Se leggete un po' di libri sul canto e sulla voce, noterete che in quasi tutti si insiste sul fatto che ci dev'essere buona pronuncia. Poi, nella pratica ciò non avviene. La contraddizione maiuscola è che come si può consigliare una buona pronuncia se allo stesso tempo dire che le A non si dicono, le I non si dicono e tutte le altre vanno oscurate? E' assurdo. E allora perché si fa questa manovra antivocale? Perché non si sanno risolvere alcuni problemi. Chi inizia il canto, spesso emette delle A molto schiacciate, decisamente brutte, ma soprattutto quando esce dalla gamma delle note "parlate", inizia a gridare. Quindi l'unica soluzione che è stata adottata è quella di... non dirla, e, come ci illumina la grande Kabaivanska, evitando i consigli della Callas, la soluzione è portare tutte le vocali verso il velopendulo, ovvero sulla U. In questo modo non si capisce più niente, ma, secondo "loro", si ottiene l'omogeneità sonora. Sarà anche vero, ma quello non è più canto. Il canto è recitazione musicale, il testo è basilare, non ci sarebbe opera se non ci fosse stato un testo su cui il compositore non solo ha messo note, ma ha subito un'ispirazione che ha dato origine alle meravigliose melodie che conosciamo. Ma l'aspetto più tradito è non aver capito che la parola è modellatrice di qualità vocale. Le persone parlano sciattamente, e se anche hanno frequentato corsi di dizione, possono parlare bene e anche benissimo, ma nell'ambito della zona del parlato, non si avventurano oltre, perché non sanno e non saprebbero come gestire la voce "primitiva", se non con artifici che deturpano la luminosità ed espressività della vera voce.
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