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sabato, marzo 11, 2023

Suono ed esigenze evolutive

 Dopo poche pagine di lettura del libro della Valborg, ho trovato un argomento che inizialmente mi ha suscitato qualche dubbio. Anche lei è giunta alla determinazione che il suono è uno stadio intermedio rispetto alla voce, e ritiene che debba subire un processo di dematerializzazione, di spiritualizzazione. E' giusto, allora perché io non lo faccio e non ho neanche mai pensato di farlo? Beh, dopo poco ho trovato la risposta, che riguarda un po' tutto il pensiero didattico di questa scuola. Domanda: come facciamo a far sì che il fiato si evolva artisticamente? Partendo dal parlato ed estendendolo oltre la gamma del parlato comune. In questo modo si crea l'esigenza di una evoluzione respiratoria, in quanto il parlato è già contenuto nel nostro DNA, e solo un principio di economia fa sì che si limiti a una fascia ristretta, per cui il volerlo estendere non contrasta con i nostri principi istintivi. E questa è la filosofia di fondo di tutta la nostra didattica: c'è una esigenza spirituale che ci spinge a intraprendere lo studio di un'arte, la musica e il canto. Nel caso del suono, la Valborg vorrebbe spiritualizzare il suono, ma sulla base di quale esigenza? Facendo come lei suggerisce, diventa una tecnica, e una pratica piuttosto fine a sé stessa, quindi difficilmente sviluppabile. Lei poi fa sempre riferimento all'unità, ma pensare di sviluppare dei segmenti e poi sperare di unificarli resta, a mio avviso, una pratica molto tecnica e che il nostro corpo difficilmente può comprendere e a cui quindi dare agevolmente corso.

La nostra idea di evoluzione e quindi di sviluppo dei processi di "artistizzazione" della voce (come di altre arti) è che si deve sempre partire da ciò che si vuole ottenere individuando ciò che impedisce quel risultato e mettendo in opera esercizi che suscitino un'esigenza fisica che sblocchi gli elementi che impediscono il risultato atteso. Nel caso del suono vocale, cioè di una vibrazione fisica sonora, è evidente che si tratta di una emissione spontanea e piuttosto rozza (ma questo è anche un dato molto soggettivo). Siamo d'accordo che in un procedimento teso a un risultato artistico, esso vada raffinato, ma non in quanto suono slegato dal suo risultato ultimo, la voce parlata-cantata, bensì proprio dall'essere trainato dall'esigenza di avere una voce richiedente sfumature, colori, caratteristiche musicali ed espressive molto raffinate. Cioè anche l'idea di poter agire sul suono ed elaborandolo personalmente, ritengo ci sia un certo grado di presunzione. Lasciamo fare al nostro corpo e alle nostre elevate potenzialità di perfezione. E in questo senso mi riferisco anche ai tanti aspetti su cui insiste la Valborg nella "frantumazione" delle pratiche educative (ma lei dice fin dall'inizio che non si deve "educare" la voce... mi sarebbe piaciuto capire meglio cosa intendesse), tipo lavorare sulla tripartizione della lingua, e anche dei muscoli del viso, su cui sono abbastanza d'accordo, ma non c'è bisogno di "assumere a coscienza", come lei scrive, ogni muscolo, bensì permetterne lo sviluppo migliorando la pronuncia, che richiede l'uso di quesi muscoli. 

Facendo ancora riferimento a quanto scrisse la Valborg, ho meditato su un possibile equivoco, e cioè considerare dualistico il rapporto tra suono e voce. Per la verità io spingo molto a considerare come separati questi due elementi, dove a noi il suono non deve interessare, però è chiaro che non ci può essere una reale divisione. Il motivo per cui ne parlo come entità separate sta nella tendenza, molto accresciuta in questi ultimi anni, a premere o spingere sul suono (a causa della tendenza delle altre scuole a considerare il suono o voce internamente), il che può solo creare problemi. La realtà è che il suono è da considerare come il primo stadio di un processo evolutivo che si sviluppa nello spazio fino al suo punto focale massimo, che è esterno alla bocca. Non è da pensare in termini temporali, tutto avviene pressoché istantaneamente, però questo processo è di tipo dematerializzante, cioè dallo spazio appena superiore alle corde vocali, dove per l'appunto si forma il primo suono, del tutto anonimo e possiamo dire anche rozzo, grossolano, al punto focale esterno, c'è una perdita di materia, mentre cresce l'energia, la ricchezza timbrica, la velocità e ovviamente si perfeziona il significato. Tra il punto d'origine e il punto focale, c'è un sottilissimo legame relazionale, ma non deve essere concepito come un legaccio, come una corda o altra congiunzione forte e rigida, bensì come un raggio quasi inconsistente ed elastico. E' la voce che si alimenta, che "esige" una determinata materia cui attingere per dar vita alla parola o anche solo alla semplice vocale, quindi possiamo pensare al processo non come diretto dal fiato verso la parola, ma al contrario, cioè la parola che richiede, e ottiene se le premesse sono corrette. cioè di cui ha bisogno. 

mercoledì, aprile 28, 2021

Lo strumento

 In questo post non intendo parlare dello strumento musicale, ma di un altro, anche più importante. E' stato dimostrato ormai da decenni che la psiche ha un'influenza fondamentale sulle nostre azioni, attive o passive che siano. In medicina si chiama effetto placebo. Tutte le medicine "alternative" sono d'accordo sul fatto che è erroneo pensare che una terapia guarisca; ciò che guarisce è la convinzione che quella determinata terapia possa guarire, per cui se non si ha fiducia in un determinato strumento di guarigione, sia esso chirurgico, chimico o naturale, difficilmente funzionerà, o per lo meno lo renderemo meno efficace. In buona sostanza è il punto focale dell'azione su cui noi incentriamo la nostra fiducia a permettere una positiva risoluzione di un problema, e per l'appunto lo possiamo definire "lo strumento". Se lo strumento siamo noi, vorrà dire che non incentriamo la nostra fiducia in un tipo di medicina o di terapia, ma nella risposta che il nostro corpo attiverà a quel tipo di terapia. Cioè si partirà dal fatto che NOI siamo nella condizione di guarire, non la terapia, che agisce solo da strumento. Questo assunto è fondamentale anche nel canto. Io noto che c'è nelle persone quasi sempre un fondo di resistenza alla disciplina vocale. Frasi come "ma quanto tempo ci vorrà?" "come mai miglioro così poco o così lentamente", ecc. in realtà nascondono la sottile convinzione che c'è qualcosa che non va, che non si è del tutto portati per quella azione, che non si arriverà mai a una piena consapevolezza, e via dicendo. Allora, come espressi già nel post "il maestro proiezione di sé", dobbiamo considerare fondamentalmente che il maestro... SIAMO NOI. Quello che chiamiamo maestro e verso cui nutriamo fiducia, è lo strumento che ci permettere di riconoscere e svelare noi stessi. Però è fondamentale comprendere che il maestro non potrà mai inserire entro di noi qualcosa che già non ci sia o permetterci di fare qualcosa che non siamo potenzialmente in grado di fare. Allora quando io dico, e lo dico spesso, "se lo faccio io, lo puoi fare anche tu", non è una presa in giro! Però si attende troppo spesso che l'insegnante riesca a inventare qualcosa che magicamente ci faccia cantare (o qualsiasi altra cosa, il discorso è ovviamente aperto a qualunque disciplina). Vi racconto un aneddoto che mi riguarda. Quando avevo circa 9 anni, ripresi le lezioni di pianoforte (avevo iniziato piccolissimo, per un paio d'anni, ma poi avevo interrotto). Quando andavo a lezione, mi capitava spesso di sentire il ragazzo prima di me che faceva cose che mi sembravano stupefacenti, e per giunta si chiamava Bellini, che io già sapevo chi era. Io iniziavo appena i primi esercizi, ma dicevo entro di me, consapevolmente: "arriverò presto al suo livello". Ebbene, io ricordo bene che dopo non troppo tempo suonavo i brani che gli avevo sentito suonare. Questo atteggiamento l'ho sempre avuto. A me piaceva conoscere persone sapienti, e quando le conoscevo e capivo quanto era grande la loro cultura, mi ponevo l'obiettivo, ma in un certo senso "sapevo": "arrivo a conoscere come loro!" La cosa non era riferita a loro, ma a me stesso! Cioè io avevo fiducia nelle mie possibilità, non mi ponevo un limite, o per lo meno non me lo ponevo a monte (è logico che non in tutte le cose ho poi raggiunto l'obiettivo, ma questo non mi ha fatto cambiare idea). Dunque esorto tutti coloro che leggono ad avere piena fiducia nei propri mezzi e capacità, a misurarsi con la disciplina e a puntare in alto. Non si tratta di competizione, si badi bene, ma il riconoscimento di ciò che siamo in grado di fare. Si parla spesso di sacrificio, di abnegazione... l'ho fatto spesso anche io dal vivo e per iscritto, ma questo non deve essere un freno, perché se noi facciamo un percorso con la gioia, con la passione, con la vera spinta verso quell'azione, non ne sentirò il peso, ma pregusterò fin da subito il piacere del risultato. Parole come "non riesco", "non ci arrivo", "non sono in grado", ecc., sono tutte ostacolanti, del tutto improprie. Quegli stati depressivi che possono accendersi dopo un incidente di percorso o un temporaneo fallimento possono mandare a monte ore e ore di eccellenti risultati. In ogni modo bisogna riprendersi in fretta. Ricordarsi che ognuno di noi è in grado di raggiungere quel grado di perfezione che la scuola ci presenta. Però bisogna piantarsi nel cervello l'assunto che siamo noi, noi e basta, a poterlo fare. Nessun maestro mai potrà farci raggiungere un elevato grado di competenza, di evoluzione, se non parte da noi stessi la consapevolezza (che non è solo convinzione, che è uno stato di forzata volontà) che quel risultato siamo assolutamente in grado di raggiungerlo, ovvero che noi, anche solitariamente, lo potremmo raggiungere, e il maestro è solo un "acceleratore". Però analizzatevi, e studiate se questo stato vi è proprio. Non potete fingere e non potete bluffare. Se non è nel profondo di voi quello stato di fiducia, allora dovete cambiare, e dovete avere il coraggio di farlo, e in fretta. Usate questo sistema in tutto ciò che vi sta a cuore, a cominciare dalla salute. 

venerdì, aprile 16, 2021

Il mosaico

 Una gran parte di coloro che studiano canto dopo i primi successi, cominciano a provare timore di dimenticare ciò che apprendono a lezione. In un certo senso hanno anche prova di questo nel fatto che nelle lezioni successive capita sovente che ricadano in carenze, errori, persino retrocessioni. Sembra esista una sorta di amnesia che colpisca gli aspiranti cantanti o musicisti dai progressi compiuti a lezione. Come ho già spiegato in passato e ricordo sovente a lezione, la memoria di per sé ha un'importanza marginale. Anzi, proprio in collegamento a un recente post, sulla "posizione", si può proprio dire che le scuole "tecniche" hanno bisogno della memoria per ricordare le posizioni. Non essendoci alcuna necessità di ricordare qualsivoglia posizione, ecco che già la memoria viene notevolmente ridimensionata. Ciò che si apprende a lezione non ha bisogno di restare nella memoria, ma nel corpo, o meglio nel fiato. Peraltro dispiace vivere con quella sensazione di perdere pezzi. In ogni modo la risposta a questo pseudo problema esiste e riguarda un po' tutto l'ambito artistico. A parte infatti gli aspetti più propri del canto pratico, esiste naturalmente l'approccio teorico: dove respirare in un brano, quali fraseggi, quali dinamiche, atteggiamenti... ecc. poi ci sono gli aspetti della musica: solfeggio, storia, armonia, ecc. Ebbene, anche su questi si tende a dimenticare e fare confusione. Il perché è spiegabile nella metafora del mosaico. 

