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giovedì, dicembre 26, 2013

Dell'unità

Il nostro apparato respiratorio si presenta diviso non solo anatomicamente - e non potrebbe essere diverso - ma anche funzionalmente. Inizia da bocca e naso, che hanno una parte alquanto modesta, devono solo permettere entrata e uscita dell'aria, magari giusto con qualche elemento filtrante, prosegue con il faringe, ancor meno coinvolto - solo un canale di passaggio - ha un punto nodale nella laringe, che ha il compito di separare l'aria da cibo e altri corpi estranei - quindi difende - e poi precipita nei bronchi, polmoni e diaframma che rappresentano il vero polo nevralgico della respirazione, con supporti muscolari anche esterni per consentire sempre una efficace azione respiratoria a seconda delle esigenze e delle condizioni. L'azione unitaria dell'apparato respiratoria è riservata alla zona compresa tra laringe e diaframma. Per la verità, se non ci sono problemi, è addirittura circoscritta alla zona del solo torso, perché la laringe è solo un punto di difesa che interviene quando necessario, altrimenti non è coinvolta, non ha alcuno scopo attivo. Come ho più volte scritto, esiste un'altra funzione legata all'apparato respiratorio, ed è relativa a sforzi che si compiono col busto (alzare un peso) oppure funzioni fisiologiche (evacuazione). Quando l'aria viene utilizzata - oltre che per respirare - per coadiuvare la muscolatura, ecco che subentra la laringe, che chiude il condotto e consente all'aria, premuta dal basso dal diaframma risalente, di comprimersi e formare una sorta di "pneumatico" che consente al busto di assumere più facilmente una posizione eretta ovvero ritrovarla quando si è piegati in avanti. In questo senso l'apparato respiratorio trova una propria unità tra laringe e diaframma, e tutto ciò che viene muscolarmente coinvolto. Esiste poi una terza azione, la deglutizione, che coinvolge solo la parte superiore, velopendolo-faringe e laringe, che non coinvolge la parte sottostante ed è più governabile, tranne quando capitano incidenti quali ad esempio la saliva o una bevanda che va di traverso. Queste azioni riguardano la nostra vita vegetativa, sono azioni indispensabili e ineludibili, governate da appositi centri mentali incommutabili, in quanto contenuti nel nostro DNA più radicato e utilizzano una componente aeriforme che possiamo definire "fiato fisiologico" o "respiratorio". L'errore profondo, comprensibile, di tutta la storia dell'insegnamento del canto dal punto di vista della coscienza, è consistito e consiste nel ritenere quella stessa respirazione idonea al canto. Non è così anche se è possibile produrre un canto, sicuramente molto difettoso! Non è facile accettare che possa esistere un altro atteggiamento respiratorio, ma questa è la realtà, per quanto occulta. Il fatto che questo dato non sia noto, consiste in quanto ho già scritto: commutare un apparato respiratorio in un apparato vocale vuol dire andare contro l'azione fisiologica e vitale dell'essere umano, o perlomeno questo è ciò che il nostro sistema di difesa intende e di conseguenza combatte e pertanto lo fa ritenere impossibile dalla mente razionale. Il tempo dell'insegnamento consiste esclusivamente nel far assumere alla nostra mente razionale e fisica che una necessità spirituale, artistica, possa compiere questa trasformazione senza intaccare, togliere o modificare sostanzialmente le funzioni vitali del fiato. Qualunque azione si compia, fare sport, suonare uno strumento a fiato (ma qui ci sarebbe da puntualizzare e approfondire un po'), esso viene comunque utilizzato nella sua componente respiratoria. Nel canto no! Nel canto l'aria viene utilizzata direttamente per fare qualcos'altro - cioè mettere in vibrazione le c.v. - con un livello di raffinatezza strabiliante. Per poterlo fare, oltre alla capacità di assumere una enorme quantità di articolazioni dinamiche, deve potersi liberare di tutte quelle imposizioni del nostro organismo che non intendono lasciargli svolgere un'attività non prevista dal suo codice (DNA) e "pericolosa". Adesso torniamo al tema. Nel canto, a differenza delle azioni suddescritte, l'unità da raggiungere è molto più ampia, perché comprende anche tutta la bocca e la muscolatura esterna e il faringe, mentre la laringe, che nella respirazione può intervenire per difesa oppure occludere il canale per creare una pressione utile al sostegno del busto, qui ha ben altro compito, cioè quello produttivo. E' ovvio che finché sussistono queste forze non sarà possibile utilizzare totalmente la laringe in quanto strumento musicale, perché vincolata e il sistema opporrà resistenza. Facciamo un paragone. Cosa succede mentre si canta e cosa succede quando cerco di sollevare un peso. Nel secondo caso nei polmoni si svilupperà una pressione idonea al bisogno, grazie alla chiusura della valvola laringea e al sollevamento del diaframma. E' anche ciò che si definisce "torchio intestinale". Può questa condizione consentire un canto artistico? Ovviamente no, perché l'aria compressa produce un'azione contro la laringe; questa pressione è legata al tipo di sforzo che stiamo compiendo, non ha e non può avere alcuna relazione con un "suono" che vogliamo emettere, e la laringe, che sta svolgendo un'azione valvolare di chiusura del condotto glottico, non può certo "pensare" di atteggiarsi in modo da produrre quel certo suono (altezza, colore, intensità). Eppure questa è la condizione che moltissime scuole di canto producono, apertamente (affondo) o inconsapevolmente. Come sarebbe possibile graduare con infinite sfumature i livelli di intensità/volume, in base all'altezza e al colore che si desiderano? Impossibile, perché l'aria non è e non può essere libera, così come non lo è la laringe e questo porta a rigidità anche nelle parti superiori, che non possono liberamente plasmarsi e articolarsi. Dunque, cominciamo a renderci conto che cantare significa assumere un nuovo senso respiratorio, che ha in comune con la respirazione solo il materiale assunto, cioè l'aria, la quale, però si diversifica fondamentalmente, sostanzialmente da quella utilizzata normalmente. Ovviamente questo atteggiamento, costando in termini energetici, sarà riservato al momento fonatorio, non perdurerà nei momenti esistenziali di vita di relazione. Cioè, come scriveva il M° Antonietti, terminato il canto artistico (paradiso, verità e "non oltre"), si "ridiscenderà" sulle infinite scale della tecnica esistenziale. Durante il canto artistico esemplare noi ci troviamo addosso uno strumento affatto singolare, che realisticamente non può essere paragonato ad alcun altro costruito dall'uomo, che si sviluppa in un volume circoscritto tra le labbra/palato alveolare e il diaframma e tutte le pareti che lo delimitano entro il quale troviamo un'aria "meccanica" mobile che delicatamente produce un suono ampiamente modulabile, e un'aria ferma sopraglottica trasportatrice di suono. Queste due masse contrapposte si equilibrano fino ad annullarsi vicendevolmente. Solo questa condizione produce l'unità complessiva dello strumento, dove il diaframma non svolge - e non deve svolgere - più quell'azione pressoria tipica dello sforzo, ma è sufficiente l'azione elastica polmonare per governare l'atto vocale più sottile e virtuosistico, come pare apparire anche dagli antichi trattati. Governare quest'azione è e può SOLO essere frutto di una pazientissima disciplina VOCALE - NON RESPIRATORIA (cioè non esclusivamente respiratoria e non legata a tecniche respiratorie) - che innanzi tutto faccia sorgere L'ESIGENZA di questa nuova condizione - quella vocale - che, si badi bene, NON E' una INVENZIONE, cioè non è qualcosa di esterno, ma è già contenuta POTENZIALMENTE in noi, e occorre mettere in atto tutti quei passi affinché possa essere RICONOSCIUTA e riportata al suo splendore in quanto verità artistica. Se riesco cercherò di esemplificare anche visivamente quanto ho cercato di descrivere. Grazie a chi legge per la pazienza e buon Natale e buone feste.

