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martedì, gennaio 27, 2026

La voce beante

 Tantissimi anni fa, nel mondo della vocalità qualcuno parlò di "tubo beante", anche il m° Antonietti ne accennò nei suoi scritti, prendendolo non so da dove. E di consegunza anch'io ho talvolta usato questo termine impropriamente... Si tratta di interpretazioni linguistiche; noi diamo a beante un significato di piacevolezza, ma la scienza si riferisce alla versione francese, dove il termine indica "aperto", quindi una volvola o tubo che rimane costantemente aperto quando invece dovrebbe anche chiudersi. Alla base di questa frase c'è un solenne fraintendimento, perché il tubo o, meglio, tuba beanche, è una disfunzione delle tube di Eustachio che mantiene sempre aperto il condotto (o salturariamente) e che quindi crea rimbombo e disturbi dell'udito, anche piuttosto gravi in alcun casi. Quindi non c'entra con la voce e la vocalità, però per assonanza può richiamare alla mente una sorta di beatitudine che si prova con la "gola morta", cioè la muscolatura faringea completamente rilassata e il fiato che scorrendo fa provare una piacevole sensazione di massaggio. Ma la questione, anche per evitare figuracce, può essere allargata e qualitficata diversamente. Possiamo infatti parlare di una VOCE BEANTE, dove a creare un vero senso di benessere non è solo la rilassatezza della "gorga", come si diceva un tempo, ma dal piacere derivante dalla scorrevolezza della voce privata di ogni legame muscolare, di ogni spinta o pressione, di ogni trattenimento, colpo, intervento diretto e volontario sull'emissione. Quando la voce fluisce con assoluta libertà e si diffonde e si amplia nell'ambiente, si può godere di quel fenomeno spontaneo al punto di voler continuare all'infinito e comunque, visto che la riserva polmonare ha un limite, riprendere subito dopo aver ricaricato il fiato. Sentire non solo che le vocali e le parole si formano senza alcuna volontà, ma che si "aprono", come fiori al mattino prendendo ulteriore sonorità e ricchezza armonica, ti fa scoprire tutta la bellezza e la verità dell'arte. Sì perché, diciamolo forte e chiaro, per ottenere quel risultato, da un lato è necessario, inderogabile, TOGLIERE ogni briciola di pressione e dal fiato e dalla voce, ma soprattutto ALLUNGARE il sospiro o colonna aerofona fino al punto, a volte molto lontano, ove spontaneamente nasce la parola o vocale o sillaba.E, per concludere, diciamo ancora una volta un'altra parolina magica: LASCIANDO ANDARE. 

I soloni della respirazione

 Capita di continuo che a parlare di respirazione per il canto, intervengano musicisti di strumento a fiato o medici ecc. partendo dal falso presupposto che la respirazione sia la stessa.

Prima domanda: che differenza c'è, se c'è, tra la respirazione fisiologica (ventilazione) e quella di un cantante? E tra questa e quella di uno strumentista a fiato? Ed è uguale per qualunque strumento a fiato?

La risposta molto spesso è: nessuna. 

Allora. Parliamo di "punti di impatto"

Nella respirazione comune, il fiato non impatta niente in espirazione, cioè come entra esce, cambia solo la composizione chimica, ossigeno contro anidride carbonica e impurità varie (che con la mascherina riprendiamo).

Nella espirazione del canto, il punto di impatto è a livello laringeo, corde vocali.

Nella espirazione dello strumentista il punto di impatto è a livello labiale. Però per il flauto è diverso rispetto a un trombone e anche a un oboe o un fagotto.

Questo cosa cambia? Che la lunghezza della colonna d'aria è parecchio diversa.

Altra domanda: che differenza c'è tra la respirazione durante il canto operistico e il parlato comune? Ovvero, perché durante il parlato non si avverte alcun impatto a livello laringeo mentre quando si canta, spesso si sente un ostacolo in gola?

Spesso ai cantanti e agli strumenti si consiglia di premere sul diaframma in vari modi. Ma così facendo non si crea volontariamente un ostacolo alla fuoriuscita dell'aria, che procede nel senso opposto?

