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domenica, gennaio 12, 2020

Respiro e salute

Nel corso del tempo, ormai tanto, in cui mi occupo di canto, non so quante persone che cantano a qualunque titolo non mi abbiano rivelato di avere (o di aver avuto) problemi legati al reflusso gastrico, ernia iatale, sofferenze renali, problemi digestivi, sternali, ecc. Alcuni, con aria remissiva, denunciano: "eh, cantando, appoggiando, si sa...". Alcune persone hanno proprio la percezione fisica che nell'attività canora il diaframma crei inconvenienti. E i foniatri giù a dare gastroprotettori, inibitori del reflusso e così via. Cioè danno per scontato che l'attività del cantare sia connessa indissolubilmente a problemi gastrici. E naturalmente curano i sintomi, e non il male, che sarebbe quello di suggerire un cambio di respirazione. Ma questo metterebbe in crisi gli insegnanti, quindi... va bene così. Naturalmente il problema può riguardare anche gli strumentisti a fiato, visto che ne abbiamo parlato nei post precedenti. Oltretutto, come è noto, il reflusso gastrico può dare problemi molto seri al canto, perché gli acidi che risalgono, specie durante il sonno, possono danneggiare gravemente le corde vocali; ci sono professionisti che hanno dovuto sospendere l'attività per mesi. Questo è un paradosso! Un'attività artistica, ben diversa da un'attività sportiva, che per natura esaspera le condizioni fisiche, dovrebbe solo dare piacere, gioia, benessere, si trasforma in un malessere da sopportare! Assurdo. Tutte le arti, anche quelle che utilizzano maggiormente alcune parti muscolari, come possono essere i pianisti, hanno proprio per caratteristica più evidente che il fisico non si modifica, non suscita un accrescimento muscolare. La cosa dovrebbe ancor meno realizzarsi nel canto, che è un'arte che usa il fiato, cioè qualcosa di immateriale, dove i muscoli dovrebbero non entrarci per niente. E qui di solito entrano in gioco "color che sanno", e ti contestano: ma il diaframma E' un muscolo, e poi lingua, laringe, faringe, ecc. sono pieni di muscoli, ... e via la tiritera. Il fatto che il diaframma sia un insieme di muscoli, a noi cosa interessa, se non per informazione culturale, e così per tutti gli altri? Sono perlopiù muscoli involontari. Sarebbe come dire che anche il cuore è un muscolo, ma non è che vogliamo dominarlo, no!? Come il buon senso ci suggerisce di lasciarlo fare, che sa, sarebbe opportuno comportarci analogamente, o quasi. Dico "o quasi" perché ci sono aspetti da non ignorare. Sicuramente quando si canta artisticamente, cioè quando la voce viene utilizzata nelle sue massima possibilità, il diaframma viene coinvolto in modo importante. Certo è che se per far questo si viene indirizzati a una spinta verso il basso, e tutta la questione respiratoria viene indirizzata verso un coinvolgimento profondo dell'addome e persino del ventre, la nascita di problemi di salute è scontata. Come ho già scritto infinite volte, convogliare tutta l'attenzione sulla parte inferiore del busto, pancia, addome e in alcuni casi anche fino al pube, è un controsenso, se pensiamo che il fiato coinvolge solo la parte superiore del torace. Tutto ciò che sta sotto non è relativo alla respirazione, ma ai suoi riflessi. La cosiddetta respirazione "diaframmatica" è da intendersi esclusivamente come una respirazione rilassata, per evitare per quanto possibile di instillare forze che possono sommarsi alle reazioni istintive. Mi spiego meglio. Sappiamo che il canto, specie quando si allarga a tessiture più ampie del normale parlato e a colori e intensità di maggior impegno, oltre a richiedere tempi di gran lunga superiori al tempo del respiro fisiologico, genera reazioni istintive che inducono il diaframma a rialzarsi con una certa forza e a crearci quindi problemi e difetti. Se noi adottassimo nel periodo iniziale dello studio una respirazione toracica, potremmo contribuire a questo sollevamento, perché premendo sui muscoli dell'addome andremmo a creare una spinta sotto il diaframma che potrebbe sollecitare il suo sollevamento. Il modo più diffuso di evitare questi problemi risiede nell'opporsi con forza a questa risalita, spingendo giù e praticando varie posture, per l'appunto coinvolgenti l'addome. Questa opposizione è perdente! Fare la guerra al nostro corpo è un'azione insensata e non potrà condurre a risultati di valore, perché il nostro istinto di difesa e sopravvivenza avrà sempre la meglio, magari in tempi lunghi, ma vincerà sempre lui. Ma anche quando per un certo tempo parrà che ci lasci campo libeo, ecco che appariranno tutti questi problemi collaterali, tipo reflusso, ernia iatale, ecc. C'è poi un altro aspetto, che di solito sottovalutiamo. La postura che viene spacciata per respirazione diaframmatica, quindi con "pancia in fuori", crea due altre questioni: la schiena, che col tempo si incurverà in zona lombare e darà dolori, e la spinta in avanti, che si riflette anche sulla posizione diaframmatica. Esasperando infatti questo tipo di respirazione, noi produciamo un'inclinazione in avanti del diaframma, che assumerà quindi anche una deformazione ben poco efficace al canto. Quindi dove sta la soluzione? In primo luogo occorre aver pazienza, non fretta, e ACCONTENTARSI!! La fretta non può mai creare risultati buoni, e cercare risultati eclatanti in tempi brevi può, invece, creare danni e financo bloccare, inibire il canto a chi magari ne avrebbe tutte le caratteristiche potenziali. Per un certo periodo quindi occorre praticare una respirazione quanto mai rilassata e "naturale". Senza alcun tipo di spinta. L'insegnante dovrà osservare attentamente che la respirazione sia tranquilla, silenziosa e non comporti alcun tipo di apnea, di sollevamenti innaturali, meccanici, a scatti, a colpi. Se la disciplina viene condotta correttamente, in un certo tempo, che non è uguale per tutti per cui non posso indicarlo, le reazioni istintive potranno essere mitigate, e questa respirazione potrà essere INTEGRATA passando a una respirazione costale. La respirazione costale, correttamente eseguita, comporta un sollevamento del torace mantenendo una tonica pressione sulla parete addominale.zona plesso solare (che tenderà ad appiattirsi). In questa fase noi dobbiamo considerare che la respirazione diventa LATERALE, cioè non può verticale e gravante sull'addome, ma orizzontale, espandente verso le ascelle. Questo darà numerosi contributi. Sostenendo il torace, noi ne toglieremo il peso (specie per le donne) dal fiato e dal diaframma, e assumeremo una posizione più retta, con uno scaricamento del peso sulla colonna vertebrale, e soprattutto un "raddrizzamento" del diaframma, che assumerà una posizione orizzontale, quindi perpendicolare alla colonna d'aria. In questo modo togliamo pesi e pressioni anche involontarie dal diaframma e dagli organi sottostanti (compreso il cuore!!), otterremo una postura del corpo molto più elegante e benefica, una respirazione ottimale al canto. Da questa si potrà passare poi a una respirazione artistica ancora più raffinata, ma di questo è inutile parlare in questa sede. Quando si pratica il canto, ogni segnale di sofferenza deve dar luogo a interrogativi e a rifiuti. Se quando cantiamo o subito dopo, si diventa completamente afoni: smettere subito e cambiare insegnante (quando si inizia e per un certo tempo l'uso più impegnativo dell'apparato farà sì che si crei un po' di lubrificazione delle corde vocali, e questo potrà "sporcare" un po' la voce, ma che non deve mai andar via e tutto deve tornare come prima nel giro di poche ore). Se si viene guidati a una respirazione che ci crea problemi alla schiena, ai reni, alla pancia, alla digestione, ecc. farlo presente e se ci viene detto che sono mali professionali e che bisogna portar pazienza... mandarlo/a gentilmente a quel paese e cambiare. Se si vuol fare canto artistico, non bisogna avere remore. Non si può essere pigri e scegliere l'insegnante "comodo". Se ne possono cambiare 2, 3, 5 10.... finché si trova quello giusto, che ci offre davvero una visione artistica del canto, benefica, salutare per il corpo, la mente e lo spirito.

