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giovedì, luglio 30, 2015

Gli insegnanti non servono!

Non è che sto proprio scherzando... Poco fa ho visto un video; c'erano due ragazzini; uno, il più piccolo, direi più bambino che ragazzo, avrà avuto al massimo 9/10 anni e cantava. E come cantava! Con una voce bellissima, molto morbida, una musicalità formidabile, tempo, affetti... non so che canzone era, in inglese, per niente facile. L'altro, non so se fratello, avrà avuto 12/13 anni, chitarrista, anche lui con la massima semplicità toccava lo strumento come un esperto, ma senza darlo a vedere. Qual è il pensiero che può scaturirne? Quando e quanto possono aver studiato questi due? Il chitarrista sì, forse, qualche anno, ma penso che molti chitarristi diplomati, nel vederlo, direbbero di non essere in grado di suonare con quella facilità. Credo lo stesso valga per tanti/e cantanti. E qui potremmo tornare su un vecchio tema-tormentone. Si nasce e non si diventa, il talento, i fenomeni, ecc. ecc. Il punto è: chi canta? chi può cantare? (lo stesso vale per qualunque arte), ma per molti il punto è: chi arriva al successo? Possiamo dire che gli insegnanti non servono? Che canta solo chi ha "il talento", chi ha già doti manifeste? Molti pensano così in assoluto; altri lo pensano ma solo in chiave successo, cioè per "arrivare", per "diventare famosi", avere contratti, incidere dischi, ecc. Costoro molto spesso hanno carriere assai brevi oppure lunghe ma costellate da problemi. Solo alcuni riescono a percorrere lunghi periodi artisticamente rilevanti (parlo, naturalmente, dei "nostri tempi"). Questa è un'amara verità, su cui non c'è molto da discutere; oggigiorno chi è intenzionato a vivere del canto deve solo poter contare sul possesso di requisiti innati non di poco conto. Dopodiché studiare poco, perché c'è il rischio di essere rovinati, inoltre più giovani si è meglio è... e buona fortuna. Chi ha in mente di compiere studi meticolosi, vuoi di carattere vocale vuoi musicale, senza avere un manifesto talento ampiamente riconosciuto, è meglio si metta nella condizione di farlo per hobby, per passione. Risparmierà sicuramente tante delusioni, nervi, arrabbiature, litigi, esclusioni. Potrebbe essere che magari all'estero ci siano ancora luoghi dove è possibile essere riconosciuti per l'impegno e le doti acquisite, non so; in Italia, che qualcuno forse ricorderà per essere la patria di quasi tutte le arti, in particolare la musica, in particolare l'opera e in particolare il canto, no, almeno che io sappia... se qualcuno ha informazioni più positive e ottimistiche me le comunichi, le apprenderò con piacere... PS: mi riferisco anche agli insegnanti di scuola...

