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martedì, gennaio 29, 2013

La strada della virtù

Mi è stato chiesto un parere sul perché in passato questa scuola è stata violentemente attaccata; in realtà sarebbe così anche oggi se non avessi messo lucchetti e sbarramenti, la qual cosa mi spiace perché il confronto e il dibattito sono importanti e forieri di progresso e apprendimento e mi auguro in un futuro prossimo di poter riprendere i dialoghi interrotti. Esiste un "perché" molto alto, nella verità, che ho già illustrato in passato, ma questo "perché" opera su livelli anche più bassi e controllabili e quindi mi pare giusto parlarne e invitare i lettori a rifletterci, meditarci e applicare, se lo riterranno giusto. Quest'ultimo concetto, cioè "scegliere il giusto" fa capo, come si può facilmente intuire, alla coscienza, e la conquista di questa è, o dovrebbe essere, l'obiettivo supremo. Vediamo però perché non è così. Mi sono già espresso in modo quasi maniacale contro l'ego, artefice e colpevole fondamentale in questa battaglia. Perché e come? Dunque, l'altro campo verso cui continuo implacabilmente a puntare il dito è l'istinto, ovvero gli strati più antichi del nostro cervello che operano meccanicamente e rapidamente. L'ego è anch'esso una necessità istintiva, in quanto il funzionamento dell'uomo-animale riproduce le leggi della jungla, cioè un capo branco che detta regole e impone strategie agli altri componenti che vi si adeguano, cioè si sottomettono. E' una regola contenuta nel nostro DNA perché è ciò che in una comunità autoregolatrice permette la vita stessa della comunità, e non dimentichiamo che l'istinto ha una valenza legata in primo luogo alla specie, più che al singolo. L'evoluzione avrebbe dovuto o potuto ridurre questa necessità, ma ne è rimasta invece una parte rilevante che l'umanità ha persino rinvigorito nel suo sviluppo-inviluppo: il potere. L'uomo avverte il bisogno di esercitare potere e lo fa in base alle possibilità ambientali, economiche, fisiche, strategiche. La cosa davvero brutta è che l'evoluzione mentale, cioè la neocorteccia, è stata usata non per uscire, allontanarsi, dall'istinto di prevaricazione, di potere, ma per consolidarlo o strapparlo ad altri con mezzi non solo grossolani e fisici, come avviene in campo animale, ma più colti e raffinati, come avviene in politica o nelle grandi organizzazioni economiche e imprenditoriali. L'Arte è la strada che conduce alla componente spirituale di ognuno di noi, e la parte spirituale è quella che porta all'unione, alla elevazione non solo di pochi individui ma di masse rilevanti. Molti asseriscono di non "capire" l'arte pittorica di, ad es., Michelangelo o Raffaello o Leonardo o dei maestri greci o altri più o meno lontani temporalmente da noi. Questo aspetto razionale in realtà non è molto importante, anzi molto spesso è disorientante; ciò che avviene quando grandi artisti riescono a far emergere la loro opera, è che le popolazioni ne traggono incosciamente un insegnamento morale e di elevazione spirituale, del tutto indipendentemente da quanto "capiscono" guardando le opere. Qui però occorre fare attenzione perché la falsità dietro cui si nasconde l'ego, ce le fa apparire distorte. Un grande artista, poniamo Michelangelo, aveva un grande ego? Questo è quello che potrebbe apparire, vieppiù quando apprendiamo dalla biografia essere un personaggio scontroso e orgoglioso. Ma questo non c'entra niente! Già in passato avevo fatto notare quanto poco c'entrasse il carattere di un maestro come Celibidache (ma anche Antonietti) con la loro opera incredibilmente umile e diffusiva, e analogamente l'ho fatto notare nei riguardi di Giacomo Lauri Volpi. L'ego è in qualche modo sviluppato in tutti, che vogliono esercitare un piccolo o grande potere  ovunque possono (in casa, con la moglie o il marito e/o i figli; sul posto di lavoro, nei giochi, ecc.) oppure sviluppano una tendenza alla sottomissione; l'uomo quale mezzo usa fondamentalmente per imporre il potere? Il giudizio. Ma il giudizio viene esercitato avendo anche creato delle convenzioni, delle tradizioni, delle pseudo regole che diventano quasi legge per la massa. Pensiamo a una contraddizione incredibile che si perpetua da molte generazioni: i giovani, per distinguersi dagli adulti, da cui vorrebbero staccarsi per generare una nuova società con nuove idee, nuovi canoni, ecc., si vestono o si atteggiano in modo trasgressivo; la distorsione sta nel fatto che questo viene fatto in massa, cioè imponendo convenzioni e regole sociali più uniformi e ferree di quelle che combattono, escludendo chi non vi si adegua, pur, magari, esponendo idee innovative e non uniformi (pensiamo, poi, al potere che esercita ad esempio la chiesa condannando determinati atteggiamenti o modi di vivere). Veniamo alla musica. Si sono create tradizioni del tutto infauste, basate su nessuna idea artistica e fondamentale. L'idea del "tempo", ad esempio, o di un determinato tipo di voce. Tutte sciocchezze, ma fortemente radicate nella massa, promosse da pochi che hanno potuto detenere una certa fetta di potere e hanno potuto bacchettare con severità chi le contraddiceva. Sono divertenti ma anche terribili certe battaglie che si scatenano tra opposti detentori: pensiamo a qualche persona che riesce a prendere piede in trasmissioni radiofoniche o televisive (il potere della critica è davvero pazzesco, se consideriamo che è basato sul NULLA), e da lì può lanciare strali e diventare arbitro di critica, di satira, di giudizio (per l'appunto). Se chi sta dall'altra parte non ha armi sufficientemente appuntite, dovrà soggiacere, e cercare di far valere la propria verità artistica, se c'è; se invece detiene potere, come potrebbe essere un importante direttore d'orchestra, ecco che si scatenano battaglie tra chiusure di trasmissioni, divieti di ingresso in teatro e via dicendo. Una sorta di melodramma dal vivo di cui il mondo dell'opera (ma era un esempio, gli avvenimenti hanno coinvolto tutti i campi dell'attività umana, e ognuno avrà esempi cui riferirsi senz'altro) dovrebbe solo vergognarsi. Ma se oggi il livello di cantanti, direttori d'orchestra, registi, ma anche pubblico, è sceso al livello che constatiamo, direi che è un'indignazione quasi inutile (dovremo poi soffermarci sulla fondamentale differenza tra giudizio e valutazione). Ma cerchiamo di proseguire per dare una speranza. Impariamo a non giudicare! Impariamo a non essere coinvolti dal giudizio altrui, compatiamo e non reagiamo violentemente quando siamo attaccati o semplicemente non siamo d'accordo o quando pensiamo "di avere ragione" (peraltro bisogna anche stare attenti a non finire dalla parte opposta, quella della sottomissione). Non che la ragione non ci sia (ma noi afferiamo più a una ragione-coscienza che a una ragione mentale), ma agiamo in modo da integrare gli altri nel nostro ragionare, cerchiamo di operare in modo altruistico, cioè non teniamo per noi come segreti le cose che impariamo e che ci fanno evolvere e star meglio. Chi attacca qualcuno che la pensa diversamente (magari anche per poche differenze), è perché teme di perdere un potere che si è guadagnato, e quindi sviluppa anche strategicamente, cioè con mezzi dialettici e culturali, il modo per imporsi. Come se ne esce? In diversi modi: in primo luogo con la coscienza dell'operare, il che si verifica dal vivo, in diretta; in secondo luogo la lucidità del percorso unificante e propriamente le cause che portano alla conquista o meno dell'arte che sono quelle contrarie alla manifestazione egoica.
Questo argomento so essere complesso e difficile da esperire e illustrare a parole (non essendo io propriamente un letterato...) e quindi chiedo a quanti vogliono approfondirlo di fare domande più mirate.

