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sabato, marzo 12, 2022

Il suono delle consonanti

 Rispondo a un commento con un'annotazione che è da tempo che meditavo. Per la verità è una questione che mi frulla per il capo da tanti anni, ma non ci avevo ancora fatto grosse riflessioni. Ora posso rispondere. Per la verità dovrei fare un video, per dimostrare ciò che espongo, comunque per il momento cerco di descriverlo, poi se è il caso lo illustrerò. 

E' vero, come ho io stesso affermato, che molte consonanti si formano in vari punti all'interno del cavo oro-faringeo, ovvero è in questo spazio che due parti anatomiche, lingua e palato, lingua e faringe, labbra, ecc. si toccano e fanno uno "schiocco". Ciò non significa automaticamente che il suono sarà emesso in quel punto. Mi spiego meglio; come avevo già scritto molti anni fa, la consonante non ha un suo suono, ma esso è legato alla vocale che segue. Se dico "Bacio" o "buono", la B sarà pronunciata in due modi diversi, perché nel primo caso è seguita dalla A e nel secondo dalla U. Allora ciò che noi sentiamo non è propriamente il suono della B, ma della A o della U con un colpetto iniziale, il quale però si trova (o si dovrebbe trovare) già nel luogo ove si formerà la vocale successiva. Da qui discende che se io sono in grado (ovvero il mio fiato) di far nascere la vocale esternamente, già quel "colpetto" della B nascerà nello stesso posto. Questo è un fatto di una certa rilevanza, perché le consonanti difettose possono comportare problemi alla correttezza delle vocali che seguono, e infatti molto spesso devo lavorare con gli allievi su punti particolari di un brano dove sembra inspiegabile perché una certa vocale non viene bene, nonostante la stessa vocale magati sia corretta in un altro punto, anche sulla stessa nota, e questo è spesso dovuto a una consonante diversa, che in un caso è più "fuori" e nell'altro meno. 

6 commenti:

  1. Ciao Fabio, mi permetto di commentare il tuo post, facendo una premessa: condivido al 70 % le tue idee sul canto, tranne alcune, tra cui questa.
    Non capisco questa necessità di distaccarsi dalla realtà (realtà in base alla quale l'articolazione è un processo che avviene internamente e non esternamente) , definendo la pronuncia perfetta come una pronuncia 'esterna'. Sinceramente questo mi sembra un abbaglio, un'illusione ottica come quella della maschera e con gli stessi effetti fuorvianti nel senso di concepire lo spazio di risonanza della gola come uno spazio tabù, da cui stare lontani per arrivare alla meta ideale, rappresentata dal 'fuori'.

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    1. Caro Antonio, sono molto contento del tuo intervento qui sul blog. Come ho sempre ribadito, io sono aperto e positivo al confronto, purché pacato, per quanto appassionato, sereno e ben argomentato. Naturalmente ho sempre saputo della tua avversione al canto esterno, e già in passato su questo blog avevo, a più riprese, fatto degli interventi esplicativi, ma non ho certo problemi a ribadire e approfondire ancora la cosa. Certo il modo migliore sarebbe quello di vedersi in presenza, esemplificando, e spero succeda, ma la distanza e gli impegni non rendono la cosa molto semplice. Non escludo di fare un video sull'argomento, ma anche questo non è detto che sia sufficiente. In ogni modo adesso provo a rispondere.

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  2. Ricordo che la principale critica alla voce fuori era il fatto di schiacciare o spingere, il che è giusto, ma come dico in continuazione, l'essere fuori non significa affatto di "mandarla", essa deve "nascere" esternamente. Fai un'affermazione assolutamente corretta quando dici che l'articolazione è interna. Ma essa è inerte, sono ossa, cartilagini, muscoli, una sorta di ingranaggio, che si muove. E', in fondo, lo stesso meccanismo masticatorio che, per l'appunto, è "muto"; ciò che lo rende di fatto un'articolazione vocale, è il fatto che ci scorre il fiato-suono ATTRAVERSO, dopodiché il suo esito si manifesterà esternamente. Anni fa ricordo che tu scrivesti qualcosa a proposito, se non erro, della "proiezione", che tu paragonasti a quella cinematografica. Per l'appunto! Così come la lente è dentro la macchina, l'effetto, cioè il "FUOCO", è esterno. Nella voce la cosa è analoga; il nostro "tubo" si conclude sulle labbra, ma il risultato ultimo è di poco esterno.

