Translate

sabato, dicembre 16, 2006

posture, particolari

Dunque, ho detto, motivando, che la voce cantata non è ben accettata dal nostro istinto. Il problema di fondo risulta quindi: come fare a vincere le resistenze, le reazioni, le durezze imposte dalla contrarietà dell'istinto? La faccenda non è per niente facile, perché l'istinto si può dire abbia una propria "intelligenza" e nella sua azione non abbia un comportamento stereotipato, univoco, ripetitivo. Certo, la cosa più evidente e forse facile da prevedere e quindi da "combattere", è la forza di sollevamento del diaframma. Ma talvolta esso è più subdolo e raffinato. Ad esempio un difetto che nei primi tempi può essere molto evidente e quindi curabile, ma nel tempo può diventare quasi inudibile se non a un orecchio pronto e allenato, è la presenza di "H" nel canto. Capita infatti che in determinati punti del canto, si inseriscano piccole "bolle" d'aria insonora, talmente piccole da rimanere difficilissime da cogliere, le quali, pur così minime, hanno la possibilità di far uscire piccole ma significative quantità di aria che possono far sollevare un poco il diaframma. La cosa tragica, e che fa parte del disegno istintivo, è che l'allievo si sentirà meglio, cioè sarà invogliato, gratificato da queste emissioni, perché proverà minore "fastidio" dalla pressione verso l'alto del diaframma. Quindi non dobbiamo solo pensare alle reazioni fisiche ma anche, e anche di più, a quelle psicologico/mentali. L'istinto sarà propenso a suggerire alla nostra mente situazioni, posizioni, posture meno faticose, meno impegnative. Quindi assai spesso chi canta si sente appagato nel cantare di gola, di naso, perché queste posizioni danno sensazioni di voce forte (risuonando internamente e quindi dandoci una falsa sensazione attraverso le trombe di Eustachio), e relativamente facile. L'educazione corretta della voce educherà contemporaneamente l'orecchio esterno, che dovrà abituarsi a sentire la voce da "fuori". Ecco, quindi, che quando si giunge a un certo punto dello studio, molti allievi rimangono un po' perplessi perché non "sentono" più la propria voce, nel senso che, non risuonando più internamente, avvertiranno molto meno quel "rimbombo" interno che era una falsa percezione della propria voce. Appoggiare la voce vuol dire faticare. Non fatica per la gola, né per alcuna altra parte della testa o del busto. E' una fatica che è persino difficile localizzare. Il peso della voce si scarica sul fisico; la perfetta erezione del tronco che per molto tempo bisogna tenere, facendo attenzione a non spostare il peso su una sola gamba, a non appoggiarci a mobili, pareti, ecc., comporterà fatica, quindi stanchezza. E quindi un'ora di lezione in questa situazione può essere molto faticosa; meglio una lezione svolta da più persone, anche di due o tre ore, quando le persone si alternano negli esercizi, e hanno quindi la possibilità, dopo ogni esercizio, di riposarsi, e al contempo di imparare ascoltando gli altri e le correzioni che vengono fatte. Quindi, lo si sarà capito, una delle basi della disciplina per arrivare al grande risultato sarà quella di non permettere posizioni del corpo inadatte, di non permettere il più piccolo spreco di aria, di non consentire posizioni errate nella pronuncia. Questo è possibile solo facendo esercizi molto semplici, con una concentrazione di allievo e insegnante altissima; la quale concentrazione comporta a propria volta, stanchezza. Ma bastano pochissimi esercizi, per qualche minuto, fatti in questo modo, che già i risultati saranno incredibili. Nel prox post proverò a commentare un possibile esercizio e le funzioni e i risultati attesi.

scuole di canto

E' assolutamente logico che il fine dello studio del canto deve essere il piacere del canto! Ed è proprio questo il nodo: una impostazione tecnica, basata su meccanismi e tensioni rischierà sempre di sfuggire al piacere, e peraltro è sbagliato, come già detto, pensare che solo le voci naturali abbiano questo privilegio. Il maestro di canto bravo saprà rivelare la voce come un fatto naturale (che è) e questi potrà gioire di un canto facile e sempre piacevole. Io ho passato tutte le scale a partire da pessimissima (poi ho cantato anche in un coro di un grande teatro lirico:), quindi ho piena coscienza di ciò che vuol dire non nascere con una voce già bella, potente ed estesa. Credetemi, cantanti non si nasce soltanto, ma si può diventare!