venerdì, gennaio 10, 2020

Il fiato: cantanti vs strumentisti - 2

Proseguo.
Nel canto abbiamo la possibilità di adottare una DISCIPLINA artistica indirizzata a provocare un'evoluzione respiratoria atta a conseguire un elevamento della parola a canto; la promozione di una nostra capacità spontanea a un livello superiore. Nella produzione di suoni strumentali questo non è possibile, perché lo strumento meccanico esterno non può essere contemplato nella nostra evoluzione. Però possiamo raggiungere comunque risultati ottimali, anche considerando che gli aspetti fisiologici sono meno oppositivi rispetto al canto. In esso noi arriviamo a una vera commutazione del respiro dai fini prettamente fisiologici a quelli artistici. Nel caso dello strumento noi possiamo ottimizzare il fiato fisiologico, senza obiettivi di modifica sostanziale. Infatti il fiato continua a uscire regolarmente, senza estremismi, senza interferenze laringo-valvolari (se non le creiamo noi). Il problema di fondo, sostanzialmente l'unico, è come "colloquiare" con la pressione che si crea con l'imboccatura. Occorre prendere coscienza che tra il bocchino e il diaframma c'è (ovvero deve esserci) un'unica colonna d'aria, non spezzata dalla laringe, e che questa colonna deve avere la minore pressione possibile. Affinché la colonna d'aria sia unitaria, non devono crearsi apnee, cioè non si deve creare quella pressione sottoglottica che spingendo sotto la laringe provoca la sua (tendenziale) chiusura, cioè richiama la funzione valvolare.Quindi il ruolo delle labbra è fondamentale, almeno per un certo tempo, perché creano un "polo" tensivo togliendolo alla gola. Più che nella continuità del suono, il problema può porsi nello staccato. Ogni volta che si vuol generare un suono staccato, istintivamente, anche per lo strumentista, c'è la tentazione di consonantizzarlo, cioè di dare un impulso dalla/con la glottide. Niente di più sbagliato. Bisogna agire con le labbra e dalle labbra verso lo strumento. Anche nel canto tutto il dominio sull'aria deve essere compiuto dall'esterno, facendo fluire il suono come fosse un alito, partendo già da fuori. Ascoltarsi, quindi comprendere che nel momento in cui si attacca un suono con il proprio strumento, si sta solo soffiando e non premendo, specie dal basso, o spingendo né verso l'esterno né verso il basso. Far nascere il suono esternamente a noi è un dato fondamentale. Peraltro lo strumentista ha un vantaggio: il suono è prodotto da aria espirata, e lo sa. Nel canto il fiato è tradotto in suono e questo crea grosse complicazioni mentali. Il fatto di gestire fiato fisiologico è molto meno impegnativo e più "tollerato" dall'istinto. L'importante è non creare condizioni reattive, quindi cercare di diminuire la pressione, pensando sempre di consumare, di far fluire l'aria, non risparmiando o trattenendo (che è un errore grave quanto spingere), ma considerando appunto questo flusso come lieve, scorrevole, placido, non violento, non denso e soprattutto evitando le contrapposizioni. Anche il bocchino non deve essere considerato un "tappo", un freno e un oppositore alla nostra emissione, ma pensare di trovare la relazione ottimale affinché le vibrazioni delle ance (o delle labbra nel caso degli ottoni) siano in rapporto perfetto con il fiato che emetto. In genere si tende sempre a dare di più del necessario (questo tantissimo nel canto), quindi il consiglio è sempre di andare a TOGLIERE, cioè provare a dare il minimo, come è il sussurro nel canto. E gettare lontano, ma non violentemente e con forza, ma far volare, volteggiare, utilizzare l'aria come per gli oggetti volanti, cioè considerarla un mezzo su cui il suono può correre lontano. E prendere fiato con dolcezza, rilassatezza, silenziosamente.
Il flauto. Per il flauto c'è qualche differenza rispetto agli altri strumenti a fiato, in quanto il flautista non imbocca lo strumento, ma ci soffia dentro. Quindi non si andrebbe a creare una particolare pressione, essendoci solo una "strettoia" formata dalle labbra. In teoria c'è meno opposizione rispetto alla pressione che si crea con gli altri strumenti, però i casi di problemi laringei nei flautisti sono molto numerosi. Introduciamo qui un altro fattore, il fiato "freddo", o soffio, e il fiato "caldo", o "alito". Il soffio è freddo perché esce ad alta velocità e percorre un tubo stretto. L'alito scorre più lentamente e in un tubo più largo, avendo quindi il tempo e l'occasione di riscaldarsi. La questione è che per la legge di Bernoulli, la velocità dell'aria determina o può determinare la necessità di un restringimento del tubo, che avviene a cura della glottide. Questo restringimento determina una forte frizione dell'aria sulle pareti, che tenderanno col tempo a infiammarsi e in casi estremi a dar luogo a sistemi di protezione, che poi si trasformano in noduli e patologie analoghe. Qui la possibile soluzione, oltre comunque a quanto già detto a proposito degli altri strumenti, che ha comunque valore (per cui non premere, non spingere né in giù né in avanti, considerare un'unica colonna da labbra a diaframma, ecc.), consiste nel cercare di non soffiare con troppa energia, e anzi cercare di pensare maggiormente a "alitare" (questo può essere particolarmente utile nel flauto dolce).
Altro consiglio per tutti: non fissarsi sull'aria polmonare, cioè considerare che l'aria giunga da sotto, ma utilizzare l'aria che si trova nel cavo orale. Ovviamente ogni soluzione può anche originare problemi, quindi se la gola non è libera, anche questo suggerimento può essere negativo. Ci vuole sempre un insegnante che abbia piena coscienza di ciò che fa e ciò che insegna e che sappia prontamente individuare i problemi e risolverli.