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  3. Del resto un esame neanche tanto minuzioso, non può che confermare che quando parli la tua voce si esplica esternamente. E' quel "segnale" che mette in azione l'amplificazione ambientale. La sonorità della voce non dipende dalla forza con cui canti, ma dalla qualità della tua informazione fonica; un piccolissimo suono vocale, con la giusta significanza legata alla parola, scatena una grande amplificazione nell'ambiente.
    Fai un'analogia tra la voce esterna e la maschera. Però non è così. L'idea della maschera, che ho sempre avversato, nasce dall'illusoria ipotesi che mettendo, concretamente, i suoni nelle fosse e nei seni sopraglottici (naso, fronte, zigomi, ecc.), si contribuisce al suo potenziamento. Lì sì che si perde di vista il fatto essenziale, che in questo modo si salta l'articolazione! (e inoltre se ne perde il focus esterno, davvero). E comunque è una cosa impossibile, serve solo a spoggiare i suoni e perdere del tutto la pronuncia, cosa che è evidentemente accaduto. Per tornare al tuo commento, guarda, non demonizzo neanche più la gola, sono ben conscio che è uno spazio importante, però faccio una distinzione tra i SUONI, cioè vibrazioni fisiche anonime, e le vocali e le parole, cioè entità cui il nostro livello di conoscenza è in grado di fornire un elevato stato qualitativo dotato di un graduato significato. Tra i due fenomeni, che ovviamente sono in relazione, c'è una enorme differenza, perché il suono è qualcosa di rozzo e limitato alla sfera fisica, mentre il secondo, la parola, è di immenso valore e non basta certo l'articolazione a renderlo tale, c'è la "presenza di spirito", cioè l'arricchimento spirituale e conoscitivo. Questo è un flusso che non possiamo spiegare con le leggi fisiche, ne trascende il funzionamento, e scorre e vola verso chi ascolta.

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  4. L'interno ha i suoi funzionamenti fisici, animali, ma per la comunicazione con gli altri spiriti, tutto deve avvenire nello spazio esterno. Del resto, come ho ampiamento esemplificato e fatto provare a tanti allievi, la vocalità esterna è l'unica in grado di annullare completamente i meccanismi come i registri e tutte le manovre dei passaggi, che rendono, oggi, le voci disuguali, incomprensibili, false. Ma, per ribadire ancora, le vocali "anteriori e posteriori", non hanno alcun senso. Una volta che il fiato è stato evoluto al punto di consentire che tutte si formino esternamente, tutte sono perfettamente precise ma anche uguali dal punto di vista della ricchezza armonica, senza alcun "avanti e indietro", come suggerirebbero le posizioni interne. Inoltre lo spazio interno non è neanche sufficiente a consentire certe ampiezze, come quella della A, che internamente risulta stretta e deforme. Mi fermo qui, tornandoci laddove avrai le tue considerazioni da esternare. Ti saluto e ringrazio ancora. F.

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  5. Quello che io non capisco è perché, per definire il livello qualitativo e funzionale di un dato fenomeno o di un dato processo, occorra ricorrere a un concetto (pronuncia esterna), che è obiettivamente irreale rispetto alle cause che lo rendono possibile e che sono rappresentate, nel caso specifico, dal suo contrario, cioè da una pronuncia interna. Perché non ricorrere invece a un aggettivo che non sia fuorviante da un punto di vista fisiologico e spaziale? Ad esempio 'pronuncia essenziale' oppure, al limite, 'pronuncia trascendentale'. Il fatto che l'esito sonoro sia esterno non significa che uno debba fare salti nella concatenazione causale naturale. Sarebbe come confondere la sorgente col mare oppure la luna in cielo con la luna riflessa nel mare. C'è infine anche una considerazione di ordine filosofico e spirituale: ciò che è esterno è sempre stato considerato inferiore, 'periferico' appunto, rispetto a ciò che è 'centrale' e interiore. Come diceva quello? Non in 'exteriore homine', bensì “in interiore homine habitat veritas”.

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