La cura della voce è antichisssima; già Greci e romani avevano scuole importanti, ed è comprensibile! A quel tempo non c'era alcun sistema artificiale di amplificazione, quindi avere una voce sonora e che "corresse", era molto importante; pensate ai problemi di parlare alla folla, all'esercito... senza contare che sono sempre esistiti i teatri, all'aperto, quindi gli attori dovevano contare su una "vocalità" notevole, e anche se non si parlava ancora di un canto "operistico", è logico che comunque il canto era importante e coltivato. Come fu possibile al tempo, e fino almeno al '700, impartire lezioni di canto senza alcuna nozione di anatomia e fisiologia? Ovviamente sull'empirismo, la sperimentazione, l'intuizione artistica di qualche fortunato. Si andarono così costruendo quelle esperienze che da una generazione all'altra, più che altro oralmente, più di rado per iscritto, sono andate radicandosi. Ma a partire dal 600, con la nascita del melodramma, le cose sono andate complicandosi, perché il melodramma fin dal suo apparire chiese ai cantanti prestazioni che eccedevano la "normalità" vocale. Il virtuosismo, soprattutto legato all'agilità, era indispensabile per la maggior parte delle voci, ma anche l'estensione. In compenso non venne chiesto subito un volume notevole; i primi teatri erano piccoli e dotati di eccellente acustica; le orchestre modeste quanto a dimensioni e volume. Le cose non mutarono sensibilmente sino all'inizio dell'800, e da poco tempo si cominciavano ad avere nozioni circa l'anatomia e fisiologia. All'inizio del XIX sec. le opere divennero più popolari, i teatri vennero costruiti più ampi, le orchestre si fecero più grandi e "rumorose", le tessiture si fecero più alte, anche per superare la barriera orchestrale. E qui entrò in scena Manuel Garcia, che alle pratiche empiriche associò le prime conoscenze di anatomia e fisiologia; per far questo ebbe la possibilità di contare su alcuni dei primi strumenti di indagine durante la fonazione. Si cominciarono, così, a comprendere alcuni meccanismi funzionali soprattutto della laringe. le cose, comunque, non finirono lì. Verso la metà dell'800 infatti le richieste vocali subirono un ulteriore avanzamento, e la cosa andò avanti sin verso l'inizio del 900. Nonostante le opere richiedessero potenza, estensione, ampiezza di gamma, colore, veemenza nei declamati, agilità, la scuola del belcanto aveva seguito con coerenza e eccellenza di risultati l'evolversi dell'opera. Ogni classe vocale poteva contare su grandi voci, che potevano soddisfare la grande domanda proveniente da teatri grandi, medi e piccoli in tutto il mondo. Immediatamente dopo la guerra, la ricerca scientifica si occupò con determinazione del mondo della vocalità, con osservazioni e studi approfonditi. Da un lato questo portò a una migliore cura delle patologie, all'osservanza di migliori regole di igiene vocale, e alla migliore comprensione del funzionamento di ogni parte dell'organismo che entri in gioco nella produzione vocale. Ma la foniatria, sviluppatasi soprattutto a partire dagli anni 70/80, volle occuparsi anche della "nascita" della voce, cioè di tutto ciò che occorre perché possa svilupparsi e "impostarsi" al meglio. Alcuni insegnanti, già "empirici", si convertirono al metodo scientifico, ma questo fece anche presagire da alcuni l'idea che pur non sapendo cantare, ma solo avendo nozioni teoriche, si potesse insegnare canto. Ed ecco che da qualche decennio, chiunque si sente autorizzato a parlare di tecnica di canto e a sparare giudizi sui cantanti. Comunque non nascondiamo che anche l'empirismo ha fatto cose disdicibili: parrucchieri, calzolai... chiunque fosse stato, per qualunque motivo, a contatto con qualche grande cantante, si sentiva autorizzato a insegnare canto, dando a bere che aveva assorbito ogni segreto dal proprio beniamino. Comunque non c'è dubbio che l'intervento piuttosto fuori misura della scienza, ha prodotto qualche anomalia che si è abbattuta sul bel canto. Se l'empirismo poteva avere numerose conseguenze negative, la scienza, non ben "digerita", ovvero non saputa applicare con coscienza, non è in grado di stimolare realmente uno sviluppo della voce e della vocalità. Basta guardarsi attorno per constatare quante giovani voci siano "problematiche". Ci sarebbe da chiedersi se tornare all'empirismo di un tempo, ma anche questa è una pessima soluzione, che non è in grado, nella maggior parte dei casi, di creare voci esemplari, anche perché sta ormai perdendosi la "matrice" dell'esperienza e la consapevolezza dell'operato. Una scuola esemplare sarà quella che accanto alle indispensabili nozioni di anatomia e fisiologia, applica l'esperienza e l'intuizione artistica per giungere alle soluzioni ideali per ciascuno. La scuola di canto non è per pochi, deve essere per tutti, anche se saranno sempre pochi gli eletti che potranno accedere all'olimpo della lirica o del canto comunque si voglia intendere. La scuola pratica non può accontentarsi della scienza, che è sempre in ritardo rispetto all'intuizione e all'esperienza, ma nemmeno dell'empirismo, che è sommario e impreciso, spesso deleterio.

