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sabato, marzo 11, 2017

Il percorso dantesco

Si potrebbe riassumere la Divina Commedia come un percorso di purificazione; nella prima parte (l'inferno) si può dire che l'autore compia una discesa in sé stesso a conoscersi e a riconoscere i propri difetti, mentre purgatorio e paradiso rappresentano l'ascesa (dapprima in salita) verso la purezza. Quando si intende studiare o approfondire lo studio del canto con seri intenti artistici, in fondo si inizia un percorso analogo. Il viaggio all'inferno si può sintetizzare in una presa di coscienza e allontanamento dalle lusinghe dell'ego, che rappresenta un ostacolo formidabile sul percorso disciplinare. Poi molto resta da fare sul piano della purificazione. Cosa significa, poi? Dobbiamo comprendere che la voce è un misto di suoni e rumori, quindi è un "prodotto" altamente impuro, dove la componente fisica, materiale, è predominante. Inizialmente il fiato, in quanto diseducato, travolge senza discernimento tutto ciò che incontra, lo percuote e, ovunque è possibile, crea vibrazioni. Noi possiamo chiamare tutto ciò voce, ma non ha ancora alcun riferimento a un risultato artistico. Potremmo paragonare questo primo risultato fonico a una materia prima, il legno, la pietra, il marmo, ecc. Non sono elementi disprezzabili, anzi, li dobbiamo rispettare proprio per la loro potenziale ricchezza. Però è l'uomo che è in grado di farne scaturire l'anima più profonda e sottile. Pensiamo ai veli trasparenti che sommi scultori sono riusciti a realizzare con una pietra così dura. E' la rappresentazione più mirabile di un processo di raffinazione, assottigliamento, alleggerimento.
Se non ci fosse stato l'uomo Michelangelo, il David, tanto per dire, starebbe ancora "nascosto" in qualche montagna delle Apuane. Dunque, ripeto, il nostro fiato primigenio si dirige senza criterio verso la glottide e la investe producendo un agglomerato sonoro, che potrebbe anche sortire un effetto molto piacevole, e in qualche caso anche un elevato grado di purezza (questo può anche dipendere dal grado di cultura e di sensibilità personale del soggetto). Ciò che è però fortemente indispensabile per raggiungere una elevata e duratura capacità vocale, è la consapevolezza. Il maestro è il Virgilio della situazione, la coscienza vigile che ha il compito di risvegliare e portare a galla quella dell'allievo che un giorno dopo l'altro prenderà atto di cosa sta facendo e della differenza, e quindi della distanza, che separa la propria vocalità (non la voce in sé) da quella esemplare esemplificata dal maestro (per cui è sottinteso che se il maestro non è in grado di esemplificare perfettamente ciò che intende far perseguire all'allievo... ) e che valuterà man mano il suo avvicinamento al giusto. Ma torniamo alla purificazione. Il fiato dovrà, mediante questa disciplina, selezionare sempre più ciò che dovrà mettere in vibrazione e in che misura (quindi le varie tecniche respiratorie non c'azzeccano niente con una sensibilizzazione così raffinata). Dovrà, cioè far scaturire dalle parti investite (primariamente dalle corde vocali) quella scintilla, quell'anima sottile, purissima e luminosa in esse celata. L'insieme di queste molecole vive e vibranti darà vita a quel gioco frizzante che possiamo alla fine definire voce artistica (con buona pace dei libri e degli autori che non riescono nemmeno a definirla).
Sergiu Celibidache, durante un'esposizione, termina dicendo "la musica è qua", muovendo le mani in una zona alta. Precedentemente aveva disquisito per qualche tempo sulla questione degli armonici. Tutti gli strumenti emettono armonici, ma in genere questo è discorso teorico che poi raramente trova qualche applicazione nella realizzazione musicale (a parte gli autori contemporanei che fanno un uso persino esagerato degli armonici, ma utilizzandoli semplicemente al posto dei suoni, quindi fini a loro stessi). Un valido musicista dovrebbe raffinare l'udito al fine di percepire i principali armonici e nell'eseguire un brano musicale valorizzare il "ballo" scaturente dai suoni di base e che, per l'appunto, si svolge a una certa altezza, sopra tutto e tutti. Per la verità la questione degli armonici, specie per quanto riguarda la voce umana, può considerarsi persino una semplificazione, perché in realtà entrano in campo talmente tante componenti da essere impossibile distinguere gli armonici da suoni secondari di altra origine. Ciò che potremmo definire "epifenomeni" (che ha anche una implicazione filosofica) riguarda appunto tutto un mondo sonoro purissimo e vivace che rappresenta la spiritualità sonora, la parte sottile e profonda di noi che può emergere e manifestarsi quando saremo riusciti a pulirla da tutte le incrostazioni fisiche e psicologiche che la ricoprono. Si tratta, in definitiva, di educare il fiato a riconoscere nel suo cammino, quanto, cosa e come mettere in vibrazione, con quella sensibilità e la raffinatezza che può avere il braccio di un virtuoso violinista, l'occhio e la fermezza di un orologiaio, la mano di un ebanista o un miniatore. Riconoscere al fiato un'intelligenza e una capacità di discernimento, come avesse una propria autonomia; vuol dire dare fiducia al nostro pensiero creativo profondo, che nel fiato si trasfonde in quanto spirito vitale.
Qualcuno potrà intravvedere in questi discorsi riferimenti a occultismi, sette, logge o quant'altro. Ritengo che si debba leggere, ascoltare senza pregiudizi e innescare pensieri altrettanti puri come la voce cui aspiriamo. Non nascondo che ci possono essere, e ci sono, luoghi dove si parla e si fanno progetti per un mondo migliore e dove si studiano in modo meno superficiale le opere d'arte di ogni genere per rintracciarvi i segni e i riferimenti lasciati in modo poco evidente dagli autori (Dante sicuramente fra questi). Personalmente non ho niente a che fare con questo mondo, però non sono prevenuto nei confronti di queste associazioni, pur sapendo che molto spesso vengono usate in modo molto sbagliato e con conseguenze disastrose, e che purtroppo portano anche il discredito su tutta la categoria. In ogni modo suggerisco sempre di leggere e informarsi in modo sereno ma anche con una certa distanza, cioè non lasciarsi subito coinvolgere da discorsi affascinanti ma che possono celare solo un vuoto o, peggio, la manifestazione di personalità egocentriche. La questione sta sempre alla base di scelte; nel canto, o per meglio dire nella vocalità, si tende a scegliere più sovente la strada della fisicità, della materialità, dell'estroversione più accesa e spettacolare, senza volersi calare davvero nel profondo dei significati. Se è così, è giusto proseguire così. Quanti desiderano invece penetrare più a fondo in questa disciplina, dovranno necessariamente intraprendere anche un percorso informativo e formativo più sottile, di carattere gnoseologico, ampio e che parta dal sè, cioè dal conoscersi e riconoscere il bello e il brutto della propria personalità per iniziare quel cammino dantesco. Senza esagerare, sia chiaro, con i tempi e i livelli che ciascuno può e ritiene di potersi e doversi dare.

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