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venerdì, ottobre 02, 2026

Vi sono stati due grandi cantanti, Angelo Lo Forese e Bonaldo Giaiotti, entrambi defunti non da tanto, che hanno anche dedicato del tempo, specie dopo la conclusione della carriera teatrale, all'insegnamento. Non si è trattato di due "trattatisti", non hanno consegnato metodi o libri al canto, non possedevano un'eloquio raffinato, erano sintetici e incisivi nelle loro argomentazioni sul tema della didattica del canto. Penso che lo sappiano quasi tutti, ma Lo Forese ha ancora cantato alcune arie del grande repertorio, tipo "di quella pira", in tono, intorno ai 90 anni con invidiabile squillo. Di Giaiotti esistono alcune registrazioni video di grande impatto. La loro forza, nella didattica, stava nell'esempio. C'è poco da dire, se hai un esempio illuminante da proporre, perché sei padrone della tua emissione, c'è poco da dire. Come suol dirsi: "le chiacchiere stanno a zero". Ne ho scritto alcune volte in questo blog, e qualcosa ho scritto su di loro anche nel libro. Non c'è molto da dire: quando un cantante arriva a cantare con sicurezza di mezzi fino agli estremi anni della vita, è chiaro che sapeva ciò che faceva. Perché ne scrivo ora, qua? Perché curiosando in un "tour" di ascolti, su yt, mi sono reso conto che il concetto di base di entrambi questi artisti era sorprendentemente simile a quello della mia scuola e quindi rintracciabile in quanto ho sempre scritto in questo blog e nel libro "la voce svelata". Con la stessa magica semplicità del pochissimo lasciatoci da Tito Schipa, l'arte del canto viene spiegata con pochi cenni: Parole precise, chiare, sincere: sulle labbra e "avanti", fuori.Quasi maniacalmente questi termini vengono ripetuti ed esemplificati da questi eccellenti cantanti a favore soprattutto dei giovani. "Non si canta con la gola", le vocali devono essere portate avanti (comprese la O e la U, che solo istintivamente vengono percepite illusoriamente posteriormente, ma in realtà sono tutte esterne, almeno in buona parte, altrimenti avremmo uno jodel avanti e indietro). E' vero che la voce esterna può indurre a schiacciare e spingere, ma questi due eccellenti esempi dimostrano che il risultato si raggiunge esattamente con un'azione contraria; lasciare andare, lasciar scorrere, non premere in alcun modo, cioè quello che facciamo normalmente parlando. Ora, già molto tempo fa scrissi su questo blog un post dal titolo "Sentire la gola" dove spiegavo che è perfettamente normale avere la sensazione che la voce giunga dal faringe, ma in un momento ben circostanziato, e cioè quando la gola è del tutto rilassata. Solo così le pareti perderanno rigidità e potranno cedere al flusso aerofono. La cosiddetta gola aperta, che non va mai assolutamente cercata con movimenti volontari, ma lasciata modellare dal fiato. Gli antichi maestri, che ben si guardavano dal suggerire manovre meccaniche interne, trasmettevano questa sensazione di ampiezza interna proprio grazie al fatto che la voce, con l'educazione, suonava integralmente esternamente, e ciò rendeva la gola "morta", cioè totalmente priva di pressioni e controlli volontari. Ciò che hanno capito i grandi cantanti del passato e i due di cui sopra, è che esistono due poli, certo, uno a livello glottico e uno a livello labiale-esterno, ma solo quest'ultimo è quello che diffonde il canto e che rende pienamente riconoscibile la voce a partire dal cantante che la emette, perché la voce interiore è falsificata dai rumori e dalle risonanze che salgono all'orecchio dall'interno, per cui va del tutto tralasciata. Se la voce non suona nell'ambiente, sia il m° che l'allievo o il cantante, avrebbero perennemente un orecchio falsato (ed è ciò che succede in una percentuale enorme di casi). Allora mi chiedo: se alcuni dei più grandi cantanti del recente passato hanno con esempi mirabili espresso poi anche solo con parole semplici una verità evidente, perché non provare a seguire quella strada invece di inventarsi concetti tortuosi e cironlocutori, usando linguaggi forbiti ma magari carenti di una sostanza profonda. Il risultato potrebbe risultare sorprendente. 

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