Poniamo che lo scibile di un'arte come il canto, nel nostro caso, sia rappresentabile da una grande immagine, che poi abbiamo suddiviso in tante tessere, come può essere un mosaico, o puzzle. L'allievo o il neofita, ogni volta apprende un po' di quest'arte, quindi singole tessere. Come sappiamo, quando guardiamo una singola tessera non riusciamo a capire cosa rappresenta, essendo solo una parte. Mancano quindi relazioni e riferimenti col tutto. Il maestro ci metterà tutto il suo impegno per cercare di dare il massimo rilievo a ogni spiegazione, ma resta il fatto che non si può dare o spiegare tutto, non è concepibile, occorre tempo. Solo quando larghe parti del mosaico cominceranno a prendere forma, a essere comprensibili, e quindi si presenteranno relazioni e combinazioni chiare, il disegno definitivo comincerà ad apparirci e quindi a quel punto non sarà più una questione di memoria, cioè un sapere appiccicato fisicamente nei nostri neuroni, ma comincerà ad essere NOSTRO, cioè assimilato, cioè che ci appartiene e che riusciremo quindi a esprimere con parole nostre, non ripetere a pappagallo. Quindi, come sempre, si tratta di una questione di tempo, di pazienza, di fiducia.

sabato, luglio 11, 2020

L'interruttore

Leggendo qua e là di cose sul canto, ho avuto la percezione che per molti, insegnanti e cantanti, è come se esistesse un misterioso interruttore girato il quale si ottiene una impostazione lirica; il tempo delle lezioni è più che altro dovuto all'apprendimento del repertorio e alla ricerca di questo famigerato interruttore. Lo potremmo chiamare tecnica. Se io potessi conoscere la tecnica in poche ore... tak! sarei a posto. Non c'è la consapevolezza di una necessaria evoluzione, di una crescita, di uno sviluppo. Ma questo posa le basi sull'erroneo, grave, pensiero che il canto sia un procedimento fisico e meccanico, per cui dovremmo imparare a manovrare le leve giuste. Il fiato è "solo" un serbatoio che dobbiamo aumentare di capienza. Quindi, secondo costoro, uno non riesce a cantare perché non ha la tecnica, cioè non ha capito come girare gli interruttori giusti. Sullo stesso piano c'è la cosiddetta "uniformità delle vocali", cioè non intravedono un'evoluzione respiratoria che rende perfetta ogni vocale, nella propria specificità, ma "basta" uniformarle, cioè non dirle più nella loro realtà, ma modificarle più o meno tutte verso la O e la U. Ancora ieri, sfogliando vecchie riviste, ho ritrovato un articolo di Rodolfo Celletti che diceva testualmente che nel canto le vocali non si dicono come quando si parla ma facendo le intervocali. E questo era un grande ammiratore di Schipa!! L'incoerenza manifesta! E purtroppo quanti cantanti gli hanno dato retta e ci sono pure andati a lezione. Come andare a lezione di grammatica da uno che non ha finito la prima elementare. Ma di insegnanti così ce ne sono a bizzeffe, pure nei Conservatori. Nessuno che provi a mettersi in discussione, che provi a riflettere che forse è su una strada su cui non si risponde ai perché più elementari. Basta che si ottenga qualche risultato. Allora, interruttori non ce ne sono, non c'è una tecnica manuale o fisica per cui spostando qualcosa si ottiene una diversa risposta da parte della voce e improvvisamente diventa bella, forte, estesa... ognuno di noi ha in potenza queste caratteristiche, ma la nostra realtà fisica-animale ci impedisce di portare facilmente in superficie questa potenzialità, e la strada è una mini evoluzione che riguarda il fiato, che da semplice scambiatore chimico-gassoso deve diventare un alimentatore vocale, cioè deve poter adempiere a un compito, non facile, diverso da quello istintivo e "naturale" e che per questo subisce contrasti e opposizioni, e che quindi richiede, per potersi liberare, di una disciplina che non è più di tanto fisica, anche se richiede molto esercizio, ma concentrazione e comprensione della Conoscenza, cioè di quella parte metafisica che è della natura umana e che fuoriesce dalla Natura normalmente intesa. Questo non è che non lo si capisce, ma non lo si vuol capire, perché ci sono remore psicologiche e mentali (previste dalla Conoscenza stessa) e che purtroppo rallentano quando non bloccano addirittura il percorso di apprendimento. Quindi questa disciplina finisce per essere assimilata alle tante tecniche, e gli esercizi, invece di diventare centri di riflessione e di superamento degli ostacoli del nostro corpo, diventano meri campi di ginnastica, rendendo anche più faticoso l'apprendimento. Del resto non ci si può far niente, perché questa è la dura legge della verità, che per salvaguardarsi deve proteggersi e celarsi, salvo accettare rare eccezioni per potersi riconoscere ed Essere.

domenica, febbraio 02, 2020

Della concentrazione

Che cosa fa di un buon artista un grande artista? La capacità di concentrazione. Ma forse su questo punto le idee non sono tanto chiare. Facciamo un passo indietro. Cosa fa di un modesto o pessimo principiante un decoroso apprendista? Sempre la capacità di concentrazione. Ma che differenza c'è tra la concentrazione del primo e del secondo. E' la continuità. La continuità di concentrazione del grande artista è omogenea. Da qui possiamo anche fare il parallelo con la musica stessa. Far sì che un insieme di suoni possa diventare musica, richiede che la fine sia contenuta nell'inizio e ogni articolazione sia in rapporto con l'inizio, la fine e il punto di massima tensione. La concentrazione è comunque uno stato tensivo, seppur legato a una condizione di rilassamento. E qui possiamo fare il paragone con l'emissione vocale. L'ideale emissione vocale è quella ove il fisico non interagisce con il suono se non nella sua condizione di passività, cioè è l'involucro che permette il passaggio del suono, mediante una produzione sempre passiva da parte delle c.v., ammesso che le condizioni respiratorie abbiamo il sufficiente grado evolutivo per sostenere quel o quei determinati suoni. Ciò, però, che rende artistica la voce ed esemplare il canto, è la mente artistica. La mente artistica è la mente scevra dai pensieri concettuali, quindi la mente "concentrata" sull'azione. La concentrazione della maggior parte dei principianti, ai vari livelli, è la discontinuità, potremmo dire perennemente distratta. La distrazione è la divisione del cervello. L'esempio più semplice e universale è quello della lettura; quando a un certo punto leggendo un libro ci fermiamo perché ci rendiamo conto che non abbiamo realmente letto niente delle ultime righe o addirittura intere pagine e dobbiamo rileggerle. La nostra mente, in quel frangente, se n'era ita a spasso. Magari stava anche solo riflettendo su ciò che avevamo letto poco prima, però, di fatto, ci ha impedito di leggere realmente ciò che è venuto dopo. Il fenomeno è quasi inevitabile quando ciò che stiamo facendo, vuoi suonare, vuoi leggere, vuoi ascoltare, ci interessa poco, non ci piace, non lo comprendiamo. Il motivo per cui a scuola gli insegnanti insistono affinché si studi a voce alta, è anche dovuto a questo. Dovendo leggere e parlare (e ascoltare), la mente è molto più impegnata e più difficilmente si distrae, ma non si creda che sia la soluzione definitiva; anche in questo modo essa sa prendere strade parallele e quindi evitare la fatica. Già, perché la concentrazione per la mente è un lavoro molto dispendioso. Riflettiamo: qual è la cosa che noi tutti riteniamo mentalmente più difficile? credo non ci siano dubbi: non pensare! Se il pensare ordinariamente inteso fosse una cosa impegnativa, sarebbe molto facile non farlo, non avremmo particolari problemi. Invece per la mente avere questa "divagazione" continua è uno stato di rilassamento. Questo perché i nostri pensieri in realtà, per la maggior parte, sono solo passeggiate. Con questo non c'è da fare tutt'erba un fascio, ci sono pensieri che impegnano e richiedono concentrazione. Ma questi ci occupano solo per un tempo limitato, occasionalmente. Chi svolge continuativamente un'attività artistica ad alto livello, invece, si impegna e occupa molto tempo a una vera concentrazione, e può arrivare a risultati di incredibile altezza nel suo campo.
Qual è lo scopo di questo post? Cercare di dare qualche consiglio a chi inizia lo studio del canto, ma anche chi già lo pratica a un certo livello. La credenza comune è che i progressi si facciano con la pratica... e basta. No, la pratica è indispensabile, ma solo se accompagnata dal necessario stato di concentrazione. Se noi facciamo esercizi per un lungo tempo, è molto probabile che si facciano dei progressi, ma questi li dobbiamo considerare MECCANICI. Quando qualcuno dice: "ah, sì, poi questa cosa poi diventa automatica", mi suscita un certo nervosismo, perché non è e non deve essere questo l'obiettivo. Assimilare e far diventare automatico, sono due cose diverse. Quando noi facciamo regolarmente un certo percorso stradale, il giorno in cui dobbiamo andare in luogo diverso, ma che richiede una parte dello stesso percorso, rischiamo di tornare dove andiamo di solito, perché la nostra mente è distratta e agisce automaticamente. Si comprenderà che questo è un errore. Noi non dobbiamo agire meccanicamente, ma coscientemente, e ciò che ci permette di agire coscientemente è la concentrazione. Cosa significa concentrarsi per chi è agli inizi? Significa agire univocamente nei confronti di quanto dobbiamo (e vogliamo) fare. La maggior parte degli allievi quando deve fare un certo esercizio, ha la mente sdoppiata, in parte è impegnata nell'azione, in parte verifica e giudica. Nelle filosofie buddiste si ripete quasi incessantemente nelle varie pratiche il termine: "non duale". Mettiamo che debba pronunciare delle sillabe su cinque note. Per la maggior parte dei casi, dopo 3, 4, le ultime sono molto spesso "abbandonate", quindi vengono quasi sempre male. In molti casi succede che avendo controllato le prime 2 o 3, ha notato qualcosa, e già vuole dirlo, senza però interrompersi, e quindi le successive sono del tutto incoscienti. La concentrazione non vuole giudizio!
Se ogni nota che si fa si giudicasse, si toglierebbe concentrazione dal suono successivo. Concentrazione significa fare bene nel PRESENTE. altrimenti si resta nel passato. Se ci sono da fare cinque note, le si devono fare meglio che si riesce. Se si avverte un errore importante, ci si ferma, si può ricominciare o attendere la valutazione e il consiglio dell'insegnante, se non si è sicuri del tipo di errore che si è fatto. Se ci si è impegnati a far bene tutto l'esercizio, si ascolterà la valutazione e si andrà avanti o si ripeterà secondo le indicazioni dell'insegnante. Concentrarsi cosa vuol dire? Vuol dire rilassarsi ed emettere frasi, sillabe o altro previsto dall'esercizio cercando la naturalezza, evitando ogni affettazione e sforzo. La concentrazione TRANQUILLIZZA! anche se può sembrare il contrario. Essa ci dà la sicurezza di ciò che stiamo facendo; non che il risultato sia scontato, ma che è la strada, l'unica, per arrivare all'obiettivo. Allenarsi senza concentrazione significa vivere nell'incertezza, perché la mente non sa cosa stiamo facendo e dove vogliamo andare. Il giusto esercitarsi concentrato è un po' una meditazione, e la meditazione non è non pensare, ma concentrarsi su una cosa. La cosa su cui concentrarsi è, ad es., la sillaba, la frase, la vocale, che dobbiamo dire. La semplicità è la strada migliore per la concentrazione, perché ci sono soltanto uno o due parametri su cui focalizzare l'attenzione (pronuncia e intonazione, se è un esercizio cantato). Come mai la maggior parte delle volte non c'è la pronuncia? non c'è, ovvero è carente o molto carente, perché la concentrazione non è sufficiente. Questa purtroppo è la differenza tra chi ha una capacità molto elevata e chi più lieve. Però è un dato migliorabile. Non si deve pensare che si sia negati o limitati, la concentrazione si può molto migliorare. Molto spesso ogni persona ha dei campi in cui riesce a concentrarsi molto e a lungo, ma non sa farlo in altri campi. Allora si può provare a "traslare" questo stato concentrativo nell'altro campo, concentrandosi nella cosa che ci viene meglio e occupandosi subito dopo dell'altra. La concentrazione è uno stato difficile da descrivere (non concettuale) e quindi da applicare in modo spontaneo e, per l'appunto, meccanico. Ci vogliono condizioni che dipendono da diversi fattori, non tutti coscientemente riconoscibili. Quindi la strada migliore è di attivarla nel campo che ci è più congeniale e trasferirla rapidamente ad un altro.

