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venerdì, gennaio 05, 2018

La paura del giudizio

Se il giudizio è un problema per chi vuol far arte, perché esalta l'ego e oscura la coscienza, la paura del giudizio è una questione di portata sociale enorme che condiziona ormai tutta la popolazione in tutte le manifestazioni, e che risulta schiacciante nel campo dell'arte (vera).
Tutti siamo condizionati dalla paura del giudizio. Non usciamo di casa se non abbiamo un determinato abbigliamento. Se c'è qualcosa fuori posto ci prende l'ansia delle persone che (pensiamo) ci guarderanno e (pensiamo) ci condanneranno per non avere quel certo aspetto. Ci sentiamo in colpa se non andiamo in determinati posti, o se andiamo in determinati altri. Insomma, in tutte le nostre manifestazioni, dalle più semplici e quotidiane alle più complesse e particolari, ciò che ci guida è lo "specchio" (deformante), ovvero il nostro riflesso ma condizionato (quindi non reale) dal giudizio altrui. Ora immaginate un cantante che deve esibirsi per la prima volta. Il suo timore (panico, talvolta) è quello del giudizio. E del resto è anche giusto, perché il suo futuro dipende dall'avere successo, ma quali strumenti può mettere in campo per vincere questo confronto? 1) è convinto di piacere, perché le persone accanto l'hanno incoraggiata/o a mettersi in gioco, perché ha una bella voce, è sicuro di sé; 2) è convinto di piacere perché ... sì, lui sa di essere bravo; 3) non è per niente sicuro di piacere perché è poco tempo che studia, sa di avere difetti, ma cerca di farsi forza; 4) ha studiato, ha superato gran parte delle difficoltà, si impegna e ritiene di avere buone predisposizioni; il timore è dato dal non aderire del tutto al gusto imperante. Ecco qui. A differenza di molte altre forme di spettacolo e di arte, il canto ha alcuni aspetti condizionanti più forti rispetto ad altri. Ad esempio un pianista o un violinista classici, si esibiscono per un pubblico che ama quel certo genere. Non ha tantissimo spazio di adattamento, nel senso che un livello di approccio strumentale elevato è indispensabile. Dopodiché inizia il gioco. Voglio "vincere" sul pubblico, allora giocherò l'arma spettacolare, cioè faccio tutto velocissimo, appiattendo tutto, come una scimmietta ammaestrata, ma il pubblico rimane incantato dall'abilità digitale. La musica non interessa, basta che sia riconoscibile o orecchiabile. Viceversa un esecutore che va a dipanare la matassa musicale, esponendo il percorso nelle sue articolazioni più recondite, rischia grosso, perché per far ciò non potrà rispettare sempre il tempo "standard", l'andamento tradizionale e le esecuzioni di routine. Cioè risulterà "diverso", e questo è discutibile per un pubblico che è ABITUATO a certe INTERPRETAZIONI, per non parlare della cosiddetta critica, cioè ignoranti che sanno scrivere bene e quindi spiegheranno con dovizia di particolari che quel certo modo di suonare o eseguire, non va bene. Criteri zero, ovviamente, ma tante belle parole che condizioneranno il pubblico a esprimere, a propria volta, gli stessi giudizi. Per il cantante la storia è un pochino diversa, ovvero ha un problema in più. Il pianista, il violinista, ecc. hanno uno strumento artificiale, più o meno buono; potranno intervenire in piccola misura sul timbro (il "tocco"), ma non hanno uno spettro ampio. Viceversa il cantante ha  (AVREBBE) un arcobaleno di possibilità timbriche e coloristiche, dinamiche e agogiche, senza contare tutto l'immenso campo della recitazione. Ebbene, oggi questo sterminato spazio di possibilità è ridotto quasi a zero! Le voci si assomigliano tutte, perché tutte imbrigliate in uno spazio timbrico e coloristico ridottissimo. E perché tutto ciò? La risposta può definirsi con un termine: MASCHERA! Cos'è la maschera? è un mezzo per nascondersi; ci mettiamo la maschera e nessuno può più vedere il nostro vero volto, può capire se siamo felici o tristi, spaventati o intrepidi. La maschera mostra un solo volto, quello che vogliamo che il pubblico veda. Noi, dietro, tiriamo un sospiro di sollievo perché possiamo nascondere la paura. La maschera è anche una "tecnica" adottata da alcuni decenni per cantare. Ebbene, è la stessa cosa. Il cosiddetto canto in maschera ci salva, perché non mostriamo la nostra vera voce, essa è "girata" (e rigirata) in modo da impastarsi e diventare uguale a mille altre, non è riconoscibile, o difficilmente lo è. Il canto in maschera si allontana, prende le distanze dalla voce parlata, è "suono", cioè una vibrazione fisica anonima, la meno personalizzabile (mentre il parlato lo è sommamente). Non solo, la voce in maschera, basata sul suono, è anche la meno "pericolosa", cioè è quella che, non realizzandosi realmente e unicamente col fiato, come vorrebbe far credere di essere, ha un buon margine di sicurezza, più difficilmente si spezza e stecca, e apparentemente anche più salda nell'intonazione (in realtà non è quasi mai intonata ma l'alone che la circonda rende più difficile individuarlo, perlomeno a orecchie non esperte; viceversa una voce vera sarà più scoperta e quindi denuncerà più facilmente anche lievi imperfezioni, anche se per il resto avrà una intonazione assolutamente perfetta). Se poi si vuol proprio fare in fretta, si può anche ricorrere a un bel po' di gola, che a molti piace, e il problema che si diffonda poco, pazienza, tanto oggi ci sono i mezzi per compensare elettronicamente e in ogni caso il pubblico ha ormai quasi del tutto perso l'udito in grado di distinguere una voce vera, pura, da una ingolata e falsa. Quindi con quale spirito si esibisce un cantante? Se vuole seguire la strada dell'arte, deve perseguire la strada della perfezione, dar retta a maestri e persone con forte senso artistico, non critici e pubblici impreparati e in balia di umori personali, imparare a riascoltarsi e a correggersi, avendo come obiettivo il servizio all'arte e all'educazione (o rieducazione) del gusto. Nessuna esaltazione, ma perseguimento della verità. Si può diventare anche intransigenti, dialetticamente scontrosi, ma sempre nell'umiltà verso la musica e l'arte. Quindi sto dipingendo un quadro per nulla roseo; occorre molto coraggio e determinazione; seguire una strada d'arte se si pensa di poter affrontare e superare questi ostacoli. Altrimenti scorrere nel grigiore, magari anche con successi, ma di facciata, non duraturi, non veri.

