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martedì, dicembre 04, 2018
Quelli che "se la cavano"
Una domanda può sorgere spontanea quando si leggono tante informazioni su questo blog che espongono in modo abbastanza evidente che scuole di canto non ce ne sono quasi più e la maggior parte degli insegnanti navigano in situazioni che vanno dal "sentito dire" al "si è sempre fatto così" (non è vero) all'esperienza personale senza fondamenti ecc. ecc., e cioè: come mai, alla fin fine, di cantanti ce ne sono tanti che comunque eseguono in ogni parte del mondo opere anche di notevole difficoltà? Ci sono diverse risposte, ma che attengono sostanzialmente a una importante e unica fattispecie: chi canta se la cava! Ci sono persone che per doti naturali innate, per prestanza fisica e soprattutto respiratoria, hanno voce forte, robusta, resistente e di ampia estensione fin da giovanissime. La fortuna, per queste persone, è di trovare un insegnante che non li rovini, il che è difficile tanto quanto trovare un buon maestro. Ma a questo può sopperire l'intelligenza. Se hanno perspicacia, prontezza, sapranno scappare da quegli insegnanti che li condurrebbero a pronta fine. Poi, invece, ci sono insegnanti che pur non avendo una reale padronanza della materia, pure loro se la cavano, con un po' d'istinto, di orecchio e non badando troppo alle tante sciocchezze che circolano, e magari anche con un po' di umiltà che li ferma quando si rendono conto che non sono sulla strada giusta, riescono a tirar fuori un po' di buoni allievi, sempre partendo comunque da persone dotate vocalmente e sveglie. Infine ci sono alcuni, pochi, che se la cavano davvero da soli. Direi soprattutto in campo femminile. La mia constatazione, non solo recente, è che oggigiorno le donne che cantano, soprani o mezzi, sono messe molto peggio degli uomini. Questo però non sembrerebbe, considerando che il repertorio operistico negli ultimi decenni si è parecchio spostato dalle opere dove i protagonisti erano maschi, soprattutto tenori (ma con una buona rivincita dei baritoni) a quelle con protagoniste donne, e questo anche per una predilezione verso il belcantismo che si è imposta. Il fatto è che le donne sono sempre mediamente più preparate degli uomini, ma soprattutto perchè... se la cavano molto di più. Hanno più resistenza, ma soprattutto la loro corda acuta è più facilmente piegabile all'emissione anche forzata, cosa che agli uomini non riesce altrettanto bene, se forzano steccano o emettono suoni inascoltabili. Oggi la maggior parte delle cantanti non pronuncia accettabilmente, i suoni sono perennemente indietro, quando non intubati, ingolati, ingolfati, nasaleggianti, ballanti, stonati. A questo seguono problemi di personalità, di musicalità, di identificazione nei personaggi e nelle situazioni. Fredde o scioccamente esagerate. Eppure godono di autentici fanatismi tra gli spettatori. Cantanti che mi farebbero uscire a metà della prima aria, sono più che tollerate, amate! Va bene, in alcuni casi si tratta di belle o bellissime donne, e questo, seppur poco c'entri, può essere comprensibile, ma non è sempre così. Dunque il declino uditivo è palese. Oggi nessuno bada se non si capisce più niente di quanto una cantante dovrebbe dire, e manco si bada che quanto (non) viene detto rappresenta la partecipazione viva e sincera del cantante a quel ruolo. Un acuto forte o una mezzavoce, anche se indietro, strozzata, fanno saltare sulle sedie. Una bella voce fa strappare i capelli. Eppure non è niente, è solo la materia prima; come se si gridasse al miracolo nel vedere un bel pezzo di marmo; lo scultore ancora non ci ha messo le mani sopra, o ha giusto arrotondato un po' gli spigoli... Certo ci sono cantanti con una tale indole musicale, che non si può rimanere insensibili, o con un orecchio all'intonazione ammirevole. Tutte doti che non passano inosservate, ma che non sono e non si possono confondere con l'arte. Purtroppo ne hanno preso il posto, al punto che ci si è fatta l'idea che senza doti innate non si canta. E grosso modo è così, o forse è proprio così e basta. Il problema è che non hanno molte chances di durare a lungo, il che li porta in tempi abbastanza rapidi a lasciare la carriera e...?! Naturalmente insegnare! Cosa? niente, perché non avendo una grande scuola alle spalle, non sanno esattamente come risolvere i problemi, per cui vanno a "naso" e di solito fanno danni, ma siccome hanno avuto molta visibilità, si pensa che invece siano insegnanti ideali. Termina una poesia del m° Antonietti: "... poi a tua volta, tu ti ritrovi un lavatore, d'una catena con tanti anelli, fatale macchina lavacervelli".
martedì, marzo 07, 2017
Tutti bravi!