giovedì, luglio 23, 2015

L'enfant prodige

Regolarmente sui social network appaiono filmati di ragazzini e persino bambini impegnati in attività musicali (anche di altro tipo, ma qui parliamo di quelle che in qualche modo ci riguardano) che colpiscono per la notevole efficacia esecutiva. Talvolta anch'io resto colpito positivamente, in altri casi, come quelli riguardanti il canto, no, perché noto il ricorso a sforzi considerevoli che non possono che portare a effetti deleteri sulla salute vocale. Mi sono soffermato un po' a riflettere su questa tematica e ne riporto alcune considerazioni. La cosa, come ben sappiamo, non riguarda solo l'attualità, ma si è consolidata nel tempo; è noto come Mozart, Rossini, Mendelssohn siano stati fanciulli prodigio, ma anche Maazel nella direzione d'orchestra, ad esempio, e altri in diversi strumenti. Un po' meno noti sono i cantanti che hanno iniziato ad esibirsi in giovanissima età. Nei casi sopracitati c'era quasi sempre una motivazione economica; i genitori, se non poveri certamente non benestanti, sperano che facendo esibire i bambini possano trarne guadagni di un certo rilievo; così fu sicuramente per Mozart, ma molti altri ve ne furono; il suo nome è particolarmente noto perché è uno dei pochi che al prodigio infantile ha fatto seguire una maturità di altissimo profilo. Quindi possiamo parlare nella maggior parte dei casi di un autentico sfruttamento da parte dei genitori delle virtù di un bambino, che può quasi essere assimilato a un fenomeno "da baraccone". In effetti nella maggior parte dei casi noi assistiamo a bambini che riescono a suonare brani solitamente riservati a persone perlomeno adolescenti, già in possesso di una tecnica strumentale con alle spalle un certo numero di anni di studio. Il più delle volte le esecuzioni non sono accettabili nè sul piano stilistico né su un piano di autentica libertà tecnica, però il fatto che molte persone, anche con anni alle spalle, siano in grave difficoltà rispetto a quei brani, suscita quell'invidia che esalta il piccolo esecutore. Non c'è molto altro da aggiungere; non vi è alcuna motivazione né alcun senso nell'esaltare le "gesta" degli enfants prodige, perché superata la fase infantile, anche loro entreranno nel mondo dei grandi e dovranno confrontarsi con tutti i problemi connessi, tant'è vero che la stragrande maggioranza si perde. L'inizio precoce sicuramente assicura alcuni vantaggi, perché iniziando molto presto a muovere le mani in un certo modo, è quasi certo che rimarrà per sempre elasticità e scioltezza. Nel caso del canto, invece, ci sono aspetti un po' diversi, perché essendo lo strumento umano a essere impiegato, viene meno l'elemento di raffronto; un pianoforte, ad esempio, è sempre quello, che lo suoni un bambino o un adulto; fa impressione vedere un ometto con le mani ancora piuttosto minute riuscire a eseguire brani che invece richiederebbero arti ben più sviluppati; il risultato, se venisse ascoltato oltre un tendone, sarebbe giudicato alla stessa stregua rispetto a un adulto. Nel canto no, perché la voce del bambino è subito riconoscibile e certamente può suscitare diverse impressioni, non tanto perché ad eseguire è un fanciullo, ma perché la voce ha caratteri decisamente diversi, cioè porta con sé aspetti emotivi e psicologici decisamente diversi, che confrontandosi con il vissuto e i criteri d'ascolto dei fruitori, creano condizioni di emotività molto viva, eccitando quelle corde di sensibilità di quel mondo interiore che ci appartiene, benché solitamente ben celato. Il grave problema, cui accennavo all'inizio, è il fatto che bambini e ragazzini oggi non li si vuol fare più esibire in quanto tali, ma in quanto "piccoli... artisti", cioè sciommiottando (è proprio il caso di dirlo) cantanti di successo. In primo luogo l'imitazione è negativa, a meno di un tipo di spettacolo a sfondo satirico-ironico, in secondo luogo c'è sempre da individuare uno sforzo che può compromettere la vocalità, in terzo luogo, finito il periodo infantile o giovanile, saprà il soggetto superare questa fase e riascquistare una propria personalità? Ma la malattia è sempre la stessa (spesso più dei genitori che dei figli, vedi il film "bellissima" con la Magnani): apparire, guadagnare, avere successo, egocentrarsi. Purtroppo siamo anche avvolti da una macchina infernale che stimola e alimenta simili comportamenti e anzi li incentiva e li consacra con barbaro cinismo. Se, dopo decenni, siamo giunti ad avere sui pacchetti delle sigarette "nuoce gravemente alla salute", che credo non abbia smosso un bel niente nelle coscienze, tant'è vero che credo il consumo di tabacco sia aumentato, e questo sempre a riprova che le parole da sole non smuovono quasi niente, non sarebbe anche giusto far presente che determinate forme di spettacolo possono nuocere alla salute mentale, psicologica, dei nostri giovani? L'eventuale esibizione, cioè la consacrazione plaudente di un pubblico, che in genere nulla sa, si limita a manifestare rumorosamente consenso per il solo fatto che c'è un bambino che balla o suona o canta, può anche essere un fatto positivo, ma a valle di un percorso, e qui rientriamo nel fondamentale discorso sull'essere. Se chi mi sta attorno mi esalta per il solo fatto di essere, in virtù di niente, il risultato sarà una straordinaria esaltazione dell'ego; viceversa se quella manifestazione plaude un momento formativo, ciò che si premia è l'impegno, la crescita, il comportamento, cioè fattori che smontano l'autoreferenzialità e l'esaltazione di sé. E' un discorso da genitori e da insegnanti "adulti", più che dei bambini, che non possono che assorbire dall'ambiente circostante le modalità di crescita.