venerdì, settembre 13, 2019

Della coscienza

Un vero maestro rappresenta una coscienza pura. Chi si sottopone agli insegnamenti di un autentico maestro, può contare su questa coscienza, che per un lungo tempo rappresenterà anche la sua. Chi inizia lo studio di un'arte, infatti, non ne possiede una legata a quell'arte. Può avere una disposizione, può avere doti anche elevate, ma non possiede la coscienza di ciò che fa. Riuscire a cantare anche molto bene in virtù di una particolare predisposizione e doti fisiche innate, non è fare arte. Purtroppo questo non molti sono in grado di comprenderlo e valutarlo, per cui sedicenti artisti, dotati di voci ragguardevoli, buona musicalità, passione, disinvoltura, ma senza alcuna coscienza del proprio operato, possono assurgere a fama, denari, successo su larga scala. Ci si chiederà come mai succede questo, è un fatto "naturale"?
Sono molti gli aspetti da considerare. In primo luogo dobbiamo considerare che l'arte è un mondo "nascosto", misterioso, inconoscibile se non da chi l'ha raggiunta. In teoria quasi nessuno è in grado di apprezzare realmente e sinceramente una qualsiasi arte. I cosiddetti intenditori, i critici, i giornalisti specializzati, spesso e volentieri, quasi sempre, sono i meno idonei! La loro cultura è basata su letture, sentito dire, impressioni soggettive, personali; tutto questo è "condito" da una sicuramente elevata capacità di descrizione, di scrittura, di "affabulazione". Ricordo quanto lessi Doktor Faust di Mann; le sue descrizioni di brani inesistenti mi prese tantissimo, avevo una pazza voglia di ascoltarli. Eppure erano sue fantasie. Se un critico di razza vuole esaltare un brano, un quadro, uno strumentista o un cantante, lo può fare, stuzzicando la curiosità e l"'appetito" di quanti vedranno o sentiranno. Avendo posti di potere, di privilegio (radio, tv, giornali, riviste...) la loro parola può avere ed ha un peso determinante. Ma appunto per questo, spesso la loro parola non è solo il frutto della loro personalità, ma dietro, sempre più nel tempo, ci stanno altri poteri. Le agenzie, ormai da qualche decennio, stanno imponendo le scelte ai teatri e gestendole a livello comunicativo, di immagine, di critica. Non sto qui a presumere l'uso di mezzi scorretti o addirittura illegali, ognuno la pensi come vuole, fatto sta che ciò che assurge al successo è il frutto di scelte operate da pochi, che si sentono sempre più detentori del potere e quindi della vita di alcune persone che ritengono il successo indispensabile alla propria esistenza, ma anche gli "orientatori" del gusto del pubblico. Persone anche con elevata cultura, affermano che tizio e caio sono grandi artisti, credendo di aver compiuto scelte personali e oculate, quando invece non fanno che seguire ciò che hanno letto e sentito. E questo anche perché di molte persone, magari autentici artisti, non sanno nulla perché il "sistema" li ha tenuti fuori, o al margine. Mi capita sovente di ascoltare su youtube delle esecuzioni in teatri o sale di serie b cantanti di valore, migliori dei big pagati a peso d'oro nei teatri più blasonati.
La coscienza è "pericolosa". Avere il cosiddetto talento, termine che io tendo a non usare e che reputo mal utilizzato, alimenta l'ego, che diventa padrone e ipervalutatore delle capacità del portatore (sostenuto, come s'è detto, da stampa e agenzie). E' spaventoso pensare a una persona che ha avuto un grande successo e che un brutto giorno comincia a sviluppare coscienza. Quando questo accade in età già avanzata può essere un colpo ferale, da suicidio. Ma anche i giovani spesso messi di fronte al fatto che una scuola sviluppa coscienza, si spaventano, anche molto, e rinunciano. Mi è successo diverse volte che persone giovani, già con qualche anno di studi del canto, approdando alla mia scuola, messe di fronte ai problemi esistenti, ma anche di fronte al percorso da intraprendere, hanno deciso, magari con dispiacere e dubbi, di rinunciare. Significa anche rinunciare a sé stessi, perché se non si segue la vera disciplina che porta all'arte vuol dire non poter sviluppare alcuna potenzialità, ma solo riprodurre con artifici tecnici un effetto superficiale, il cosiddetto "timbro lirico", il mito della voce, del canto, senza saper realmente nulla di tutto ciò e senza poter dare realmente niente di sé, se non effetti esteriori, banali, scontati e non di rado ridicoli. Ma è per pochi. Rinunciare all'ego è una delle più impegnative e dure prove per un essere umano, specie in questo tempo in cui è così facile l'accesso alla comunicazione persino a livello internazionale. Nessuno può giudicare negativamente chi sceglie la strada del successo, dell'avere e dell'apparire, è comprensibile. L'unico che lo può fare è il possessore della coscienza, sperando che resti sempre silente.

lunedì, febbraio 25, 2019

L'eredità

Chi insegna canto in genere insegna ciò che ha ereditato dal proprio o dai propri insegnanti. In alcuni casi gli allievi hanno avuto la sensazione, diciamo hanno capito, che l'insegnante o gli insegnanti non avevano capito granché e quindi si sono messi a rielaborare in proprio gli insegnamenti. In diversi altri casi hanno riproposto teorie lette o sentite da altri insegnanti. Quindi: insegno in questo modo perché è la strada segnata da tizio o da caio; l'ha detto questo, tizio faceva così, ecc. ecc. ecc. Cosa manca in tutto questo? il pensiero. Anche nella mia scuola talvolta viene l'osservazione che una certa cosa il mio maestro non l'aveva mai detta o mai fatta. Ma guarda caso il trattato del m° Antonietti inizia con "un metodo (...) d'insegnamento del canto non esiste..."; cosa significa? che non era importante lo specifico esercizio che lui faceva fare, ma il pensiero che lo produceva, ovvero il perché si fa quel tipo di esercizio e perché non un altro, in quali tempi, in quali settori, ecc. Ciò che il m° ha prodotto in me e penso e spero in altri è stato comprendere le radici profonde in cui affonda e prende linfa il grande canto artistico, quindi capire il perché di tutto ciò che sta alla voce e alla sua evoluzione. Se io so perché si genera un determinato difetto o perché è difficoltoso e faticoso per alcuni generare determinate vocali, determinate note, determinati colori, ecc., so anche quale percorso fare per poterlo affrontare e superare. Spesso faccio fare ai miei allievi esercizi uguali o simili a quelli che faceva il m° per comodità, ma faccio sempre capire che esercizi ugualmente efficaci si possono inventare sul momento, anche utilizzando pezzi dei brani che stanno studiando. Il nostro obiettivo è sempre uno: far sì che il respiro atto al canto si sviluppi, o meglio si evolva. Quindi il superamento delle difficoltà e dei difetti passa sempre per esercizi che, tramite l'uso della voce, possano generare un'esigenza respiratoria più avanzata. Non c'è niente da ricordare, niente da "imparare", è questione di perseveranza, di umiltà, di attenzione, concentrazione, pazienza (infinita!), riflessione. Anche l'idea di "pensiero" è spesso da rivedere. Dico spesso agli allievi: non pensare! Sembra una contraddizione, ma il fatto è che l'allievo che si accinge a fare un esercizio il più delle volte è in realtà distratto da pensieri inutili e dannosi. "dove devo mettere il suono", "come devo attaccare", ecc. Questi pensieri non sono producenti, perché tolgono la fluidità e un certo grado di spontaneità; il pensiero da sviluppare è di natura opposta, ovvero, come fare a far sì che il suono si liberi e si libri nello spazio, evitando proprio tutte quelle trappole, quegli ostacoli che oltre a innalzarsi nel momento in cui cerchiamo di cantare oltre una normale semplicità soggettiva, noi stessi tendiamo a generare allontanandoci dalla naturalezza del parlato. Naturalezza che non ci deve, a sua volta, ingannare, perché riconosciuta dall'istinto di conservazione della specie, mentre il canto artistico non lo può essere, in quanto impegnante gli apparati ben oltre le esigenze di vita e quindi, riservato a una certa minoranza di persone che avvertono un'esigenza interiore spirituale di elevazione conoscitiva, che può proiettare il pensiero oltre le normali esigenze, e di conseguenza può supportare un percorso di apprendimento dell'arte stessa. Quindi non si tratta di ereditare dei metodi, delle frasi, dei concetti dai maestri, ma solo i pensieri che stanno dietro a un insegnamento, che ne costituiscono la base. Avendo compreso con assoluta chiarezza cosa sta alla base dell'insegnamento di un'arte, ciò che sta sopra di essa ognuno se lo può creare individualmente senza problemi, sarà sempre efficace e sicuro. Gli insegnamenti copiati, replicati a pappagallo, per quanto derivati anche da grandi insegnanti, non produrranno granché di buono, perché non saranno frutto di alcun pensiero cosciente. Nell'atto artistico, compreso quello docente, c'è impresso il sigillo conoscitivo di chi lo compie; se il docente non ha compreso il motivo che sta alla base del suo atto, non imprime niente, è un gesto vuoto, senza energia e senza sostanza. Forse in questo caso può valere molto l'esempio del direttore d'orchestra. Il m° Celibidache, caso forse unico nella storia di autentico insegnante di direzione d'orchestra artistica, arriva a far capire il gesto-musica; quando si comprende questo, si prende coscienza che la stragrande maggioranza dei direttori d'orchestra gesticola senza criterio, e questi gesti sono assolutamente vuoti, non comunicano niente e non producono realmente niente; non c'è relazione tra direttore e orchestra, non c'è alcuna "unità" di intenti e di risultati. Allora anche il maestro di canto quando propone esercizi, non lo può e non lo deve fare come una consuetudine, come una prassi, una conformazione. Ci deve essere assoluta unità di intenti; il m° è nell'allievo, è la sua coscienza, e percepisce in ogni momento ciò che necessita, dove può andare, quanto può progredire e quanta resistenza oppone. Purtroppo la materia viva reagisce,  soprattutto quando la materia è così lontana dai parametri di vita ordinaria. Diventa quindi necessità di invenzione di strategie per aggirare gli ostacoli, per ingannare l'istinto e far scorgere alla mente che c'è un oltre... fin quando l'oltre non ci sarà più!