Dunque: ricevo un commento, nemmeno tanto polemico tutto sommato, di un parente di un cantante che in un passato post ho citato con alcune critiche sicuramente non lievi. Lasciamo stare che il post non è stato letto attentamente per cui nel commento vi sono alcuni errori; mi sono messo nei panni di un parente di un cantante che ha svolto una carriera non effimera, con i suoi fans, i suoi ammiratori, oltre che parenti, e mi trovo a leggere una critica non piacevole. Certamente ci rimarrei male e, in modo più o meno violento, presumo che protesterei, andando a ricercare "pezze d'appoggio" che supportino un punto di vista positivo da opporre alle critiche. Però sarà bene ripercorrere gli eventi: su fb vedo un post (non ricordo più di chi) inneggiante il video di un cantante. Provo ad ascoltare e trovo che il suo canto non corrisponda a numerosi punti di un codice artistico che perseguo nella mia scuola e che ritengo indispensabili per valutare positivamente un cantante. Non commento in quella sede (fb), perché so già che si creerebbero discussioni aspre e inutili, ma commento sul mio blog. Ora, sarà bene spiegare che non è che mi sono ritirato sul blog in quanto "mio" spazio personale dove posso dire ciò che voglio e dove nessuno deve permettersi di mettere in discussione i miei scritti. Non è così! Ho preso spunto da quella situazione per scrivere un post dove il soggetto non era QUEL cantante (quindi io non ce l'ho affatto con lui), bensì proprio i criteri per valutare una esibizione, una buona performance vocale-canora. Ma vediamo un po' cosa succede in giro: da anni, direi decenni, è presente su una rete radio nazionale un programma di musica operistica, dove due conduttori e uno stuolo di inviati prende in considerazione la produzione lirica nei teatri italiani ed esteri attuale, e ripercorre la storia di questo settore musicale con dischi e letture. Vuoi in relazione a cantanti in vita che rispetto a voci storiche, si sente di tutto, comprese stroncature impietose. Per molti anni (non so se hanno smesso perché non l'ascolto più da tantissimo tempo), un "passatempo" frequente era quello di dire cattiverie sul soprano Fabbricini. Non si può immaginare quanto mi faceva rabbia sentire falsità, meschinità e sciocchezze riguardanti un soprano che ben conoscevo e di cui apprezzo le doti e il lavoro svolto. Ma mai nessuno li ha fermati. E parliamo di due assoluti incompetenti in campo vocale, uno dei quali, per questo ruolo, si permette anche di svolgere masterclass di canto. Oltre a questo esistono riviste e libri (ancora in circolazione sicuramente alcuni di Celletti, ma anche di emuli più recenti) che non perdonano il cantare in un certo modo o il presentare determinati difetti o vizi. Allora dobbiamo chiederci: smettiamo di fare qualunque tipo di critica, partiamo dal presupposto che chiunque canta è bravo, evviva e tarallucci e vino? C'è qualcuno che è più degno di fare critica ("giornalista") e altri meno? Per quanto mi riguarda dico questo: la critica fine a sé stessa, cioè parlar male o bene di un cantante perché piace o non piace o per grossolane e superficiali motivazioni, no. La valutazione e gli aspetti di una esibizione vocale sono o possono essere importanti in un quadro didattico, ed è ciò che svolgo con questo blog. Sarà bene evidenziare un dato, che ho già esposto in passato, ma lo ripeto e ribadisco: la stragrande maggioranza di coloro che hanno fatto e fanno "carriera" in campo lirico, a parte doti e privilegi "di natura", sono persone che hanno dovuto studiare e si sono dovuti impegnare per anni. Lasciamo stare se poi per "arrivare" hanno utilizzato mezzi magari non proprio etici o se ci sono persone migliori che non hanno avuto la stessa "fortuna"; tutto può essere discutibile e tutti hanno diritto di parola anche se non lo meriterebbero in pieno. Occorre avere un certo rispetto almeno dell'impegno, e perché no, anche delle doti personali. Da qui in poi, però, subentrano e DEVONO subentrare i criteri. In questo blog e nella mia scuola non solo si insegna la vocalità e il canto, ma si devono imparare quei requisiti che fanno di un cantante un artista vocale. Si può benissimo discutere se questi criteri sono condivisi, quindi si possono contestare, ma ne occorrono altri, quindi non basta dire: "non mi ritrovo in quei criteri, non mi piacciono, non li condivido", devi darmene altri che a mia volta devo condividere. Dopodiché... sì, il blog è mio!
