremmo dire che non ci deve essere uno sforzo per rimanere concentrati su quanto stiamo facendo, ma ci rilassiamo escludendo tutto ciò che non c'entra, compresi pensieri sul canto. Mi spiego: l'insegnante ci dice di fare un determinato esercizio, e ci può consiglia come farlo, magari con qualche cambiamento rispetto a una esecuzione precedente. A quel punto la nostra mente può pensare: "perché continuiamo a fare questo esercizio, che non mi viene bene?", oppure "non sarebbe meglio fare quell'altro esercizio, che mi riesce meglio?", oppure "non ho ben capito cosa ha detto, ma provo lo stesso", oppure "mi dice di fare questa cosa ma mi pare diverso da quello che mi aveva detto prima", ecc. ecc. Ovvero sorgono domande, criticità, perplessità o punti di vista che ci teniamo per noi, che difficilmente condividiamo, e che oltre a distrarci, creano insicurezze e incertezze esecutive. Negli esercizi a casa, questo rapporto non c'è, quindi la mente resta un po' più libera, ma i casi sono due: o si eseguono degli esercizi in modo poco attento, oppure ci si continuerà a chiedere se è giusto, se l'insegnante lo vorrebbe così, cosa ha detto a lezione, ed ecco che anche qui si perde la concentrazione, non ci si ascolta realmente e si perde la presenza. Magari provate a chiudere gli occhi e ad ascoltare attentamente come suona la vostra voce nella stanza. Forse scoprirete qualcosa. 

domenica, gennaio 15, 2023

Tra suono e voce

 L'uomo, come la maggior parte degli animali è in grado di emettere SUONI volontariamente. Questi suoni, come gli altri esseri viventi che hanno questa possibilità, vengono utilizzati per motivi esistenziali: difesa, offesa, richiesta di aiuto, accoppiamento, dolore, ecc. Questi suoni possiamo definirli PRIMITIVI, sia perché riguardano un essere in una limitata posizione evolutiva, sia perché sono i primi suoni che l'apparato preposto è in grado di emettere. L'uomo, e solo esso, ha poi avuto la possibilità di produrre una voce, o meglio di formulare fonemi e quindi PARLARE. Ora, la domanda è: cosa ci sta tra il suono primitivo e la voce parlata? E' chiaro che qualcosa è intervenuto in una determinata fase evolutiva dell'uomo. E' la CONOSCENZA. Tutti gli esseri viventi posseggono un determinato grado di conoscenza, e ognuno di essi impiega questo livello e lo applica a cose che fa: pensiamo a un uccellino che si costruisce il nido, cioè elabora e sfrutta cose esistenti, tipo rami e foglie, in un modo diverso per affrontare le proprie esigenze di vita. L'uomo, nella propria evoluzione, ha avuto diversi doni, oltre la parola: la posizione eretta e una mente molto più sviluppata (che poi sono cose in relazione tra loro), ma questo sviluppo non ha riguardato aspetti esistenziali, ma qualcosa di molto più raffinato, cioè la conoscenza stessa. La parola e la mente hanno avuto come obiettivo il comprendere perché parliamo e perché pensiamo. A parte queste considerazioni, ciò su cui voglio puntare è la QUALIFICAZIONE di ciò che elaboriamo. L'uccellino si fa il nido come sa, come ha sempre fatto e come fanno tutti i suoi simili. Noi non ci accontentiamo di farci una casa fatta con quattro mura, ma vogliamo che abbia una determinata qualità, diciamo: che sia bella (e anche "più" bella, perché abbiamo anche l'invidia, la gelosia, ecc.). L'uomo può prendere un pezzo di legno e farci una scultura, disegnare e dipingere su una superficie qualsiasi, ecc., cioè trasformare materiali esistenti e tendenzialmente privi di valore in qualcosa che acquista un valore anche elevato... MA! che solo la conoscenza stessa è in grado di riconoscere. Per fermarci ai primi danni, ciò su cui voglio soffermarmi è il tragitto tra suono e voce parlata. Se è vero che in quel percorso subentra la conoscenza, quindi la verità, io mi chiedo: come è possibile che chi studia canto possa sottovalutare e sottostimare l'importanza fondamentale della parola e riferirsi quasi unicamente al suono? Valorizzare il suono significa tornare alla sua primitività, cioè, se non escludere, ridurre l'apporto della conoscenza nel processo produttivo del canto. Ma se l'arte è o dovrebbe essere conoscenza e verità allo stato puro, come è possibile arretrare dalla fonte principale di essa? Non solo non si dovrebbe, ma dobbiamo renderci conto che SOLO grazie a questo dono (la parola), noi abbiamo la possibilità di proseguire nell'evoluzione e portare il nostro fiato alimentante la voce parlata a uno stadio successivo e fino alla perfezione stessa. Questa è la strada che ci consente di acquisire quel senso in più. Per ulteriore chiarezza, preciserò che suono e voce non sono due cose diverse, ma la seconda, la voce, non è altro che la qualificazione del suono, ovvero è già contenuta nel suono, ma è necessario un processo, una disciplina perché possa manifestarsi, tranne qualche raro caso in cui emerge da sola (e allora parliamo di un "fenomeno") perché deve riconoscersi.