domenica, luglio 12, 2015

Snobismo e gossip

Lo studio della musica nelle scuole medie, ma in buona parte anche altrove, poggia in buona parte sulla cosidetta "storia della musica", e stesso discorso viene fatto per tutta l'arte figurativa e per la letteratura. In realtà è una frase semplificativa e non corretta; non si tratta di storia della musica, ma storia dei personaggi e delle forme. L'arte, intesa come contenuto, non ha tempo, dunque non ha storia. Il fatto è che ormai si è talmente radicata questa "mania" di far studiare la storia come fosse un fatto imprescindibile, che viene equiparata tranquillamente, se non maggiormente, agli aspetti pratici e analitici. Voglio dire: studiamo un brano musicale, impariamo a suonarlo con un qualsivoglia strumento. Come viene valutato? Se premi i tasti giusti del tuo strumento, quindi se sai leggere le note dal libro e riprodurle oppure se le sai a memoria o le "trovi" (e memorizzi), bene, altrimenti male. Già questo è un tema piuttosto scottante, ma comunque accettabile. Cantando è più facile, se non si è del tutto stonati (e se l'insegnante è in grado di migliorare l'intonazione dell'allievo). Oppure si prende un brano noto o studiato e si fanno delle attività, come riconoscere gli strumenti che suonano o il tipo di cantanti, oppure cose un po' più impegnative, tipo individuare un tema, un ritornello, ecc. Queste, fatte bene o meno bene, sono comunque attività ludiche e che entrano nel merito della musica, che permettono agli allievi di "toccare" con mano i mezzi con cui si fa musica. Lo stesso dicasi per le lezioni di arte, mentre in letteratura si studia solo, molto raramente si pratica la composizione poetica o si lavora su una pagina letteraria "a ricalco", cioè provando a scrivere tenendo conto di capolavori già noti e riconosciuti, che è quanto si è sempre fatto in musica (ricordo che Bach imparò a comporre trascrivendo centinaia di pagina dei grandi autori del suo tempo o di poco precedenti - e ci rimise pure la vista, facendolo spesso di notte a lume di candela). La cosa poi si sposta in ambito sociale. Chi sa due cose, gioisce e irride chi non conosce una di quelle due cose, chi sbaglia un dato o confonde. "Non sai quante sinfonie ha composto Haydn?!!"; "non sai chi ha composto Ruy Blas?", "non sai chi era Smareglia?", ecc. ecc. suscitando imbarazzo e vergogna in chi si vede scoperto o non sa rispondere e grande orgoglio in chi le sa. Esercizi di memoria da "Rischiatutto", ma utili a che? Certo, è buona cosa conoscere i nomi e le opere di chi ha contribuito a elevare il livello artistico della musica, si tratti di compositori, di cantanti, di strumentisti o direttori d'orchestra, ma il lavoro d'arte è un bene dell'umanità, e alla fin fine il nome e il "gossip" intorno a un personaggio, niente aggiungono a quel lavoro. Cosa possono aggiungere alle meravigliose opere di Rossini tutti gli aneddoti (la maggior parte dei quali inventati o esagerati) sul maestro di Pesaro? Tutte cose divertenti, che si possono raccontare ai bambini per affezionarli a un personaggio e alla sua musica, ma che non vanno mescolate con gli aspetti fondamentali della musica e del rapporto con essa. L'atteggiamento tronfio e snobistico di molti "tifosi" dell'opera o della musica in genere piuttosto spesso nascondono un'ignoranza di fondo che si cerca di nascondere con il noziosismo mnemonico. Se io so apprezzare un'opera, un concerto, una sinfonia, un quartetto, un lied, una romanza, un'aria, ecc., non è necessario conoscerne le note, l'epoca, l'autore. Prima di tutto viene il rapporto tra un evento musicale e la mia coscienza, tra me e lei! Il resto viene dopo. Se io "uso" le mie informazioni per farmi una posizione, per "farmi vedere" o conoscere e far breccia in un ambito sociale, non avrò che esaltato le mie virtù narcisistiche. Con ciò, ripeto, non si vuol sminuire l'aspetto giornalistico e documentario. Il fatto è, propriamente, che c'è, più o meno coscientemente, un'ignoranza o una difficoltà che si vogliono nascondere. Insegnare musica, parlo soprattutto a livello di scuola comune, significa prima di tutto far affezionare i bambini o ragazzi all'opera d'arte in sé (e, ripeto, vale per tutte le arti). E come si fa?? E già... è molto più facile parlare della vita dell'autore (nato a, morto il, il padre era, la madre fu, gli studi..., pubblicò questo e quell'altro...) che non cercare di comprendere le ragioni per cui un certo