lunedì, gennaio 28, 2013

Il percorso coerente

Quando noi parliamo comunemente, fatto salve patologie o malformazioni poco frequenti, i nostri apparati (respiratorio, produttore e articolatorio-amplificante) sono "allineati", ovvero in relazione, in sintonia tra loro. Questa condizione che possiamo definire naturale, si determina nel parlato "normale" perché esigenza di vita. In questa situazione non si hanno percezioni particolari, non sentiamo la gola, non abbiamo cognizione di qualcosa che si muove, che incontra difficoltà. L'unico elemento che ci può dare qualche segnale, è il fiato, quando finisce o sta per finire. Come ho già ampiamente espresso in altri post, cambiare il parlato comune in un parlato più impegnato, può far cambiare la condizione e quindi possiamo avvertire difficoltà che prima non sussitevano. Ora facciamo attenzione: noi parlando abbiamo gli apparati in sintonia tra loro; se andiamo a lezione di canto e cominciano a dirci che noi dobbiamo prendere molto fiato e gonfiare qui o lì, noi disallineiamo gli apparati, li separiamo, perché il fiato subisce un'attenzione e un coinvolgimento fisico superiore alle necessità. Se invece di farci dedicare al parlato, ci fanno vocalizzare per tutta la lezione, nuovamente non si potrà mantenere quell'allineamento, perché non stiamo più parlando, stiamo concentrando forze, energie, e forme su uno o pochi suoni che necessitano di una organizzazione di cui non siamo ancora in possesso, per cui non è possibile che gli equilibri si mantengano. La stessa situazione si presenterà se io penso di deformare volontariamente gli spazi oro-faringei o se compio dei movimenti interni tali per cui il fiato/suono non segue più la normale linea del parlato ma altri percorsi interni. L'arte necessita di coerenza (è essa stessa coerenza) per cui la strada più giusta e semplice è quella che partendo da una situazione già corretta, perché esistente anche a livello istintivo, non modifica e non cambia repentinamente indirizzo, ma prosegue e sviluppa ciò che già esiste sfruttando le possibilità di ampliamento - intensificazione, già presenti in noi potenzialmente.

mercoledì, gennaio 23, 2013

Comprendere

Quando qualcuno afferma con decisione una determinata cosa, semplice o complessa, esprime una verità. Possiamo definirla verità soggettiva, ma potrebbe anche essere una verità oggettiva. Quali sono gli indizi per capire se si tratta dell'una o dell'altra? Facciamo un esempio: esistono scuole tecniche che affermano teorie o prassi metodologiche basate, ad esempio, sul concetto di "maschera", altre di "affondo". Queste verità risultano soggettive; perché? perché si escludono e si contrappongono. Nel momento in cui io nego la verità di un'altra scuola, contrapponendovi la mia, esprimo in realtà anche un'affermazione nei confronti dell'altra scuola, e nego la mia. L'essere può anche non essere, e il non essere può anche essere (o è), per cui affermare e negare si equivalgono. Quando una verità si porta a un livello superiore, comprende. Quando dico comprende non intendo solo "capisce", ma anche annette, incorpora. Una verità oggettiva è una verità che non si contrappone, non nega e non ha alternative, pur in un quadro coerente. Allora la nostra scuola non è alternativa a quelle, non vi si contrappone, ma le comprende, cioè noi sappiamo con coscienza e dovizia di informazioni perché esistono quelle scuole, come operano e per quali motivi, e cosa manca o cosa non va in quelle pratiche metodologiche; volendo potremo insegnarle e percorrerle con facilità, ma non lo facciamo perché conosciamo gli esiti non artistici o comunque non completi che si raggiungono seguendo quei percorsi, e proponiamo invece una disciplina che in qualche misura comprende quelle tecniche, ma guardando a un obiettivo e con una coscienza luminosa e sicura che ci fa riconoscere i punti di incoerenza e di debolezza che farebbero venir meno l'alto risultato cui aspiriamo. Quando usiamo i termini occorre cercare di approfondire i significati più sensibili e profondi, per cui, come tempo fa avevamo indicato il termine "senso", che viene utilizzato quasi sempre con l'accezione di "significato", ma in musica è più frequente che abbia attinenza con "direzione", anche "comprendere" ricordiamoci che non significa solo "capire", ma anche incorporare.