venerdì, gennaio 13, 2023

Progettare-immaginare-fare

 La lezione ci fornisce esperienza. L'insegnante non solo ci mette nella condizione di svolgere determinati esercizi, ma ci spiega il perché si fanno, perché si fanno così, perché è bene fare e/o non fare determinate azioni, e così via. Lontani dalla lezione si può tentare di ripetere gli esercizi, ma spesso, specie nei primi tempi, abbiamo molte esitazioni e dubbi sulla correttezza. In effetti, facendo ci possiamo trovare di fronte a ostacoli imprevisti o che non ricordiamo e che quindi non sappiamo affrontare e abbiamo paura di affrontare perché temiamo di praticare in modo scorretto e quindi di fare passi indietro o procurarci danni. Lo stesso insegnante suggerisce di non fare esercizi a casa, o di fare solo quelli più semplici e sicuri. Ma c'è una via più interessante e tranquilla: l'immaginazione. La nostra immaginazione non fa differenza tra ciò che facciamo praticamente e ciò che immaginiamo. E' stato provato che tra persone che facevano un certo esercizio fisico e altre che lo immaginavano soltanto, al termine di un periodo di prova, sono stati riscontrati gli stessi risultati. L'esperienza è importante, quindi l'esercizio domestico può consistere anche solo nel ripercorrere ciò che abbiamo fatto a lezione. Se abbiamo una registrazione ci può anche aiutare, ma l'immaginazione deve essere compiuta nel silenzio. Si tratta di riprovare alcune sensazioni sia positive che negative, resistere a quest'ultime e ripercorrere felicemente le prime. Faccio un esempio: se io mi impongo di non fare una determinata azione, ad es. non prendere il caffè, so che potrà capitare di trovarmi nella situazione in cui sarò messo in una condizione forte di derogare a quel mio precetto, ad es. un incontro con amici o parenti. In quel momento io sarò fortemente sollecitato a derogare, trovando mille scuse ("è solo una volta, cosa potrà mai farmi", ecc.). La questione è vivere con l'immaginazione fin dal momento in cui ho preso una determinata posizione (non prendere il caffè) il momento in cui mi troverò in difficoltà e come, con quale volontà e con quale coscienza affrontare e superare la spinta alla deroga. E' un esercizio per nulla semplice. Io, non volontariamente ma grazie all'esperienza compiuta con i miei studi e soprattutto grazie alla spinta interiore che non mi ha mai abbandonato, ho spesso immaginato la mia voce staccata dal corpo e libera nell'ambiente. Quando questo mi è accaduto ho provato una grande gioia e una sensazione di vera libertà, che non vedevo l'ora di riprovare nella realtà. Ribadisco che non si tratta di "inventare", cioè non posso immaginare ciò che non ho mai vissuto, quindi ciò che conta è l'esperienza, e l'esperienza della lezione deve diventare fondamentale per l'evoluzione che ho in animo di percorrere. Non si tratta di memorizzare, la memoria conta poco e niente, ma di vivere con tutta l'anima e il corpo, di provare effetti concreti, anche se non necessariamente fisici. So che immaginare di rifare solo mentalmente determinati esercizi può essere molto impegnativo per la mente, ma è proprio questo impegno a permetterci di compiere importanti passi avanti. Se si considera l'importanza di questo procedimento, anche la lezione può assumere una importanza diversa, nella prospettiva di dover poi immaginare di ripeterla personalmente. Si dirà: non ci riesco, non so come fare... sono le solite scuse. Bisogna provare e impegnarsi. All'inizio sarà difficile e breve, ma poi si arriverà a praticare con successo. 