domenica, febbraio 28, 2016
La fama
Oggi, con il proliferare di sistemi comunicativi e sociali, è cosa comune leggere di lodi sperticate a questo o quel cantante (o direttore o altra figura pubblica) oppure di ferocissime critiche. Rimanendo nell'ambito musicale operistico, vedo di continuo frasi lapidarie: "grandissimo", "il più - o la più - grande" (con eventuali ruoli), e via dicendo. Come conseguenza c'è anche da osservare che in molti casi, pur in ambiti pubblici, cioè non in siti ristretti ai fan di questo o quella, il contraddittorio non è quasi mai ammesso, per cui chi loda i criticati e chi critica i lodati, è bersagliato a male parole. Ora, a cosa si deve questo fenomeno? Si potrebbe dire: alla fama, alla celebrità, il che è vero, ma occorre analizzare e fare un po' di chiarezza in merito. Partiamo da constatazioni: un artista si esibisce e ottiene un successo più o meno "rumoroso"; se questo successo comincia a ripetersi, il suo nome circolerà e lo seguirà nelle sue peregrinazioni. Ma non basta! A partire dal secondo / terzo decennio dell'Ottocento, dello spettacolo si occupa anche una certa stampa cosiddetta specializzata, nascono cioè i critici musicali o teatrali. Chi sono costoro? Sono giornalisti, persone che dimostrano una spiccata capacità di raccontare ciò che vedono, aggiungendo, anche se questo non sarebbe necessario, una forte tendenza a esprimere valutazioni e giudizi. Questi soggetti raramente sono musicisti, anche se col tempo maturano l'idea di esserlo e non di rado arrivano a rivestire ruoli in istituzioni o addirittura giungono ad insegnare o dirigere (in varie accezioni). Quando la loro origine è musicale forse è peggio, perché in genere hanno fallito o non ce l'hanno fatta, quindi devono riversare la loro bile in varie direzioni, quindi diventano veramente cattivi e criticano con asprezza e cinismo. Altro fenomeno non raro è quello corruttivo, per cui il giornalista-critico si intasca notevoli bustarelle per parlar bene-male di questo o quello. Questo fenomeno l'ho letto su giornali dell'800, non è legato solo ai nostri tempi decadenti. Mi pare ovvio che una buona campagna pubblicistica può generare o perlomeno sostenere l'obiettivo di raggiungere la celebrità, per quanto alla base debbano esserci sempre alcuni successi di pubblico. Ma, a un certo punto, la cosa prende ulteriori interessanti pieghe. Nasce il disco. Inizialmente è considerato una stupidaggine (l'ho letto su un giornale del 1878); dileggiato e irriso. Certo, quanto rimane impresso è davvero un segnale di scarsa qualità per diverso tempo, ma capita che, quando l'evoluzione comincia a essere rimarchevole, qualcuno si accorga che invece il disco possa rappresentare un volano straordinario di pubblicità e fama, specie se quanto si ode può risultare persino più interessante dell'originale. Qualcuno, cioè, scopre che esiste una "fonogenìa"; per vari motivi, non disgiunti dai sistemi pionieristici di presa del suono, alcuni cantanti sembrano avere voci più potenti e più belle di quanto si oda in teatro. Quindi chi inizia ad ascoltare rulli e dischi e non ha la possibilità di ascoltare quelle voci in teatro, si fa l'idea di un cantante che a volte è superiore alla realtà. Altra svolta, logica, è la nascita del critico discografico, che segue, nel bene ma soprattutto nel male, le linee già descritte per quello teatrale. Ma qui la piega diventa ancora più inquietante. Non ci sono solo i critici frustrati, quelli che prendono le bustarelle e quelli che ritengono - a volte nel vero - di poter esercitare un potere, ma piano piano (ma neanche tanto) nasce la grande industria discografica che diventa una potenza economica, ed è quindi in grado di gestire un mercato. Per qualche tempo è la base del mercato a dettare le regole, quindi i cantanti di successo teatrale, magari con gli "aiutini" dei critici, diventano famosi e la casa discografica li sostiene e li lancia alla grande; in seconda battuta decide che è lei a manovrare il teatro e quindi a creare e distruggere i miti. Certo, ci sarà quasi sempre (ma quel "quasi" non è certo un buon segno) anche un iniziale successo