Il fiato: cantanti vs strumentisti

Mi vengono spesso rivolte domande o osservazioni in merito alle analogie o differenze sull'uso del fiato tra strumentisti e cantanti. Ritengo sia bene fare chiarezza in merito.
C'è un'analogia: entrambi questi usi del respiro danno luogo a una pressione interna.
Lo strumentista imbocca lo strumento, ed esercita quindi una pressione che va dalle labbra al diaframma. Il cantante il corrispettivo del bocchino ce l'ha poco sopra la trachea, quindi la pressione ordinariamente si esercita dalla laringe al diaframma. E' una differenza non di poco conto, che potrebbe andare a favore degli strumentisti, perché la minor lunghezza della "canna" da parte dei cantanti, accresce l'intensità della pressione ma soprattutto l'irregolarità. Mentre infatti sulle note centro-basse e nel parlato non si verifica di norma una pressione particolarmente elevata, essa cresce considerevolmente nel settore acuto e nei suoni particolarmente intensi e di colore oscuro. L'utilizzo della voce dà luogo a un ventaglio molto ampio di possibilità espressive, dinamiche, cromatiche, con corrispondenti adeguamenti pressori dell'aria. Nel caso degli strumentisti il divario è molto meno ampio. Da questa trattazione escludo al momento il caso del flauto, che non imbocca lo strumento e quindi ha un utilizzo un po' diverso del fiato. Ci tornerò.
Se io freno l'uscita dell'aria anche solo opponendo resistenza con le labbra, si crea una pressione interna, che coinvolge un po' tutto l'apparato respiratorio, ma in particolare il diaframma, che è il più importante muscolo respiratorio, con precisi compiti. Quale differenza può esserci tra il frenare l'aria con le labbra e il suonare uno strumento? Un fatto rilevante! Che noi puntiamo a un risultato artistico, cioè l'aria non deve bloccarsi ma uscire con determinate caratteristiche che consentano allo strumentista di poter utilizzare mirabilmente il proprio strumento, cioè poter infondere con esso una notevole quantità di espressioni, colori, intensità, ecc. In questo c'è analogia col canto; in entrambi i casi noi abbiamo bisogno che il fiato non risulti un ostacolo ma un mezzo favorente. La differenza fondamentale, però, è che il canto, proprio perché utilizza organi propri dell'uomo che potenzialmente sono preposti a questo scopo, anche se in un tempo e in condizioni molto difficili, possono darci la possibilità del raggiungimento di un risultato perfetto, quindi con l'unificazione dell'apparato a questo scopo; nel caso strumentale non è ravvisabile questo stesso risultato, perché lo strumento è un oggetto esterno all'uomo, meccanico, inventato, e per quanto si possa perfezionare il suo uso, non consentirà un'unificazione tra l'uso del fiato e lo strumento stesso. Ciò nonostante possiamo individuare errori e correttezze nell'uso e quindi un'ottimizzazione. Così come avviene spesso nell'insegnamento del canto, gli strumentisti vengono avviati allo studio mediante esercizi respiratori. Come al solito vengono magnificati i risultati QUANTITATIVI degli esercizi, ma credo che raramente si parli di QUALITA'. Quale dev'essere fondamentalmente la qualità del respiro strumentale? L'uscire con regolarità, senza variabilità eccessiva, ma soprattutto senza spinta, come fosse una normale espirazione fisiologica. La creazione di una pressione interna dà luogo automaticamente, istintivamente, a una REAZIONE organica. Questa reazione è solitamente blanda nei primi secondi, e aumenta man mano che passa il tempo, perché il permanere di anidride carbonica nei polmoni è, ovviamente, considerato un pericolo da parte dell'istinto, che invia ordine al diaframma di risalire e spingere fuori l'aria che sta ristagnando. Anche per motivi di postura il nostro corpo possiede regole per cui quando si crea una pressione interna, il diaframma tende a spingere verso l'alto (quindi a riprendere la sua naturale posizione alta, rilassata). Questo, come si comprenderà, dà luogo a una pressione opposta a quella sul diaframma, cioè verso l'esterno, che chiamiamo SPINTA. Cosa capita a questo punto? Che chi si occupa dell'insegnamento studi e cerchi il modo di ottenere i migliori risultati considerando i problemi che si presentano. Ma il primo problema è proprio quello di voler ottenere un risultato senza comprendere le cause, cioè IMPORRE un risultato, anche andando a forzare, a violentare, in un certo senso, la nostra natura. La panacea di tutti i problemi strumentali (ma in questo senso anche vocali) sembra risiedere nella RESPIRAZIONE DIAFRAMMATICA. Fin dall'inizio dello studio si favoleggia delle mirabili proprietà di questa tecnica respiratoria. La respirazione diaframmatica sarebbe una normale e naturale respirazione, sennonché viene caricata di ulteriori innaturali proprietà allo scopo (non noto, però, in genere a chi la pratica) di opporsi ai problemi che si generano suonando o cantando, cioè la risalita repentina e talvolta violenta del diaframma. Si pensa che il diaframma debba star giù, volente o nolente, senza sapere che la prima causa del fatto che il diaframma abbia questo comportamento risiede proprio nel fatto che è la pressione che lo strumentista o il cantante stesso ha generato! In secondo luogo si commette un errore di ingenuità. Si pensa che una certa tecnica respiratoria possa generare un controllo sul diaframma, la qual cosa è erronea. Le conseguenze di questi errori possono essere rilevanti. Infatti non dobbiamo dimenticare che esiste un organo, la laringe, che nella nostra bioarchitettura svolge il ruolo di VALVOLA del fiato. Dunque, se stiamo usando male il fiato, vuoi nel canto che nel suonare, essa verrà richiamata al suo ruolo, entrerà in funzione e ci procurerà delle conseguenze e potrà subire dei danni. Non per nulla molti strumentisti possono accusare abbassamenti di voce, fastidi e persino formazione di noduli e polipi laringei. Tutto ciò non ha da accadere, e dobbiamo prendere in considerazione l'ipotesi che queste cause possono riguardare proprio la nostra "tecnica" respiratoria e il modo scorretto di affrontare lo studio dello strumento. A uno verrebbe da dire: "ma se sono gli insegnanti che ci guidano in questa direzione, noi allievi che ci possiamo fare?" E' così, e vale ancor più per il canto. Non ci possiamo far niente. Io per quanto posso cerco, senza polemica e con disponibilità, di dare il mio contributo, poi ci pensi il mondo. Quella che viene spacciata per respirazione diaframmatica, è spesso una respirazione addominale e persino ventrale, con coinvolgimento di tutti i muscoli fino al basso ventre. Assurdo! I polmoni occupano la metà superiore del busto, il diaframma divide la parte superiore da quella inferiore. I muscoli bassi non hanno alcun coinvolgimento nella respirazione, ma creano tensioni e ripercussioni. Purtroppo ci sono non pochi insegnanti che si inventano le teorie più strampalate, tipo che la colonna d'aria nasce proprio dall'inguine, cioè, a detta loro, più lunga è la canna più il risultato sarà importante. Sono favole senza costrutto, che però possono avere conseguenze non piacevoli. Il primo comandamento di chi utilizza il fiato per scopi artistici, deve essere quello di un tonico rilassamento, di un ascolto del proprio corpo e di comprensione del funzionamento e quindi di non creare, o il meno possibile, opposizioni. Abbiamo poi l'estremizzazione della respirazione detta erroneamente diaframmatica con l'esercizio di forti pressioni verso il basso, che in campo canoro si chiama "affondo", che è la respirazione antivocale per eccellenza. E' vero che ha conseguito risultati, in alcuni casi anche di rilievo, ma ciò non giustifica. E' come dire che l'uso delle radiazioni atomiche può dar vita un certo alimento produttivo. Il fatto che oggi esistano milioni di persone con intolleranze alimentari non dovrebbe giustificare l'uso di simili procedure, ma purtroppo siamo impotenti di fronte a determinate scelte. Spero che nel campo dell'arte ci si riesca a difendere maggiormente, essendo scelte individuali. Dunque premere verso il basso, addirittura con sollecitazioni defecatorie (provo una profonda vergogna a pensare a tanti insegnanti che agiscono in questo senso e che non provano alcuna sconvenienza ma anzi vanno fieri di tali consigli) sembra avere un effetto positivo, perché ci si oppone alla risalita del diaframma. Il fatto che effettivamente ciò avvenga è dovuto a due fatti: si preme sul fiato e sulla laringe. Siccome istintivamente laringe e diaframma sono uniti da un rapporto reciproco, premendo sulla prima si ha un riscontro anche sul secondo. Il che, però, vuol dire una incredibile forzatura, che in molti casi produce reazioni negative pesanti, anche sulla salute. Il fatto che alcuni riescano a produrre, ma sempre con notevoli limitazioni, degli effetti "popolari" non può e non deve indurre a percorrere questa strada. Premere verso il basso, quindi agire sul fiato in direzione opposta a quella che noi auspichiamo, cioè verso la bocca, è un controsenso che non può produrre nulla di bello, di poetico, di libero e piacevole. Ma per alcuni è più bello soffrire e forzare, e "il mondo è bello perché è vario" è sempre una bella scusa. Mi rendo conto che il post sta diventano lunghissimo, quindi mi interrompo per proseguire in un altro.

