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martedì, aprile 21, 2015

À la recherche du temps...

E' abbastanza noto, credo, che ciascuno ha un proprio tempo, un proprio ritmo. Conosciamo sicuramente persone che impiegano un tempo enorme per dire una cosa, anche molto semplice, così come conosciamo persone che ci creano ansia per quanto parlano veloci e magari si mangiano pure le parole (non parliamo poi della velocità dei ragionamenti e del cogliere le situazioni). Il tempo è una condizione che risente di molte caratteristiche, alcune ontologiche, proprie di un soggetto, altre legate a fattori contingenti, come la salute, le condizioni ambientali e sociali; possono essere fisse o di breve durata, cosicché, in questo caso, possiamo notare se e quando mutano sensibilmente. Queste condizioni hanno un'influenza anche sul tono vocale e su alcuni caratteri timbrici, per cui una persona in uno stato di stress può diventare irritante a chi ascolta perché nella voce si trasmettono picchi acuti fastidiosi, oppure la persona ha un ritmo respiratorio molto frequente, rubato, che crea anche, per simpatia (neuroni specchio?) ansia e imbarazzo (il limite è la balbuzie). Questi fattori non sono propriamente istintivi, ma fanno parte di un bagaglio di requisiti personali su cui si imposta il funzionamento generale di una persona, per cui diventa una sorta di istinto soggettivo con cui si devono fare i conti. Questo nostro tempo, o ritmo, va in crisi quando qualche situazione ci richiede un mutamento. Ad esempio io sono una persona che cammina piuttosto frettolosamente; talvolta incontro persone per strada con cui si chiacchiera, e dopo un po' questa persona si ferma e mi chiede di camminare più lentamente perché non ce la fa. Però ho trovato anche persone che camminano più rapidamente di me e che dopo un po' mi mettono un po' in difficoltà. Naturalmente avrete capito che è una questione di fiato, però non è lo stesso vocale, anche se qualche influenza può esserci. Ma il tema su cui mi soffermo è il tempo del parlato. Date un testo a una persona e fateglielo leggere. In genere le persone leggono molto rapidamente, incespicano sui fiati, sulle parole meno consuete e sulla punteggiatura, si mangiano le finali delle parole, esaltano i dialettismi, non sanno sempre dare il giusto carattere alle domande, non sanno esprimere convenientemente le frasi scherzose o umoristiche o quelle drammatiche. Non per nulla esistono corsi di dizione e di lettura; e questa è un'attività che potrebbe, molto più che il canto, definirsi "naturale". Questo perché non ci sentiamo, non abbiamo una reale immagine o coscienza di questa nostra attività, e infatti rimaniamo imbarazzati fino alla vergogna quando ci si riascolta in una registrazione. Per diversi anni feci radio, in gioventù, in un programma di musica operistica. Ricordo quale mazzata fu risentire le prime registrazioni! Però fu utile, perché molti errori riuscii a correggerli da solo. Dunque, per venire allo scopo pratico di questo post, vi propongo di prendere un breve testo, anche conosciuto, e provare a leggerlo con un tempo estremamente lento. Non significa separare le parole, sia chiaro, il testo deve conservare la propria scorrevolezza e il proprio fraseggio comprensibile. Scoprirete che questo cambio di ritmo viene male accettato dalla vostra psicologia, appunto perché collide con una certa immagine di sé che si è creata nella coscienza. Non saprete più bene gestire i fiati, non saprete più bene come pronunciare certe parole, scoprirete che avete una bocca (!!), labbra, mandibola, lingua che si presentano e vi chiederete dov'erano state fino a quel momento!! Quindi scoprirete, per l'appunto, che queste parti anatomico-meccaniche sono relazionate al fiato. Se non avete mai svolto attività recitative e non avete seguito corsi, ecc., sicuramente questo esercizio vi provocherà qualche fastidio, perché, come dicevo, questo cambiamento non avviene in virtù di un cambiamento di stile di vita necessario, ma perché dipende solo dalla vostra volontà, non è legato ad esigenze esistenziali, e quindi provoca "scollamenti" tra i centri mentali che governano le nostre abitudini e le parti anatomiche che eseguono; una sorta di disarticolazione o scoordinamento. Ci sarebbe da fare poi tutto un discorso sul... discorso! Quando leggiamo, per quanto ci possiamo sentire "presi" dal contenuto, con difficoltà riusciremo a riprodurre le stesse cadenze, gli stessi atteggiamenti vocali, ritmici, tonali; si rischia sempre di essere finti, poco credibili, artefatti, sopra le righe, noiosi, ecc. Manca quella scioltezza, quel coinvolgimento interiore che guida i nostri centri a un'espressione sincera, realistica, aperta o intima a seconda del caso. Solo così si può realmente comunicare. Questo lo sappiamo bene dal teatro o dal cinema, ma sembra meno evidente nel canto. E questo è un errore madornale, uno degli aspetti che sta facendo regredire l'opera a spettacolo vetusto e retorico. Nell'800 le cronache e le locandine non dicevano: cantanti, ma ATTORI! e questo non solo perché lo spettacolo avviene sul palcoscenico con tutta una gestualità relativa all'azione rappresentata, ma perché il testo deve arrivare con tutto il proprio contenuto a chi ascolta. A parte il "solito" studio del canto, se non ci si esercita a modificare il tempo di espressione verbale, si sarà limitati anche nell'apprendimento del canto artistico, quindi: cercate il tempo, non tanto il "vostro", che emergerà nel momento in cui lo varierete, ma un altro, anzi, molti altri, e fate le vostre considerazioni. Intanto che ci siete, magari, quando siete in giro a camminare, provate a esaminare il tempo del vostro passo (e magari che relazione c'è tra i vostri pensieri e il vostro passo e tra il respiro e il passo), oppure provate a vedere il ritmo con cui vi muovete in casa e provate a modificarlo; se non altro sarà una cura contro le nevrosi. Però se conoscete qualcuno molto lento, provate a non giudicarlo con insofferenza, ma provate ad allinearvi con lui. E' un ottimo esercizio per lo svelamento della coscienza e l'abbattimento dell'ego.

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