brano o opera è ancora amata da milioni di persone a distanza di secoli. Per contro oggi abbiamo intere classi di persone che non hanno alcunissimo interesse per nessuna arte e spesso e volentieri sono persino indotti a odiarla o comunque non considerarla, non di rado sbeffeggiarla. Gli insegnanti sono radicalmente responsabili di questa situazione, e lo è la scuola nel suo insieme. Imparare a memoria le poesie, saperne fare la versione in prosa, saper spiegare le metafore, ecc., sono tutte cose anche giuste, ma si rimane lontani dall'obiettivo fondamentale, cioè far sì che la poesia CI PIACCIA! cioè che ne comprendiamo la bellezza, la verità, il fascino. E se è difficile per una poesia o una pagina di letteratura, che comunque giocano sulle parole, cose della nostra quotidianità, figuriamoci cosa avviene con le immagini, che già sono su un piano più astratto (e se può essere abbastanza fruibile in ritratti e paesaggi, lo è enormemente meno in immagini sacre e simboliche, lasciando da parte tutto il contemporaneo), figuriamoci con la musica, che è formata da suoni, cioè vibrazioni senza alcun significato apparente. Gli insegnanti in genere non sanno un bel niente di tutta questa poetica musicale, e quel che è peggio, e anche qui l'accomuniamo alle altre arti, l'opera d'arte è tale... perchè sì!! è così, è un dogma, l'hanno deciso "quelli che sanno". Non c'è niente di peggio, specie per i giovani, avere delle imposizioni. C'è lo spirito di ribellione, l'anelito alla libertà, per cui se si vogliono far loro piacere certe opera, un certo stile, ecc., non c'è nulla di peggio che l'imposizione: ne nascerà subito una contrarietà. Alcuni insegnanti ottengono buoni risultati perché mettono davanti a tutto la propria passione sincera, e anche se non hanno gli strumenti comunicativi idonei, riescono a far breccia negli animi perché non impongono, ma trasfondono la propria passione. La passione è ottima cosa, ma non è certo un metodo sperare di capitare con un insegnante appassionato! Alcuni poi già da tempo hanno abiurato a insegnare la musica; fanno cantare canzoncine o i brani preferiti dagli allievi o solo ascoltarle o vedere i video, fare ricerche in merito... beh, tutto sommato sarei più concorde con questa linea, che non crea danni. Alcuni invece sono "talebani": "devono conoscere gli autori, il linguaggio e le forme". Per farne cosa? Ci si ostina a ritenere che questa sia "cultura" e che non si debba prescindere dall'insegnarla. Ma il problema non è insegnarla, ma APPRENDERLA! si pensa forse che chi è interessato non trovi i mezzi per saper tutto? Io a 12 anni sapevo tutto di Le Corbusier, Wright, Aalto, Neutra, e poco dopo sapevo tutto di storia dell'architettura anche più antica, perché avevo una passione sfrenata per quell'arte e non solo nessuno me ne aveva mai parlato a scuola o a casa, ma si opponevano pure a questo mio interessamento fuori dagli schemi (lo stesso avverrà successivamente per la musica). Quindi il compito dell'insegnante è svegliare quella cellula che c'è in ognuno e che permetterà di riconoscere il bello, il grande di ogni opera d'arte, e per farlo non bisogna essere accademici e nozionistici, ma osservatori. La cultura accademica genera snobismo da parte di chi si imbottisce di dati, la qual cosa spesso e volentieri genera gossip. Tempo fa leggevo il libro di Quirino Principe su Mahler. Magnifico sicuramente, ma... è davvero così importante sapere il suo taglio di capelli o il tipo di occhiali che portava? E arrivare pure a sapere quanti e di che qualità erano i suoi rapporti sessuali con Alma? Io mi chiedo (ma non me lo chiedo, in realtà) come abbia potuto saperlo, ma ritengo tutta una serie di commenti decisamente superflui e anzi mortificanti l'opera complessiva. Non voglio fare una dura critica a Giorgio Gualerzi, decano dei critici vociologi italiani (che è già di per sé una dura critica!!) e a cui debbo la pubblicazione di un libro sulla vita teatrale astigiana, ma ho sempre trovato piuttosto fastidioso che accanto a interessanti notizie sui cantanti, la cui notorietà spesso si deve proprio alla sua ricerca (e a quella del forse anche più bravo ma più schivo Carlo Marinelli Roscioni) abbia sempre posto commenti su amanti e intrallazzi vari. Spesso tali commenti (il che vale ancor di più per compositori e direttori d'orchestra) hanno portato discredito che poco c'entra con la creatività e la qualità delle opere da loro diffuse.