3 commenti:

  1. Sintesi assolutamente straordinaria e per certi versi destabilizzante. Mette a nudo senza tergiversare i risvolti psicologici più condizionanti e ne denuncia la vacuità. Appassionante il continuo richiamo alla “vera arte”.

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  2. Maestro! Quale onore! La ringrazio per le belle parole. Come sai e come vedi, c'è anche tanto della tua scuola, in questi scritti.

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  3. Sono una studentessa di canto (una di quelle assolutamente intransigenti con sé stesse, per nulla esibizioniste e molto autocritiche), sempre in continua ricerca di spiegazioni, spunti di riflessione e informazioni di vario tipo sull'antica e affascinante arte del belcanto. Per puro caso mi sono imbattuta, alcune settimane or sono, nel suo blog, e sono davvero felicissima non solo di trovare una risorsa in rete di qualità e competenza, ma anche di trovare profonda umanità ed empatia tra le righe di questi approfondimenti. Troppo spesso, soprattutto al giorno d'oggi, la sovraesposizione di qualsivoglia forma d'arte e intrattenimento, "gonfia", per così dire, il risultato finale, mascherato infatti da sapiente utilizzo di tecniche digitali di perfezionamento, inquadrature studiate a puntino e, purtroppo, infinito ego dei protagonisti, che sfruttano tutto ciò a loro vantaggio.
    Io personalmente studio canto non per fama, né per soldi (inoltre sarei davvero una sconsiderata se, con la realtà attuale, pretendessi ciò), ma ho sempre pensato e sentito dal profondo del cuore di dovere qualcosa all'arte, di doverle rendere omaggio, di consacrarla, almeno nella mia sola vita. Ma, come appunto dice Lei, diventa tutto angosciante quando, nonostante i grandi sforzi e il disinteressato sacrificio per questa causa, ci si ritrova a dover accontentare un pubblico sulla richiesta del repertorio o sullo stile di canto, anche se assolutamente non pertinente né ai propri studi né alle proprie corde, o quando ci si vede scavalcati da altre persone perché non si ha la raccomandazione o non si ha studiato con "Tizio importante". Tutto ciò è al servizio non dell'arte ma del soldo, e trovo profondamente ingiusto dover fare i conti con questa realtà, nonostante la grande passione che mi muove.
    Spero di avere la forza di battermi sempre per questa causa primaria e, allo stesso tempo, spero che Lei continui a scriverne, anche per aiutare me.
    Cordiali Saluti, Rita.

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