Stavolta non rispondo. Ragionateci su.


lunedì, gennaio 12, 2026

Insegnare alla mente

 La domanda iniziale può essere: cosa vuol dire "qualità del fiato"? Ovvero cosa cambia tra il fiato fisiologico della respirazione e quello per il canto artistico?

Prendiamo le tre situazioni normali: 

1) Il fiato respiratorio (ventilazione); la laringe lascia le corde vocali aperte, l'aria entra ed esce senza trovare ostacoli; 

2) fisico sotto sforzo (sollevamento di un peso, parto, evacuazione, ecc.); la laringe, su stimolo mentale o su propria intelligenza, oppone una forte resistenza al passaggio dell'aria in uscita, perché deve far aumentare la pressione interna per collaborare con la muscolatura del busto per sostenere lo sforzo (forte difficoltà a emettere suoni);

3) parlato, la corde vocali si accollano discontinuamente per poter emettere suoni che permettono di emettere fonemi, ma non oppongono quasi nessuna resistenza.

Quindi dobbiamo prendere atto che la laringe non è inerte, passiva, ma assume, nei confronti del fiato che esce, una diversa condizione a seconda di ciò che si intende fare, e che va da: niente (ventilazione), a leggerissima resistenza (parlato) a forte resistenza (sforzo). 

Il canto NON E' il parlato, non è presente nel DNA, quindi è un'attività non conosciuta dalla mente e che per questo genera un diverso atteggiamento. Quando si esce dalla zona abituale del parlato, il fiato, per vincere la resistenza delle corde, aumenta la pressione, mediante innalzamento del diaframma. Questa situazione è assimilata allo sforzo, e quindi gli organi preposti si comportano di conseguenza, cioè si crea la stessa situazione come se si dovesse aiutare la muscolatura del busto a ritrovare la posizione eretta o aiutarlo a sollevare un peso o vincere lo sforzo interno. 

Questo scenario non è destinato a mutare nel tempo. Semplicemente possiamo far conto sul fatto che con un esercizio costante, il fisico si abitua e "molla" la sua resistenza, un po' come avviene nelle attività fisiche (cioè facendo frequetemente un certo esercizio col tempo guadagniamo forza e resistenza). MA la nostra NON E' un'attività fisica, NON DOBBIAMO sviluppare nessun muscolo!!! Chi crede ciò è vittima di una falsa informazione ed educazione. Quella del cantante è un'attività ARTISTICA, che è esattamente all'opposto, cioè è la sublimazione di un gesto, qualcosa che non richiede forza, ma un diverso utilizzo di alcuni nostri apparati, che però la mente non conosce. Se noi, attraverso un maestro, riusciamo a produrre una voce più evoluta, facciamo capire alla mente che ciò E' POSSIBILE. Vale a dire che la mente IMPARA ciò che non sa e che ritiene IMPOSSIBILE, perché è INCONOSCIBILE (razionalmente parlando). Il canto, come qualunque vera arte, ci perviene dalla spiritualità, che è anche quella che ci spinge a cantare. Altrimenti cos'altro ci può obbligare a intraprendere un'attività del tutto inutile e che ci fa fare scelte anche molto impegnative?

Per far sì che il fiato si comporti come nel parlato, cioè non incontri resistenze, a partire della laringe, noi dobbiamo trasformare l'attività canora in un SENSO, cioè un sistema organico assimilato dal nostro corpo come esigenziale per la nostra vita artistica, espressiva, sentimentale, che non avrà più necessità di allenamento, perché assunta alla stregua di un vero senso, che però non è trasmissibile per via ereditaria perché non può fissarsi nel DNA. Il nostro obiettivo sarà quello di ottenere un impegno simile a quello del parlato (cioè quasi nullo) in tutta l'estensione, cioè soprattutto in quella zona non adibita al parlato (quinta superiore) che ho definito come PRIMITIVA (o addirittura: ANIMALE). Quindi la qualità del fiato dovrà avvicinarsi a quella del parlato, però con una gradualità che consenta di vincere la maggiore tensione delle corde vocali.