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lunedì, novembre 07, 2016

Dell'alleggerimento

Se c'è una cosa che le parole della lingua moderna non possono spiegare è il concetto di alleggerimento nel canto. Dico lingua moderna perché chissà, forse l'aramaico antico magari era in grado di comunicare anche certo modo di "sentire" profondo che è inesprimibile oggidì. Ma forse fino a qualche decennio fa non c'era bisogno di contorsioni mentali per esprimere qualcosa di così semplice e piacevole. Non ci sarebbe bisogno di spiegare e di chiedere insistentemente niente di particolare se ognuno partisse semplicemente dal proprio parlato quotidiano e iniziasse un percorso di perfezionamento senza perdere mai il contatto con quella dimensione, ed evitando di dar retta a tutti i soloni che chiacchierano di movimenti e di spazi interni, i quali partecipano sempre automaticamente e sviluppano il loro potenziale man mano che la respirazione si evolve. Ma oggi questo è un discorso pressoché impossibile perché se non c'è complicazione sembra non esserci progresso, se non ci sono muscoli sembra non esserci partecipazione, se non c'è movimento sembra non esserci attività, se non c'è spinta sembra non esserci intensità, se non si urla non c'è estensione, e così via. Non ho avuto allievo pervenuto da altra scuola che non mi abbia chiesto, prima o poi: "ma per fare (ad es.) questa nota COSA DEVO FARE?". Ogniqualvolta si incontra una difficoltà o un ostacolo, ci si aspetta una manovra, un movimento, una pressione, ecc., per poterla superare. Cioè una tecnica. E come dar loro torto, se oggi esistono centinaia di libri (inutili) che con i più stregoneschi giri di parole (per lo più ampollosi, noiosi, ripetitivi, circonlocutivi, inconsistenti...) portano chi li legge o chi sente le centinaia di video-lezioni su youtube in quella direzione? Uno che studia canto potrebbe anche chiedersi, qualche volta, ma come è possibile che muovendo dei muscoli possano realizzarsi effettivi progressi nella voce, visto che è un flusso aereo che si è semplicemente trasformato in suono? Ben pochi, e ben pochi forse oggigiorno riescono a immaginare che un semplice atto espiratorio, un alito, che quando realizzato non ci porta ad alcun movimento muscolare, possa essere la stessa cosa se cantato. Come minimo ti dicono che no, bisogna creare spazio dentro. Quanto? come? perché? Qualcuno è così presuntuoso da saper calcolare quanto spazio occorre? Allora magari avranno ragione anche quei "macellai" che fanno usare il premilingua, per dare più spazio? Che immensa ignoranza, che arroganza. Come si può parlare di leggerezza e morbidezza se non si parte dal flusso aereo che NON PUO' CHE DIRIGERSI ALL'ESTERNO!! Chiunque provi a pensare a una qualsivoglia azione, sia pure rilassante, che si svolga all'interno, non farà che bloccare o quantomeno frenare l'azione liquida e scorrevole del fiato-suono che andrà a determinare con infallibile intonazione la pronuncia, che non può che essere esterna, per essere perfetta! Qualunque articolazione vocale prodotta all'interno, sarà immancabilmente difettosa. Naturalmente a tutti manca la coscienza di questo atto, perché nasciamo e per imitazione impariamo a parlare, con tutti i difetti e le storture date dal parlare "volgare". Non si deve perfezionare il parlato come fosse una tecnica, ma molto più semplicemente e incontrovertibilmente per assumere a coscienza questo senso e diventarne così padroni da poterlo plasmare a proprio piacimento, e in questo procedimento disciplinare antico come l'uomo, ci sta anche il canto, che è un elevamento spirituale del parlato. Il canto è stata una manifestazione di preghiera e glorificazione di un'entità spirituale ritenuta creatrice e dunque depositaria delle nostre gioie e i nostri dolori. Dunque il canto serviva per implorare, per glorificare, per condannare gli impuri e coloro che con un atteggiamento erroneo provocavano il male, ecc. ecc. In poche parole, dunque, comprendiamo che il canto è solo una forma di comunicazione del parlato ma più "alta", più propria di una condizione non quotidiana, non volgare, che dunque merita una partecipazione più profonda e interiore. Il fiato è la componente interiore e spirituale che necessita di questo elevamento, e non per nulla parlo di una "disciplina", perché una tecnica è qualcosa che ha a che fare con attività prettamente fisiche e forzute. Qui si deve viaggiare su un piano di inconsistenza materiale. Naturalmente questo modo di esprimermi viene poi attaccato da qualcuno che, in mancanza di argomenti, accusa di "settarismo", occultismo, e via dicendo. Ma niente di tutto questo! Il discorso e l'insegnamento che pratico, e tutti i miei allievi possono testimoniarlo, non ha nulla a che vedere con pratiche religiose di nessunissimo tipo. Quanto ho scritto è semplicemente una ricostruzione storica e filosofica. Ciò non toglie, però, che l'approccio sia effettivamente nato da una disposizione di quel tipo e che per il suo insegnamento possano apparire delle analogie, che però non pratichiamo con quell'atteggiamento mentale, ma che possiamo definire di umiltà e di superamento dell'egoismo e dell'egocentrismo.
Mi viene da sorridere, ma non sempre ci riesco, quando vedo il dibattimento accendersi sul modo di superare il cosiddetto passaggio di registro, quando è semplice considerare e prendere atto che non bloccando il fiato con manovre antivocali (o meglio antirespiratorie - dove il respiro è orientato vocalmente, non fisiologicamente) esso porta a uniformare la gamma, a patto che la voce nasca e si sviluppi esternamente, cioè esattamente in conformità alla normale voce parlata. Dove sta la difficoltà? da nessuna parte, è solo una questione di tempo, perché inizialmente non ci può essere una respirazione idonea a proseguire sulla stessa linea per tutta la gamma, per cui occorre insistere con esercizi e pratiche SEMPLICI che dettino l'esigenza di sviluppo cui aspiriamo. E' un costante dialogo, spesso cruento, con la nostra componente fisica, animale, che di aspirazioni divine non vuol saperne!

3 commenti:

  1. Concetti basilari, centrali, espressi con l'efficacia di un laser in questo stupendo post. E' un manifesto dell'intera scuola. Grazie.

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  2. salvo4:16 PM

    Ho trovato, in alcune interviste dei Grandi del passato, in particolare B.Gigli, un commento abbastanza trasversale: "per cantare bene bisogna essere felici dentro". Anche se sembra apparentemente banale,io l'ho trovato di una verità disarmante.

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  3. e infatti diversi allievi arrivati qui dopo qualche anno di studio, mi hanno proprio confessato che stavano perdendo la gioia del canto! Si può dar crimine peggiore??

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