teatrale, ma le regole da seguire per adire alla celebrità cambiano, e diventano sempre meno artistiche, sempre meno ruotanti intorno a reali doti vocali, espressive e musicali, e più relative a doti fisiche, estetiche, e spesso supportate da un sottobosco di chiacchiericci, intrecci sociali, sessuali e cronachistici. Sia chiaro che anche questo è un dato sempre esistito, ma questo era successivo, riguardava i miti ormai consolidati, di cui si doveva parlare sempre. Da un certo momento invece questa atmosfera non dico che precedeva ma comunque accompagnava il nascere e il crescere di queste figure. Ora, fin qui credo di non aver detto niente di nuovo. Ciò che invece mi colpisce più negativamente è il fatto che tutto questo intreccio ha creato una massa di esseri convinti di sapere. La cosa è logica! Se migliaia di ciarlatani scrivono e chiacchierano con saccenza di questo o quello spettacolo e di questo o quell'artista, ma nei fatti tutti sanno che non sono niente e nessuno (parlo dei giornalisti), è chiaro che molti si sentano autorizzati a fare altrettanto. Molte persone, magari con facce meno "metalliche", per non esporsi troppo premettono un "io non è che me ne intendo tanto, però...." ecco, è proprio da quel "però" che si diparte il ruzzolone. Ma non è che le persone non possano o non debbano esprimere il loro parere, ci mancherebbe, il problema è che non lo espongano come un'opinione personale e libera, ma come un giudizio vero e proprio, maturato sulla base di un'esperienza, e questo vale anche per la stragrande maggioranza dei critici. Celletti si era convinto di capire di canto, al punto di insegnarlo e di diventare dirigente teatrale, solo ascoltando dischi!! Ma la cosa vale anche per tutti gli altri che l'hanno seguito. Conosco decine di persone che, pur conoscendomi e avvicinandomi con una certa cautela, non si esimono dall'esprimere valutazioni talvolta davvero imbarazzanti su questo o quel cantante o direttore d'orchestra. Ma certo che se non esiste alcun criterio, e l'unico sistema di giudizio resta quello della stampa, spesso e volentieri teleguidato dalle multinazionali discografiche, stiamo freschi! Ricordo bene quando il mercato discografico E DI CONSEGUENZA teatrale era blindato intorno a una decina di nomi, e, in tempi di vacche grasse, quando i dischi si compravano in quantità, si assisteva addirittura a numerose edizioni discografiche (E RAPPRESENTAZIONI TEATRALI) con gli stessi cantanti: Domingo, Caballé, Freni, Pavarotti, Ghiaurov, Raimondi, Cappuccilli, Milnes, Horne, Sutherland, con Muti, Abbado, Karajan, spesso litiganti veramente o fintamente. Altri quasi non esistevano, non facevano "cassa". Se tu osavi (e ancor oggi osi) mettere in dubbio le qualità (salvo andare nei siti dove lo sport è massacrare, ma sempre senza criteri) dei mattatori, vieni regolarmente preso a male parole, per quanto si possa dire con cortesia e argomentazione, perché sei fuori del coro; se tanta gente li ammira, come puoi pensare che non siano meritevoli del loro grande successo? Sono tutti sordi e scemi? eh... diciamo parecchio ingenui, soprattutto, ma anche disattenti, pigri, suggestionabili. Ma va bene così. Ciò che è sempre più grave è che questo fenomeno, che nel mondo dell'arte fa molto male, ma ha conseguenze più morali e psicologiche che altro, si sia portato nel mondo dell'economia reale e della politica. Qui la faccenda si fa davvero allucinante e suscettibile di conseguenze incontrollate. Ma non è questo il posto per parlarne, anche se tutto, in qualche modo, rientra in questo universo di coscienza.
venerdì, ottobre 16, 2015
Matrix
L'ipotesi di vivere in una realtà virtuale appartiene alla fantascienza, però possiamo constatare, con un po' di attenzione, che stiamo vivendo comunque in una realtà piuttosto alterata. Che sia stata la TV a portarci su questa strada è cosa scontata, però questa patina si è ormai diffusa un po' a tutto il mondo che ci circonda, in particolare quello dello spettacolo, laddove poi si è cercato di trasformare tutto in spettacolo, e dove le persone ormai inglobate in questa pseudo realtà fanno da diffusori di questo virus.