giovedì, dicembre 07, 2006

parlato

L'argomento è il canto, e ho iniziato la conversazione mettendo subito in campo il punto cardine di tutta la trattazione, cioè il motivo per cui il canto è difficile da conquistare, il motivo per cui è difficile da mantenere, il motivo per cui anche grandi cantanti molto dotati si sono trovati a mal partito dopo alcuni anni di carriera. E' vero che i motivi possono essere molti, ma è a conoscenza di tutti il fatto che il canto richiede lunghi studi, spesso poco efficaci, e che anche cantanti con decenni di carriera sulle spalle, continuano ad esercitarsi. Ai difetti e alle conseguenze più strane, vengono date come spiegazioni le teorie più contorte e astratte possibili, mentre tutto risulta molto chiaro quando si pone, come conseguenza di tutte le difficoltà iniziali, intermedie e purtroppo anche finali, la "semplice" reazione dell'istinto. Ma precisiamo, visto che l'affermazione non ha convinto. Ho spiegato già all'inizio come la voce, anche parlata, dovrebbe comunque essere osteggiata dal nostro istinto, in quanto utilizza impropriamente organi ad altro preposti: il fiato, la laringe, la rima glottidea, il diaframma. Anche altri parti, come la lingua, il velopendolo, il faringe, vengono usate dalla voce, mentre la loro funzione attiene soprattutto alla deglutizione, ma questi organi difficilmente hanno moti reattivi, perché il loro funzionamento non è costante e vitale, ma è limitato a singoli momenti e ad azioni meccaniche. Orbene, perché l'istinto non ci crea problemi durante la normale fonazione quotidiana, cioè il parlato? Ci sono numerosi motivi: il parlato di norma occupa una porzione limitatissima della gamma vocale, l'intensità del parlato non coinvolge solitamente in modo impegnato l'appoggio diaframmatico, le prese di fiato, quindi la durata dell'atto respiratorio, non sono quasi mai molto più lunghi della norma. Parlando, poi, l'aria può uscire anche tra le parole, e si permette perciò ai polmoni di svuotarsi piuttosto rapidamente. Infine c'è il motivo più importante, cioè la necessità del parlato per le nostre esigenze di relazione e di offesa/difesa (urlo), che in milioni di anni sono diventate ESIGENZE VITALI, quindi tali per cui l'instinto non le può cancellare. Quindi, riepilogando, il nostro istinto, in genere, ammette e permette l'emissione della voce parlata senza reagire. Non sto ad addentrarmi nel campo delle eccezioni: sappiamo bene quando mille cause possano contraddire quanto ho esposto; insegnanti, oratori, venditori pubblici... possono andare incontro a più o meno seri problemi quando fanno un uso eccessivo o distorto della voce. E talvolta anche persone normalissime si ritrovano con voci difficoltose e con problemi anche gravi. Questo perché possono esserci cause virali e patologiche che possono causare modificazioni che l'istinto rifiuta. Un virus, una malattia, un incidente, possono provocare ad es. una infiammazione della mucosa laringea e quindi un ispessimento delle corde, oppure una iper produzione di catarro, che provoca infiammazione, oppure una gastrite con reflusso possono danneggiare le corde e provocare sempre quelle micromodificazioni del tessuto laringeo che l'instinto può non accettare facilmente e creare ulteriori difficoltà, che si evidenziano nel lungo tempo con noduli, callosità, verruche, polipi e quant'altro. Non sempre la medicina e persino una esemplare educazione possono risolvere questi problemi. Ma torniamo al nostro campo. Diamo, quindi, per scontato che il parlato è tollerato e non provoca reazioni significative. L'obiettivo della scuola di canto esemplare deve essere "semplicemente" quello di ottenere lo stesso risultato, cioè indurre il nostro istinto a non reagire al canto. Se noi potessimo girare un interruttore e mettere l'istinto in fase "neutra", cosa avremmo? che la gola rimarrebbe sempre aperta, la laringe mobilissima, così come la lingua e la mandibola, le vocali tutte uguali quanto a sonorità e squillo, ecc. ecc. Invece noi ci troviamo continuamente a combattere con un "puledro" che non vuol essere domato e che scalcia e si imbizzarrisce. Tutto il problema sta adesso nel capire: come??