domenica, gennaio 20, 2013

Della valutazione

Un passo importante per chi vuol percorrere la strada artistica, prima o poi - meglio prima, ovviamente - è quello di cambiare profondamente un sentimento soggettivo e devastante come il giudizio con quello più oggettivo possibile e sereno della valutazione. Spesso le due cose si confondono, ed è un male che deve essere rimosso. In altre parole, noi dobbiamo considerare le motivazioni anche degli altri, e non giudicare nemmeno quelle! Certo, lo sappiamo che molte persone agiscono in mala fede, agiscono per soldi, per egoismo, egocentrismo, narcisismo; talvolta possiamo cercare di aprir loro gli occhi, se sono persone con cui abbiamo rapporti o con cui possiamo averli, ma il più delle volte non ci è possibile, e allora resta solo la strada della compassione. L'allievo, cantante o insegnante che si accinge a intraprendere un cammino di vocalità artistica, può e deve farlo in un clima di pace interiore, come abbiamo detto nei post precedenti, e questo è possibile solo se si elimina il giudizio, perché il giudizio sugli altri innesca anche processi di giudizio su di noi, non solo, ma anche stimoli di possesso, di dominio, di potere e anche di paura, tutti facenti capo a una sfera egoica e materiale, dunque non artistica. Diverso è il caso del valutare; uno dei motivi fondamentali del progetto della Carta del cantante (di cui non mi sono dimenticato!), risiede proprio nella volontà di circoscrivere obiettivi, criteri, concetti che possano prestarsi senza doppi sensi, senza falsità e aggiramenti a valutazioni che si possono definire oggettive. Andiamo ad ascoltare un cantante, un'opera, un concerto; il primo obiettivo da porsi deve essere: non vado a giudicare, vado a godere di un'esecuzione musicale da cui spero di trarre gioia, giovamento spirituale. Se noi partiamo dal voler giudicare, al 90% giudicheremo male, negativamente, e, spesso, godremo di tale fallimento. Niente compassione? no, allora abbiamo ancora delle porte interne chiuse. Se andiamo ad ascoltare qualcuno che conosciamo già in termini negativi, dobbiamo lasciare aperte delle possibilità di riscatto, di miglioramento, non solo, ma dobbiamo cercare di cogliere, da tutto ciò che esula dai dati negativi, ciò che quel personaggio è in grado di dare. Spesso, per una sorta di invidia, di gelosia, tendiamo ad accanirci su quanti destano ammirazione - anche fanatica - in altri, e nascono le fazioni e i "fan club", del tutto acritici e spesso arroganti e persino violenti. Occorre eliminare il sentimento dell'antipatia, occorre comprendere ciò che guida altre persone a trovare virtù in chi noi ne riteniamo privi e, se non altro, a fare esercizio di pazienza e di ascolto attivo e di apprendimento. Come spesso ripeteva il m° Celibidache, si può imparare "come non si fa" da tanti. A parte le occasioni in cui siamo di fronte a persone totalmente prive di qualità artistiche, e in questi casi forse conviene desistere dall'ascolto, in tutte le altre noi possiamo cercare di farci una coscienza su: come faremmo noi, e poi farci domande: perché questo cantante ha fatto così? a cosa serve? qual è lo scopo di quell'accento, quel singhiozzo, quell'acuto inventato, quel pianissimo o fortissimo, ecc.? Certo, il più delle volte la risposta la conosciamo, è il mettersi in mostra, il salvare con un effetto una situazione traballante, il giocare carte false non avendone di buone, ecc.; però dobbiamo anche avere compassione di chi lo ascolta, e non gelosia, non giudizi grossolani: non capiscono niente, nessuno capisce nulla, pecoroni, e via dicendo. Esistono motivazioni profonde per tutto ciò, e dobbiamo accoglierle e comprenderle. Sono esercizi molto duri, che si rivolgono ai nostri pensieri, alle nostre idee e alla nostra personalità, ma dobbiamo anche aver fiducia di poterle modificare per intraprendere una vita più aperta, più in relazione agli - e con gli - altri. La via dell'arte non è una via di isolamento, tutt'altro, è una via che ci deve condurre a dare, non a prendere, a essere utili agli altri e a cercare di migliorare le cose; criticare, ovvero giudicare senza sbocchi, non porta miglioramenti a nessuno, e anzi, non servirà nemmeno al nascente artista, perché la sua coscienza non sarà mai sufficientemente libera e pura.