venerdì, luglio 10, 2015

L'importanza di essere Er /o/ nesto

Una nota commedia di Oscar Wilde gioca sull'equivoco difficilmente traducibile tra "Earnest", che significa appunto onesto, serio, affidabile, e Ernest, nome di persona. Da diversi mesi osservo saltuariamente che il numero di visitatori di questo blog è piuttosto elevato, superando spesso i 100 visitatori al giorno. Mi chiedo talvolta se sia curiosità, se ci sia un effettivo interesse in quanto scrivo, si vogliano pescare idee e ipotesi da utilizzare in bene o in male... non so. Il problema di fondo che mi sovviene risiede nella mancanza di riscontro comunicativo. Io scrivo, quindi comunico, altri leggono ma non comunicano, quindi manca una vera relazione, se non con pochissimi. Non posso nemmeno sapere in che percentuale le persone tornano a leggere, quindi quanti sono "fedeli", nel bene o nel male, e quanti sono avventizi. Ora, siccome il blog si sviluppa nel tempo senza una consequenzialità imposta, molte persone è probabile che non sappiano nulla di me e della scuola che rappresento; leggono e possono essere più o meno colpiti in positivo o in negativo da quanto scrivo, e possono giustamente anche pensare che siano tutte parole, teorie, dopodiché la realizzazione possa essere un'altra cosa di cui, magari, possono temere, non mi intendo. Ho avuto nella mia vita diverse fortune, in parte cascate dal cielo, in parte volute e quindi causate. Le due più grandi sono state quelle di trovare due grandi maestri: Mario Antonietti per il canto e Raffaele Napoli (di rimando Sergiu Celibidache) per la Musica e la direzione d'orchestra. Si potrebbe giustamente pensare che mi sono "infervorato" di queste persone, mi sia "clonato", ne vada a spargere il verbo ovunque in preda a crisi mistiche e non veda al di qua e al di là di quanto ho appreso in queste scuole. Allora rifacciamo un po' il quadro della situazione, non per parlare di me, che non interesserà nessuno, come è giusto che sia, ma affinché chi legge abbia informazioni relative all'autore e abbia maggiori criteri di valutazione. Intorno ai 17-18 anni iniziai a interessarmi di opera lirica. Fin da bambino avevo una enorme passione per la musica, che si accentuò ulteriormente intorno ai 15 anni, ma non contemplava l'opera. Intorno ai 19-20 anni scoprii una trasmissione radiofonica locale condotta da un signore che si chiamava Beppe Valpreda, e così cominciai a conoscere meglio alcuni dettagli. La cosa cominciò a prendermi sul serio così volli conoscere questo signore. In poco tempo nacque una bella amicizia. Lo frequentai assiduamente, mi volle vicino a lui in trasmissione e in poco tempo conobbi un po' tutto il repertorio classico operistico e molti "segreti". Valpreda aveva cantato in gioventù, ed era anche un formidabile organizzatore, infatti era addetto nel nostro Comune proprio al settore spettacolo. Purtroppo dopo poco più di un anno dopo la nostra conoscenza, fu rapito da una orribile malattia nel volgere di poche settimane. La passione per l'opera però ormai mi era stata trasfusa, infatti ancor prima della sua dipartita ebbi modo di fondare un club di Amici della Musica, che assunse quasi subito il suo nome, ancor oggi esistente ed operante a trentasette anni di distanza. Ricordo negli ultimissimi incontri con lui, che cominciavo a esprimere un forte interesse per la voce, e leggevo assiduamente (ahimé) le riviste su cui scriveva Rodolfo Celletti (verso il quale Valpreda non nutriva una gran stima). Dopo l'uscita di scena di Valpreda, la mia attività si fece frenetica: organizzavo concerti, presentavo serate ed "ereditai" la trasmissione radiofonica di lirica, che portai avanti per altri sei anni, abbinandola in un periodo anche alla televisione. In ogni modo la mia curiosità verso la voce si accentuò moltissimo, cominciavo a cantare per i fatti miei (rompendo i timpani a tutto il vicinato), ma non capendoci niente. Compravo e leggevo libri in merito, oltre a riviste, ma permanevano interrogativi e soprattutto ero disgustato dalla mia voce. Cominciai pertanto a cercare un insegnante; dopo vane ricerche, un amico dell'epoca, un cantante in carriera internazionale dimorante nella mia città, e che da molto tempo collaborava nell'organizzazione di spettacoli per il circolo, cedette e si offerse come insegnante. Fui, mi pare, il suo primo allievo, ma nel giro di poco tempo ne arrivarono diversi altri, anche se le sue lezioni erano piuttosto sporadiche perché cantava tantissimo in giro per l'Italia e l'Europa. All'inizio mi vergognavo, chiedevo sempre scusa ai suoi familiari, pensavo di torturarli acusticamente. Sinceramente pensavo di studiare solo per capire meglio in cosa consisteva il fenomeno canoro. Vedevo Celletti e altri critici scrivere disinvoltamente di passaggio di registro, di voce indietro, intubata, gutturale, ecc. ecc., che volevo arrivare a capire anch'io il come e il perché di questi difetti, come sentirli, come correggerli, ecc. Dopo un po' di tempo, nonostante la mia vergogna proseguisse, un'amica che dirigeva un coretto mi propose di andare a infoltire le fila di quella compagine. Con molta esitazione accettai perché mi accompagnava un altro amico, che non studiava canto e non sapeva nulla in merito - il che mi tranquillizzava un po' - e poi perché era proprio un coretto parrocchiale in un paesino con tutte persone che cantavano per puro diletto. La sorpresa fu che venivo molto elogiato per la voce, che a me faceva orrore! In ogni modo cominciai a essere un po' più tranquillo e infatti da lì a poco accettai anche di entrare a far parte di un altro coro di livello più