lunedì, novembre 16, 2015

"Bei tempi" - L'illusione

Non so se sia più specifico dell'età moderna, non credo, fatto sta che all'uomo non piace vivere nel presente. E' perennemente in bilico tra un passato - che non c'è più - e un futuro - che non c'è ancora. Indubbiamente il presente, ovvero la realtà, ci può dare l'idea di essere difficile da vivere, fatto sta che questo altalenarsi tra passato e futuro ci fa vivere in una perenne illusione! Vorremmo fuggire o sfuggire alla realtà, configurandola negativamente, rifugiandosi nei ricordi, nelle ricostruzioni di un passato spesso artificiale, per sognare un futuro migliore. Alla fine tutto ciò ci porta alla sofferenza. Purtroppo c'è poco da fare, perché lo stile di vita attuale è talmente costruito e imperniato sull'illusione che per uscirne occorrerebbe una rivoluzione personale insostenibile se non da pochissimi. Cioè o una parte (sostanziosa) dell'umanità comincerà a orientarsi diversamente, escludendo gradatamente determinati aspetti in cui si è cacciata, o dovrà esserci una vera rivoluzione, oppure andrà a perdersi in chissà quale degrado. Ma lasciamo stare, non è argomento da trattare in questo blog. Perché, invece, l'ho tirato fuori? Perché in qualche modo ci riguarda. Se è vero che anche in questo mondo (quello del canto e della vocalità) guardiamo sempre indietro (qui facciamo continui riferimenti a cantanti del passato e anche a maestri antichi), c'è modo e modo di affrontarlo. Un conto è associare uno o più modelli, che ci possono dare un'idea di un obiettivo raggiungibile (quindi non un miraggio), un conto è rivolgersi a un passato virtuale. Mi riferisco in particolare ai cultori degli antichi trattati. Se io sento Gigli, Schipa, Stabile, ecc., posso farmi l'idea di un'estetica vocale e musicale peculiare. Se mi riferisco a un "libro" che parla di un certo modo di cantare, non mi riferisco a niente! Sono parole, liberamente interpretabili e che non mi forniscono alcun modello cui riferirmi. I primissimi trattati, poi, Tosi e Mancini, sono stati addirittura concepiti da cantori castrati, di cui vocalmente non possiamo ormai più immaginare niente di significativo, le cui caratteristiche fisio-anatomiche erano talmente distanti da qualunque altro cantante odierno da considerare quegli scritti cimeli da museo. Ma anche escludendo quelle prime opere, non possiamo non considerare che uno o due Secoli, considerando i mutamenti genetici, da non sottovalutare, le condizioni ambientali rivoluzionate, che non hanno certo lasciato immutate le nostre capacità e caratteristiche sensoriali, modificano profondamente il rapporto con la nostra sfera percettivo-espressiva, perlomeno dal punto di vista della narrazione scritta, considerando poi anche alcuni mutamenti sul piano lessicale e semantico. Con ciò non voglio dire che la trattatistica vocale vada messa in soffitta e rivolgersi solo a quella presente, anche perché faremmo un bel magro guadagno, ma dico di rivoltare il canocchiale. Guardare agli insegnamenti scritti nel passato, vedendoli ingranditi dalla nostra lente di ingrandimento, perché "il passato è bello", ci fa prendere abbagli, ci porta sulla strada dell'illusione. Chi si occupa virtuosamente di canto, di vocalità, deve avere un fondamento, una base intuitiva solida, confrontabile, relazionata, coerente, sintetica e olistica. Se questa poetica, non teorica ma sostenuta da esempi e da pratiche di evidente positività, ecco che può confrontarsi anche con quanto ci ha lasciato il passato, vuoi di tipo teorico che esemplificativo. Però, ripeto, il focus non può e non dovrebbe essere un baule di parole che non si possono più discutere e ampliare perché legate a un tempo passato. Il maestro o è "qui e ora", sa quel che fa, sa quel che fare e far fare, sa dove va e dove arriverà, o altrimenti non sa niente, non può dire: in base a quanto disse tizio e caio si deve fare così e si arriverà là, perché lui si è come deresponsabilizzato e carica di significato parole, concetti e pratiche non sue, e che quindi non può garantire. Molte scuole, compresa questa, apprezzano poco o niente di quanto si sta facendo e vendendo sul piano scientifico in tema di insegnamento artistico e specificamente vocale. Non è poi così diverso vendere competenza vocale di tipo storico-leggendario non proprie, se non c'è una evidente e dimostrabile competenza vocale e didattica fondata su principi e coscienza propri. L'arte si deve giocare sulla pelle propria, non va delegata.

sabato, settembre 19, 2015

L'attacco (che non c'è)

Il termine "attacco" è universalmente utilizzato nel mondo del canto per indicare il momento in cui si emette un primo suono. Come spesso accade, nel nome si nascondono anche virtù e difetti. In questo caso direi fondamentalmente difetti! Se c'è una cosa negativa nell'emissione vocale è che la voce resti "attaccata" a qualcosa; quindi più che "attacco" sarebbe meglio definire "stacco" il momento in cui la voce si libera. Anche così, però, ne avremmo conseguenze negative, perché attacco e stacco fanno entrambe riferimento a un punto o una zona da cui si diparte la voce mediante una qualche azione fisica. E qui veniamo a parlare dunque di alcuni consigli per cui l'attacco del suono o della voce (che per i più è la stessa cosa) debba avvenire in un punto più o meno preciso. Quelli "precisi" indicano: le corde vocali o glottide, in mezzo agli occhi, sulla fronte, ecc.; quelli imprecisi: "in alto", in maschera, ecc. Tutto parte sempre dal modo di pensare del cervello fisico, il quale, non concependo l'immaterialità, non può che indurci a "attaccare" anche la vocale a qualcosa di fisico, laddove, invece, la vocale NON può e NON deve avere alcun punto di attacco fisico, non essendo come le consonanti, che, al contrario, hanno sempre e comunque un punto di attacco, tant'è vero che sono molto precisamente definite dalla fonologia. In questo stesso senso è errato anche definirle anteriori e posteriori. La sensazione del suono vocale anteriore o posteriore è dovuta alla diversa disposizione delle parti mobili e dei punti dove il flusso sonoro tende a solleticare i centri nervosi. La I, ad esempio, viene definita anteriore in quanto la lingua alzandosi notevolmente lascia scorrere un filo di suono tra essa e il palato e quindi il suono compie una frizione in quella zona che ci dà la sensazione di suonare davanti; la realtà però non può essere frazionata, dunque la I, come tutte le vocali, non suona I solo per la disposizione anteriore, ma grazie a tutta la situazione oro-faringea nel suo complesso, che non può essere parzializzata, pena la perdita di importanti caratteristiche. Dunque non di attacco si deve parlare, nel caso di inizio su una vocale, ma di "formazione" o nascita. Anche il suono non è bene considerarlo "attaccato". Esso nasce dall'eccitazione delle corde vocali ad opera del fiato. Indubbiamente ci può essere un attacco, duro, violento, forte, e in alcuni casi può essere necessario per motivi musicali, testuali, caratteriali, ma in generale, anche per evitare danni, il suono deve nascere morbidamente, fluidamente. Il suono è il secondo anello della catena, dopo il lavoro compiuto dal fiato, il quale, in base alla conformazione oro-faringea disposta dalla mente, che governerà tutto il processo, produrrà SENZA ALCUNA AZIONE MECCANICA LIBERATORIA, la vocale voluta. Meccanica liberatoria significa il passaggio da una azione di chiusura, più o meno rapida, anche istantanea, a una di apertura, come succede con le consonanti. La vocale si trova (SI DEVE TROVARE) in una condizione di totale libertà fin dall'inizio... direi... ANCHE PRIMA dell'inizio. Cioè non ci deve essere un inizio, ma un momento in cui il suono vocale si forma quasi magicamente, senza "clic", senza contatti. E' una forma di espressione libera che è necessario provare e ripetere, perché è un simbolo chiave del canto artistico. Naturalmente quando escludo l'attacco e ogni forma di nascita meccanica, e invoco l'opposto, non posso che riferirmi a una nascita esterna alla bocca, escludendo nel modo più assoluto e totale ogni forma di spinta, di schiacciamento, di pressione. La purissima vocale nata come materializzazione del pensiero, o come flusso mentale operante.