sabato, gennaio 19, 2013

Il trasloco

Nel corso della disciplina educativa all'arte vocale, si compie un autentico "trasloco". La percezione usuale delle vocali, diciamo istintiva, è infatti diversificata e interna, come cerco di illustrare in questa tavola.
Credo che chiunque, grosso modo, si ritrovi in questa mappa. La più bassa è la U, seguita dalle due O, quindi la A, che si focalizza grosso modo a livello tonsillare, quindi la è (ma questa può essere avvertita in posizioni molto diverse a seconda di come viene pronunciata), la é e infine la I, che è sempre percepita come la più alta e la più avanti, anche se è spesso anche la più ingolata e chiusa; in questo caso non è infrequente che qualcuno la avverta a livello laringeo. Naturalmente si tratta di uno schema approssimativo e che deve tenere conto di un certo grado di soggettività. Faccio presente che per semplicità ho utilizzato uno schema fisso, ma ricordiamoci che per ogni vocale la postura interna degli spazi oro-faringei, e soprattutto della lingua, è diverso; nel discorso che sto per trattare questa diversità non è particolarmente importante e quindi è sufficiente aver presente questa linea su cui si sentono le varie vocali, dalla più profonda alla più superficiale. Su questa base alcune scuole ci "giocano"; l'affondo, ad esempio, sfrutta la percezione così bassa della U per incrementare la pressione verso il basso, altre scuole sfruttano questa posizione della A per aprire la gola (anche Garcia, ahimè, ne parla), mentre altre vanno in direzione opposta, cioè fanno questo ragionamento: se le vocali hanno posizioni molto diverse, sarà difficile cantare passando rapidamente da una all'altra, specie se molto "lontane" tra loro; ad esempio se in una parola ho vicino la U e la I, o la é e la ò, si renderebbero necessari dei salti che risultano difficili da sostenere, senza contare, e su questo soprattutto battono, che i colori cambierebbero troppo. Già, le posizioni della lingua e del faringe e lo spazio che si viene a determinare per ogni vocale, rende ciascuna vocale oltreché con una "posizione" individuale, con un colore particolare, quindi il canto rischia di risultare molto differenziato sul piano coloristico e meccanicamente complesso. Dunque quali soluzioni si adottano? L'idea di fondo, per quasi tutti è: uniformiamo le vocali e identifichiamo un'unica posizione. Il ragionamento sembrerebbe persino logico e corretto. L'obiezione è: per quale motivo dovremmo uniformare le vocali, visto che abbiamo la fortuna di poter esprimere con meravigliose sfumature le parole dei nostri testi? In effetti possiamo dire che l'idea di uniformare le vocali è la peggiore idea che sia mai venuta nel campo dell'insegnamento del canto! Come fanno a uniformare le vocali? Alcuni dichiarano con decisione il metodo: uso delle "intervocali", cioè non usando le vocali pure italiane, ma alcune vocali tedesche e di altre lingue che stanno "tra" le vocali, come la "ö", la "ü", la "ï", e via dicendo. Questi suoni tendono a coagularsi in una zona media, cioè grosso modo a livello di palato molle, e in questo modo si risolve anche il problema di tenere tutto in uno stesso posto. Però in questo modo si perde la pronuncia, che risulterà artefatta, insignificante, e il suono risulterà intubato, indietro, incapace di espressioni vere e autentiche, senza contare che il canto diventa pesantemente meccanicistico e muscolare. Però, si dirà, qual è l'alternativa? Cioè, presumo che in fondo la questione venga posta anche in buona, ottima, fede. Una chiosa è necessaria! Ma se noi parliamo continuamente e ci facciamo capire, articolando compiutamente tutte le vocali, perché quando si canta si cambia il punto di vista? Questa è una domanda che può sembrare un po' oziosa, perché c'è sempre quella "cortina fumogena" che ci toglie la percezione della coscienza ogni volta che passiamo da una azione spontanea e corrente a una con una volontà di significato diverso. Quando si parla, le vocali sono tutte fuori dalla nostra bocca; è nell'azione di osservarle durante il canto e di dar loro un rilievo particolare, che cambiano posizione, almeno per la nostra mente. Quindi il primo trasloco lo facciamo, perlopiu senza volere, mediante l'insorgenza di una volontà, quella di cantare. A questo punto la disciplina artistica non è che realizza un secondo trasloco, in verità, cioè da dentro a fuori, ma porta a prendere coscienza di una realtà che già esiste ma di cui non ci rendiamo conto, e che richiederà anni di duro lavoro, mentale e fisico, per essere perseguita. Ne do anche un'altra visione: il nostro cervello razionale o istintivo (per meglio dire: la mente limitata dagli istinti), cerca un supporto fisico per i suoni, non ammettendo che possano suonare in uno spazio vuoto, sull'estremità di un tubo d'aria, senza ancoraggi e riflessi sulla muscolatura, ossatura, ecc. quindi in un certo senso "consonantizza" le vocali, legandole a particolari luoghi dell'apparato che si prestano alla loro pronuncia. Rudolf Steiner diceva che le consonanti sono relative al corpo fisico, mentre le vocali sono relative allo spirito. Che ci si creda o meno, ritengo che sia un'ottima riflessione, utilissima per iniziare quello pseudo-trasloco, cioè riportare le vocali, e l'intero canto, dove è più corretto e giusto che che stiano, cioè nello spazio esterno. Ora inserirò una tavola con lo schema di dove stanno le vocali nella vocalità "sana", artistica:
Per la verità, pur avendo leggermente differenziato il luogo di percezione delle singole vocali, esse si diffondono in modo non localizzato, quindi il sentire, ad esempio, la O al di sopra della A, sarà forse una rappresentazione solo dei primi tempi, quando ci parrà del tutto impossibile che una vocale "profonda" come la O - per non parlare della U - possa risultare "alta" - non nel senso che usano le scuole della "maschera" -, talmente alta da sembrare più elevata della i, é ed a, che in qualche modo possiamo riuscire già a configurare esterne all'inizio dello studio. 
Come al solito, devo sottolineare come questo risultato non può essere raggiunto in tempi brevissimi e semplicemente con l'idea di poterlo fare "perché naturale", ovvero, è un'ottima "palestra", ma teniamo presente che il fiato andrà a lungo esercitato con opportuni e severi esercizi, perché se anche si riescono a percepire i suoni fuori di noi, sarà comunque estremamente difficile - diciamo impossibile, o anche con qualche percentuale di rischio - poterlo uniformare a tutta la gamma, particolarmente sulla zona acuta, dove l'istinto, se non ci ha ancora bloccato in zona centrale, farà sentire il suo pesante e potente influsso sia fisico che mentale. Però, come sempre, ritengo che le proposte di pensiero siano già da sole un importante viatico per intraprendere questa disciplina artistica.

venerdì, gennaio 18, 2013

Steiner

Riporto alcune parole che Rudolf Steiner, fondatore dell'antroposofia, disse durante una conferenza sulla musica il 30 novembre 1920, contenute nel libro l'Essenza della Musica, ed. Antroposifica, MI:
[...] La maggior parte dei metodi odierni sono propriamente metodi preparatori, metodi di impostazione, metodi di respirazione, e così via. Bisogna guardarsi da tutto quel che consiste nel trattare l'organismo umano un po' come una macchina da lubrificare nel giusto modo, con le ruote da rettificare sui propri assi, e simili. Detto così è naturalmente un po' esagerato, ma si capirà certo che cosa intendo. Si dovrà invece considerare essenzialmente che, nell'insegnamento di un'arte, moltissimo dipende dai rapporti personali e imponderabili fra maestro e allievo; bisognerebbe poter arrivare a farsi un'idea su che cosa sia voglia dire nel canto elevarsi al di sopra della laringe e di tutto ciò che produce il suono o la nota, per stare più coscientemente in rapporto con l'aria circostante, con tutto quanto circonda la laringe più che con la laringe stessa. So che molti oggi non sanno farsi un'idea di quel che ora sto dicendo, ma pure sarà necessario arrivare a farsela. Si deve dare maggior valore a come si realizza quel che si sperimenta nel retroascolto mentre si canta, e che si sente mentre si impara ad ascoltar se stessi; non però che durante l'ascolto sia come voler camminare pestandosi di continuo i piedi; questo naturalmente disturberebbe il canto. Se ci si arriva, se cioè si vivie meno nella fisiologia e più nell'arte come tale, se nell'insegnamento si afferra più l'arte, si arriverà sulla strada cui forse accennava chi ha posto la domanda.
Steiner non era un cantante, non era un maestro di canto, ma era un profondo conoscitore dello spirito e dell'arte, e come si potrà osservare, in poche parole ha sintetizzato alcune verità cui abbiamo spesso fatto riferimento: rapporto maestro allievo; ascolto di sè stessi, stare in rapporto con l'aria circostante, vivere nell'arte, non trattare l'organismo come una macchina da lubrificare...

martedì, gennaio 15, 2013

Cantare... in silenzio

Quando si canta, ma soprattutto quando si studia canto, la nostra mente è immersa in un caos rumoroso. Sono i pensieri che ci torturano, in ogni istante ci dicono cosa fare, cosa non fare, cosa è bello e brutto, cosa è buono e male, e in questo caos non possiamo più riconoscere il suono puro della voce più vera del nostro io. Esercitarsi sempre con l'intento di depurare, semplificare, assottigliare, distillare, ma anche "silenziare" quel coro di voci interne che ci riempiono di suggerimenti, i più dei quali sono inutili ed erronei, perché non ci pervengono da una fonte saggia, ma dai nostri istinti e dalle nostre velleità. Dunque, dopo gli esercizi suggeriti nel post precedente legati alla pazienza, alla calma, è necessario esercitarsi a "spegnere" gli interruttori di quella radio interna che ci disturba e ci impedisce la tranquillità e la serenità necessaria a percorrere una strada artistica. Dunque, cantare nel silenzio interiore, nella pace, nella calma, nella volontà, nell'ascolto non pregiudiziale della nostra voce e di chi ci guida.