elevato, e, sempre con una certa sopresa, mi si chiese anche di fare qualche assolo. Per la verità l'interesse per la voce e la vocalità cresceva, e cominciavo a studiare anche nei momenti in cui l'insegnante mancava per un certo tempo, e fu così che a un certo punto "trovai la voce", cioè notai che con certe manovre la mia voce diventava più sonora e ricca. Quando tornò l'insegnante e feci sentire questo risultato, fece un salto sulla sedia, molto contento. Disse che non era propriamente giusto quanto facevo (che in sostanza consisteva nell'aprire molto la bocca) ma che comunque il risultato era buono. Questo fatto diede molta spinta ai progressi, tant'è che poco tempo dopo mi spinse a fare l'audizione per il coro del Regio di Torino, dove venni preso subito (non tanto per la vocalità, perché quel giorno ero raffreddato e in pessime condizioni perché non facevo lezioni da mesi) per la voce in sé e per la musicalità. Però le cose presero un po' un'altra piega; volevo studiare maggiormente, perché la mia voce registrata mi faceva ancora orrore, non riuscivo a sopportare niente di quanto facevo. Però cominciavo a fare piccoli concerti come solista. Vista la poca frequenza che mi assicurava il mio insegnante, lui stesso mi esortò a prendere lezioni, quando lui era assente, con altri che lui stesso mi indicava. Così conobbi almeno altri 4 cantanti-insegnanti. Di alcuni ebbi subito un'impressione atroce: la peggiore in assoluto dà ancor oggi lezioni e, già allora, faceva corsi di "alto perfezionamento" lirico in Italia e all'estero. La sentii cantare in alcune occasioni in teatro (prima come soprano poi come CONTRALTO!!), e non so dire se era peggio come insegnante o come cantante. Uno di loro era un assoluto dilettante come insegnante, diceva e faceva fare cose a caso, e non otteneva alcunché di interessante (credo e spero abbia smesso, anche se anche come cantante ebbe vita breve; passato da baritono a basso!); una era una persona onesta e appassionata; non faceva fare cose turpi, era molto semplice e attenta ed era la migliore del gruppo. L'ultima era una celebrità, o almeno lei si considera tale avendo cantato con la Callas. Non starò a dirne, perché è ancor oggi in auge ed è considerata una grande insegnante, avendo avuti alcuni cantanti che han fatto carriera internazionale, ma a me non piaceva per niente e non so quanto questi debbano a lei la propria fortuna. So che ha "spennato" molte persone con promesse poco oneste. La permanenza al Regio mi fece fare ulteriori e molto interessanti approcci alla vocalità. C'erano 3 giovani con cui si conversava quotidianamente, tutti ancora in corso di studi con i docenti di canto più "osannati" dei nostri conservatori. Questo mi permise di fare molte osservazioni. Nel coro, poi, c'erano diversi cantanti e insegnanti. In particolare c'era un basso che aveva fatto una carriera importante e con cui ero in particolare amicizia. Nell'inverno del 1984, dopo tutto ciò, la mia considerazione fu: non esiste un insegnante di canto degno di questo titolo! Le letture, gli ascolti, le esperienze dirette e indirette mi avevano portato a comprendere che il canto era una cosa di cui le persone non sapevano niente, fossero cantanti, anche bravi, o insegnanti o appassionati. La mia voce ritenevo fosse messa malissimo, nonostante il mio insegnante nutrisse una grande fiducia e mi esortasse a fare concorsi. Fu quindi con nessuna fiducia che andai dal m° Antonietti più che altro dietro le insistenze di Tiziana Fabbricini. E non uscii "illuminato" e avendo compreso di fronte a chi stavo. Alcune letture di appunti che mi furono lasciati non aumentò il mio interesse, anzi! Non sarei forse più tornato da lui, se non si fossero verificati dei fatti inoppugnabili che mi convinsero, non perché volevo convincermi, ma proprio al contrario, perché nonostante i dubbi, mi accorsi che succedevano cose positive. Ripresi allora a frequentare e non potei più nascondere a me stesso che quella era una vera scuola di canto, dove le competenze erano strordinarie e dove risiedevano i perché e le risposte ai perché. La mia curiosità non era terminata; continuai a leggere assiduamente; andavo anche talvolta dal mio precedente insegnante che ritenevo ancora amico (perché in facciata si comportava così) per discutere di questioni vocali. Man mano che passava il tempo mi accorgevo non solo di quanta ignoranza, ma di quanta malafede, di quanta totale incoscienza regnava, e di quanta fuffa circolava, quasi sempre in ragione di guadagni, di interessi personali, e di ego spropositati. Indipendentemente dal mio lavoro ufficiale e dalle tante occupazioni lavorative o meno, la passione e l'interesse per la vocalità ha sempre tenuto banco. Come il mio maestro, al di là delle tante parole, che non servono quasi a niente, se non a dare qualche orientamento, non posso che dire a quanti hanno curiosità e interesse a migliorare sé stessi, la propria coscienza vocale, la propria competenza e la propria voce, di non fermarsi alla lettura, ma di venire da me, ascoltare cosa faccio, porre tutte le domande che si vuole e discutere dal vivo. Non si può insegnare per iscritto, i trattati di ieri e di oggi sono un puro supporto senza alcuna utilità pratica, e non ha alcun senso dar credito agli autori di questi libri, perché le parole si possono interpretare come si vogliono e ognuno può dire ciò che vuole e far intendere tutto e il contrario di tutto. In ogni modo, anche senza questa (indispensabile) opportunità, sarei lieto se mi venissero poste su questo blog o in altro modo, domande, in modo da instaurare un dialogo più proficuo.