Se si vanno a riguardare le trasmissioni televisive degli anni 50/60 (su youtube è semplicissimo), si può notare che gli attori, i cantanti, i presentatori che apparivano in quegli anni erano persone come noi; personaggi di bravura stratosferica, apparivano in televisione con la semplicità e la presenza che potevano avere nostro zio, il nostro vicino di casa, l'uomo che si incontrava per strada, insomma. Si percepivano nelle loro performance l'emozione, la tensione di un evento che richiedeva impegno, studio, disposizione, tanto lavoro, e al termine si percepiva anche la liberazione finale. Ma, in quelle condizioni, gli errori, le distrazioni, gli imprevisti, erano sempre in agguato. Quanti avevano fatto teatro, e quindi convivevano con quella possibilità, sapevano trarsi d'impaccio e non di rado creare situazioni ancor più interessanti. Ma sappiamo che la pigrizia è perennemente nostra compagna, da un lato, e una certa classe dirigenziale, particolarmente abile a uccidere l'arte, ne è il supporto ideale. Perché vivere in quello stato di timore quando i mezzi tecnici potevano consentire di eliminare ogni errore. E così in poco tempo la TV abolì totalmente la ripresa diretta (tranne gli eventi sportivi, qualche spettacolo teatrale - ma sempre meno - e qualche episodio di cronaca) per passare alla registrazione su ampia scala. Questo ha inferto un colpo micidiale a quanto di buono aveva prodotto la tv nel periodo precedente. Tutto standardizzato, modulizzato, ripetuto, anestetizzato. Per un po' di tempo hanno tenuto duro un po' di bravi attori e conduttori, che in virtù della loro precedente attività sono riusciti a sopravvivere e a far sopravvivere qualche trasmissione, ma in un decrescendo inarrestabile. Le conseguenze le vediamo facilmente in quegli spezzoni che qualcuno forse considererà divertenti che sono gli errori o "papere" durante le riprese. Praticamente questi sedicenti attori non hanno più alcun interesse a far bene, giusto, perché le scene si possono girare decine di volte, e ridacchiano e fanno ogni genere di verso, tanto si taglia, si rigira, si monta. La potremmo definire anche questa una "maschera": da un lato il prodotto finale, che si definisce "professionale" (!!), dall'altro il monte ore di riprese che nascondono una totale mancanza di reale professionalità, intesa come impegno, studio, dedizione. Ma se la tv ha creato questo disastro, non è che al di fuori le cose vadano tanto meglio solo perché non c'è il montaggio, ovvero la possibilità di rigirare le scene. Il concetto di professionismo che è andato diffondendosi ha creato altri tipi di mostri. Ascoltiamo i cantanti d'opera degli anni 50-60, se non prima, ma anche pianisti, strumentisti, orchestre, e noteremo le stesse differenze! Possiamo dire che allora non fossero professionisti? Spero di no, ma i pianisti sbagliavano le note (Michelangeli lo chiamavano "marziano" perché era uno dei pochi che riusciva a fare un intero concerto non sbagliando quasi niente), i cantanti stonavano, steccavano, sbagliavano le parole. Non è che non succeda più per niente, perché comunque, e fortunatamente, le persone sbagliano e sono preda di emozioni più o meno forti che portano a errori vari, ma l'industria dello spettacolo cosa ha fatto, cosa ha voluto, cosa ha finanziato e premiato? tutto ciò che si distanziava da un possibile concetto di "dilettantismo" inteso come sbaglio, imprevisto, modifica del progettato. Tutto deve andare come è stato deciso. Allora si confezionano spettacoli dove tutto è calibrato al millimetro, soprattutto grazie a macchine ed elaboratori. L'incognita è l'uomo, naturalmente. Ma si può far selezione. E la selezione cosa premia? L'affidabilità. Cosa significa? Che se un cantante, o un musicista, o un attore o altro, che riesce a vincere determinate forze che possono portarlo a sbagliare, è considerato vincente rispetto a chi non raggiunge gli stessi risultati. Questo INDIPENDENTEMENTE dalla qualità! Il che ha significato una lenta ma inesorabile spersonalizzazione. E' logico che la macchina, e quindi l'uomo macchina, colui che riesce a staccarsi dalle emozioni, dalle paure, riuscirà a vincere la propria scommessa nella società dello star system, dove il bravo artista, anche affidabile, ma più comunicativo, quindi che può destare meno sicurezza appunto perché comunica anche quel certo timore, avrà molte meno chances.
E' questo il pensiero che mi ha destato Salvo in un commento di qualche giorno fa, e che ho ritenuto di dipanare più ampiamente qui.
