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domenica, settembre 18, 2016

Porgi amor

Riprendo la buona abitudine di analizzare arie. E' la volta della bellissima "porgi amor" aria per soprano - la Contessa - dal 2° atto de Le nozze di Figaro, di Mozart. E' in mi bemolle, in 2/4 (suddiviso, quindi da considerare praticamente in 4), tempo Larghetto. Vi sono 17 battute di introduzione, molte, considerando che si tratta di un'aria piuttosto breve, ma necessarie per introdurre l'atmosfera a inizio atto. E' il primo, contenuto, sfogo malinconico della Contessa, Rosina, agli atteggiamenti del Conte, distratto da ogni gonnella, geloso e scostante verso la moglie. La delicatezza e la raffinatezza di quest'aria è il vero scoglio da superare per chi la esegue, orchestra (quindi direttore) e soprano. Non basta cantarla, occorre entrare nella psicologia del personaggio e per questo in genere non è molto adatta a soprani giovani o giovanissime, ci vuole un po' di "vissuto". L'introduzione è un capolavoro di composizione e di orchestrazione, pari alla grandezza del genio salisburghese. Alla 18^ battuta, entra il soprano sulle parole "porgi amor". Già qui si può fare selezione! Le soprano attente al suono e non alla parola, al fraseggio, alle intenzioni, al carattere, attaccano magari benissimo la prima nota (Sib3), "por" ma senza considerare "dove va la musica". Quindi benissimo l'attacco piano (ma non è richiesto il pianissimo), ma non deve rimanere fermo su sé stesso, perché deve concludere il "-rgi amor", quindi è necessario che la prima nota "viva" nella direzione della risoluzione con un piccolo crescendo, e facendo bene attenzione a pronunciare la R, cioè ARTICOLARE, altrimenti vengono suoni senz'anima. Notare che "Amor" è il soggetto di tutta l'aria, inteso più che come sentimento, come divinità che può intervenire per cambiare le cose", per cui è importante pronunciarlo, senza enfasi, come una trattenuta invocazione. Come capita spesso in Mozart, la seconda semifrase "qualche ristoro", risposta alla prima, si trova su una tessitura leggermente più acuta (si-re-fa-fa-sol-mi), ponendo qualche difficoltà, perché, trattandosi di risposta, deve essere cantata "a meno", cioè un pochino più piano della frase di proposta. Anche questa, però, necessita di una articolazione dinamica simile, cioè dalla prima nota cresce fino a "sto" (in battere), le successive risolvono decrescendo. La terza semifrase deve necessariamente ripartire dalla stessa identica sonorità con cui si è chiusa la precedente, ricordandosi che fa parte di un'unica frase che deve essere colta dall'ascoltatore nella sua interezza, così come le successive almeno fino a "sospir". "Al mio duolo", esposta sulla tonalità relativa di do minore, proprio per sostenere il carattere malinconico, dunque, raggiunge il massimo in questa prima frase, proprio sulla parola "duolo", dolore, (sull'accordo di sottodominante che appare per la prima volta) mentre "a' miei sospiri risolve e conclude", quindi in diminuendo. Ci sono di seguito due semifrasi musicalmente identiche: "o mi rendi il mio tesoro", "o mi lascia almen morir", entrambe sull'accordo di dominante, sib. La differenza sta nel finale; la prima chiude per accogliere la seconda, che ripete, la seconda apre a una ripetizione testuale ("o mi lascia almen morir") tessuta sulla lenta scala ascendente di sib7, che termina sul difficile lab4 coronato. Ovviamente il tutto cresce di intensità, però è necessario che l'acuto, che non deve essere troppo prolungato, necessita di un un po' di smorzamento. Non trovo giustificazione in quei soprani che per puro spirito esibizionistico fanno la scala diminuendo. Sono effetti fini a sé stessi, quindi non musicali, per quanto belli e fascinosi. Ci sono ben altri momenti in cui farne sfoggio. Terminata così la prima sezione, che chiamiamo A, inizia il B, che si presenta più mosso, e dove il testo viene interamente ripetuto. All'inizio si ripresenta esattamente lo stesso problema appena visto, cioè le prime due semifrasi, "porgi amor qualche ristoro" e "al mio duolo ai miei sospir", sono cantante sullo stesso identico disegno in semicrome, ciò che muta è il finale, che nel primo caso chiude, nel secondo, su un la naturale, settima di dominante di sib, apre a "o mi rendi il mio tesoro" e poi prosegue con la suggestiva scala di lab7 che trova un ulteriore motivo di interesse musicale nella sincope su "lascia almen morir" (che pone qualche difficoltà respiratoria) dove si raggiunge il Punto Massimo dell'aria, ancora sul do minore, per chiudere sullo struggente "almen morir" che torna alla tonalità d'impianto. Si ha quindi la breve coda, come spessissimo in Mozart tutt'altro che facile, dove la Contessa perora la causa: "o mi rendi il mio tesoro, o mi lascia almen morir". Musica fantastica! La difficoltà sta nel "mio", su un sol naturale acuto, non facile da articolare con bella dizione senza gridare o stravolgere nella comprensione. Evidentemente la seconda frase andrà a chiudere, non dimenticando però che quando finisce il canto non finisce tutto, la voce deve solo passare il testimone all'orchestra, depositaria del finale. Di seguito cercherò di fare un po' di commenti a importanti esecuzioni presenti su youtube, eventualmente mettendo in evidenza qualche link

2 commenti:

  1. Grazie...analisi dettagliata!

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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