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domenica, gennaio 08, 2017

Differenze di fiato

Spesso sento persone, anche di notevole esperienza e competenza, mettersi a far paragoni tra la respirazione degli strumentisti a fiato, soprattutto "legni" (flauto, oboe, clarinetto, fagotto...) e i cantanti. Mi è accaduto diverse volte, a seguito degli elogi verso un cantante, sentir qualcuno considerare che la bontà di quel canto deriverebbe dal fatto di aver studiato anticipatamente uno strumento a fiato. Peccato che manchi la controprova! In ogni modo, al di là che fare un'attività costante mediante l'uso del fiato senz'altro ha la sua importanza (come potrebbe averla il fare una costante attività fisica, sportiva o meno), il solo fatto che anche lo strumentista fa un'attività di tipo musicale e invia il fiato verso la bocca, non è sufficiente a creare un particolare vantaggio nel momento in cui si fa canto. Anzi, bisogna dire che se il canto fosse studiato bene, sarebbero gli strumentisti ad averne dei vantaggi, perché non è raro che qualcuno di quest'ultimi si ritrovi patologie di tipo vocale, perché non tengono in debito conto che la velocità e la pressione possono far intervenire la laringe in quanto valvola, causando attriti e restringimenti glottici (e persino cordali) che alla lunga possono provocare anche noduli e polipi. Dunque l'assunto è che tra la respirazione vocale e quella degli strumentisti non c'è pressoché alcuna caratteristica comune, così come in quella quotidiana o sportiva, come ho già diverse volte scritto e argomentato, e il perché, lo ripeto è abbastanza semplice, se ci si pensa. Il fiato degli strumentisti arriva (o dovrebbe arrivare) fino alle labbra in modo del tutto libero, così come il normale fiato fisiologico. Solo sulle labbra incontra l'ostacolo (il bocchino) che produrrà il suono, ma per il nostro corpo ciò (la produzione di suono) è del tutto ininfluente, potrebbe essere qualunque cosa impedisca il pieno scorrimento del flusso aereo. L'ostacolo andrà a creare una pressione interna e quindi metterà in attenzione il nostro istinto, che si ritroverà in una condizione simile allo "sforzo", per cui cercherà di sollevare il diaframma per espellere l'aria che fatica a uscire, ma se la pressione aumenta, ci sarà anche una chiusura glottica perché l'istinto si mette nella condizione di superare tale sforzo aumentando la compressione stessa, come avviene quando cerchiamo di sollevare qualcosa di molto pesante o per motivi fisiologici. Questo indubbiamente lo troviamo anche nel canto, specie all'inizio e in chi ha una tecnica di tipo particolarmente fisico, ma qui iniziano anche le differenze significative. Nel canto l'aria in uscita si ritrova un ostacolo molto in basso, in cima alla trachea: le corde vocali, ma questo ostacolo non è assimilabile al bocchino dello strumentista, che è qualcosa di esterno e di sconosciuto al nostro corpo, ma è parte integrante del nostro apparato respiratorio, il nostro istinto lo conosce e sa rapportarsi con esso. I problemi nascono proprio dal ruolo laringeo e da come noi sapremo educare e far evolvere il fiato in questo rapporto. Istintivamente la laringe è la valvola dei polmoni, regola il flusso del fiato in uscita nel momento in cui non è fluido, costante e moderato. Se noi premiamo affinché il fiato esca più velocemente o con maggiore forza, la laringe tenderà a chiudere il percorso, per non trovarsi con uno squilibrio nella capacità polmonare. Come poi sappiamo, il fiato assume anche un ruolo "pneumatico" nel complemento alla muscolatura del torso per mantenere la posizione eretta e nell'aiutarla ad affrontare gli sforzi. Questo è un caso fondamentale da considerare, perché se l'istinto scambia il nostro canto per uno sforzo (cosa che accade ogni qualvolta spingiamo, premiamo, schiacciamo, ecc.) non solo non ci aiuterà nell'affrontare una vocalità scorrevole e agile, ma si porrà in antagonismo, istigando il diaframma a risalire (anche con violenza) e la glottide a chiudersi. Ma noi sappiamo che l'essere umano ha anche una predisposizione aggiuntiva: il parlato. Dunque, il nostro istinto è anche istruito al fatto che il suo compito è quello di produrre suoni per emettere fonemi che consentano di parlare ed eventualmente gridare, e anche questo è un compito che spetta alla laringe, in questo suo secondo ruolo, lo strumento musicale. Quindi riepilogo: non un anonimo bocchino esterno all'uomo, sconosciuto al nostro corpo, ma un organo biologico già predisposto all'emissione di suoni. In teoria, quindi, questa seconda attività dovrebbe essere riconosciuta e più facile, rispetto al far suonare uno strumento artificiale ed esterno. Così è finché si parla effettivamente e finché si canticchia nel range e con l'intensità della voce parlata. Le difficoltà aumentano all'aumentare delle proprietà che noi richiediamo al parlato o al cantato. Se si chiede un parlato più preciso e articolato, più espressivo e vario, occorrerà un maggior impegno respiratorio, ancora possibile senza particolari contrarietà, ma se si comincia anche a chiedere maggior intensità e maggior estensione, ecco che i problemi aumentano esponenzialmente, in quanto la laringe si trova a dover svolgere un lavoro che va oltre le condizioni abitudinarie, e a questo superlavoro dovrà pensarci il fiato, che invece si ritrova con un compito confuso, perché non sa se sta lavorando sulla parola o se sta lavorando sullo sforzo. Se la scuola, come si faceva un tempo, sa graduare l'apporto educativo partendo dalla parola e chiedendo un impegno poco alla volta più importante, non creerà confusioni, perché il legame con questa attività rimarrà saldo ed evidente, e il passaggio al vocalizzo si realizzerà in quanto estensione del parlato. Viceversa, lavorando fin dal principio con vocalizzi, specie se subito richiedenti ampie estensioni e forti intensità, si metterà l'istinto proprio nella condizione opposta, di difesa e di assorbimento di sforzi, cioè in un assetto contrario alla generazione di un canto piacevole e con ampie possibilità di sviluppo, tutt'al più, se e quando si riuscirà a contenerne le forze di ribellione, molto duro, monotono, declamatorio; inoltre quest'ultima situazione richiederà eternamente un allenamento duro, antagonistico, poco salutare, mentre una educazione secondo principi evolutivi della parola, dovrà superare una disciplina sicuramente impegnativa soprattutto dal punto di vista della concentrazione, della riflessione, ma porterà a risultati ugualmente positivi per chiunque, senza controindicazioni, e rimarrà fissata come un'aggiunta all'istinto, non necessitante di particolari allenamenti per tutta la vita. Ciò che si oppone fortemente a questa disciplina è il nostro ego. Di questo ho già parlato a lungo, tornerò magari a farlo in futuro, ma per ora mi fermo qui.

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