Se si vanno a riguardare le trasmissioni televisive degli anni 50/60 (su youtube è semplicissimo), si può notare che gli attori, i cantanti, i presentatori che apparivano in quegli anni erano persone come noi; personaggi di bravura stratosferica, apparivano in televisione con la semplicità e la presenza che potevano avere nostro zio, il nostro vicino di casa, l'uomo che si incontrava per strada, insomma. Si percepivano nelle loro performance l'emozione, la tensione di un evento che richiedeva impegno, studio, disposizione, tanto lavoro, e al termine si percepiva anche la liberazione finale. Ma, in quelle condizioni, gli errori, le distrazioni, gli imprevisti, erano sempre in agguato. Quanti avevano fatto teatro, e quindi convivevano con quella possibilità, sapevano trarsi d'impaccio e non di rado creare situazioni ancor più interessanti. Ma sappiamo che la pigrizia è perennemente nostra compagna, da un lato, e una certa classe dirigenziale, particolarmente abile a uccidere l'arte, ne è il supporto ideale. Perché vivere in quello stato di timore quando i mezzi tecnici potevano consentire di eliminare ogni errore. E così in poco tempo la TV abolì totalmente la ripresa diretta (tranne gli eventi sportivi, qualche spettacolo teatrale - ma sempre meno - e qualche episodio di cronaca) per passare alla registrazione su ampia scala. Questo ha inferto un colpo micidiale a quanto di buono aveva prodotto la tv nel periodo precedente. Tutto standardizzato, modulizzato, ripetuto, anestetizzato. Per un po' di tempo hanno tenuto duro un po' di bravi attori e conduttori, che in virtù della loro precedente attività sono riusciti a sopravvivere e a far sopravvivere qualche trasmissione, ma in un decrescendo inarrestabile. Le conseguenze le vediamo facilmente in quegli spezzoni che qualcuno forse considererà divertenti che sono gli errori o "papere" durante le riprese. Praticamente questi sedicenti attori non hanno più alcun interesse a far bene, giusto, perché le scene si possono girare decine di volte, e ridacchiano e fanno ogni genere di verso, tanto si taglia, si rigira, si monta. La potremmo definire anche questa una "maschera": da un lato il prodotto finale, che si definisce "professionale" (!!), dall'altro il monte ore di riprese che nascondono una totale mancanza di reale professionalità, intesa come impegno, studio, dedizione. Ma se la tv ha creato questo disastro, non è che al di fuori le cose vadano tanto meglio solo perché non c'è il montaggio, ovvero la possibilità di rigirare le scene. Il concetto di professionismo che è andato diffondendosi ha creato altri tipi di mostri. Ascoltiamo i cantanti d'opera degli anni 50-60, se non prima, ma anche pianisti, strumentisti, orchestre, e noteremo le stesse differenze! Possiamo dire che allora non fossero professionisti? Spero di no, ma i pianisti sbagliavano le note (Michelangeli lo chiamavano "marziano" perché era uno dei pochi che riusciva a fare un intero concerto non sbagliando quasi niente), i cantanti stonavano, steccavano, sbagliavano le parole. Non è che non succeda più per niente, perché comunque, e fortunatamente, le persone sbagliano e sono preda di emozioni più o meno forti che portano a errori vari, ma l'industria dello spettacolo cosa ha fatto, cosa ha voluto, cosa ha finanziato e premiato? tutto ciò che si distanziava da un possibile concetto di "dilettantismo" inteso come sbaglio, imprevisto, modifica del progettato. Tutto deve andare come è stato deciso. Allora si confezionano spettacoli dove tutto è calibrato al millimetro, soprattutto grazie a macchine ed elaboratori. L'incognita è l'uomo, naturalmente. Ma si può far selezione. E la selezione cosa premia? L'affidabilità. Cosa significa? Che se un cantante, o un musicista, o un attore o altro, che riesce a vincere determinate forze che possono portarlo a sbagliare, è considerato vincente rispetto a chi non raggiunge gli stessi risultati. Questo INDIPENDENTEMENTE dalla qualità! Il che ha significato una lenta ma inesorabile spersonalizzazione. E' logico che la macchina, e quindi l'uomo macchina, colui che riesce a staccarsi dalle emozioni, dalle paure, riuscirà a vincere la propria scommessa nella società dello star system, dove il bravo artista, anche affidabile, ma più comunicativo, quindi che può destare meno sicurezza appunto perché comunica anche quel certo timore, avrà molte meno chances.
E' questo il pensiero che mi ha destato Salvo in un commento di qualche giorno fa, e che ho ritenuto di dipanare più ampiamente qui.