martedì, luglio 07, 2015

Il trattato - 17

Durante l'emissione dei suoni, in colore chiaro, con la vocale "A", specialmente nel registro di "petto" (considerazione orientativa), la lingua si presenta, generalmente, scannellata o a forma di cucchiaio, dal centro verso la punta. In alcuni casi, in cui la lingua è di struttura robusta, essa si stende piatta a livello dei denti inferiori. Quando la lingua balla o si ritrae arcuandosi, cioè facendo gobba come un tampone verso il palato, la respirazione è sempre difettosa.
Ecco qua. Il maestro presenta una questione fisica, anche piuttosto nota, e non suggerisce una soluzione di tipo altrettanto fisico (Delfo Menicucci nel suo libro sull'affondo dice che quando la lingua si alza si può ricorrere persino al premilingua!!!!!!!!), ma spiega semplicemente che quel problema è di tipo RESPIRATORIO!
Sia chiaro che questa considerazione riveste esclusivamente un aspetto di osservazione: tentare volontariamente di far assumere alla lingua, come a qualunque altro organo dell'apparato fono - respiratorio una determinata conformazione o posizione, è estremamente controproducente e, comunque, sia chiaro che il risultato non sarà mai quello desiderato.
... chiaro, no?
Questo inciso può risultare utile anche per valutare un insegnante: se egli vi esorta a muovere, fermare o, comunque, ad esercitare una qualunque pressione su certi organi interni appartenenti all'apparato fono-respiratorio, ha le idee molto confuse circa la vocalità, e potrà mandarvi incontro a seri guai.
La funzione orientativa del trattato e di ogni scritto del maestro e nostro si consolida appunto in queste frasi. Cosa chiedere, cosa osservare in un insegnante quando volete studiare con lui? Ecco, colui che, di fronte a una lingua che non sta a posto (ad esempio), volesse costringervi a darle per forza una collocazione con un'azione volontaria e forzosa, è da abbandonare senza esitazioni. Lo stesso vale per altre parti componenti gli apparati che contribuiscono alla fonazione.
Respirare dal naso non è né giusto né consigliabile, perché esso partecipa naturalmente. Il voler a tutti i costi respirare dal naso è antivocale in tutti i sensi. E' bene, per molto tempo, durante l'educazione di una voce, lasciare la respirazione al suo naturale moto, correggendola eventualmente quando presenta rumori o difetti.
Ergo: non applicare alcuna tecnica respiratoria particolare!
Le scuole che applicano fino dall'inizio la respirazione costale, ignorano che, così facendo, provocano una reazione dell'istinto respiratorio, tale che questa subisce un'alterazione incontrollabile con conseguenze vocali più o meno sempre difettose. In questo modo si favorisce la ribellione della "base" (o appoggio) ed il fiato tende a salire verso le clavicole, provocando contrazioni ed alterazioni organiche che provocano i difetti più svariati (ingolamento in particolare). Un consiglio, che parrà paradossale a tutti i giovani che si accingono ad intraprendere l’arte del canto è quello di diffidare di chi insegna e non ha mai cantato, di chi insegna a respirare per ben cantare, di chi insegna attraverso la propria disponibilità vocale.
Veramente una "bordata" arrivare ad affermare che si deve diffidare di chi "insegna a respirare per ben cantare"! Appunto quanto accennavo nel post precedente, riferendomi al libro di recente pubblicazione. Successivamente il maestro prosegue nelle questioni relative all'insegnante di canto (buono).
E’ vero che è difficile individuare l'insegnante eccellente, ma diffidate di chi non sa produrre con la propria voce le differenze, per tutte le classi e i sessi, che intercorrono tra un suono non buono ed uno ottimo, badando bene che il suono ottimo è quello che si ottiene senza sforzo, senza contrazione alcuna, con armonia del volto e della bocca. Un insegnante mediocre insegna la mediocrità, un insegnante ottimo, più che vocalizzare, analizza tutti i quesiti che si presentano durante l'educazione. Una respirazione difettosa porta con sé una serie di difetti e di contrazioni dell'apparato oro-faringo-laringeo, che deformano più o meno l'apparato vocale, non consentendogli di produrre suoni perfettamente intonati, anche se ogni soggetto crede di produrre il meglio e di non impegnare la gola, confondendo il difetto con ciò che si intende per "maschera", termine infelice come tanti altri, che ha creato una indescrivibile confusione fra gli amatori, gli insegnanti e gli allievi. Il nodo della questione sta nel dominio della respirazione.
Al termine una nuova bordata; non tanto per chi ha già letto tutto o in parte questo blog, quanto per chi legge per la prima volta questa modalità di presentazione dell'educazione vocale. Il termine "maschera" è uno dei più usati e abusati nel mondo del canto, in particolare nel mondo dell'insegnamento, ed è chiaro che metterlo in chiave negativa espone sicuramente ad aspre critiche e forti dubbi sulla validità delle argomentazioni. Purtroppo non c'è alternativa; questa è la coerenza che si deve sostenere quando ci si pongono i perché e si hanno le risposte ai perché.

domenica, luglio 05, 2015

L'arte di quale respiro?