venerdì, febbraio 06, 2015

La coerenza

Ho in diversi momenti di questa lunga teoria di scritti fatto riferimento a concetti quali "sintonia" o "allineamento" per indicare un tipo di relazione che si instaura tra le parti componenti l'apparato respiratorio-vocale nel parlato spontaneo e che il canto esemplare pone come obiettivo della propria attività artistica. In altri scritti ho parlato invece di coerenza riferendomi alla conoscenza, alla coscienza che deve possedere il maestro e il cantante artista nei riguardi di tutta la disciplina. Non avevo colto, forse, che usavo termini diversi per indicare uno stesso concetto, per cui ritengo ora di emendare questa svista e richiamare più correttamente quest'ultimo termine anche nell'ottica di ciò che deve succedere a livello fisico affinché si possa parlare di un grande canto d'arte.
Il termine coerenza è molto usato in linguistica per parlare di fenomeni legati al linguaggio, non tutti ancor oggi pienamente spiegabili scientificamente (ma guarda!...). Una volta che si è imparato a parlare (poi anche a leggere) noi usiamo espressioni di cui cogliamo il contesto e per le quali ci bastano alcuni termini anche non consecutivi per comprendere il messaggio complessivo. Come si vede siamo sempre a quell'unità che è il fondamento di ogni discorso in questo blog. Naturalmente ciò non funziona sempre; non funziona quando il messaggio riguarda qualcosa di desueto, poco noto, dicorsi più complessi, argomenti nuovi. Se un insegnante non parla con chiarezza, il suo insegnamento sarà fallace perché l'impegno di chi ascolta, già teso dal dover mettere in relazione concetti non usuali, magari anche termini nuovi, si infrangerà contro la difficoltà di percepire una verbalizzazione poco fluida, se non scorretta. Purtroppo anche piccoli ma insistenti problemi possono diventare ostacoli: il dire insistemente "eeehm", lo schiarirsi frequentemente la voce, l'incespicare su qualche parola un po' più difficile, perdere il filo, ecc. possono diventare per alcuni problemi insormontabili per apprendere. Il rischio è sempre lo stesso: mancanza di coerenza. Naturalmente in questo esempio non si tratta di una coerenza relativa al discorso, ammettendo che l'oratore conosca a menadito il contenuto di ciò che deve insegnare, ma di tipo discorsivo e fisico, anche se spesso questi generi di disturbi nascono da insicurezze o non totale assimilazione. Ciò che mi sembra fondamentale nell'uso del termine coerenza è la possibilità di utilizzarlo per figurare l'aspetto artistico, sonoro, linguistico, contenutistico, fisico-muscolare, respiratorio e il paradigma concettuale di ciò che sto cantando, nonché della conoscenza che sta a monte.
Le carenze in questo mondo lirico si può dire, senza necessariamente voler fare una noiosa lagnanza, partano dagli elementi più piccoli, figuriamoci quando si vuol arrivare al grande UNO! Se noi prendiamo una qualunque aria d'opera, sì, molti sanno grosso modo di cosa parla, ma ben pochi, credo, l'abbiano approfondita e portata a coscienza come unità di contenuto; comprese, cioè, tutte le parole, le quali peraltro sono parti che non costituiscono l'unità semplicemente sommandole. E' la nostra coscienza che riuscirà a unificare se ha compreso il senso più profondo di intere frasi e di più frasi (contesto generale). A questo poi si dovrà unire il processo musicale, che è di nuovo un bell'impegno! Questo poi riguarda, per molto tempo, due tipi di percorso, quello musicale interiore e quello esecutivo-fisico. Purtroppo solo pochi hanno la dote innata di riuscire a mantenere coerenza nell'esecuzione, cioè dire ciò che va detto dando ragione del contenuto semantico complessivo e all'autore musicale che ha cercato di dar luce a quel testo mediante un tessuto melodico-armonico-strumentale. E' chiaro che per chi apprende tutti questi criteri sono troppo difficili da tener presenti contemporaneamente, ma questo è un punto di vista "piccolo", cioè un ragionamento "ragionieristico", che messo in questi termini diventa insolubile, perché necessiterebbe un impegno mentale enorme. Ecco che la coerenza ci viene in soccorso, perché essa può essere solo il frutto di una mente più ampia, aperta, che viene dal profondo e da lontano, e ci appartiene. Invece di pensare alla complessità di mettere assieme parole, musica, "tecnica", inglobiamo il tutto cercando di vedere questo brano come una sfera in cui tutto circola senza colpi, senza spigoli, con il giusto spazio di respiro, senza ansia. E' chiaro e logico che è un obiettivo a lungo, anche lunghissimo termine, ma non dobbiamo pensare che "poi" si farà, quando si saranno acquisite le varie competenze, perché, come ho già detto, non si deve ragionare in termini sommatori, cioè che prima si conquista una cosa, poi un'altra, ecc. e poi le si mette insieme, ma prima iniziamo a vivere i brani come unità prima si raggiungerà una esecuzione di pregio, considerando, ripeto anche questo, che non è una conquista dall'esterno, ma è il semplice (!!) impiego di qualcosa che è in noi e che ci contraddistingue, quindi semmai dovrebbe essere molto meno normale separare, spezzare, procedere incostantemente. Eppure è così, e il motivo qual è? Che in realtà non si comprende, ciò che eseguiamo resta in superficie, non conosciamo veramente il testo, non comprendiamo la musica, ci accontentiamo di un effetto "piacevole" che ci accarezza, e non riusciamo a collegare con la voce questi aspetti, per cui rimaniamo con tre pezzi malamente inchiodati tra di loro ma incoerenti, che non possono creare un'unità inseparabile. Dunque la soluzione è cercare di dar vita al fenomeno canto, pur studiando separatamente le varie discipline in alcuni momenti, cercando quella fiamma, quell'alito di vita che solo può animare una forma (in questo caso una vibrazione fisica) in sé priva di qualsivoglia qualità. Quindi dobbiamo riflettere sul fatto che solo noi siamo in grado di fornire vita a ciò che creiamo con la nostra fantasia, e che non dobbiamo accomodarci nell'accademismo, nella routine e nelle frasi fatte, ma in ogni apprendimento cercare una coerenza, non dare per scontato che chi ci insegna ci dica la verità, ma che stia semplicemente ripetendo frasi fatte. Fate di questo termine la vostra parola d'ordine, e richiedetela a chi si propone di insegnarvi.

martedì, gennaio 13, 2015

L'unità del sapere

Uno dei principi su cui si dovrebbe (ma nell'ordinamento non c'è il condizionale) basare l'insegnamento nella scuola pubblica italiana, è quello che riconduce all'unità del sapere. Vale a dire che lo spezzettamento che si effettua ovunque e in ogni modo tra le varie discipline è la condanna di ogni retto e sensato apprendimento. Ma non è l'unico punto debole della scuola (non solo italiana). Quale tipo di metodologia si applica? Non sto a entrare nel merito più specifico di come l'insegnante svolge la lezione (qui generalmente dovremmo parlare di metodologie riconducibili a epoche comprese tra il paleozoico e l'alto medio-evo!!) ma di un approccio complessivo: il metodo scientifico, e perlomeno un metodo inteso come scientifico, cioè di tipo oggettivo, concettuale, rappresentativo. Questo metodo ha un grave difetto, se inteso nella sua accezione più corrente, e cioè non solo è isolato e distaccato da altre discipline, ma spezzetta e isola elementi all'interno della sua stessa materia. Per esempio la scienza ben poco avrà a che spartire con la geografia, tanto per dire o con l'educazione artistica (anche se ognuno di noi con un minimo sforzo del pensiero, di collegamenti ne potrà trovare numerosi), ma isola, categorizza e separa la botanica dallo studio del corpo umano, la fisica dalla chimica e così via. Ma si può andare ancora oltre; nello studio, per esempio, del corpo umano, si parla di apparato digerente e apparato nervoso, di arti, sangue e muscoli. Ognuno di questi oggetti (proprio così) viene scandagliato in profondità, ma ben difficilmente viene messo in relazione con il resto, e con tutto. E' un tipo di indagine sicuramente molto razionale, solitamente molto noiosa, che accontenta i soggetti con ottima memoria, perché possono ricordare facilmente regole, concetti, norme, senza coinvolgere la sfera emotiva. E già, perché ciò che solitamente rimane fuori è proprio questa! (che, tra l'altro, molto difficilmente sarà presa in considerazione dalla scienza stessa, se non in corsi specifici). In ogni tipo di studio di base, quindi scuole dalla materna alle superiori, perlomeno, ma anche nella maggior parte delle università, comprese quelle di tipo musicale o più generalmente artistico, la sfera delle emozioni, delle empatie, viene lasciata fuori dalla porta, forse perché ritenuta "ingombrante", provocante, fastidiosa. E' certamente molto più semplice e consuetudinario spiegare come è fatta una cellula o come si calcola un'area, che coinvolgere l'emotività di un gruppo di bambini/ragazzi alla ricerca delle cose importanti della vita, entro le quali rientreranno senz'altro la geometria e la chimica, ma che se sapute stimolare diventeranno richieste da parte loro, e non imposizioni che nella maggior parte dei casi saranno ritenute inutili e noiose. Questo blog tratta di canto, ma come ognuno che frequenta, o che avrà voglia di leggere, potrà constatare, pur parlando di canto in questi oltre 600 post ho spaziato in lungo e in largo nell'ambito della conoscenza. Infatti la questione non è trovare i punti comuni tra i contenuti delle materie (cioè stabilire, come si fa agli esami di terza media, solitamente orribili! qualche cosa in comune tra la seconda guerra mondiale - storia - , la geografia, le scienze, la letteratura, la musica, ecc.) ma correlazionare gli aspetti comuni ai fondamenti disciplinari, cioè perché l'uomo indaga il passato, cosa può imparare da determinati avvenimenti, come ciascuno di noi può leggere e da un contenuto introverso - il passato - farne un motivo di estroversione, cioè un comportamento, un compito, ecc.; perché viaggia, perché legge, ecc. ecc., ovvero da ciascun "perché" farne prima di tutto un processo di tipo emotivo e quindi creativo, infatti ciascuna disciplina dovrebbe contemplare (ma non sempre è così) sia un aspetto di indagine - che coinvolga o possa coinvolgere ciascuno - che uno di creazione. Spesso si sente parlare di "emozioni" nel sentire un brano musicale o nel leggere una poesia o un racconto. Ma quando e come si estroverte questo apprendimento, se lo si limita al solo ascolto, cioè alla fase passiva?
Dunque, di conoscenza qui si parla, non intesa come nozioni e informazioni più o meno specifiche, ma conoscenza profonda, pensiero, che quindi noi tutti abbiamo o siamo in grado di sviluppare se stimolati opportunamente.
Veniamo, o torniamo, al canto. Si può parlare di canto senza considerare la sfera emotiva? No, chiunque studi canto, o semplicemente canti, quindi praticamente tutti, lo fa - più o meno consapevolmente - per estrovertire la propria sfera sentimentale ed emotiva più profonda. Questa sfera però non si limita a partecipare, ma induce e coinvolge anche fisicamente le numerose azioni del cantare. La semplice nostra voce parlata si modifica non solo leggermente quando la persona deve dire qualcosa a qualcuno in particolare, in una certa situazione, in un certo ambiente, quando sono coinvolti i suoi sensi, quando è impaurito, innamorato, felice, triste... Una recitazione o un canto professionale non possono soggiacere alle intemperanze emotive, per cui il professionista deve riuscire a dominare gli aspetti istintivi, ma allo stesso tempo deve riuscire a riprodurli realisticamente per far sì che chi ascolta sia coinvolto da quella stessa emozione, il che si chiama empatia. Anche l'insegnante di canto si trova in una situazione analoga. Perché canta, perché insegna canto? Ma non è tanto la risposta concettuale e oggettiva che conta, ma la risposta interiore, anche silenziosa, quella che comunica facendo, arrabbiandosi, insistendo, facendo andare l'allievo oltre la linea dell'immaginazione, che è la vera sfera dell'apprendimento, quando la mente può prendere atto di qualcosa di nuovo, di non previsto, ma che esiste in profondità, e che ora emerge e può esprimersi e svilupparsi. Detto questo, si può pensare che ci sia un confronto, una contrapposizione tra un "metodo" artistico e un metodo scientifico? No, diamo per scontato che il metodo scientifico ha un tipo di approccio non unitario, diviso, analitico, oggettivo quindi asettico e non coinvolgente, ma comunque importante, necessario, che dovrà necessariamente allargarsi, ampliarsi in una visuale che il canto necessariamente dovrà estendere a una sfera artistica, che, al contrario, non può che rifarsi all'unità, alle relazioni, al dentro e al fuori sempre in un rapporto di energia sottile, non fisica e brutale, non di massa e di peso, ma di volontà e di desiderio, non contigente, ma eterno.