domenica, luglio 12, 2015
Snobismo e gossip
Insegnare musica, parlo soprattutto a livello di scuola comune, significa prima di tutto far affezionare i bambini o ragazzi all'opera d'arte in sé (e vale per tutte le arti). E come si fa?? E già... è molto più facile parlare della vita dell'autore (nato a, morto il, il padre era, la madre fu, gli studi..., pubblicò questo e quell'altro...) che non cercare di comprendere le ragioni per cui un certo brano o opera è ancora amata da milioni di persone a distanza di secoli. Per contro oggi abbiamo intere classi di persone che non hanno alcunissimo interesse per nessuna arte e spesso e volentieri sono persino indotti a odiarla o comunque non considerarla, non di rado sbeffeggiarla. Gli insegnanti sono radicalmente responsabili di questa situazione, e lo è la scuola nel suo insieme. Imparare a memoria le poesie, saperne fare la versione in prosa, saper spiegare le metafore, ecc., sono tutte cose anche giuste, ma si rimane lontani dall'obiettivo fondamentale, cioè far sì che la poesia CI PIACCIA! cioè che ne comprendiamo la bellezza, la verità, il fascino. E se è difficile per una poesia o una pagina di letteratura, che comunque giocano sulle parole, cose della nostra quotidianità, figuriamoci cosa avviene con le immagini, che già sono su un piano più astratto (e se può essere abbastanza fruibile in ritratti e paesaggi, lo è enormemente meno in immagini sacre e simboliche, lasciando da parte tutto il contemporaneo), figuriamoci con la musica, che è formata da suoni, cioè vibrazioni senza alcun significato apparente. Gli insegnanti in genere non sanno un bel niente di tutta questa poetica musicale, e quel che è peggio, e anche qui l'accomuniamo alle altre arti, l'opera d'arte è tale... perchè sì!! è così, è un dogma, l'hanno deciso "quelli che sanno". Non c'è niente di peggio, specie per i giovani, avere delle imposizioni. C'è lo spirito di ribellione, l'anelito alla libertà, per cui se si vogliono far loro piacere certe opera, un certo stile, ecc., non c'è nulla di peggio che l'imposizione: ne nascerà subito una contrarietà. Alcuni insegnanti ottengono buoni risultati perché mettono davanti a tutto la propria passione sincera, e anche se non hanno gli strumenti comunicativi idonei, riescono a far breccia negli animi perché non impongono, ma trasfondono la propria passione. La passione è ottima cosa, ma non è certo un metodo sperare di capitare con un insegnante appassionato! Alcuni poi già da tempo hanno abiurato a insegnare la musica; fanno cantare canzoncine o i brani preferiti dagli allievi o solo ascoltarle o vedere i video, fare ricerche in merito... beh, tutto sommato sarei più concorde con questa linea, che non crea danni. Alcuni invece sono "talebani": "devono conoscere gli autori, il linguaggio e le forme". Per farne cosa? Ci si ostina a ritenere che questa sia "cultura" e che non si debba prescindere dall'insegnarla. Ma il problema non è insegnarla, ma APPRENDERLA! si pensa forse che chi è interessato non trovi i mezzi per saper tutto? Io a 12 anni sapevo tutto di Le Corbusier, Wright, Aalto, Neutra, e poco dopo sapevo tutto di storia dell'architettura anche più antica, perché avevo una passione sfrenata per quell'arte e non solo nessuno me ne aveva mai parlato a scuola o a casa, ma si opponevano pure a questo mio interessamento fuori dagli schemi (lo stesso avverrà successivamente per la musica). Quindi il compito dell'insegnante è svegliare quella cellula che c'è in ognuno e che permetterà di riconoscere il bello, il grande di ogni opera d'arte, e per farlo non bisogna essere accademici e nozionistici, ma osservatori. La cultura accademica genera snobismo da parte di chi si imbottisce di dati, la qual cosa spesso e volentieri genera gossip. Tempo fa leggevo il libro di Quirino Principe su Mahler. Magnifico sicuramente, ma... è davvero così importante sapere il suo taglio di capelli o il tipo di occhiali che portava? E arrivare pure a sapere quanti e di che qualità erano i suoi rapporti sessuali con Alma? Io mi chiedo (ma non me lo chiedo, in realtà) come abbia potuto saperlo, ma ritengo tutta una serie di commenti decisamente superflui e anzi mortificanti l'opera complessiva. Non voglio fare una dura critica a Giorgio Gualerzi, decano dei critici vociologi italiani (che è già di per sé una dura critica!!) e a cui debbo la pubblicazione di un libro sulla vita teatrale astigiana, ma ho sempre trovato piuttosto fastidioso che accanto a interessanti notizie sui cantanti, la cui notorietà spesso si deve proprio alla sua ricerca (e a quella del forse anche più bravo ma più schivo Carlo Marinelli Roscioni) abbia sempre posto commenti su amanti e intrallazzi vari. Spesso tali commenti (il che vale ancor di più per compositori e direttori d'orchestra) hanno portato discredito che poco c'entra con la creatività e la qualità delle opere da loro diffuse.
sabato, settembre 24, 2011
sabato, maggio 15, 2010
Chi ben comincia... è alla fine!