giovedì, gennaio 02, 2020

Della passione

Come e perché una persona si dedica a un'attività particolare, come può essere la musica, il canto? Suol dirsi che è spinto dalla passione. Cioè? Nelle discipline orientali la passione non sempre viene segnalata come una virtù, anzi più frequentemente come una pulsione negativa, individuandola come "brama". Bramare significa agognare qualcosa, desiderare in modo esasperato. Questo in genere è associato ai beni materiali (desiderare soldi, un oggetto, un certo stile di vita...). Quindi è piuttosto importante analizzare e individuare l'oggetto della passione. Non c'è dubbio che il mondo della lirica spesso si accomuna a quello del calcio o dello spettacolo. Posso capirlo in quegli ambienti, ma il fanatismo acritico che circonda molti personaggi (dalla Callas a Del Monaco, a Karajan o Toscanini, Di Stefano o Corelli o Bastianini, e via dicendo anche verso molti personaggi contemporanei, come possono essere Bocelli o la Netrebko o Muti), e che crea per contro aggressività, nasconde in realtà profonda ignoranza e incapacità di analisi e valutazione. Si può comprendere e giustificare il "mi piace" e "il non mi piace", ma non giudizi assolutistici ("il più grande", "il più bravo", "il migliore", ecc.) in totale assenza di valutazioni oggettive, in totale assenza di criteri. Allora occorre porsi domande: perché ho questa passione? A cosa mira questa pulsione? E occorre darsi risposte coscienziose, sincere. Il nostro spirito preme affinché si liberi un po' della verità contenuta in esso, e per farlo ci induce a praticare attività portatrici di messaggi subliminali. Questi messaggi non riguardano un soggetto, l'ego, ma noi, tutti, quindi deve essere un'attività volta a migliorare il nostro mondo, in poche parole: a unirci, a collaborare, a non ostacolarci l'un l'altro, a prenderci cura degli altri, a lenire le sofferenze, e così via. Naturalmente è più che legittimo che dalla pratica di un'arte si debba ricavare anche il sostegno alla propria vita, quindi è giusto guadagnare, però non dimenticando che non è realmente "un lavoro", ma qualcosa di molto più elevato, quindi accanto alla professione dovrà sempre esserci un'attività di insegnamento, di collaborazione, ecc. svolta anche gratuitamente a favore della collettività. Quindi non potrà essere un'attività volta esclusivamente al guadagno personale, all'arricchimento, al prestigio, alla fama individuale. In sintesi: esiste una pulsione spirituale a occuparci di attività artistiche, cioè slegate dalla nostra vita materiale e mortale, la qual cosa è positiva, ma questa passione può venire intercettata dalla nostra brama (terrena) di fama, di celebrità, di guadagni superlativi, cioè il sogno di una vita di apparenza, perché quel genere di sogno è illusorio; si pensa che con i miliardi la nostra vita diventi quella di un dio, senza necessità pratiche, bisogni materiali. E per realizzare questo si possa calpestare il prossimo, ridurne la dignità, considerarlo un inferiore, ecc. Come ho scritto tante volte, noi dobbiamo scacciare la spinta egoica, che oltretutto ci impedisce di prendere coscienza di noi stessi, di comprendere la verità del percorso per raggiungere l'obiettivo della purezza del gesto artistico. Non è mai troppo tardi per rinunciare a quello per mettersi sulla giusta strada. Avere una passione, pertanto, non è mai di per sé un dato negativo, al contrario, ma può diventarlo se mal indirizzata, quindi bisogna rimettersi in gioco e rinunciare ai sogni di gloria (che non significa che non possano comunque avvenire, ma non devono riguardare l'obiettivo principale). Coltivare virtuosamente una passione significa esercitarsi nell'ottica della perfezione, cercando anche di coinvolgere tutto il proprio stile di vita, senza fanatismi, senza mettere sé stessi al centro del mondo.