martedì, ottobre 07, 2014

Memoria e coscienza

Il M° Sergiu Celibidache nel 1984 tenne 10 giorni di intensissime lezione al Curtis Institute of Music negli Stati Uniti; in questi giorni un allievo di allora ha postato su internet un piccolo estratto che aveva registrato.
"Prima di iniziare un concerto, se non riesco a svuotare me stesso, sarà la memoria. "So che inizia il corno. So che il ..." No. Questo è contro di me. Sarà materializzare la funzione di memoria. La musica non ha nulla a che fare con la memoria. La memoria è legata al passato. La speranza è legata al futuro. La musica non è collegata a nulla. Si tratta di un processo spontaneo di creazione. L'esecutore crea. Che cosa ha fatto il compositore? Vi ha indicato la via: "Guarda, se si va oltre quelle fasi, questi conflitti, si potrebbe arrivare a questo punto...".
Naturalmente il M° parlava di musica in senso lato e di direzione d'orchestra. Come tantissimi pensieri regalatici da questo grande musicista e pensatore, si presta a interpretazioni alquanto "pericolose", se non vengono correttamente contestualizzate. Solo un folle o un polemico strumentalizzatore potrebbe pensare che Celibidache quando dice "l'esecutore crea" possa riferirsi a una arbitraria libertà intepretativa. Ho deciso di postare questa frase qui perché possiamo trovare analogie nel campo del canto. Il punto focale è la memoria. La memoria cui ci riferiamo solitamente è una memoria fisica, e la potrei definire temporanea, non nel senso che i dati che contiene durano poco, ma nel senso che quei dati sono depositati "in attesa di...". I dati entrano nella memoria grazie ai sensi; noi ricordiamo le cose in quanto le abbiamo viste, sentite, toccate, ecc. Quanto queste informazioni ci appartengono? Non in quanto memorizzate, ma in quanto passate alla coscienza. In essa non entrano le informazioni fisiche, ma il contenuto, ciò che ci ha "toccato" e ha comunicato al nostro io profondo. Vale per ogni arte. Capire l'arte non significa averla "interpretata", ma essere riusciti a cogliere il frammento di verità in essa celato. Dunque le informazioni eventualmente contenute nella memoria, noesi, e che si riferiscono a opere d'arte, risiedono in questo contenitore finché qualcosa permetterà al loro noema, pensiero, contenuto, di passare alla coscienza.
Come avevo già scritto in passato, molti allievi, direi quasi tutti, quando la lezione è particolarmente positiva si preoccupano di "dimenticare" ciò che hanno appreso, e spesso identificano questo qualcosa in sensazioni, azioni, indicazioni. Tutto ciò non serve, anche se è o può essere un piccolo aiuto, ma può anche essere controproducente. Proprio per il fatto che la memoria è fisica e lavora sulla percezione attraverso i sensi, si tenderà a ricordare proprio gli aspetti muscolari e scheletrici, dimenticando che il canto è e deve essere un flusso mentale incondizionato, cioè libero dalle funzioni istintive, pertanto proprio all'opposto del funzionamento mnemonico. Creare non significa, in questi casi, "inventare" qualcosa di nuovo (ma sappiamo come il termine inventare sia sempre discutibile nel nostro campo), ma ri-creare, cioè manifestare un'unità che come tale è stata acquisita alla coscienza ed è possibile quindi ridarla alla luce come se fosse una creazione del momento, come in effetti è perché solo "hic et nunc" è possibile permettere a quella forma d'arte - musicale in questo caso - di poter esprimere la propria verità. Anche nella vocalità e nel canto, l'acquisizione matura dell'unità che si forma dalla relazione delle parti durante la fonazione permetterà al virtuoso di esprimersi al meglio senza "ricordare" ma agendo come in sogno; il flusso a-fisico che dalla coscienza perviene a estrinsecarsi, ci apparirà come una "ispirazione" nostra. E' la grande coscienza, la coscienza umana e divina, entro la quale ci troviamo quando sappiamo collegarci "in rete" con altre forze simili (non entro troppo in particolari perché ognuno deve essere libero di modulare sul proprio pensiero questi concetti, quindi non ci devono essere forzature ideologiche, ma penso che tutti possano ritrovarsi serenamente qualunque sia il loro credo o non-credo).

mercoledì, marzo 26, 2014

Avanti popolo!

In fondo la questione è semplice, ed era uno dei "mantra" dei vecchi maestri e cultori di canto, oggi pressoché dimenticata. La voce AVANTI è quella che risolve tutto. Quando la voce è avanti veramente, anche il passaggio di registro diventa automaticamente fluido e facile. Oggi si parla di voci alte, di qui, di là... ma poi fondamentalmente tutte indietro, e la voce indietro o dentro è una voce che incontrerà sempre e comunque inciampi e difficoltà d'ogni sorta. L'unica trappola che occorre evitare è quella della spinta o schiacciamento in avanti. In avanti la voce ci deve andare con la tranquillità e la fluidità del sospiro, della parola parlata, dell'alito leggero e caldo, del rilassamento corporeo. Quando si coniugano questi requisiti, siete a posto. Facciamola questa rivoluzione: avanti, popolo dei buoncantori, avanti con la volontà e con la voce!

sabato, marzo 15, 2014

Il vaso pieno

C'è una diffusa mala-idea sulla scuola (di qualunque tipo) e l'insegnamento, e cioè il concetto di "trasmissione", vale a dire il pensiero che esistono persone "vaso vuote" (allievi) che devono essere "riempite" da persone "vaso piene" (insegnanti). E' profondamente sbagliato questo concetto ed è uno dei mali persistenti della scuola italiana. Questo male è quanto più accresciuto in scuole d'arte; nella scuola tradizionale possiamo essere d'accordo che una componente è costituita dall'informazione, e l'informazione, almeno in parte, deve essere appresa tramite comunicazione, quindi persone o libri o altri sussidi che ci dicono cose. Questo però non è l'apprendimento, non è realmente cultura, non è formazione. La scuola, quindi l'insegnamento, quindi la didattica, quindi la cultura, quindi ogni forma di crescita di una parte della popolazione meno sviluppata, dovrà avvenire tramite un risveglio della propria coscienza e un riconoscimento di ciò che già possiede. Se il vaso fosse vuoto, chi l'ha riempito, all'inizio? Qualcuno può dire: "ma è stata un'evoluzione lenta... " d'accordo, ma sia pure una piccola quantità, ma ci doveva essere... e da dove è stata presa? inoltre, per potersi evolvere, quel "di più" che è stato aggiunto, da dove è arrivato? E' evidente che non arriva da nessuna parte, non c'è un "esterno"; invece fa parte della nostra condizione umana; se evoluzione c'è stata ha riguardato solo un graduale svelamento di quanto potenzialmente esiste, ma anche su questo si può essere ben dubbiosi.  Che forse pittori, scultori, scrittori greci erano meno artisti di Leopardi, Giotto, Canova? L'informazione cresce col tempo, l'uomo crea e diffonde sempre più dati e questi riempiono libri e ogni mezzo di comunicazione. Questi dati di per sé non costituiscono una fondamentale fonte di apprendimento, ma un MEZZO, attraverso il quale noi esercitiamo le nostre capacità elaborative e, forse, andiamo a svelare quei processi di riconoscimento che stanno nella nostra coscienza ma che, nella quasi totalità dei casi, sono "velati", nascosti, confusi. Ecco dunque che l'insegnante/maestro deve provocare questo processo di svelamento della coscienza, di cui lentamente il soggetto si renderà conto e potrà portare in superficie quei frammenti di verità che costituiranno la disciplina di cui si occuperà. Per entrare nel campo della vocalità, noi possiamo dire che senz'altro esiste una massa di informazioni (funzionamento dello strumento vocale, fisiologia e anatomia, storia della vocalità, ecc.) che hanno una loro funzione e senz'altro non sono da sottovalutare, ma rimangono sempre e comunque mezzi che non costituiscono e non possono costituire in alcun modo APPRENDIMENTO del canto. Le persone che sanno tutto - o quasi! - su questo tema, tipo i medici, foniatri o logopedisti, non sanno cantare e non possono insegnarlo (NON DEVONO!), perché nessuno ha risvegliato in loro la coscienza della perfezione vocale, ovvero l'informazione non è sufficiente a innescare questo processo. Si può obiettare: ma come nessuno ha riempito il vaso all'inizio, chi ha svelato la coscienza? Questo, al contrario dell'informazione, che necessita di memoria, di supporti e di trasmissione (e si può sempre perdere), la conoscenza umana, che è quindi dell' e nell'uomo, non si perde e non ha bisogno di nient'altro che dell'uomo; non è indispensabile in assoluto che ci sia un maestro, che è un facilitatore; ognuno potrebbe arrivarci da solo, ma in tempi talmente lunghi da diventare impossibili, e poi con ostacoli d'ogni genere, ma soprattutto con un handicap iniziale, e cioè la "spinta" interiore. Non mi affido a un insegnante di una qualunque disciplina per diventare un perfetto artista. Mi affiderò a un insegnante di canto (ad es.) SE sento una spinta irresistibile ad apprendere il canto, e mi affiderò a un maestro SE avverto che questa spinta è così forte da non accettare la mediocrità e una semplice evoluzione ma solo se avverto la necessità, urgenza, di puntare AL risultato più alto possibile. Se questa urgenza è così elevata da viverla come una esigenza esistenziale personale, ecco che posso anche mettere in moto processi che possono guidarmi al risultato senza un maestro, anche se avrò comunque bisogno di altri uomini, di altre conoscenze che mi possano stimolare all'intuizione, che è la condizione fondamentale, in tempi lunghi ma non impossibili. Morale della favola: non sentitevi vasi vuoti, ma vasi pieni con il coperchio! La curiosità e la ricerca (termine un po' ambiguo) possono portarvi a scostare lentamente il coperchio.

venerdì, gennaio 03, 2014

La luce vincerà (?)