Il mare calmo del buon canto

Ho in diverse occasioni richiamato l'acqua come elemento di riferimento per un approccio al canto artistico che porti a sciogliere i legami che vincolano le persone alla materia, alla terra (e allora meglio ancora se parliamo di "evaporazione"). Si ricorderanno i post sul "galleggiamento", sul "fare il morto", sull' "imparare dall'acqua". Ora vorrei spingermi un po' oltre. L'approccio corretto a una disciplina artistica deve passare anche attraverso alcuni apprendimenti di tipo psicologico-caratteriale che possano attivare quella sensibilità e quelle risorse che additiamo come di tipo spirituale (e quindi di "ascesa"). Il primo elemento su cui lavorare è la pazienza (ovvero l'impazienza). In molte occasioni, più manifeste o meno evidenti, si sviluppa nell'allievo una sorta di impazienza. Spesso è a lezione: non si ascolta l'esempio o ciò che ha da dire l'insegnante, che può sembrare noioso, ripetitivo, insistente, ma si ha fretta e impazienza di rifare l'esercizio, di cantare, di avere risultati importanti e soddisfacenti. Questo è normale, ma il combatterlo è una ottima palestra per esercitare il dominio dell'io, della volontà virtuosa, sulla fisicità, sull'istintività. Questo è anche un esercizio che si può fare da soli a casa, e consiste nel fare esercizi non meccanimamente, puntando a togliersi dalle note "noiose" del centro e andare sugli acuti, "per sentire se vengono" e come vengono, e spesso questo approccio è molto deludente e frustrante, perché, come ripeto spesso - ma mai abbastanza, evidentemente - la fine è contenuta nell'inizio, quindi se si fa un esercizio complessivamente di nove note, non è importante la quinta perché è la più acuta, e le prime quattro si fanno più o meno bene e le ultime quattro come vengono vengono. La concentrazione deve essere massima, la più elevata possibile, su tutti e nove i suoni. Se dopo ripetuti tentativi si vede che ci sono sempre note abbandonate, cioè non eseguite con la dovuta concentrazione, allora vuol dire che non si è ancora pronti a quell'esercizio, e bisogna ricorrere a quelli più brevi, sintetici. Aver fretta di eseguire un certo brano o un certo repertorio, per quanto comprensibile, non facilita le cose, anche se a lezione è sempre l'insegnante che valuta le possibilità. Il secondo punto riguarda la calma, che possiamo definire più compiutamente "calma interiore", e, come accennavo nel titolo, può far riferimento al sentimento che proviamo di fronte a un mare piatto. Ogniqualvolta entriamo nella volontà di cantare, facilmente si scatenano forze entro di noi, che coinvolgono in primo luogo la respirazione e la muscolatura respiratoria, ma anche la postura generale del corpo e di singole parti, che prendono a tendersi e a muoversi indipendentemente dalla volontà del soggetto. Quasi tutti gli allievi durante il canto e soprattutto gli esercizi, tendono ad agitare le mani e le braccia (e spesso dicono molto!). Questa tensione corporea ci dice che manca quella calma interiore che può aiutare a togliere, almeno in parte, spinte e pressioni inutili e dannose. Quindi: 1) esercitarsi a esaminare con pazienza se si stanno pronunciando con volontà sincera i fonemi che si intendono emettere, e farlo per tutti i suoni dell'esercizio, evitando nel modo più assoluto di distrarsi nelle prime o nelle ultime note, ma dare a tutti i suoni la stessa importanza; 2) rasserenarsi, non aver fretta di respirare, non aver fretta di attaccare, non aver fretta di concludere, non abbreviare quei suoni che ci fanno più paura o che ci piacciono meno, anzi, cercare di trovare il bello e l'ammirevole in brani o esercizi che istintivamente non ci piacciono, e magari cercare di capire proprio il perché di questa antipatia, che magari risiede in qualche errore di approccio che può essere cambiato con notevole miglioramento anche del risultato musicale.

domenica, gennaio 13, 2013

Della volontà

Troppo poco spazio si dedica, e ho dedicato, al fondamentale ruolo della volontà. Spesso esorto i miei allievi ad eseguire o modificare determinate cose (una vocale, una sillaba, una parola, un determinato colore, ecc.) dicendo: "basta semplicemente volerlo", e dimostro immediatamente che il cambiare quella determinata cosa in un'altra (ad esempio schiarire o scurire un suono, passare da una vocale "nebulosa" ad una ben pronunciata, ecc.) non è questione "tecnica", muscolare, fisica, ma puramente e meramente di volontà (quello che dico anche: "è come premere il bottone di un telecomando"). Questo argomento si lega perfettamente ad altro di cui ho scritto ultimamente, e cioè la distrazione, la divisione della mente. Quando noi pensiamo mentre facciamo qualcosa, smettiamo di volere, perché la mente è impegnata a fare un'altra cosa, cioè pensare; ecco che il volere unifica (il mio maestro, proprio ora rammento, ripeteva spesso: volere è potere!), cioè evita che il pensiero distragga, tolga energie e divida la nostra mente. Cerco di spiegare ulteriormente: se io, insegnante, esorto l'allievo a emettere il meglio possibile ad esempio una A, il suo pensiero, all'attacco ma più probabilmente dopo, comincerà a cercare il posto, il modo, i mezzi, per eseguire quella A. Questo porterà a fare una emissione fibrosa, materiale, poco gradevole, poco sonora, ecc. In sostanza qui è stato usato il pensiero. Se invece si usa la volontà di pronunciare, intonando, una A, e si evita il pensiero, il cervello metterà in moto le proprie conoscenze - che già ci sono - e mi permetterà di fare una A corretta. Quante volte è stato detto: "eh, questo suono è venuto bene perché non ci ho pensato"! Questo potrebbe essere interpretato come: "ho lasciato fare alla natura". Questo è vero, ma occorre fare due precisazioni: primo: togliere il pensiero, sì, ma esercitare la volontà, cioè non "come viene viene", occorre fortemente volere (figuriamoci, sono della città di Vittorio Alfieri: "volli, sempre volli, fortissimamente volli"); secondo: ci vogliono le condizioni, e le condizioni sono relative allo sviluppo, in primo luogo respiratorio, che seguono la giusta disciplina. Quindi il volere fare quel determinato suono nei primi tempi di studio non produrrà sempre suoni meravigliosi, ma stimolerà comunque l'esigenza da parte della mente di procurare e produrre un miglioramento; l'assenza di pensiero - esercizio davvero difficoltosissimo - durante l'azione di apprendimento, permetterà una migliore concentrazione e un miglior funzionamento dei meccanismi già presenti nella nostra costituzione (per essere più preciso dovrei parlare di una "emersione" dell' "io", ma temo che creerei solo confusione e scetticismo).