martedì, dicembre 24, 2013

Il buco nero

Dunque, secondo certa scienza il buco nero è una stella implosa la cui massa, e quindi forza di gravità, è talmente alta da non permettere nemmeno alla luce prodotta di uscire. Ora non ci interessa argomentare in merito a questo aspetto astrofisico, ma oggi facendo lezione, ho detto a una allieva: "purtroppo la voce non è un come la luce di un buco nero, per cui anche se la tiri dentro il suono esce lo stesso, benché difettoso". Entriamo più nel dettaglio: quando si esegue una scaletta ascendente-discendente, è assai comune che nella fase discendente il suono arretri o presenti maggiori difetti rispetto alla fase ascendente. Questo è in buona parte una questione psicologica; salendo si tende a spingere e discendendo si tende a trattenere o a tirare indietro o in dentro, ovvero a frenare. Bisogna considerare che l'aria-suono deve continuare a fluire incessantemente sempre nella stessa direzione, cioè verso l'esterno, il disegno melodico non c'entra niente. Il problema però è che all'orecchio non espertissimo la differenza non si presenta, o può addirittura suonare opposta, cioè migliore quella difettosa. In ogni modo, per quanto i consigli scritti valgano poco o niente, ricordate sempre di "soffiare" via la voce, sia quando fate intervalli ascendenti ma soprattutto discendenti, e più l'intervallo è ampio, più dovete "soffiare", anche se questo vi sembrerà strano o inconcepibile; dopo un po' le cose torneranno normalissime e anzi vi risulterà impossibile non fare in quel modo, cioè orientare il flusso sonoro sempre indirizzato verso l'esterno. Il concetto di soffiare è, naturalmente, da mettere in relazione tra il punto di fuoco, tra le labbra, e l'esterno, cioè non bisogna fare azioni dall'interno verso l'esterno, perché in questo modo si spinge, cioè si produce una tensione muscolare o comunque una pressione contro muscoli e cartilagini, producendo effetti valvolari e di conseguenza chiusura, attriti, resistenze, forzature. Viceversa dalle labbra verso l'ambiente significa liberare ed espandere.  E' incredibile come certe persone parlando scioltamente producano voce sonora, squillante e diffusiva, e quando provano a cantare la voce diventa sorda, strozzata, cupa e il soggetto spinga e fatichi come un dannato, credendo di fare chissà che e non accorgendosi (perché non si ascolta tramite le orecchie esterne nella risonanza ambientale) che non c'è alcun rapporto tra la sua fatica il risultato prodotto. Questo è un effetto "buco nero", ma la natura è troppo generosa; se si verificasse realmente un silenziamento si sarebbero evitate tante strampalate sciempiaggini vocali e anche tante "morti" canore anche di grande, grandissimo pregio.