canto e istinto

L'argomento è il canto, e ho iniziato la conversazione mettendo subito in campo il punto cardine di tutta la trattazione, cioè il motivo per cui il canto è difficile da conquistare, il motivo per cui è difficile da mantenere, il motivo per cui anche grandi cantanti molto dotati si sono trovati a mal partito dopo alcuni anni di carriera. E' vero che i motivi possono essere molti, ma è a conoscenza di tutti il fatto che il canto richiede lunghi studi, spesso poco efficaci, e che anche cantanti con decenni di carriera sulle spalle, continuano ad esercitarsi. Ai difetti e alle conseguenze più strane, vengono date come spiegazioni le teorie più contorte e astratte possibili, mentre tutto risulta molto chiaro quando si pone, come conseguenza di tutte le difficoltà iniziali, intermedie e purtroppo anche finali, la "semplice" reazione dell'istinto. Ma precisiamo, visto che l'affermazione non convince tutti facilmente. Ho spiegato già all'inizio come la voce, anche parlata, dovrebbe comunque essere osteggiata dal nostro istinto, in quanto utilizza impropriamente organi ad altro preposti: il fiato, la laringe, la rima glottica, il diaframma. Anche altri parti, come la lingua, il velopendolo, il faringe, vengono usate dalla voce, mentre la loro funzione attiene soprattutto alla deglutizione, ma questi organi difficilmente hanno moti reattivi, perché il loro funzionamento non è costante e vitale, ma è limitato a singoli momenti e ad azioni meccaniche. Orbene, perché l'istinto non ci crea problemi durante la normale fonazione quotidiana, cioè il parlato? Ci sono numerosi motivi: il parlato di norma occupa una porzione limitatissima della gamma vocale, l'intensità del parlato non coinvolge solitamente in modo impegnato l'appoggio diaframmatico, le prese di fiato, quindi la durata dell'atto respiratorio, non sono quasi mai molto più lunghi della norma. Parlando, poi, l'aria può uscire anche tra le parole, e si permette perciò ai polmoni di svuotarsi piuttosto rapidamente. Infine c'è il motivo più importante, cioè la necessità del parlato per le nostre esigenze di relazione e di offesa/difesa (urlo), che in milioni di anni sono diventate ESIGENZE VITALI, quindi tali per cui l'instinto non le può cancellare. Quindi, riepilogando, il nostro istinto, in genere, ammette e permette l'emissione della voce parlata senza reagire. Non sto ad addentrarmi nel campo delle eccezioni: sappiamo bene quando mille cause possano contraddire quanto ho esposto; insegnanti, oratori, venditori pubblici... possono andare incontro a più o meno seri problemi quando fanno un uso eccessivo o distorto della voce. E talvolta anche persone normalissime si ritrovano con voci difficoltose e con problemi anche gravi. Questo perché possono esserci cause virali e patologiche che possono causare modificazioni che l'istinto rifiuta. Un virus, una malattia, un incidente, possono provocare ad es. una infiammazione della mucosa laringea e quindi un ispessimento delle corde, oppure una iper produzione di catarro, che provoca infiammazione, oppure una gastrite con reflusso possono danneggiare le corde e provocare sempre quelle micromodificazioni del tessuto laringeo che l'istinto può non accettare facilmente e creare ulteriori difficoltà, che si evidenziano nel lungo tempo con noduli, callosità, polipi e quant'altro. Non sempre la medicina e persino una esemplare educazione possono risolvere questi problemi. Ma torniamo al nostro campo. Diamo, quindi, per scontato che il parlato è tollerato e non provoca reazioni significative. L'obiettivo della scuola di canto esemplare deve essere "semplicemente" quello di ottenere lo stesso risultato, cioè indurre il nostro istinto a non reagire al canto. Se noi potessimo girare un interruttore e mettere l'istinto in fase "neutra", cosa avremmo? che la gola rimarrebbe sempre aperta, la laringe mobilissima, così come la lingua e la mandibola, le vocali tutte uguali quanto a sonorità e squillo, ecc. ecc. Invece noi ci troviamo continuamente a combattere con un "puledro" che non vuol essere domato e che scalcia e si imbizzarrisce. Tutto il problema sta adesso nel capire: come??