giovedì, gennaio 12, 2023

La sostenutezza

 Quello che vado a fare è un discorso più mirato a chi studia già da un po' di tempo e bene. In tutte le scuole di canto si parla molto di respirazione, ma lo si fa come se fosse un'attività distaccata dal canto, la qual cosa sostanzialmente serve a poco o niente. Il respirare deve essere sempre legato all'attività per cui si compie quest'azione, quindi nel nostro caso, al canto. Dopo un periodo più o meno lungo in cui l'insegnante lavora per far sì che le reazioni del corpo si abbassino, e in quel periodo è più opportuno compiere una respirazione diaframmatica, ma non troppo caricata, più naturale possibile, ecco che diventerà più efficace passare alla respirazione costale, che rappresenta l'integrazione della diaframmatica. Per dirla tutta, è meglio iniziare sempre le lezioni o le sedute con la diaframmatica, per passare alla costale quando si avverte che il fiato è libero e fluido. La respirazione costale ha il vantaggio di non premere sugli intestini e di far sì che il diaframma assuma una posizione più orizzontale, quindi più vantaggiosa (nella diaframmatica tende ad assumere una posizione inclinata verso l'avanti, quindi a spingere verso la bocca dello stomaco). Ora, cosa capita quando si canta? Che diminuendo il fiato, le costole tenderanno a chiudersi, a ricadere, e quindi l'intero torace a premere sul fiato, che non avrà più la libertà di alimentare il canto. per questo motivo noi dobbiamo sostenere non la voce, come si dice in molte scuole di canto, ma il petto, perché è con quest'azione che si consente all'aria di "galleggiare", cioè di mantenere quella libertà che è fondamentale per un canto artistico. Gli antichi insegnanti parlavano e raffiguravano la sostenutezza con quell'atteggiamento "nobile" che risulta proprio dallo "stare su", dal non consentire MAI al petto di ricadere. E' un impegno importante che deve essere esercitato a lungo perché divenga naturale. Mantenere quella postura significa anche mettere la muscolatura respiratoria nella condizione di rimanere come se fosse sempre in inspirazione, cioè non creare l'apnea e la chiusura glottica dopo la presa del fiato. 

Questo atteggiamento diventa particolarmente importante da osservare quando si studiano i brani. Eseguita una prima frase, durante la quale si sarà consumato del fiato, se non si è stati capaci di mantenere il busto ben sostenuto, esso "cadrà", cioè non si sarà mantenuto il galleggiamento del fiato. La qual cosa è comprensibile per un certo periodo; ciò che diventa importante è il recupero successivo! Cioè il problema è che se non si prende il respiro successivo riportandosi nella postura del petto alta e fiera, la seconda frase ristulterà subito carente e alla lunga tutto ciò porterà alla stanchezza vocale. Certo anche rimanere in quell'atteggiamento può portare a stanchezza fisica (non vocale), ma in tempi piuttosto brevi si riuscirà a superare questo problema, perché il peso e l'impegno non sono affatto gravosi, non parliamo di pesi e carichi consistenti. Quindi sarà necessario studiare con una particolare attenzione e concentrazione: non andare avanti indifferentemente, ma ogni volta che si dovrà riprendere il fiato, lo si dovrà fare con il tempo necessario a far sì che sia completo, cioè che ci consenta di riportarci nell'atteggiamento più alto, nobile possibile ("datti delle arie" diceva il m° Antonietti). Questo, pertanto, ci impedirà di studiare con un accompagnamento eseguito a tempo, quindi questo è un esercizio da fare a cappella. Se subentra stanchezza fisica, ci si ferma per un po'. Se subentra stanchezza vocale, vuol dire che non lo si sta eseguendo correttamente.