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sabato, novembre 05, 2011

Passaggio a Nord-Ovest

Leggo in questi giorni su un sito di belcanto che il passaggio (di registro) non esisterebbe. Chi legge questo blog dovrebbe sapere che fin dai primi post noi affermiamo che i registri in realtà non esistono, ma potenzialmente, cioè per questioni istintive nel 90% dei casi essi sono non solo esistenti ma molto evidenti. Chi studia e approfondisce il campo artistico della voce non può basarsi su una casistica sparuta, ma su decine e centinaia di casi. Che esistano, naturalmente, un cosiddetto registro di petto e un cosiddetto registro di falsetto-testa, o comunque li si voglia chiamare, l'hanno sempre detto i cultori della voce, si trovano menzionati negli antichi trattati, in quelli più recenti, lo dice anche la scienza foniatrica. Dunque risulta un po' troppo semplicistico dire: il passaggio è una sciocchezza. Se prendiamo allievi di canto con voce "grezza" e facciamo loro eseguire una scala ascendente, a un certo punto cosa capiterà pressoché sempre? Che i suoni risulteranno gridati, eccessivamente aperti, sguaiati, e assai spesso l'impossibilità di proseguire. Mi viene un po' in mente il salto in alto, quando un signore, un bel giorno, constatando come siamo fatti, inventò il salto dorsale (alla Fosbury)che rese possibile salti molto più efficaci ed elevati. La questione è un po' diversa, ma può rendere l'idea. I cantanti di musica leggera cantano su una tessitura assai ampia mantenendo lo stesso registro di voce parlata... e potrei continuare a lungo con esempi molto noti, credo, a tutti. Allora veniamo a parlare del passaggio. Che esistano non dovrebbe esserci dubbio; che il registro della voce acuta sia diverso da quello centrale dovrebbe essere altrettanto chiaro, e dunque che si debba passare dall'uno all'altro sembra indispensabile, a meno che non si canti su un registro unico, ma questo non è proprio del canto lirico. La questione, come ho già accennato anche qualche post fa, può riguardare il modo di passare. In effetti se assumiamo il trattato di Garcia come base di un ideale belcantismo, egli parla di suono oscuro, sì, ma non come soluzione del passaggio, bensì come colore per particolare stile di canto. Il passaggio egli lo indica come un graduale allenamento da fare educando il fiato sui due registri, per cui lui scrive: eseguire il re3 prima di petto poi di falsetto un certo numero di volte, poi idem sul mib, ecc, poi fare re di petto e mib di falsetto, cioè con distanza di semitono, e via dicendo. Questa la possiamo considerare un'ottima via, però si scontra un po' con il modo di cantare novecentesco, dove il ricorso al falsetto debole è poco gradito. Raggiungendo le note "classiche" del passaggio, noi ci troviamo con una intensità nel petto considerevole, e come possiamo "passare" al falsetto, se questo non avviene naturalmente? Non possiamo certo pensare di ridurre l'intensità, perché comunque anche la corda di falsetto non è che sia all'inizio della sua gamma di suoni, ma è oltre la metà, quindi già considerevolmente tesa, e richiede un adeguato impegno del fiato. La strada certamente impegnativa ma inevitabile, è quella dell'oscuramento, per quanto da ben calibrare, perché può portare a difetti anche seri. Se poi mi si chiede se è possibile salire sugli acuti con una A aperta senza alcuna necessità di oscuramento, io posso anche rispondere di sì, laddove ne esistono le prerogative, e aggiungerò che è possibile farlo anche rispettando il passaggio di registro, perché è possibile, anche fin dalle prime lezioni, stabilire un'ampiezza di forme, uno "sgancio" dalla muscolatura, tale per cui il fiato andrà ad alimentare la corda che sensibilmente si sentirà richiamata ad assumere l'atteggiamento gradualmente più consono a quei suoni. Se però mi si chiede se questo modo di affrontare lo studio può essere sufficiente a risolvere il problema del passaggio, ovvero degli acuti, dovrò dire energicamente no, perché il fiato in questo modo, anzi il fiato-diaframma, non si educa a quell'appoggio che permetterà l'emissione di tutti i suoni di cui avrò bisogno nel canto.

4 commenti:

  1. SALVO9:34 AM

    Bene. L'oscuramento del suono potrebbe essere un buon inizio come l'atteggiamento delle labbra e quindi la giusta conformazione buccale per la formazione delle vocali. Quindi nel passaggio oltre alla corretta gestione del fiato c'è anche bisogno di un corretto assestamento del tratto vocale (laringe, faringe, bocca, labbra...), o meglio una corretta gestione del fiato portera ad un automatico assestamento del vocal tract. Sbaglio?

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  2. Affinché il fiato funzioni, cioè faccia ciò che deve, occorre dimenticarsi di avere un tratto vocale, esclusa la "tastiera" labbra, lingua, mandibola e muscoli del volto.

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  3. Salvo5:19 PM

    Sai Fabio, quando canto mi sembra che solo la mia testa sia a cantare. Mi spiego meglio: la sensazione è quella di non sentire fisicamente nessuna altra parte del corpo se non il cranio. Quindi la linea di galleggiamento del suono alta e intorno a me. Purtroppo non è sempre presente questa sensazione ed il risultato si sente (almeno lo percepisco io, perchè gli altri non se ne accorgono...). Sarà sicuramente perchè non sono un vero artista... ancora :-) Comunque mi diverto tantissimo e la conoscenza della mia voce è ormai la mia meta.

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  4. Esatto, la sensazione del "vuoto" è una meta fondamentale.

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