domenica, dicembre 29, 2019

Non appoggiare!

Da ormai molto tempo, il tormento degli insegnanti di canto riguarda il far "appoggiare" la voce. Per molti è talmente assillante, che vanno oltre... SCAVARE!! Ormai non ci sono più limiti; premere, allargare, spingere: sugli intestini, sulla schiena, sul pube... non vado oltre, ma questa deriva porta a indicazioni che con la voce non hanno niente a che vedere, mentre molto hanno a che fare con situazioni intestinali ... lassative. Lasciate perdere, siete su una strada assurda, questo è il mio consiglio che posso ampiamente argomentare. Poi... ognuno è libero di fare ciò che vuole, però è consigliabile informarsi attentamente prima di iniziare un percorso che può non avere strade di ritorno.
Detto ciò, vediamo di comprendere in cosa consiste questo argomento.
Si ritiene che la voce per poter avere "spessore", sonorità, proiezione, intensità, timbratura, colore, estensione, debba avere un solido appoggio, e questo appoggio debba puntare sul diaframma. Ho letto che per qualcuno questo appoggio debba insistere invece sulla schiena. Per altri è più in basso ancora, ma queste differenze alla fin fine poco ci interessano. La questione è che per moltissimi insegnanti, quasi la totalità, con l'inizio dello studio del canto si debba praticare un lavoro per sviluppare e aumentare sempre più questo appoggio. Si ritiene, in sostanza, che la voce immatura di chi si accinge a studiare, povera, corta, fissa, sia dovuta allo scarso appoggio. Siccome il diaframma o le altre zone ritenute sede dell'appoggio stanno in basso, ciò che viene imposto agli alunni sia premere giù! Magari qualcuno meno violento non parla di pressione, ma più aulicamente di "sedersi" sulla "pancia", lasciare dunque che la parte superiore del torace si rilassi sopra quella inferiore, in modo che, senza una vera spinta, ci sia comunque questo appoggio. Da qui nasce una vera ossessione per tutto ciò che possa salire. Se la laringe sale: guai!! se la lingua sale, guai, ecc. Qui nasce poi la "dualità" delle scuole: quelle che ritengono che premendo in giù si faccia anche compiere un balzo alla voce che vada automaticamente anche "in maschera", contro quelle che invece ritengono che bisogna "mandare" volontariamente il suono nelle cavità superiori, o comunque verso il palato anteriore. Queste ultime quindi esercitano una doppia pressione: una verso il basso e una verso l'alto, avendo come fulcro la gola (e infatti è proprio lì che si ferma tutto). Purtroppo devo dire che queste metodologie, che hanno una loro logica, non portano ad alcun risultato artistico. Possono in alcuni casi creare voci molto forti, timbri "popolari", ma niente che possa realmente portare a risultati espressivi, musicali, sinceri. Tutto un mondo di artefazione, costruzione, superficialità.
Che la voce artistica debba avere un appoggio è più che corretto, è logico. Ma chi lo dice che la voce "naturale" non sia appoggiata? Dovremmo pensare che nella nostra vita di tutti i giorni ci sia una ragione per cui i polmoni siano "staccati" dal diaframma? o che esso non si distenda ma resti perennemente nella sua posizione rilassata? Certo, quando svolgiamo la nostra vita sedentaria esso parteciperà pochissimo, e idem quando camminiamo lentamente, tranquillamente. Ma quando acceleriamo, facciamo una salita o una scala, se non addirittura sport, esso parteciperà in modo più o meno ampio ed evidente.
Quando andiamo un po' oltre il parlato normale, quindi usiamo la voce in modo più incisivo, quindi utilizziamo anche il fiato in modo più impegnativo, creiamo un "peso" sul diaframma; entro un certo lasso (e questo dipende da una situazione del soggetto che può avere un grande margine di diversità) non avverrà niente di particolare, ma superando questa soglia di tolleranza, il diaframma (ovvero l'istinto) reagirà provocando una risalita più o meno violenta e risoluta del diaframma. E' quello che sinteticamente possiamo definire "spoggio" della voce. Questa è la situazione più temuta e quindi più "nel mirino" da parte degli insegnanti, che per evitare questa "catastrofe" fanno esercitare con l'opposizione. Premi giù! Ora, se il nostro corpo fosse un meccanismo, una costruzione meccanica, la cose potrebbe anche funzionare, ma purtroppo (ma direi fortunatamente) è un organismo biologico cui sottende un complesso apparato nervoso. Se l'istinto ritiene che tentare di forzare l'apparato respiratorio (vitale!) sia un "attentato", cioè un'azione che può mettere in pericolo la nostra vita, modificando - non si sa come - il funzionamento respiratorio, noi ci troveremo vita natural durante con una opposizione: noi che premiamo verso il basso per tenere giù il diaframma (o perlomeno con questa intenzione), lui che continuerà a reagire premendo in su. Succede però che l'istinto non è del tutto cieco, dopo un certo tempo che esercitiamo questa pressione, cederà un poco, poi un altro po', dando fiducia che non vogliamo proprio suicidarci, ma che abbiamo qualcosa da fare, tipo uno sport, che richiede questa manovra. Ma, sappiamo dallo sport, che ogni azione perdurante nel tempo ci offre dei vantaggi: corriamo più forte, saltiamo più in alto, lanciamo più lontano, alziamo pesi maggiori, ecc. ecc., MA a patto che noi quotidianamente o quasi, ci alleniamo. Se non lo facciamo, lentamente perderemo quanto conquistato. Questo perché l'istinto è "economo"; mantenere determinate caratteristiche, costa! in termini energetici, quindi la nostra "bolletta" è cara, e l'istinto spegne i nostri interruttori laddove non c'è continua richiesta di energia. Tradotto in campo canoro, l'istinto si riprende quella "tolleranza" che ci aveva concessa, e torneremo a trovare difficoltà. Questo avverrà comunque, salvo situazioni al limite del miracoloso, quando il corpo comincerà a perdere tonicità, quindi verso la mezz'età. Dunque ogni strada che faccia perno su un'azione muscolare, violenta ma anche solo "di peso", è destinata a un buon margine di fallimento, o comunque a forti limitazioni. Torno da capo: quando parliamo, per quanto insensibilmente, noi abbiamo un buon appoggio. Cioè, detto meglio, non spoggiamo! (a meno che non ci siano cause particolari, che se non sono patologiche, sono facilmente risolvibili). Quindi la realtà dell'apprendimento del canto artistico NON E' e NON DEVE INDIRIZZARE verso un'esaltazione dell'appoggio, perché esso, per quanto minimo, c'è. Si tratta di NON PERDERLO. E, guarda caso, il modo migliore per perderlo è proprio quello di premere verso il basso, perché è questo che origina la reazione dell'istinto e quindi il sollevamento di questo muscolo.
Le antiche scuole di canto ci hanno insegnato con la loro semplicità che è con l'esercizio semplice e graduale, che parte dalla sillabazione, dal parlato, che si sviluppa (noi diciamo EVOLVE) la respirazione artistica.
Adesso arrivo però al fulcro di ciò che volevo dire con questo post. Quando sento voci che sono state educate secondo modalità muscolari, quindi che "appoggiano in giù", avverto fin da subito come l'esistenza di "chiodi", legacci, uno in zona sternale, uno in zona glottica. Non sempre entrambi, e non sempre in modo rigido, fortunatamente. Ma comprendo che per loro a un certo punto questa situazione diventa una necessità. Se sei convinto che se "lasci andare" il diaframma, cioè non lo tieni giù con la forza, esso viene su e la voce si spoggia, non lo lascerai mai andare. Per contro, non avere un "freno" cioè sentire il tubo libero e aperto, come nella respirazione fisiologica, sia impossibile o pericoloso, crea uno stato mentale che irrigidisce e blocca, come se ci si trovasse sull'orlo di un precipizio. Quella fantastica sensazione di far uscire il fiato, non di frenarlo, di sentire tutto libero e aperto, in realtà non è una condizione che accettiamo facilmente e velocemente (a meno che non si studi fin dall'inizio così). Non voglio entrare in questioni psicologiche, ma spesso le persone si sentono più a loro agio in condizioni strette, limitate, imposte, mentre la libertà, l'ampiezza, crea disagio. Sentire SOLO il fiato, cioè non governarlo mediante spinte muscolari, è una condizione che si acquisisce dopo molto tempo, ma è straordinaria. Se fate un alito, un sospiro, voi sentirete che c'è solo il fiato, e lo potete dosare dall'esterno di voi, non internamente. Questo deve succedere anche durante la fonazione. Alla fine della fiera, come la mettiamo con l'appoggio? Prima di tutto, niente spinte, niente "appoggi" sul diaframma, ovvero premendo giù. Lasciare che il fiato esca, e quindi evitare nel modo più assoluto di opporsi alla risalita del fiato, anche se questo può dare la sensazione che il diaframma si alzi. Seconda cosa: quando sarà ora vi renderete conto che un vago senso dell'appoggio, nel senso di ampiezza, risonanza, intensità, ecc., lo potrete esercitare in avanti, cioè ampliando e intensificando... cosa? LA PAROLA!!! Parlate, pronunciate! E fuggite da chiunque vi dica che le "A", o le I o qualunque altra vocale non si devono pronunciare. Sono dei ciarlatani, non sanno NIENTE!