Mi sono riferito alla luce già in passato; la luce rappresenta l'arte, la verità. Ciò che deve fare un maestro è condurre i propri allievi a riconoscere dove sta la luce e a seguire il percorso virtuoso che porterà la luce a trionfare e a evitare che invece la materia oggetto dello studio (la musica o il canto, nel nostro caso) venga offuscata dal buio o dal grigiore. Il concetto non è per niente facile da intendersi, perché suonare uno strumento o emettere suoni che possano essere considerati musica o canto è relativamente facile, pur richiedendo molto studio e applicazione, a parte coloro che hanno una indubbia predisposizione (definiti "prodigi" o "talentuosi") e che non devono nemmeno studiare e combattere tantissimo per raggiungere i propri fini di successo. Che differenza ci può essere tra uno dei tanti musicisti o cantanti di successo e un vero e grande artista (rarissimo)? Spesso, molto spesso, si può rimanere allibiti di fronte all'indifferenza o addirittura al fastidio che moltissimi ascoltatori manifestano quando vogliamo far notare le differenze tra questi due esemplari. Il motivo è, credo, ormai piuttosto noto. L'abitudine, la tradizione, il conformismo, la pigrizia. Sentire cento cantanti ingolati porta a un'abitudine dell'orecchio che fa ritenere che il suono ingolato E' il suono "lirico", mentre un suono puro e libero è "vuoto". Sentire un direttore d'orchestra che fraseggia e adotta il tempo in base alle caratteristiche del momento nell'ambiente in cui si esegue, fa dire ai soliti: "ma questo tempo non va bene", perché si discosta dai "dischi" su cui si è uniformato ormai l'udito comune, dimenticando che non è l'udito il riconoscitore della verità, ma la coscienza. Dunque ogni qualvolta si esegue un brano, il buio è in agguato, e l'oscurità è quella che offusca la nostra coscienza, la nostra libertà, la capacità di discernere oculatamente ciò che va fatto affinché quanto si cela nella fitta trama del materiale artistico possa apparirci limpido, chiaro, purissimo, comprensibile, pur nella sua forma non verbale e non esprimibile verbalmente, perché dotato di una potenza intrinseca che le parole, perlomeno le parole che oggigiorno conosciamo, non hanno la forza di esprimere. Ma la coscienza le può comunque recepire e avvertire sotto forma di un sentire interiore che ci eleva e ci porta fuori dal tempo e dallo spazio comune. E' quell' "attimo fuggente", dove attimo non ha la valenza di una frazione di secondo, beninteso, che arreca gioia e felicità vera, vuoto, infinito ed eternità. La luce si scopre lavorando contemporaneamente sull'insieme e sul dettaglio. L'insieme unitario è un obiettivo gigantesco e quasi pazzesco da raggiungere, ma dobbiamo tener conto di questa finalità, considerando che il dettaglio è ciò che apre la strada per quella méta. Sentire di avere a portata di mano i criteri per far emergere la luce dall'interno della materia e riuscire a scorgerla ogni volta che riusciamo a individuare il "come" vada eseguito un certo dettaglio, ci darà quella gioia, quell'entusiasmo e quella spinta per andare a coglierne altri, per proseguire il procedimento e sostenerci nelle infinite demoralizzazioni, paure, rabbie e depressioni che inevitabilmente ci assaliranno a ogni passo. Certo, queste cose possono apparire decise assurdità di fronte alla difficoltà della vita, al lavoro, alla miseria, alle malattie, alle guerre. Quello è il buio! L'assenza del messaggio, la sua banalizzazione e la sua sottovalutazione. La ricchezza dell'uomo non è e non può essere che una ricchezza interiore, l'unica che ci può portare a una condizione di eternità e di gioia condivisa.

giovedì, marzo 21, 2013

Memoria e conquista

Molti allievi di canto, ogniqualvolta compiono un progresso (non necessariamente reale, ma da loro riconosciuto come tale, mentre talvolta ignorano o addirittura scartano reali miglioramenti), entrano in una fase di forte timore per il rischio di perderlo, ovvero non ricordare più come lo hanno raggiunto. Questo è un errore che andrebbe rimosso. Cosa rappresenta realmente una vera conquista, un passo avanti, sulla strada dell'arte? Un insieme equilibrato di procedure che pongono il fiato nella condizione di lavorare opportunamente ai fini di una corretta emissione vocale. Queste procedure nulla hanno di meccanicistico, di "inventato", di intellettuale, di artificioso, ma si rifanno a intuizioni sulla natura dell'uomo, per cui il punto saliente è che non c'è da ricordare, ma da riflettere. C'è di più. Anche la memoria non è univoca, ma doppia; come l'intero sistema cerebrale si occupa principalmente di questioni attinenti il funzionamento fisico del corpo e lascia in secondo piano, o addirittura esclude, aspetti legati al puro pensiero, così la memoria è legata principalmente a ciò che riguarda aspetti che hanno colpito i sensi, mentre una materia astratta come è il canto di alto profilo, può essere riconosciuto nel momento in cui lo si emana, ma non è fisicamente ricordabile, o meglio, ci si ricorda di qualcosa che è legato alla muscolatura, e dunque nel tempo apparterrà ai ricordi negativi. Per la verità col tempo, se si sarà seguita una giusta disciplina, si potrà accedere anche a una memoria "spirituale", ma è comunque preferibile evitare questa strada, poggiandosi invece su un dato di fatto, e cioè che un'arte, come in questo caso la vocalità, la si CONQUISTA, ovverosia il continuo e corretto esercizio, con i giusti consigli, comporta un costante e progressivo adeguamento dell'apparato respiratorio a quello vocale e amplifico-articolatorio, che compirà lenti ma inesorabili passi avanti fino alla conquista sensoria, risultato straordinario estremo. Il consiglio, pertanto, a quanti studiano canto, è quello (dopo aver esortato a "non capire") di "non ricordare", ma di fare, con semplicità e concentrazione, attendendo pazientemente i risultati che ci saranno, senza alcun dubbio, se si sarà seguita la strada della disciplina artistica. La memoria è legata alle tecniche muscolari, e può essere evocata solo per capire "come NON fare", escludere, scartare. Quando non riuscirete più a capire come state facendo a cantare con semplicità, piacere, pronuncia, libertà, vuol dire che siete sintonizzati sulla giusta frequenza, che si è instaurato equilibrio e allineamento tra la mente pensante e gli apparati produttori, che in questo superbo equilibrio sembrano essere spariti e resta solo l'onda sonora che pervade l'ambiente.

sabato, febbraio 02, 2013

Non capite niente (esortazione!!)

Questo scrivere sovente mi permette di affinare e penetrare a fondo questa disciplina, e ho fiducia nel fatto che possa tornare utile anche a chi legge, che può trovare spunti e riflessioni che accendano fiammelle di intuizione fondamentali in chi apprende un'arte, posto sempre che la presenza di un insegnante-maestro è indispensabile. Non so se qualcuno ha letto il libro: "impare a disegnare con la parte destra del cervello" di Betty Edwards. Purtroppo non ho quel testo, ma ne ho lette alcune parti, che ho trovato molto istruttive. Ora io pongo la questione dell'apprendimento del canto in una prospettiva simile, ma con qualche differenza di impostazione generale, generatami in gran parte dal alcune letture recenti. In fondo l'argomento non riguarda solo il canto, anche se qui mi soffermerò pressoché solo su quello, essendo lo scopo del blog. 
Ancora una volta le osservazioni riguardano quell'involuzione cui stiamo assistendo nel mondo del canto e della cultura in genere; la Edwards pone la questione dell'apprendimento tra le due parti del cervello, io faccio un'analisi un po' più forte e parlo di mente e coscienza, o se preferite, mente e spirito, mente e anima o come altro vi può piacere. Ciò cui stiamo assistendo da diversi decenni è una prevalenza sempre più accentuata del fattore scientifico nelle attività umane, compreso l'insegnamento - in generale - e il campo artistico, segnatamente il canto. In questo non ci sarebbe niente di male e niente di sbagliato, se non fosse che la mente tende a chiudere i canali comunicativi con la coscienza, in sostanza vuol comandare lei (ed ecco che si vuole AVERE RAGIONE!, dove ragione - ancora una volta attenzione al significato delle parole - esprime propriamente il potere razionale, della mente) e non lasciare spazio all'immenso campo della spiritualità e dei sentimenti, che essa considera illogici, quindi estranei alla propria funzione, e inutili. Nonostante si stia parlando di approccio razionale e scientifico, questa prevalenza mentale è da considerare un'involuzione, perché la mente è comunque un organo del mondo puramente fisico, dell'evoluzione animale, istintivo. Certo che nell'uomo questa ha visto uno sviluppo straordinario, ma l'essere 'esseri umani' significa ben di più, e cioè possedere una coscienza umana, che è cosa molto diversa ed esponenzialmente superiore. Purtroppo, mentre la mente funziona abbastanza semplicemente, meccanicamente e automaticamente (uff, tutte ste rime in mente... che poi "mente" significa anche ... mentire!!!!), la coscienza richiede tutt'altro approccio e diverso impegno. Come stavo dicendo all'inizio di questo paragrafo, se noi andiamo un po' indietro nel tempo, in realtà ci accorgiamo che in passato era molto più frequente e naturale approcciarsi in modo interiore, non solo perché la scienza era ancora indietro (ma non sto parlando della preistoria, mi riferisco anche solo a pochi decenni fa, quando la scienza era già molto avanti), ma perché l'uomo era molto più coinvolto emotivamente, sentimentalmente e interiormente. Il fatto è che, come dicevo, l'approccio scientifico e mentale col tempo tende a soppiantare del tutto ogni altro tipo di apprendimento, e questo ci porta a vivere in un mondo sostanzialmente illusorio, dove la ragione (appunto) non consente di intuire la verità (perché è razionalmente inconcepibile, come l'eternità e l'infinito), la nega e ci impedisce di pensare che esista. (Questo riguarda anche la scuola tout-cour, detto per inciso! ma lasciamo stare). 