istinto

Esattamente di cosa parlo quando metto di mezzo l'istinto? Non tiriamo in ballo i bambini, è una cosa che anche alcuni insegnanti di canto fanno con gran mia irritazione, perchè l'istinto dei neonati è tutt'altra cosa da quello degli adulti. L'istinto è come un programma in memoria ROM, cioè non volatile, e guida la nostra vita vegetativa; la vita ovviamente muta nel tempo, e dalla nascita fino alla pubertà "scatta" di continuo, perché le esigenze cambiano a ogni istante, è inutile scendere nei particolari, penso sia sufficientemente intuitivo. Il neonato può piangere per giorni senza perdere la voce, ma non possiamo studiare il comportamento vocale del bambino e trasferirlo nell'adulto, perché è l'istinto a comportarsi diversamente: nel bambino questo è una ESIGENZA VITALE, quindi ci sono i meccanismi perché tutto funzioni senza danni; terminato lo svezzamento, questa esigenza viene lentamente a cadere fino alla fanciullezza, e infine stop, non è più tollerato. Quindi, ripeto, nell'uomo adulto la voce CANTATA, in quanto non strumento vitale, è osteggiata dall'istinto, e negli ultimi post elenco quelli che sono i disturbi più frequenti dovuti alla reazione dell'istinto. SE POI vogliamo dire che molte persone cantano naturalmente senza alcuna conseguenza e senza problema alcuno, sono perfettamente d'accordo ed è verissimo. Del resto è una elementare constatazione. Qui dovrei addirittura entrare nel filosofico, ma per il momento evito; mi accontento di dire che la voce in quanto dote naturale esiste e non è rara. Può essere più rara se intendiamo una voce lirica, che richiede un volume e un impegno maggiori, comunque ne esistono parecchie. MA ciò che posso affermare senza dubbi, è che se chi possiede una voce naturale non prende coscienza di come funziona, in un certo tempo (breve, se voce lirica) l'istinto se la "rimangerà", e il tapino rimarrà con le pive nel sacco. Altrimenti perché bisognerebbe esercitarsi per tutta la vita (non in questa scuola, dove l'acquisizione diventa definitiva)?

sabato, novembre 25, 2006

Respirazione e attacco

L'attacco del suono, per chi inizia lo studio del canto, è tutt'altro che semplice, almeno in molti casi. Se si è incamerata troppa aria, ci si troverà con una enorme pressione sotto le corde, per cui l'attacco risulterà un "colpo di glottide". Alcune antiche scuole di canto insegnavano il colpo di glottide come possibilità d'attacco. In realtà oggi è quasi unanimemente sconsigliato, se non come momentanea "cura" di qualche problema di imperfetta adduzione, ad es. L'attacco spesso viene preceduto da un tempo minimo di "apnea". Cioè quel tempo che intercorre tra il termine dell'atto inspiratorio e l'attacco del suono. Questo è un problema da affrontare. Al termine dell'inspirazione, occorre che non ci sia costrizione faringea, cioè la gola deve rimanere rilassata come durante l'inspirazione, e l'insorgere del problema riguarda il punto in cui attaccare il suono. E' ovvio, a questo punto, dedurre che non bisogna pensare alle corde vocali e alla gola come punto di attacco. E infatti dobbiamo anche dire che per chi comincia lo studio del canto, o per chi ha contratto brutte abitudini, per un certo tempo è meglio non attaccare direttamente con le vocali, ma con una consonante, meglio se labiale, in modo da concentrare ogni tensione in quel punto e proiettare già il suono verso il suo ideale luogo di appoggio superiore, che è appunto il palato duro, appena dietro i denti superiori anteriori. A questo punto subentrerà il problema della costanza e della graduale emissione del suono. Voci del tutto ineducate non riusciranno a mantenere a lungo un suono, il fiato sfuggirà velocemente; spesso si associerà suono e fiato insonoro, il suono all'inizio sarà troppo forte e dopo un po' si indebolirà notevolmente. Queste sono solo alcuni dei difetti causati dalla reazione istintiva, di cui ho parlato nei post precedenti. Per esempio è normale che immediatamente dopo l'attacco, la mandibola tenda a chiudersi e non si riesca a mantenere l'apertura della bocca verticale durante una O; il collo si irrigidisca, il suono diventi nasale, la testa si pieghi all'indietro... e altri "simpatici" effetti. Ciò avviene perché il diaframma, che è il muscolo più potente della respirazione, viene indotto dall'istinto a reagire al permanere di aria nei polmoni oltre pochi secondi e alla pressione causata dall'adduzione delle corde vocali; la reazione consiste nel sollevarsi velocemente. L'elevamento repentino del diaframma, per mezzo della pressione sottoglottica, "spinge" verso l'alto la laringe, e questa forza, talvolta assai violenta, si può ripercuotere sulla mandibola e sui muscoli della zona cervicale. Ma i problemi potrebbero non essere finiti. Infatti a questo punto, originatisi i problemi, le azioni per contrastarli potrebbero crearne di nuovi. Siccome la reazione consiste principalmente in una risalita del diaframma e della laringe, l'azione di controllo potrebbe consistere nello spingere la laringe verso il basso. Questo indubbiamente può dare l'impressione di un suono più importante, ma lo indurrà a formarsi in quella posizione, cioè "ingolato". Questa è una brutta storia! Si può dire che una percentuale altissima di cantanti lirici, volontariamente o meno (diciamo quasi sempre involontariamente), utilizza la resistenza prodotta dal faringe, e quindi l'ingolamento, per controllare la risalita del diaframma.