giovedì, gennaio 10, 2013

Il grillo cantante

In passato avevo scritto un breve post dedicato al "maestro proiezione di sé". Oggi ritengo di poter scrivere un pensiero più completo legato al confronto allievo/maestro, integrandolo anche con alcune più recenti proposizioni. Durante una (buona) lezione artistica, come si configurano i due ruoli maestro allievo? Possiamo dire che quando l'allievo è tranquillo e sicuro della scelta effettuata, cioè è fiducioso e ritiene di essere in mani affidabili, di fatto proietta sé stesso nel maestro, ovvero - attenzione - quella parte di sé che non conosce ma c'è, è nascosta, poco o nulla visibile perché avvolta - ancora - nel buio; in questo ruolo il maestro diventa la coscienza incarnata dell'allievo (il grillo parlante e pure cantante!) il quale non dovrà far altro (come se fosse poco) che richiamare l'allievo a un risveglio, a una illuminazione che renderà via via sempre più chiaro, più evidente e sicuro il percorso intrapreso. Siccome la cosa più facile e frequente durante l'esecuzione degli esercizi è la distrazione, ovvero la divisione della mente dell'allievo in due mondi, dove il pensiero distrae dalla realtà, il maestro avrà soprattutto il ruolo di richiamare lo studente al presente, a ciò che sta eseguendo, facendo notare l'errore compiuto nell'esercizio, che non sarà perché non lo sa fare, ma perché ha perso la concentrazione. Avete presente quando leggete un libro e improvvisamente vi rendete conto che dell'ultima pagina non vi ricordate niente? Ecco, questa è l'esemplificazione più semplice della "divisione", cioè la mente è in grado di dividersi, e mentre una parte "crede" di leggere - e in effetti voi andate avanti riga dopo riga e persino pagina dopo pagina - l'altra se ne va a passeggio per altri mondi, magari richiamati proprio da una qualche immagine di ciò che stavate leggendo. Questa cosa avviene anche durante il canto e durante l'esercizio 1. Una delle cose, come ho scritto poco tempo fa, è il giudizio, il valutare autonomamente se ciò che si sta facendo è bello, brutto, giusto, sbagliato. Questo è un grosso inciampo! Se siamo a lezione, il compito di valutare deve essere affidato all'insegnante. Quante volte capita che alla fine di un esercizio l'allievo esprima con un'esclamazione il proprio giudizio su quanto ha svolto? ("era orribile", "non mi piaceva", "ho sbagliato", ecc.). Ecco, oltre a esercitare - inconsciamente e in buona fede - una prevaricazione verso l'insegnante, che è lì apposta, noi abbiamo la prova provata che egli non stava "facendo", ma stava "giudicando", cioè non usava le orecchie e i propri sensi per realizzare ciò che prevedeva l'esercizio o il brano da eseguire, ma badava al risultato, che ovviamente non è ancora in grado di esercitare compiutamente, e comunque non è logico che lo faccia a lezione. Altro esempio: in una frase che inizia e finisce sulla stessa vocale, e magari sulla stessa nota, la prima e l'ultima risultano molto diverse. E', o può essere, vero che l'impegno e il consumo di aria possono portare a modificare i parametri esecutivi, per cui l'ultima nota può venire meno bene delle prime (e allora può essere necessario - provvisoriamente - modificare i punti ove riprendere fiato), ma in genere è assai più normale che l'ultima venga meno bene in quanto, dopo le prime note, e addirittura dopo LA PRIMA, la mente già si è distratta, bada ad altro, dunque egli consciamente non sa come ha fatto l'ultima nota perché non vi prestava alcuna attenzione (e potrebbe essere anche buon motivo per cui le note del "ritorno" in una scaletta o un arpeggio, vengono quasi sempre meno bene, e si opta, allora, per eseguire l'esercizio al contrario, cioè prima scendendo e poi risalendo). Quando l'insegnante insiste fino allo spasimo ripetendo un esempio su una semplice vocale o sillaba, cosa altro vuol fare se non cercare di aprire, illuminare la coscienza dell'allievo su ciò che egli può fare, essendo contenuto nel patrimonio della sua specie, quella umana, ma non vi riesce perché ancora avvolto dalle tenebre? Naturalmente per molto tempo sarà anche una questione dovuta alle possibilità respiratorie e alle resistenze opposte dall'organismo, però il compito supremo e incessante dell'insegnante è e deve essere quello di farsi coscienza viva dell'allievo (starei quasi per dire "nell'allievo"), dove quest'ultimo HA un ruolo attivo, che è quello di non lasciarsi sopraffare dagli agenti disturbanti e di proiettare continuamente nel proprio insegnante la volontà di superare le difficoltà, di sapere cosa sta frapponendosi tra sé e la propria coscienza. Questa potremmo definirla - un po' pomposamente ma umilmente mi pare sensato - la strada dell'illuminazione, ricordandoci però che i primi che possono rendere possibile tale obiettivo sono gli allievi!