domenica, dicembre 08, 2019

L'ego-sistema

In tutto il blog, circa tredici anni di articoli, ho trattato infinite volte il problema dell'istinto che si oppone alla disciplina artistica e ci guida verso soluzioni razionali e fisiche che poco hanno a che vedere con l'arte. Ho trattato diverse volte anche dell'ego, ma forse non abbastanza. L'ego lo potrei definire un "istinto umano", cioè una condizione tipicamente dell'uomo, soprattutto quello moderno, che invece vuol sfruttare un fenomeno artistico a fini esteriori. A parole, e anche con una certa sincerità, credo siano in tanti d'accordo di non coltivare l'ego e avere un approccio serio, profondo, non superficiale, ma esso è più radicato e subdolo di quanto si possa immaginare! Specie in chi ha scelto discipline così rappresentative di un soggetto, come il canto e la direzione d'orchestra, esso è sempre in agguato e pronto a prendere le redini. Parliamo del canto. Nel momento in cui una persona si appassiona al canto, l'ego subito salta fuori e vuole condurci verso l'esaltazione celebrativa. Uno, a un certo punto, sarà pronto a dire: no, io non lo faccio per la fama, per i soldi, per gli autografi e l'esaltazione mediatica, ma perché mi piace la musica e il canto. E fin qui magari è sincero, ma "lui" lavora sotto. In sintesi, noi ci facciamo idea di una voce "vincente", cioè quelle caratteristiche edonistiche che possono raccogliere folle di fans: timbro, colore, potenza, espressività. Sostanzialmente non interessa la "nostra" voce, ma "quella voce", a volte legata a qualche celebre cantante, talaltra idealizzata. Questo inseguimento, che sottolineo, è un travaglio interiore, incosciente, ci porta a non lasciare libera la nostra voce, perché l'ego la considera povera, normale, uguale a quella di tanti altri, ma a cercare ad ogni costo di esaltare quella idealizzata, unica (ma in realtà standardizzata), ricorrendo a ogni trucco per cercare di crearla, quindi pressioni, gonfiamenti, scurimenti, ingolamenti, nasalizzazioni ecc. Il lavoro che opera l'ego è così sottile e nascosto che quasi nessuno riesce a coglierlo. Il segnale più evidente è la spinta. Tutti spingono come matti, pensando di farla diventare forte, potente, mentre è solo ingolfata, distorta, schiacciata. Il compito di un vero maestro è abbattere l'ego, che rappresenta quel muro che impedisce al soggetto di poter diventare cosciente. La coscienza è oscurata dall'ego, dunque nessuno riesce a intravvederla in quanto separata dal nostro vero io. Tutto questo lo si coglie soprattutto in un atto strutturale della lezione, cioè il passaggio dal momento degli esercizi a quello del canto. Spesso il cambiamento è sorprendente, cioè esercizi svolti con grande giudizio, con risultati entusiasmanti per pulizia, libertà, espansione... poi il canto ritorna all'età della pietra! E' vero che il canto, rispetto agli esercizi presenta molti punti di maggior difficoltà, ma anche su frasi relativamente semplici e lineari, il cantante torna a soluzioni deludenti, ingolamenti, spoggio, ecc. Questo è in buona parte dovuto all'ego, che nel canto si esalta, quindi per "dimostrare" non si accontenta di quanto svolto nella fase propedeutica, ma vuole "far sentire che...", dimostrare, gonfiarsi, impressionare. Ricordo bene quando un giorno a casa, dopo qualche mese che studiavo col m° Antonietti, mi parve di aver finalmente trovato la soluzione ottimale. Andai, dopo qualche giorno, a lezione, pensando di impressionarlo, lui accennò un lieve sorriso annuente, ma poi mi annientò non dicendomi che non andava bene, ma facendomi rendere conto che se fino a qualche lezione prima ero sotto zero, adesso... ero a zero!!! Quindi una botta al mio ego. Queste sono le "docce di chiodi" che se uno ha la forza di superare può ambire alla strada della perfezione, se no si lascerà guidare dall'ego e inseguirà "quella" voce. In diversi casi potrà anche raggiungere un risultato interessante; l'importante in questi casi è sperare che la coscienza non si mostri mai, perché rendersi conto improvvisamente che si è buttata via una vita per inseguire un sogno, è un brutto risveglio. Ma questa, fortunatamente, è un'ipotesi piuttosto remota.

martedì, novembre 26, 2019

... Alto, basso...

Come tutti i termini e le definizioni, anche dire "suono alto", "suono basso", "respiro alto" o "basso", lasciano il tempo che trovano, nel senso che si possono contestualizzare durante una lezione, e si spera che ci si intenda, altrimenti possono essere ampiamente interpretati e quindi indurre in errore e non avere alcuna utilità, se non l'opposto.
Il termine "alto" viene utilizzato quasi sempre con un'accezione positiva; suono alto, o posizione alta, che vengono quasi sempre intesi internamente. Si parla quindi di suono alto intendendo a livello di testa, quindi naso-occhi fronte, se non addirittura calotta cranica. Già così possiamo dire che si tratta di indicazioni fuorvianti, errate e controproducenti. Qualche scuola del passato, e più raramente recente, si riferisce a un suono a livello di palato e denti superiori. In questo caso ci troviamo su un'indicazione meno negativa, anche se i riferimenti all'interno degli apparati sono sempre da usare con estrema parsimonia.
Il termine "basso" è, invece, quasi sempre utilizzato in senso negativo. Siccome moltissimi insegnanti fanno continui riferimenti all'appoggio basso, a spingere "giù", e altri consigli in tal senso, per bilanciare affermano che "più vai giù, più viene su"!... come se ci fossero dei contrappesi!
Allora si può affermare che esista un binomio tra suono alto-buono, suono basso-cattivo? Per l'appunto, dipende da cosa s'intenda e dal livello formativo in cui si trovano le persone che ne parlano. Spesso si è parlato del suono "alto" della Callas, del fatto che il suo canto "piovesse" dall'alto della volta del teatro, che superasse il coro e l'orchestra "volandoci" sopra. Sono percezioni rispettabilissime, da non deridere e da non sottovalutare. Ma a livello didattico possono essere disorientanti, perché... come si ottiene un simile risultato? Si pensa che si possa far volare la voce come un uccello o un aereo? Cosa crea questa "magia"? Evidentemente sempre e solo la respirazione, giacché il canto E' fiato. Ma perché in qualcuno può dare quello straordinario effetto e in molti altri no? Evidentemente perché quel fiato ha ottenuto, guadagnato, quelle caratteristiche di leggerezza che possono permettere al suono di sovrastare tutto quanto. Quindi è la scorrevolezza, la "scivolosità", l'espansività, a permettere la piena efficienza del fiato-suono. E perché ciò si possa ottenere, occorre disciplinare il fiato in continuo rapporto con la voce cercando sempre di escludere tutti quei maltrattamenti che possono impedire quel risultato, quindi spingere-premere (in qualsivoglia direzione), trattenere, tirare, schiacciare (in ogni direzione), ma sempre e solo lasciar scorrere, non ostacolare, liberare. Sono tutte indicazioni che possono sembrare banali, ma sono tremendamente difficili da ottenere nel canto, specie quando si parla di canto lirico. Anche nell'inspirazione occorre correggere certi luoghi comuni delle scuole recenti, che vorrebbero l'inspirazione "alta", dove poi si canta (cioè in maschera, cioè tra naso e fronte, dicono....!!). Io non solo metto in guardia, ma sconsiglio di adottare questo sistema, perché vuol dire alzare la colonna d'aria, vuol dire non rilassare, vuol dire assumere poca aria. Come ho suggerito nel post precedente, se si rilassa la bocca e il mento, si possono assumere grandi quantità d'aria senza accorgersene, senza controindicazioni.

mercoledì, novembre 13, 2019

La respirazione "bassa"