sabato, novembre 18, 2006

Respirare

Il canto è un "problema" fin dall'inizio. Come e quanta aria assumere? come "attaccare" il suono, a che altezza, con che suono....? In effetti le scuole di canto, sin dall'antichità, si sono sempre azzuffate sul problema della respirazione. Dopo la II Guerra, poi, ci si sono messi anche i foniatri a dir la loro, non sempre d'accordo e coerentemente, a dire il vero. Mentre è sempre stato abbastanza chiaro che l'aria andava presa principalmente dalla bocca, nel secondo 900 gli otorino-laringoiatri e alcuni empirici seguaci delle teorie fisiologiche, hanno cominciato a proporre invece il naso come principale fonte di approvvigionamento del fiato. Fortunatamente oggi anche i più competenti foniatri sono tornati a dire che l'aria per il canto deve essere presa dalla bocca, e il naso parteciperà. Questo è logico, perché il naso non ha le caratteristiche per poter assorbire sufficiente aria, che risulterebbe insufficiente e si fermerebbe nella parte alta dei polmoni, andando a creare una pericolosa respirazione clavicolare. Ma la cosa importantissima è "come" si prende l'aria, oltreché da "dove". E' evidente che l'aria presa velocemente può essere dannosa. Quindi deve essere presa con tutta la calma possibile. Secondo: non devono esserci rumori durante l'inspirazione. Il ruomore potrebbe essere l'avvertimento che le corde vocali non sono aperte; se ciò avviene potrebbe esserci un danno. Terzo: la localizzazione del fiato. L'aria deve poter riempire il polmone nel modo più distribuito possibile, in tutta la sua lunghezza. Affinché ciò avvenga deve esserci rilassatezza dei muscoli del torace e della schiena, perché i polmoni possano espandersi senza impedimenti. Quindi libertà, ovvero rilassatezza, dei muscoli del collo e del torace; i muscoli della schiena saranno rilassati se il corpo appoggia perfettamente sulla spina dorsale, cioè quando è ben eretto. Quarto: Quanta aria inalare? Anche su questo ci sono spesso fraintendimenti. Spesso si dà una tale importanza alla "quantità", che l'allievo inspira profondamente, dopodiché si trova "affogato" in un mare d'aria che non sa come impiegare. Quindi respirare tranquillamente e mai eccessivamente! Sarà il tempo, in base a ciò che si dovrà cantare, a permettere un automatico controllo sulla quantità di aria da inspirare. .../... nel prox post: l'attacco del suono.