' nota: ricordo benissimo che cantando mi è capitato non solo una volta di pensare (quindi mentre stavo eseguendo un brano pubblicamente, sotto l'impegno del canto, della memoria, ecc,) cose tipo: "ah, qui ho dimenticato di fare piano, nella ripetizione devo ricordarmi" e altre frasi simili!

mercoledì, gennaio 09, 2013

Ubuntu

Il termine Ubuntu ha cominciato a circolare da alcuni anni in campo informatico, legato a un sistema operativo di libero dominio (cioè gratuito!) che si sta contrapponendo agli storici marchi Windows e Apple. Forse non tutti sanno che il termine Ubuntu è un'espressione filosofica africana in lingua bantu che indica "benevolenza verso il prossimo". È una regola di vita, basata sulla compassione, il rispetto dell'altro. Appellandosi all'ubuntu si è soliti dire Umuntu ngumuntu ngabantu, "io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo". L'ubuntu esorta a sostenersi e aiutarsi reciprocamente, a prendere coscienza non solo dei propri diritti, ma anche dei propri doveri, poiché è una spinta ideale verso l'umanità intera, un desiderio di pace. Viene sfruttato in Sudafrica in una campagna nazionale per la promozione della società. Una definizione popolarmente accettata è anche, « la credenza in un legame universale di scambio che unisce l'intera umanità ». Ecco che dobbiamo impare dalle popolazioni che vivono in una società tecnologicamente meno avanzata della nostra, le regole basilari dell'umanità, delle relazioni, dei rapporti, della felicità interiore. Manco a dirlo, la nostra idea del canto, è "ubuntica", cioè esiste nel momento in cui non è l'espressione e la manifestazione di un "sè" accentrato e che vuol dar dimostrazione di esaltazione, di forza (bruta), di stupire con effetti speciali, ma di qualcosa che è di tutti gli uomini, anche se può essere portata alle sue massime espressioni solo da alcuni, ma questi devono farsi portatori di questa arte non per esaltazione personale ma per l'elevazione (culturale ma anche etica, morale, civile) dell'umanità o di una parte, anche piccolissima, di essa. Chi ascolta un vero artista della voce e del canto, non si ferma alla sensazione della "bella voce", nè all'emozione per l'acuto o al singhiozzo o dell'urlo disperato, ma riconosce nel profondo di sè (coscienza) il sentimento, fino a ... tacere! e a pensare: "sì, è così".

lunedì, gennaio 07, 2013

Non dominare

L'ego si manifesta mediante la volontà di possesso, di potere, di dominio. Pur in una dimensione modesta, anche nel canto questa volontà di dominio viene esercitata, ed è fonte di notevoli problemi, perché il canto non è dominabile, e dunque ecco che si esercita un illusorio potere mediante azioni muscolari. Queste azioni muscolari è vero che modificano alcuni parametri vocali (colore, timbro, altezza, intensità...), ma sempre disconoscendo la base vera della voce personale. Il canto si esercita mediante esercizi vocali che innescano SVILUPPO respiratorio; in questi esercizi è fondamentale non coinvolgere la muscolatura interna agli apparati fono-respiratori, e puntare al canto come pura volontà mentale. Se leggete ad alta voce una qualunque frase, vi accorgerete che muovete le labbra in base all'articolazione fonetica, e stop! Il processo fonatorio vi è ignoto, non lo riconoscete e non lo dominate. La maggior parte delle persone che vuol cantare "liricamente", volendo intonare con un certo grado di intensità e magari su una tessitura un po' elevata, non si accontenta più di lasciar muovere armoniosamente le labbra, ma agisce su tutta una serie di muscoli e parti anatomiche interne. Questo è il momento in cui l'ego prende il posto del "conducente", cioè non è più l' "io" che esercita la volontà, ma è l'ego, cioè quella parte di noi non legata alla personalità umana vera e propria e quindi più incline alla spiritualità, all'artisticità, all'altruismo, all'etica, ma ad una componente animale modulata dalla mente più razionale, dunque più evoluta ed elaborata, ma non certo positiva. Dunque, il consiglio a chi studia canto, anche solo agli inizi, è quello di scalzare dalla mente l'idea del dominio o possesso sul fiato e sulla voce, e lasciar sgorgare liberamente e fluidamente la voce, lasciandola staccare e allontanarsi, fidandovi degli insegnanti che agiscono per questa strada, cioè che non vi garantiscono il potere sulla voce, ma vi invitano a cantare con la stessa semplicità e libertà con cui si parla, anche se questo obiettivo passa per una disciplina per niente facile, perché la dismissione dei controllori muscolari (che di fatto si tramutano in blocchi, resistenze, attriti) è assai impegnativa, richiedendo allo stesso tempo dei cambiamenti profondi della personalità, cambiamenti che non possiamo che definire nobili, virtuosi, inclini al raggiungimento di una reale felicità interiore, volti a promuovere l'unione, i circoli virtuosi, la morale, l'etica, l'ecologia, l'aiuto reciproco. La difficoltà è amplificata poi dalla PAURA! L'ego lavora con la paura, e ogni volta che riusciamo o ci accingiamo ad allontanare da noi la volontà egoica, siamo assaliti dalla paura, e quindi indotti a tornare indietro, a non affrontare quel percorso. La voce che vuole promuovere sé stessa per dominare, che vuole elevarsi a mito, a monumento, potrà anche essere o diventare una voce importante, celebre, popolare, ma non potrà mai sviluppare e comunicare gli autentici sentimenti affettivi che non possono mancare in un'arte profonda come la musica, dunque sarà voce "vuota", di superficie, di apparenza, ma anche violenta, monocromatica, monocorde, piatta. A molti questo può piacere e/o bastare, e non v'è da dubitare che saranno sempre le voci più seguite, ma chi si rispecchia in un ideale umanistico e spirituale non sottovaluti queste osservazioni e proposte di pensiero.