Oggi ho visto la pubblicità di un'ennesimo libro relativo al canto, scritto da un sedicente insegnante di canto che da qualche anno imperversa in ogni loco con libri e masterclass relativi alla respirazione (nel canto). Ovviamente non può mancare la presentazione deL foniatra. Purtroppo la base è sempre che le parole significano tutto e niente, ognuno le può manipolare e intendere in qualunque modo e poi spacciarle come vuole. Basta un po' di dialettica. Anticamente, come è noto, si disse: "il canto è l'arte del respiro". Forse è sfuggito che coloro che coniarono quella frase non suggerirono alcun esercizio respiratorio particolare, nessuna "tecnica". Solo oltre un secolo dopo cominciarono a saltar fuori gli scienziati, gli accademici, che cominciarono a consigliare (litigando) posture respiratorie particolari ottimali, secondo loro, per un canto lirico potente, importante. Da allora, e sempre più, l'insegnamento del canto ha sempre più incentrato la fase propedeutica all'azione canora vera e propria con specifiche attività respiratorie. Qualcuno si limita a far respirare a fondo, gonfiando la pancia a più non posso (ma rigorosamente prendendo aria solo col naso), in altri casi si ricorre al tappettino per terra con gli immancabili tomi enciclopedici sulla pancia. Insegnanti più estrosi ricorrono anche a tecniche più sofisticate, quali far camminare a quattro zampe, piegarsi a 90°, e, dando retta aL foniatra, magari far indossare mascherine. Non starò a commentare, si sarà già capito cosa penso di tutto ciò. Resto ancor oggi piuttosto incredulo rispetto al fatto che tanti eminenti cantanti, poi insegnanti, non si siano resi conto di come un'attività respiratoria fine a sé stessa non possa conseguire alcun risultato qualitativo di rilievo nel canto. Molto esercizio può migliorare leggermente la quantità di fiato, e questo può avere una lieve ricaduta anche sulla vocalità, che comunque avverrebbe in ogni modo con i giusti esercizi. La grande confusione ha luogo perché si pensa che ci voglia un mare di fiato per vincere la ritrosia delle corde vocali a emettere suoni di grande potenza. Come abbiamo scritto e spiegato in diversi post, la questione è originata da noi stessi proprio con la volontà di dare potenza alla voce. Questo genera reazione e quindi sollevameno del diaframma, spoggio della voce, chiusura glottica ecc. Si pensa di rispondere a queste distorsioni (di cui ben pochi conoscono realmente le cause) pompando, spingendo, premendo, alzando, ecc. sempre più, mentre non si capisce che in questo modo si ottiene un momentaneo ammorbidimento, ma si stimola vieppiù la reazione. Del resto anche solo da poche righe di presentazione del libro, e leggendo anche qua e là sul web, si comprende come quasi tutti i cantanti e gli insegnanti, facciano riferimento alla respirazione fisiologica, ritenuta unica, immodificabile (se non nella quantità) e poco controllabile. Anche su questo si leggono le teorie e i consigli più ridicoli, e sempre di marca rigorosamente muscolare. Negli anni ho vissuto numerose esperienze che mi hanno completamente reso consapevole, se ne avessi ancora avuto bisogno, che la respirazione diventa "unica" quando le nostre attività meno spontanee e usuali vengono fatte rientrare nel novero dell'abitudinario; quando si iniziano nuove pratiche essa si modifica, e cambia considerevolmente quando l'attività preminente è il canto, cioè un tipo di attività che non utilizza il fiato in termini di ossigenazione del sangue ma direttamente in quanto motrice meccanica. Ma se si cominciasse a prendere coscienza del fatto che tale azione non è così "forzosa" come si pensa, ma richiede un'educazione (e educazione vuol dire più gentilezza che botte) complessiva del nostro corpo, oltre che del fiato, si potrebbe tornare a godere il canto come un tempo, con serenità e autentico piacere vuoi esecutivo che uditivo. Non c'è nessun libro, nessun "esperto" e nessun foniatra che può spiegare la respirazione idonea al grande canto; non lo può spiegare il più grande cantante e il miglior insegnante. La respirazione si evolve facendo esercizi corretti che seguano una rotta, un orientamento teso allo sviluppo vocale in senso qualitativo. Ogni frase pronunciata ed emessa con un indirizzo perfezionistico, cioè evitando determinati errori di cui il soggetto non è consapevole, e che quindi dovranno essere segnalati dal maestro, porterà immancabilmente a un mutamento positivo dell'azione respiratoria. Solo la RELAZIONE virtuosa tra il fiato e ciò che il fiato produce può portare a un'evoluzione. Potete fare i salti mortali, gli esercizi più strampalati e spettacolari (mi diceva un cornista che a una master class il cornista dei Berliner Philarmoniker arrivò a dire di tirarsi in fuori le costole per aumentare la capienza polmonare!!!), può darsi che aumentiate il volume d'aria, ma non pensiate di poter nemmeno lontanamente entrare nell'alveo dell' "arte respiratoria" di cui parlavano i saggi maestri di un tempo. La cosa migliore che potrebbero fare oggi gli insegnanti di canto è smettere di parlare di respirazione, e, intanto che ci sono anche smettere di consigliare di respirare solo col naso, che è inutile, dannoso e antiestetico.