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mercoledì, luglio 28, 2010

Portata, calibro, canna.

Nel gergo un po' grossolano di certo pubblico, ma anche insegnanti e cantanti stessi, il "calibro" della voce, specie se rilevante, è da molto tempo definito "canna". Credo faccia riferimento a una suggestione, anche uditiva, di cantanti con voci molto potenti, che rivelano una fuoriuscita di fiato sonoro di forte impatto. Questa caratteristica secondo alcuni è tipica esclusivamente di voci cresciute alla scuola dell'affondo. Devo dire che la scuola dell'affondo... non esiste; nel senso che il m° Melocchi ebbe qualche celebre allievo, dopodiché, leggendo qua e là, mi pare che le scuole successive siano state piuttosto personalizzate; non mi pare che esista un criterio comune e condiviso, un manuale di riferimento. Comunque sia, ritengo che certa scuola dell'affondo, nel costante lavoro di spinta verso il basso, si ritrovi col tempo con problemi di allargamento del suono che creano non pochi problemi: intanto un frequente ricorso al portamento specie negli intervalli verso l'alto, di cui erano affetti sia Del Monaco che Corelli, sia una storpiatura di diverse vocali verso la E larga, difetto che si riscontra in tutte le tarde esecuzioni di Del Monaco. Su Corelli bisogna però fare un distinguo, perché alla fine degli anni 50 si sottopose a una sostanziosa cura di Bel Canto targata Lauri Volpi, che contribuì su due fronti (ma non si deve dimenticare che L.V. non era comunque un maestro di canto): pulizia stilistica e messa a fuoco dell'intera gamma, particolarmente delle note di passaggio e conseguentemente degli acuti. Sul primo fronte bisogna dire che il risultato fu solo parziale. Certo furono tolti molti singulti e vezzi di bassa caratura, però i portamenti proseguirono. Molto interessante invece è lavoro di messa a fuoco, che riguarda l'argomento in oggetto.
Quello che storicamente si definisce "Belcanto" è un periodo della storia del teatro in musica contraddistinto da un uso rilevante dell'agilità, del canto malinconico e a fior di labbro che andrà a sparire sempre più nel corso del secondo Ottocento. In quel periodo poco o nulla interessavano suoni di grande portata, che erano perlopiù intesi come volgari. Ora la domanda è la seguente: sappiamo se nella scuola del belcanto è possibile emettere suoni di grande volume e intensità, possendone, ovviamente, le caratteristiche fisio-anatomiche, e se nella scuola dell'affondo è possibile cantare ruoli di agilità e a fior di labbro? Credo che questa domanda non sia mai stata posta con serietà, e le relative risposte siano state intuite, ma senza una oggettiva considerazione. L'equivoco si basa sul un malposto e mal interpretato concetto di "cavità". Credo che la maggior parte dei docenti, allievi, cantanti odierni, ritenga che la differenza tra canto più antico e più recente (sempre in ambito operistico, ovviamente), si basi semplicemente su diverso uso della "cavità". Niente di più erroneo. E' vero che le voci più drammatiche fanno maggior uso di cavità, in quanto il colore oscuro è considerato più idoneo al genere, ma senza un adeguato appoggio e caratteristiche fisio-anatomiche relative, la cavità non serve a niente. Non è la cavità che genera appoggio (e potenza), ma l'opposto. La grande scuola del Belcanto (cui faccio riferimento), ovvero l'antica scuola italiana, pone l'appoggio non "affondato" verso il basso, ma proiettato in avanti, sì che la pressione dell'aria concentrata sull'osso mandibolare possa riflettersi sul diaframma e ottenere grande appoggio e conseguentemente ampiezza di suono. Posto questo, ciò che può distinguere il risultato finale dipende dal repertorio. Se sono soprano e devo cantare la regina della notte, tanto per dire, devo fare i conti con una tessitura acutissima e agilità funamboliche. Un'ampia portata di suoni renderebbe impossibili l'uno e l'altro. Diventa indispensabile portare il "calibro" di ciascun suono (cioè la grandezza della pronuncia delle singoli vocali) al minimo; così facendo avrò un peso minore da sopportare e da muovere. Se invece devo cantare... che so, Turandot, avrò bisogno della massima portata possibile. Ma, e qui arriviamo a sciogliere il nodo, non avrò bisogno di "girare" la frittata, cioè puntare verso il basso (o... dentro!!) e allargare il più possibile, ma continuare a far pressione sull'osso mandibolare, ampliando verticalmente e un po' anche orizzontalmente la bocca, e dando il massimo apporto di fiato. Se l'educazione è stata corretta, e ci sono le doti di base necessarie, avrò un canto "romantico" scuro, potente, legato e incisivo; avrò anche perfetta pronuncia, possibilità di intervento dinamico su ciascun suono, e sempre pienezza di estensione. Non so se nella scuola dell'affondo si possano ottenere risultati analoghi in relazione al belcantismo; ho dei dubbi, ma non sta a me rispondere!

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