Entriamo in argomento. Da dove parte la rovina di tutto il campo canoro? Dalla necessità di "capire" come si canta, cioè dal voler razionalizzare il processo di apprendimento del canto. E' chiaro, poi, che ognuno che si fa un'idea propria su questo argomento e in questo modo ritiene di aver ragione, e da qui le dispute infinite e anche violente e il coinvolgimento - e questo fin dall'Ottocento - di medici e scienziati che, poverini, credono di aver capito tutto!. Ribadisco che non sto ponendo l'approccio scientifico contro o in alternativa a quello empirico o artistico o come altro lo si vuol chiamare! Ciò che intendo dire è che l'apprendimento non è appannaggio esclusivo della mente e della ragione, ma prima ancora di qualcosa che possiamo chiamare UMANITA', cioè una prerogativa assoluta dell'essere umano che fa affidamento ANCHE sulla ragione. In poche parole, la coscienza - o spirito - ha bisogno degli occhi fisici, delle orecchie fisiche, delle mani fisiche, ecc., per percepire il mondo attorno a sè, ma ha anche bisogno di un cervello fisico per elaborare le informazioni, però quell'elaborato è come il cibo masticato, cioè non è ancora ASSIMILATO! Allora il grave rischio cui stiamo correndo incontro è una sorta di morte dell'anima per mancanza di sostentamento, perché se continuiamo a "masticare" con la mente ma non diamo modo alla coscienza di assimilare, l'uomo, cioè l'essere umano nella sua completezza, rischia grosso. 
Il motivo fondamentale per cui la scienza e l'approccio scientifico e meccanicistico non basta e non è utile alla causa del canto, è presto detta: essa divide, separa, atomizza. Il riferimento cui guardare, poco piacevole, è quello autoptico!! cioè l'unità vitale non si può separare pena la morte! Le forme vitali non si possono dividere e poi rimettere insieme, perché esiste una rete che pone tutte le parti in relazione tra loro, e separandole tutto il complesso - cioè l'unità - collassa e muore. Nel canto abbiamo la stessa situazione. Noi abbiamo una forma di funzionamento vocale già presente, che quindi afferisce a una unità formata da una rete di connessioni. In genere parlo di relazione, allineamento, sintonizzazione dei tre apparati, ma ovviamente la questione è molto più complessa. In ogni momento in cui usiamo la voce, per qualunque motivo, un complicatissimo sistema permette di gestire - entro limiti umani - questo strumento senza la necessità di alcun pensiero razionale o scientifico. Quando questo sistema entra in crisi? Quando si vuol usare la voce OLTRE le necessità di uso quotidiano o eccezionale, cioè quando non vogliamo usare stabilmente la voce NE' per parlare, abitualmente, NE' per gridare, occasionalmente. Questa cosa risulta possibile per la coscienza ma non per la mente, che non sa come fare. Semplicisticamente potremmo dire che basterebbe escludere il ragionamento razionale, e lasciarsi portare dalle intuizioni - ed è ciò che hanno fatto i grandi maestri, in fondo - ma la cosa è di estrema difficoltà, perché la mente non ci lascia liberi di fare questa scelta, che va maturata col tempo, con le esperienze e il più delle volte con delle guide. Si potrebbe allora definire questo approccio "naturale"? Fin dai primi post di questo blog ho sottolineato come il canto artistico sia un risultato naturale, ma passi attraverso un approccio che non possiamo definire naturale perché carente di un'esigenza spontanea che lo faccia assimilare alla mente come tale. Se l'approccio naturale vuol passare attraverso un ragionamento - ad esempio paragonare meccanicamente l'espirazione all'inspirazione, ho già compiuto un passo falso, perché la naturale disposizione dei due atti è stata tradita per esigenze che la mente non può capire, e quindi si creeranno falsi risultati, che illusoriamente potranno considerarsi naturali. L'unico atto naturale della voce è il parlato (ma anche il gridato, con il dovuto distinguo) e se non si parte - e non si prosegue - da quel punto, ogni progresso sarà anche un regresso, perché si potrà aumentare il volume, l'intensità, l'estensione ed altri parametri, ma questo sarà un puro prodotto mentale - e mi permetto di definirlo artificio della mente - intessuto su principi limitati e illusori e che non fanno riferimento all'essere umano nella sua completezza, non passiamo, cioè, alla sfera artistica o di coscienza, e quindi non possiamo parlare di reale naturalezza (il gravissimo problema è che anche l'ascolto diventa sempre più cerebrale e sempre meno spontaneo e interiorizzato). In conclusione faccio un'affermazione che potrebbe risultare persino imprudente e dissacrante, ma se presa con la giusta dose può aiutare: approcciatevi al canto senza voler capire! Il mio m° diceva: si capisce quando si fa. Frase illuminante. E' inutile cercare di capire qualcosa che non sappiamo fare. Non si può neanche capire quello che un altro fa, ed è per questo che il mondo dell'arte si basa su un insegnamento imitativo. Imitare aiuta a fare in un certo modo; è inutile cercare di capire perché non siamo in grado di fare certi suoni o la O di Giotto perfetta - anche se l'abbiamo spiegato - ed è inutile cercare di capire come si fa a fare il suono perfetto o la O perfetta - anche se l'abbiamo spiegato. Occorre FARE, seguendo le indicazioni, concentrandosi per rimanere uniti con la mente che coordina udito e apparato vocale; quando ci sarà il progresso, lo si apprezzerà, quando si raggiungeranno determinati risultati, si capirà di aver capito! (in passato avevo scritto un post dal titolo "capire prima", quindi la naturale conseguenza è che in realtà si capisce dopo!). Ogni delusione, senso di smarrimento, di sfiducia, sono illusioni della mente, da superare ignorandole, sviluppando invece fiducia nella propria scintilla divina, che dobbiamo far emergere rimettendo in equilibrio quanto serve - ragionamento - per la vita d'ogni giorno, per le occupazioni materiali e leggere e quanto serve - esercizio artistico - per la nostra vita spirituale o se preferite, per l'illuminazione della nostra coscienza. 

martedì, gennaio 15, 2013

Il mare calmo del buon canto

Ho in diverse occasioni richiamato l'acqua come elemento di riferimento per un approccio al canto artistico che porti a sciogliere i legami che vincolano le persone alla materia, alla terra (e allora meglio ancora se parliamo di "evaporazione"). Si ricorderanno i post sul "galleggiamento", sul "fare il morto", sull' "imparare dall'acqua". Ora vorrei spingermi un po' oltre. L'approccio corretto a una disciplina artistica deve passare anche attraverso alcuni apprendimenti di tipo psicologico-caratteriale che possano attivare quella sensibilità e quelle risorse che additiamo come di tipo spirituale (e quindi di "ascesa"). Il primo elemento su cui lavorare è la pazienza (ovvero l'impazienza). In molte occasioni, più manifeste o meno evidenti, si sviluppa nell'allievo una sorta di impazienza. Spesso è a lezione: non si ascolta l'esempio o ciò che ha da dire l'insegnante, che può sembrare noioso, ripetitivo, insistente, ma si ha fretta e impazienza di rifare l'esercizio, di cantare, di avere risultati importanti e soddisfacenti. Questo è normale, ma il combatterlo è una ottima palestra per esercitare il dominio dell'io, della volontà virtuosa, sulla fisicità, sull'istintività. Questo è anche un esercizio che si può fare da soli a casa, e consiste nel fare esercizi non meccanimamente, puntando a togliersi dalle note "noiose" del centro e andare sugli acuti, "per sentire se vengono" e come vengono, e spesso questo approccio è molto deludente e frustrante, perché, come ripeto spesso - ma mai abbastanza, evidentemente - la fine è contenuta nell'inizio, quindi se si fa un esercizio complessivamente di nove note, non è importante la quinta perché è la più acuta, e le prime quattro si fanno più o meno bene e le ultime quattro come vengono vengono. La concentrazione deve essere massima, la più elevata possibile, su tutti e nove i suoni. Se dopo ripetuti tentativi si vede che ci sono sempre note abbandonate, cioè non eseguite con la dovuta concentrazione, allora vuol dire che non si è ancora pronti a quell'esercizio, e bisogna ricorrere a quelli più brevi, sintetici. Aver fretta di eseguire un certo brano o un certo repertorio, per quanto comprensibile, non facilita le cose, anche se a lezione è sempre l'insegnante che valuta le possibilità. Il secondo punto riguarda la calma, che possiamo definire più compiutamente "calma interiore", e, come accennavo nel titolo, può far riferimento al sentimento che proviamo di fronte a un mare piatto. Ogniqualvolta entriamo nella volontà di cantare, facilmente si scatenano forze entro di noi, che coinvolgono in primo luogo la respirazione e la muscolatura respiratoria, ma anche la postura generale del corpo e di singole parti, che prendono a tendersi e a muoversi indipendentemente dalla volontà del soggetto. Quasi tutti gli allievi durante il canto e soprattutto gli esercizi, tendono ad agitare le mani e le braccia (e spesso dicono molto!). Questa tensione corporea ci dice che manca quella calma interiore che può aiutare a togliere, almeno in parte, spinte e pressioni inutili e dannose. Quindi: 1) esercitarsi a esaminare con pazienza se si stanno pronunciando con volontà sincera i fonemi che si intendono emettere, e farlo per tutti i suoni dell'esercizio, evitando nel modo più assoluto di distrarsi nelle prime o nelle ultime note, ma dare a tutti i suoni la stessa importanza; 2) rasserenarsi, non aver fretta di respirare, non aver fretta di attaccare, non aver fretta di concludere, non abbreviare quei suoni che ci fanno più paura o che ci piacciono meno, anzi, cercare di trovare il bello e l'ammirevole in brani o esercizi che istintivamente non ci piacciono, e magari cercare di capire proprio il perché di questa antipatia, che magari risiede in qualche errore di approccio che può essere cambiato con notevole miglioramento anche del risultato musicale.

lunedì, novembre 26, 2012

La scuola del "togliere"

Con i miei allievi definisco spesso così la mia linea di insegnamento. Togliere quel di più, ed è veramente molto, che inquina, appesantisce, aggrava, intorbidisce, imbruttisce, ecc. ecc., il suono vocale puro ed esemplare. La radice di questo pensiero sta anche nel post "come Michelangelo", non per paragonarci al grande maestro ma per cogliere, come lui, che il lavoro artistico non risiede nel costruire, nel sovrapporre, nel caricare, forzare, spingere, ecc., ma nell'andare all'essenza del suono o del "gesto", se vogliamo generalizzare il concetto artistico (perfettamente in analogia a quanto avviene, ad esempio, nella scuola di direzione d'orchestra di ascendenza celibidachiana). Quando dico "togliere", mi riferisco non solo a situazioni già presenti, più o meno volontarie, più o meno istintive, ma anche ad attività apprese in questa stessa scuola. Come ho più volte ricordato, ma ripeterlo gioverà senza dubbio, l'apprendimento del canto è subordinato a dei periodi. L'inizio è limitato, per quanto soggettivamente, a una respirazione che nulla può avere di artistico, dunque noi avremo suoni difettosi - sempre rispetto a un'esemplarità che intendiamo raggiungere - dunque sarà necessario adottare una disciplina che consenta al fiato di svilupparsi in relazione a ciò che deve "alimentare", cioè una corda variamente tesa, lunga e spessa, e a forme oro-faringee variamente disposte. Questa disciplina necessita di adottare alcuni "schemi" che consentano al fiato di lavorare correttamente e di apprendere delle modalità di alimentazione di forme (e quindi suoni) "chiave". Mi riferisco alle vocali principali italiane, ognuna delle quali possiede una forma ideale di spazi oro-faringei, e che in un post di qualche mese fa esemplificai anche con immagini fotografiche. Il pressapochismo, l'ignorante arroganza, l'esaltazione autoreferenziale (intesi addirittura come nomi propri di persona!) ebbero da ridire su quelle immagini perché legate a stati tensivi muscolari. E' vero che adottare delle posture comporta anche la creazione di tensioni, che si possono comunque attenuare, ma ci sono necessità educative che non si possono aggirare. In genere quando si vuol far imparare un bambino a andare in bicicletta, si mettono le rotelle,  ma un certo punto le si tolgono. Noi dobbiamo prendere atto che l'emissione delle nostre vocali è difettosa; se non ne prendiamo atto è perché il difetto sta in noi, nel nostro orecchio, nella nostra coscienza e dunque non siamo nella condizione di insegnare canto. E' la mente stessa che ci guida a dare la giusta forma alla vocale (e lo specchio insegna!), ma per un certo tempo la forma risulterà più o meno rigida e fissa. Se tolgo quella forma, tolgo anche la giusta emissione e il fiato non potrà svilupparsi correttamente e non si arriverà mai a un canto virtuoso! Questo processo di qualificazione del fiato avverrà, se il docente sa quel che fa, e quando il fiato avrà "imparato", ecco che noi dovremo TOGLIERE quella rigidità o fissità, o postura, saremo a una fase due, una fase in cui canta la mente e il corpo docilmente e armoniosamente risponde. Non fare determinate cose non significa liberare il corpo, ma, al contrario, metterlo sempre di più in balia delle reazioni e delle esigenze difensive e naturali. Quando si saranno instaurate le relazioni e le condizioni super-naturali, cioè artistiche, ecco che noi potremo accedere alla libertà espressiva di una coscienza libera (ma per questo occorre anche la purificazione dell'animo da quelle brutte bestie che ci fanno giudicare gli altri senza avere la necessaria conoscenza e umiltà, ci fanno arrogare diritti che non si hanno, ci fanno assumere posizioni sociali e professionali superiori ai nostri meriti, ci fanno polemizzare con brutalità e insindacabilità per difendere quella posizione illusoria). Togliete voce, se la volete sviluppare; vi sembrerà quasi un gioco di magia scoprire che, in un miracoloso equilibrio, con poca voce, poca forza, si ottengono suoni meravigliosi e molto sonori.