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martedì, settembre 22, 2026

Parola e qualità

 Se leggete un po' di libri sul canto e sulla voce, noterete che in quasi tutti si insiste sul fatto che ci dev'essere buona pronuncia. Poi, nella pratica ciò non avviene. La contraddizione maiuscola è che come si può consigliare una buona pronuncia se allo stesso tempo dire che le A non si dicono, le I non si dicono e tutte le altre vanno oscurate? E' assurdo. E allora perché si fa questa manovra antivocale? Perché non si sanno risolvere alcuni problemi. Chi inizia il canto, spesso emette delle A molto schiacciate, decisamente brutte, ma soprattutto quando l'allievo esce dalla gamma delle note "parlate", inizia a gridare. Quindi l'unica soluzione che è stata adottata è quella di... non dirla, e, come ci illumina la grande Kabaivanska, evitando i consigli della Callas, la soluzione è portare tutte le vocali verso il velopendulo, ovvero sulla U. In questo modo non si capisce più niente, ma, secondo "loro", si ottiene l'omogeneità sonora. Sarà anche vero, ma quello non è più canto. Il canto è recitazione musicale, il testo è basilare, non ci sarebbe opera se non ci fosse stato un testo su cui il compositore non solo ha messo note, ma ha subito un'ispirazione che ha dato origine alle meravigliose melodie che conosciamo. Ma l'aspetto più tradito è non aver capito che la parola è modellatrice di qualità vocale. Le persone parlano sciattamente, e se anche hanno frequentato corsi di dizione, possono parlare bene e anche benissimo, ma nell'ambito della zona del parlato, non si avventurano oltre, perché non sanno e non saprebbero come gestire la voce "primitiva", se non con artifici che deturpano la luminosità ed espressività della vera voce.

1 commento:

  1. fuletiopia2:23 PM

    Il discorso è molto ampio ed impervio: le vocali, il cui termine deriva da voce, sono per definizione un'emissione del fiato che dalle corde vocali non incontra nessun ostacolo dalla laringe all'esterno e sappiamo grazie agli studi di Helmoltz e Tomatis che la differenziazione deriva non dalla forma del palato e della bocca, ma dal suo volume. Il problema è però la sua fuoriuscita: ci sono vocalità che risentono molto della lingua di origine ed è molto facile che persone provenienti dalle lingue slave tendano ad "ingolare" molto le O e le A, cioè producono un suono indietro, risuonante all'interno del palato, anche la lingua francese non sembra come frequenze, particolarmente adeguata ad un canto libero; la lingua inglese, che ha una gamma frequenziale molto vasta, si presenta come estremamente musicale, perfetta per la musica pop, soul o jazz per la sua ricchezza di monosillabi che rendono le frasi agili e ritmiche, ma si snatura là dove, con il melodramma, deve prolungare le vocali che in molti casi sono "intervocali", dove una A non è mai completamente A, una E può essere estremamente aperta o chiusa come una schwa ecc. La lingua araba e le lingue semitiche in generale abbondano di consonanti molto gutturali, provenienti dal fondo della gola, e il canto rimane facilmente confinato nel registro di petto, dove è più facile articolarle. Stando a quanto dice la Fabbricini i cantanti orientali non hanno meno difficoltà. Non è un caso che il melodramma e il teatro in musica sia nato in Italia, il problema è che con l'avvento del microfono, il canto si è snaturato e la ricerca di vocali che si espandessero naturalmente nell'etere non è stata più una necessità e soprattutto il nostro orecchio non è più abituato a sentirle, il canto vero è riservato ormai alla minoranza della minoranza e io, se voglio cantare veramente, a voce libera, devo andarmene sui monti per non disturbare nessuno.

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