Sono sempre molto dubbioso su cosa scrivere che possa indurre ad azioni controproducenti. Il problema, come si può comprendere, deriva dal punto in cui si trova colui che legge e che può essere indotto a replicare quanto scrivo. Del resto non si possono scrivere solo cose elementari. Quanto vado a scrivere ora, per un verso può già interessare i neofiti, però realmente è più da esperti. In tutti gli scritti, prima del maestro Antonietti e poi miei, si parla sempre molto poco di "come" si respira, suscitando una certa meraviglia in chi inizia una studio con me, abituato solitamente a compiere lunghi e complessi esercizi respiratori. Come ho già scritto molte volte, il fiato, o meglio la respirazione, E' canto, è tutto!! Pensare di risolvere qualcosa separando la respirazione dal processo vocale, sonoro, è un errore piuttosto serio, e lo è tanto più quanto prima viene commesso, e siccome è abitualmente una delle prime cose che si fanno, i problemi conseguenti possono essere già da principio piuttosto importanti.
Da molto tempo, l'interesse degli insegnanti di canto si concentra sull'inspirazione. Si parla di due-tre tecniche con alcune varianti. Ne ho già scritto in passato, non replicherò qui. Devo dire che già una trentina d'anni fa Rodolfo Celletti, citando qualche altro studioso, faceva presente che il focus della respirazione non sta nell'inspirazione ma nell'espirazione, che poi è il momento canoro vero e proprio. Detto questo, il discorso era finito, cioè non ha scritto altro di significativo, continuando a parlare di posture respiratorie. Ma è difficile capire il momento che separa l'inspirazione dall'espirazione nel corso del canto. Cosa cambia di significativo tra una espirazione fisiologica e una vocale? Se noi ci osserviamo mentre parliamo, probabilmente non notiamo particolari differenze, perlomeno se è un parlato tranquillo (e questo è già un dato su cui riflettere); viceversa quando pensiamo di cantare, specie se abbiamo in testa che per l'opera ci vuole un "imposto", ecco che la presenza della laringe può diventare un "oggetto ingombrante"! Quando questo accade, ed è molto facile e frequente che accada, ecco che la "funzione valvolare" diventa rilevante, quindi non può più assumere il ruolo musicale che noi le vorremmo assegnare. Tutto questo ha una soluzione, che definiamo SEMPLICE, ma molto difficile da raggiungere, cioè far sì che la voce si espanda all'esterno della bocca, come il parlato, e abbia la stessa naturalezza del parlato. Si comprenderà che la cosa molto difficile è far sì che l'apparato respiratorio si comporti durante tutto il momento canoro in un modo che assomigli a quello del parlato o dell'espirazione fisiologica. I cantanti di musica leggera hanno solitamente più facilità in questa operazione, perché non pensano a "fare voce", a spingere, a gonfiare, ma sono più portati a dare risalto al testo; il problema che possono incontrare riguarda la zona acuta, che però in molti casi è naturale.
Spesso è capitato che allievi di questa scuola siano stati accusati di avere una voce da musica leggera, o di essere privi di imposto. Anche questo è un tema già trattato; l'idea che esista una voce "lirica" è un inganno davvero assurdo. Non esiste nessuna voce lirica, esiste una voce che corre, che si espande, che può governare in un ambito di tessitura piuttosto ampio tutti i caratteri musicali ed espressivi esistenti, necessari. E' poi vero che una voce "piena" è anche molto ricca, e questo crea un timbro con uno spettro più ampio, ma questo richiede tempo e caratteri individuali. In ogni modo, per tornare al tema, e andare a concludere, la questione sta in una chiusura del cerchio della respirazione. Molte persone sono nervose quando stanno per cantare, sono preoccupate, e quindi procedono con inspirazioni altrettanto nervose, rapide, rubate. Per la maggior parte delle persone, il problema del fiato è prenderne tanto! Per esperienza personale, ho verificato che tutte le tecniche per respirare di più, spesso sono fallimentari. L'ingrediente fondamentale del canto, che è lo stesso della respirazione (inspirazione-espirazione), è IL RILASSAMENTO. Inspirare rilassando: cosa? rilassare tutta la bocca, le labbra, la lingua (soprattutto la lingua), il collo (specie la parte sotto la bocca). L'aria deve penetrare principalmente dalla bocca, LENTAMENTE, massaggiando e solleticando la stessa lingua, e penetrando a fondo. Come nei tanti inganni, così facendo avremo due sensazioni che potranno sembrare non positive: che sia un'inspirazione "bassa", penetrando a livello di una lingua rilassata, quindi bassa, (consideriamo che molti insegnanti dicono di inspirare nella stessa posizione in cui si canta, cioè "maschera", ovvero alta, quindi naso-occhi [secondo loro]), e che penetri poca aria. La realtà è esattamente opposta, cioè è una inspirazione profonda e molto efficace; l'aria se pur silenziosamente, trovando tutto aperto, entra in gran quantità; ciò che ci dà la falsa impressione è la mancanza di FORZA! Eliminare le barriere delle pressioni, dello forzature, è sempre la chiave del successo. Si dirà che questo è possibile prima di iniziare il canto, ma difficile o impossibile durante l'esecuzione. E' vero solo in parte. Bisogna considerare che le pause fanno parte della musica, non sono interruzioni!!! Sono sospensioni del suono, ma resta in esse una tensione musicale. Non deve succedere che si fanno apnee, che si blocca la fluidità. Noi continuiamo su un ritmo musicale, e all'interno di quello dobbiamo inspirare prendendoci il tempo. L'errore di molti è di aver sempre fretta, di pensare che non c'è il tempo di... Invece il tempo c'è sempre, quando si sa studiare con la dovuta concentrazione e pazienza. Quindi per un po' di tempo bisognerà anche prestare attenzione a come si respira durante un brano. Ricordarsi che l'inspirazione è un'azione in gran parte passiva! All'interno dei polmoni si forma una depressione, per cui l'aria, se i condotti sono liberi e rilassati, entra senza alcuna nostra volontà!! Già questo è un dato importante, che potrebbe risolvere parte dei problemi che molti si fanno. La respirazione rumorosa spesso nasconde problemi, e in ogni modo non è MAI efficace, perché l'aria incontra ostacoli (è quello che produce un rumore), e nella stessa logica non deve mai essere solo nasale.
Ultima cosa, la più difficile e che non dipende dalla volontà. Si canta nello stesso modo. Quella rilassatezza che non è molto difficile da assumere in fase inspiratoria, si deve mantenere nel canto. Potremmo dire che i muscoli inspiratori restano attivi anche in fase espiratoria. Lo dicevano alcuni insegnanti del passato, e qua e là lo troviamo ancora scritto, però resta un dato fondamentale, cioè che non deve essere una azione volontaria, indotta, ma a carico del fiato, cioè deve avvenire anch'essa in totale rilassatezza. Questo è il cerchio chiuso!!