venerdì, novembre 17, 2006

Diaframma ed energia

Il diaframma costituisce il più potente muscolo respiratorio e la sua influenza sulla produzione vocale non è di poco conto, anzi è decisamente fondamentale, ma non solamente in termini positivi. L’importanza del diaframma nell’opinione dei protagonisti del mondo del canto è andata aumentando nel tempo fino a elevarlo a vero mito. Non c’è ormai persona che volendo intraprendere il percorso di apprendimento del canto non faccia riferimento a una indispensabile “respirazione diaframmatica”. Ora vediamo in cosa consiste il ruolo del diaframma nelle sue implicazioni positive e negative.
Il diaframma costituisce la base dei polmoni e si può dire che divida il busto nelle due zone superiore e inferiore. Esso si abbassa quando inspiriamo e si rialza in fase espiratoria. Sia chiaro che questo movimento non è macroscopico, specie durante la respirazione fisiologica ordinaria; diventa più evidente quando si deve ricorrere a una respirazione più profonda e frequente, come quando si corre, si compie un lavoro faticoso, ecc. Il diaframma possiamo definirlo in fase di riposo quando è sollevato, cioè nella sua posizione più elevata, mentre discendendo, quindi in fase inspiratoria, si tende, per cui dobbiamo ricordarci che più scenderà più la sua tensione aumenterà. Questo è generalmente considerato un elemento positivo per la voce, perché la maggiore tensione si rifletterà sulla pressione polmonare per cui si avrà una maggior carica energetica per la proiezione vocale. Questo è un punto critico e di parziale conoscenza su cui torneremo tra poco. Occupiamoci invece ora di alcune altre condizioni afferenti l’apparato respiratorio e vocale che condizionano il diaframma e il funzionamento dell’apparato in fase di emissione vocale.
Rispetto a un atto respiratorio normale (fisiologico), la volontà di parlare, cantare, gridare, ecc. produrrà istantaneamente l’accollatura della rima glottica, cioè la chiusura delle corde vocali. Ciò significa che il percorso dell’aria espiratoria incontra un ostacolo. Siccome l’aria DEVE uscire, per evidenti ragioni, scatta un automatismo che provoca uno stimolo alla risalita del diaframma, che premerà sull’aria inducendone l’uscita. Naturalmente sarà quasi impercettibile; questo stimolo diventa evidente e consistente se volontariamente o per necessità o in una situazione particolare il fiato non esce (apnea). Ma questo stimolo può diventare importante anche in relazione alla voce. Le corde vocali, infatti, si adducono e offrono un impedimento all’uscita dell’aria in misura proporzionale ad alcuni parametri come il colore, l’altezza e l’intensità del suono vocale che si intende emettere; aumentando la resistenza delle corde al passaggio dell’aria, aumenterà anche la spinta che il diaframma sosterrà per cercare di espellere l’aria dai polmoni.
Nel lessico dell’universo canoro, il concetto di “appoggio diaframmatico della voce” è uno dei più utilizzati, e in nome di questo concetto si consumano veri delitti vocali. Siccome “bisogna” appoggiare il suono, o il fiato, sul diaframma, si esorta l’alunno a ogni genere di manovra che, secondo l’insegnante, serve a questo scopo, che, più o meno violentemente, comporta una pressione verso il basso. Questa manovra o anche solo questo genere di tendenza in realtà rischia di essere controproducente, cioè di generare l’esatto opposto.
L’idea di un appoggio diaframmatico, pone l’illusione che esso non vi sia se non viene prodotto volontariamente e coercitavemente dal cantante. Ma il fiato appoggia sempre sul diaframma, quando respiriamo e quando parliamo, se pur molto debolmente, ma la debolezza è dovuta al fatto che esso è poco coinvolto in questa attività, se non, come ripeto, in momenti di intenso lavoro respiratorio. Il problema è esattamente quello opposto, cioè non provocare lo spoggio del fiato dal diaframma! Il diaframma si solleva non solo quando perdura a lungo l’aria all’interno dei polmoni, ma anche quando si provoca una maggiore pressione dell’aria. Il motivo è presto detto: l’aria polmonare ha, oltre al ruolo di scambio gassoso, un compito meccanico. Quando facciamo uno sforzo o ci pieghiamo in avanti e cerchiamo di riconquistare la posizione eretta, il fiato partecipa con la muscolatura del torso a questa operazione, e ce ne possiamo facilmente accorgere dal fatto che in questi momenti è anche difficoltoso parlare: la glottide tende a chiudersi e il diaframma si alza per procurare una pressione maggiore che aiuti il soggetto nel compiere l’operazione. Dunque se noi mediante stimoli muscolari, induciamo una maggiore pressione nei polmoni, provochiamo contemporaneamente uno stimolo-reazione alla risalita del diaframma che causerà quel temuto spoggio. La voce perderà vigore, intensità, ricchezza, facilità. Dunque ciò che non va fatto è cercare di aumentare volontariamente l’appoggio con manovre fisiche, muscolari. Purtroppo la questione non si esaurisce con questo semplice consiglio, perché comunque appena cercheremo di dare più intensità, più colore alla voce o ci spingeremo nella tessitura più acuta, dove le corde risultano più tese, noi ci troveremo egualmente in presenza di una reazione e di un possibile spoggio. La disciplina di cui discorriamo ha come scopo e obiettivo proprio quello di eliminare queste reazioni, cosa che cercherò di illustrare nel prosieguo del discorso.