martedì, dicembre 03, 2013

"... ero sottile, sottile, sottile..."

Una breve meravigliosa pagina del Falstaff di G. Verdi, nota, credo, anche a chi non frequenta molto questo repertorio, è il celebre "quand'ero paggio", dove l'abbondante protagonista rammenta i bei tempi andati quando il suo fisico era "smilzo, flessibile e snello" che sarebbe "guizzato attraverso un anello!". Ora riprendo un tema accennato nell'ultimo post: l'emissione della vocale I. La "vera" I parte dalla volontà di emissione della pura vocale, che è peraltro un problema per molti. Suggerisco di iniziare lo studio dicendo "sì", dove questo monosillabo deve avere incontrovertibilmente il significato di una perentoria affermazione. All'inizio è sconsigliabile prolungare il suono. Quando si vuole passare a un lungo, e magari acuto, suono sulla I, spesso si incontra un pesante ostacolo. A cosa è dovuto, e come può essere superato?
 Nell'immagine a lato, vediamo grossomodo la postura anatomica durante l'emissione della I. Non mi trova del tutto d'accordo, secondo me la massa linguale è eccessiva. Comunque è evidente che la lingua durante la pronuncia di questa vocale chiara si alza e si porta molto vicina al palato. Il problema fondamentale si genera quando le note si fanno acute e quando il cantante vuol dare intensità. In questo caso inizia a premere con crescente forza DIETRO la lingua e SOPRA di essa. In questo caso inizia una guerra tra la spinta del cantante e la resistenza opposta da parte della lingua. Essa si comporta come una VALVOLA, come la cintura di sicurezza dell'auto, che crescendo la forza oppone sempre più resistenza. La forza sopra la lingua viene esercitata con l'incoscia volontà di creare più spazio per cercare maggiore risonanza. La forza posteriore non raramente si abbassa anche alla base della lingua stessa, praticamente a livello dell'osso ioide. Una forzatura che può anche produrre qualche dolore e sicuramente pessimi suoni. L'idea di rinforzare il suono spingendo, schiacciando e premendo con i muscoli è del tutto fuorviante e sterile.


Non produce che pessimi risultati. Il suono deve FLUIRE. Quando lo spazio è esiguo, come nel caso della I e della E (ma sempre, in realtà), si impara che la spinta e la muscolarizzazione è la strada sbagliata, e occorre alleggerire, ASSOTTIGLIARE, e CONSUMARE aria, come espirando, sospirando, alitando.Lo spazio tra la lingua e il palato è quasi nullo; non deve essere questo un rammarico e un "problema" da risolvere meccanicamente, ma proprio con l'azione opposta, cioè alleggerire, PRONUNCIARE e assottigliare, non opponendosi alla riduzione dello spazio, ma, incredibilmente, favorendolo. MA! quando si chiede di pronunciare, ecco che si torna a cercare timbro, voce e dizione non all'esterno, sul fluire del fiato, ma NEI MUSCOLI. Questo è il punto debole, l'istinto che non demorde. Si può consigliare, oltre al sospirare, all'espirare, all'alitare, l'avvicinarsi all'emissione in falsettino, che di norma non agisce sulla muscolatura.
PS: nell'immagine il velopendolo appare abbassato: se fosse così il suono risulterebbe nasale. Siccome la I corretta NON E' e NON DEVE essere nasale, è chiaro che il velopendolo non è vero che resta basso. Con questo non è che si debba alzarlo volontariamente, ma contesto questa immagine e anche certe descrizioni su libri di canto che fanno affermazioni in tal senso (sia il velopendolo è basso sia che lo si deve alzare o abbassare volontariamente).