Un celebre e importante motto del grande direttore Sergiu Celibidache era: la fine (di un brano) è contenuta nell'inizio. Approviamo e applichiamo anche alla nostra disciplina. L'inizio di ogni giornata canora deve essere attentamente vagliato, se la si vorrà concludere positivamente. Evitare di cantare subito arie, specie se particolarmente impegnative. Può essere un buon sistema trovare un'aria o romanza leggera, "comoda", che, ben conosciuta e studiata, possa anche fare da allenamento. Ciò che deve essere ben chiaro è che non si deve pensare di "riscaldare la voce". Anzi, la cosa migliore è cercare di dimenticare che si ha una voce! Ciò che va sviluppato è solo e unicamente IL FIATO. Certo, usando la voce, ma avendo solo presente che il fiato giunge sin sulle labbra, sui denti anteriori, e occorre far sì che fluisca, che scorra continuamente senza trattenimenti e senza spinte, senza ostacoli, senza artifici, dalla bocca. La leggerezza è fondamentale nei primi momenti. Se i primi esercizi o vocalizzi o arie mettono in moto i muscoli faringei, potrebbero nascere subito problemi che possono influire molto negativamente nel prosieguo della giornata e le cose potrebbero essere gravi se è un giorno in cui si deve fare concerto. Inoltre è sempre bene ricordare che all'inizio è buona norma riposarsi spesso, lasciar "sedimentare" il fiato. Come abbiamo già scritto più indietro, inoltre, è ottima regola fare esercizi completamente senza voce.
domenica, febbraio 28, 2010
La dura lotta
Abbiamo scritto pagine e pagine di blog sempre con la sicurezza dettata non da presunzione, arroganza, sicumera, ma dalla profonda e umile conoscenza di una materia in tutte le sue sfaccettature. Per questo ogni nostra esperienza viene diffusa senza "segreti", gelosie e quant'altro. Una domanda che forse non emerge ma che forse è bene porre, è se questa scuola possa incontrare problemi, ovvero se gli alunni di questa scuola possano trovare difficoltà nell'affrontare audizioni, concorsi, concerti e carriera. E' giusto porre questa domanda, perché la sicurezza che contraddistingue questi scritti e chi le pronuncia, può far intendere una sorta di invincibilità, di certezza di risultati adeguati a quell'obiettivo di perfezione che è proprio di questa scuola. Ebbene credo che sia giusto, per correttezza, onestà, spiegare che le difficoltà esistono ed esisteranno sempre, e non sono minori di quelle che possono incontrare cantanti con un mediocre o modesto imposto. Perché e come capita questo? Naturalmente (il mio maestro Antonietti, come il grande Celibidache, questa scoperta dovette viverla sulla propria pelle) la Perfezione, la Verità, per ragioni di istinto esistenziale, non sono accettate, anzi il più delle volte non possono essere riconosciute e quindi molte volte (quindi talvolta in malafede, ma non sempre) scambiate per difetti. L'apparente facilità di un canto sul fiato, che in realtà costano molto sacrificio di apprendimento e anche molto impegno fisico e mentale, spesso sono confusi con poca "materia", poco "corpo". Le orecchie poco allenate, oggi sempre meno in teatro e sempre più di fronte a impianti di diffusione che ben poco possono trasmettere in fatto di Verità, non riescono più a cogliere quando una voce "spande" in sala, quando anche mezzevoci lunari raggiungono tutti i palchi e i posti di una sala, e quando poco interessante possa essere una voce rumorosa, pesante, ingolata. Ancora riconosciuti insegnanti di conservatorio non sanno distinguere la diversità di valore tra una voce ingolata, quindi incapace di plastiche modulazioni di intensità e volume, di esprimere quali che siano intenzioni sulla parola, da una realmente su un fiato che corre. Giornalisti, cosiddetti "addetti ai lavori" (ma quali, mi chiedo? temo poco moralmente probi) che di fronte a voci esemplari dicono: eh, ma così si cantava un tempo, oggi non usa più! Giusto, ma in che senso? e con quale prospettiva? Se parliamo di gusto, in alcuni casi possiamo essere d'accordo, ma è questione di stile, di musicalità, ed è una rifinitura dell'artista. Se parliamo di imposto e di modo di porgere, contestiamo! Però siamo in pochi, quindi le difficoltà esistono, e solo con la pazienza e un grande coraggio e la certezza di camminare sulla giusta strada si possono superare le battaglie di nervi che facilmente ci si presenteranno. A vincerla sarà soprattutto la consapevolezza, a un certo punto, di essere entrati nella strada dell'Arte, quella che permette al nostro spirito di comunicare con altri spiriti; se riusciamo a mantenere la giusta distanza dai problemi contingenti, di meschinerie e invidie (perché per molti è così!), anche il nostro spirito sarà più libero e più elevato. Ovviamente scrivo questo anche perché chi non se la sentisse di affontare questo percorso, che come ripeto non è scevro da trappole, non è tutto rosa, è giusto che lo sappia a priori.
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