venerdì, novembre 10, 2006

Lo strumento vocale

Il suono vocale è prodotto da due lamine muscolari dette labbra della glottide poste quasi orizzontalmente nella laringe, un organo composto di muscoli e cartilagini nella parte inferiore del faringe, quasi a contatto con la trachea. Non bisogna mai dimenticarsi che tutto ciò che descriviamo come parte di un processo fonatorio, ha primariamente un fondamento fisiologico diverso. Come il fiato serve primariamente per lo scambio gassoso, la laringe è la valvola dei polmoni e ha plurimi utilizzi: serve, ad es. come valvola di apertura/chiusura del condotto, impedendo, cioè, al cibo di finire in trachea e l'aria nello stomaco. Ma un altro utilizzo importante, e quasi sempre sottovalutato o non considerato, riguarda la postura. Quando ci si piega in avanti, quando si solleva un peso, e in altri momenti quotidiani, il nostro fiato, oltre a svolgere il proprio compito di ossigenazione, assolve ad un compito meccanico; la muscolatura viene aiutata da un nostro sistema pneumatico; l'aria contenuta nei polmoni viene bloccata dalla chiusura da parte della glottide e si forma una compressione interna (provocata dai muscoli respiratori, massima dal diaframma) che aiuterà il nostro corpo a ritrovare la posizione eretta ovvero i muscoli a sollevare i pesi, ecc. Questi concetti sono molto importanti, perché durante l'atto fonatorio, se non c'è coscienza di questo, si possono mettere in moto dei meccanismi istintivi o noi stessi possiamo innescare processi che in realtà renderanno difficile la fonazione, perché è innegabile che qualunque attività dell'istinto, che appartiene al nostro cervello più antico, quello che governa la nostra vita vegetativa, avrà il sopravvento sulle attività volontarie, governate dalla neocorteccia, il cervello più recente, che è anche più lento. Quindi, ad es.: se mentre vocalizziamo il nostro corpo tende a piegarsi in avanti, anche poco, senza che noi ce ne accorgiamo e senza che nessuno ce lo faccia notare, l'istinto automaticamente si metterà in moto affinché questa caduta venga contrastata, e indipendentemente dal fatto che noi stiamo cantando, richiamerà la valvola laringea a chiudere il condotto affinché l'aria compressa possa offrire un valido contrasto alla caduta. La nostra volontà contrasterà a sua volta la chiusura della glottide, e siccome non stiamo veramente cadendo, la forza muscolare sarà in grado di tenerci in posizione eretta, ma non v'è dubbio che l'azione fonatoria non potrà essere libera e perfetta, perché nella laringe e in altri muscoli vi saranno segnali neurologici contrastanti. Ecco perché soprattutto nell'esercizio, è sempre indispensabile mantenere una postura quanto più possibile eretta. Meglio, di quando in quando, riposarsi, che non stancarsi e rendere difettoso, quindi inutile, l'allenamento. C'è un'altra motivazione legata alla postura, ma ne parleremo più avanti.

giovedì, novembre 09, 2006

iniziamo....

Partiamo da una domanda/osservazione: perché è difficile cantare? Cioè, perché la maggior parte delle persone per arrivare a cantare bene deve sottoporsi a una lunga e faticosa disciplina e, anche quando arriva a un buon livello, deve comunque continuare a esercitarsi? Sono state date nel tempo diverse risposte, soprattutto basate sulle analogie con altre discipline, sia artistiche che sportive. Il motivo fondamentale, che nel caso del canto è più sviluppato che in ogni altra attività, è l'azione e reazione da parte del nostro istinto di conservazione e difesa della specie. Come è facile e intuibile comprendere, la maggior parte, se non tutti, gli organi che concorrono alla produzione della voce, hanno una primaria funzione vitale, che è quasi sempre quella respiratoria, in qualche caso altra, di cui parleremo quando analizzeremo quegli organi. Quindi siccome il canto utilizza il fiato in modo difforme da quanto avvenga nella normale funzione respiratoria quotidiana, coinvolgendo in questo utilizzo il diaframma, la laringe, ecc. il nostro istinto regisce perché trattenere l'aria per un tempo molto maggiore rispetto ad un normale atto respiratorio può causare un danno. Ci sono poi altri motivi che fanno entrare in scena il nostro istinto. Nel momento in cui l'aria incontra le corde vocali, acquisisce pressione. La pressione si esercita di riflesso all'interno dei polmoni e si scarica sui vari muscoli che governano la respirazione, soprattutto sul diaframma. La pressione esercitata sul diaframma ne rallenta o impedisce il sollevamento, e questo, l'abbiamo detto, rientra nel prolungamento dell'atto respiratorio, ma non solo: il diaframma viene investito da un "peso" che sarà proporzionale alla tensione delle corde vocali (il che dipende dall'altezza del suono e dal registro) e al colore del suono. Come tutti i muscoli, quando sono sottoposti a lavoro, per qualche tempo, e finché il lavoro da esercitare è modesto, "sopportano", ma a un certo punto si contraggono. Così pure il diaframma quando non sopporta più il lavoro impostogli dalla pressione dell'aria, si contrae sollevandosi. Queste azioni e reazioni causano difetti e impedimenti alla produzione vocale. In modo assai semplice, si può dire che tutta la "battaglia" per educare la voce, giungere quindi a cantare in modo libero e piacevole, dipende fondamentalmente da questo: trovare una mediazione tra l'azione/reazione dell'istinto e la nostra volontà di emettere suoni. Come la nostra scuola ha risolto e come tutte le altre scuole affrontano (o non) questo problema? [può anche essere un quiz, se qualcuno vuole cimentarsi... :-)) ]

Introduzione

Questo è un blog sul canto, con particolare riferimento al canto lirico.
Si parlerà principalmente di IMPOSTAZIONE della voce umana, ma sarà piacevole parlare anche di opere, di musica classica, di grandi (o meno grandi) cantanti del passato e del presente.
La scuola che si pone a base dei miei post, è quella del Maestro Mario Antonietti (1918 - 2005).