sabato, gennaio 05, 2013

Le scatole cinesi

Teorici e insegnanti al di qua e al di là di una ipotetica barricata a favore o a sfavore di una metodica del canto "naturale" o "meccanicista", concordano però sull'importanza delle cavità interne, più o meno in armonia e consonanza o più o meno indotte a un lavoro fisico e muscolare. Anche qui dobbiamo prendere atto di un fondamentale erroneo approccio. Sappiamo che la laringe opera in uno spazio piccolissimo, e le corde vocali emettono un suono piccolo e che probabilmente non immagineremmo che possa assurgere a qualcosa di meraviglioso, articolato e sonorissimo se lo sentissimo nella sua originalità, tanto è più vicino a una pernacchietta che a qualcosa di ricco e piacevole. Ora, la maggior parte degli insegnanti e teorici della voce, punta sulle cavità interne (soprattutto sopraglottiche) con lo scopo principale di trovare lo spazio di amplificazione e/o risonanza del suono originale. Questo non è del tutto sbagliato, come principio, ma, come abbiamo più volte ricordato fin dall'inizio, è un errore di valutazione e di disposizione attiva, in quanto ci sono tutta una serie molto complessa di relazioni che si devono instaurare, e che consciamente e volontariamente non possiamo fare. E' la nostra mente che possiede i parametri di disposizione, quindi dobbiamo lasciare che sia lei a predisporli, agendo sulla volontà fonetica. Comunque non è questo il punto fondamentale: la questione è che la amplificazione anche in questo spazio non è sufficiente alle esigenze del canto operistico, essendo sì più grande dello spazio laringeo e faringeo ma non poi enorme (ma rendiamoci conto che un uccellino microscopico emette suoni che si sentono a km di distanza!! ma saranno forse le sue cavità - quasi inesistenti - a produrre quell'amplificazione?). La realtà è che gli spazi interni, sopra e sottoglottici, molto complessi, parte mobili parte fissi, concorrono relazionandosi grazie al fiato, solo in piccola parte ad una amplificazione del suono, ma in realtà sono addetti a una QUALIFICAZIONE del suono, sia in senso esteriore (bellezza, ricchezza) che in senso fonetico (chiarezza e precisione della pronuncia) ma soprattutto attribuendo al suono quelle caratteristiche che faranno sì, una volta uscito con somma fluidità, di acquisire NELL'AMBIENTE tutta la sonorità, la pienezza, la espansività, la velocità di cui è capace. Solo un suono realmente privo di resistenze interne può generare una simile proprietà, e il modo "migliore" per IMPEDIRE questo obiettivo è quello di pensare che le cavità interne possano avere un ruolo attivo nella "quantificazione" sonora, perché in questo modo non faremmo che renderle "complici" della produzione, mentre la qualificazione è quel processo passivo e neutrale per cui le cavità mobili possono assumere tutte le posizioni necessarie senza la minima interferenza sul suono base (che, cioè, rimarrà con una medesima intensità, pienezza, ecc.). Potremo dire che come le scatole cinesi noi abbiamo una scatola piccolissima da cui nasce il tutto, la laringe, una scatola un po' più grossa unita ad un'altra simile che formano una scatola piuttosto grande (oro-faringea) contrapposta ad altra di ancor maggiori proporzioni (torace), ma alla fine una scatola gigantesca che è l'acustica esterna all'uomo. L'acustica esterna non è indifferente, cioè non compie lo stesso lavoro con un suono o con un altro, ma è sensibile alle caratteristiche di questo, per cui un suono tendenzialmente "fermo" (come quello emesso da una vocalità spinta, chiusa, forzata, ecc.) avrà una diffusione modesta, mentre più è fluido, scorrevole, libero, aperto, chiaro, luminoso, più lo aiuterà e lo diffonderà armoniosamente. Potremo dire che l'acustica può partecipare con gioia o con tristezza all'emissione musicale. In genere nei nostri teatri si sentono più funerali che battesimi, ahinoi...

Le sostanze dell'arte in progress

Come ci insegnano anche le teorie filosofiche più antiche e più semplici, l'ascesa verso la spiritualità e dunque verso i livelli più elevati della conoscenza passano attraverso il raffinamento delle sostanze con cui abbiamo a che fare. Nel canto la cosa è anche più evidente e chiara che in altre discipline. La prima fase, quella che si definisce materiale (o terra), è per l'appunto quella fase in cui l'individuo deve vedersela con gli elementi più solidi e tenaci, quindi è la fase "muscolare", il periodo in cui si cerca di slegare il canto dai legami con il fisico. Purtroppo per certi versi potrei già fermarmi qui, se pensiamo che la quasi totalità dei cantanti e delle scuole di canto odierne non sono uscite da questa fase!! Non solo, ma un enorme, gigantesco, numero di queste non vuole uscire da questa situazione, che ritiene l'unica possibile e valida! Una situazione triste, se poi pensiamo che l'arte ha una valenza di elevazione per tutta l'umanità, e dunque come si può pensare che l'umanità si elevi se chi dovrebbe elevarla continua a sguazzare nel fango? La seconda fase è quella "liquida" (acqua), in cui gli elementi solidi fluidificano e permettono un passaggio più facile e scorrevole. Arrivare a questo punto, che dovrebbe essere perlomeno il livello minimo del mondo del canto, è invece già da considerare un'apoteosi! Il terzo stadio, quello aereo (aria), è - o dovrebbe essere - il più proprio e naturale sbocco. Gli elementi scorrono e si diffondono con grande facilità e non incontrano ostacoli o li superano senza problemi. I migliori momenti di Schipa possiamo identificarli in questo mondo. Esiste ancora un elemento, quello della luce (o fuoco), dove non abbiamo nemmeno più le particelle molecolari, ma è diffusione totale e totale mancanza di attrito, non solo, ma anche energia, luce, calore. Questo dovrebbe essere l'obiettivo di chiunque si accinge a intraprendere lo studio di un'arte con convinzione, volontà, passione, intima partecipazione. Quale può essere l'utilità di questo post, al di là dei soliti consigli sull'orientamento verso insegnanti e sull'atteggiamento da tenere nei riguardi dello studio? Beh, credo che in fondo non sia così difficile da intuire: al di là del tipo di esercizi e di canto che si praticano, il cercare di "fluidificare", di rendere sempre meno materiale, terreno, l'approccio vocale, sia di per sé già un consiglio semplice ed efficace, e ricordare che ciò che lo rende possibile è il nostro fiato, dunque sciogliere nodi e legacci che ci legano alla terra, per cercare di volare alti nel cielo dell'arte. Non è retorica, non sono utopie e non sono sogni. Credere e provare.

venerdì, gennaio 04, 2013

Dove, come, quando...

Una riflessione: le scuole tecniche agiscono quasi in modalità "misteriosa", ponendosi peraltro obiettivi quanto mai pratici, terreni; la scuola artistica, ponendo obiettivi incredibilmente ambiziosi ed elevati, perfezione, nuovo senso, ecc., si muove in una modalità che più semplice, chiara e tangibile non si può. Una sorta, dunque, di incrocio. Cosa intendo, quando parlo di modalità "misteriose"? Eh, purtroppo qui dobbiamo fare cenno al deplorevole "patto scellerato": poco so io, poco sanno gli altri, facciamo finta che tutto va bene e rimaniamo contenti entrambi. L'insegnante fondamentalmente ignorante cosa fa? insegna delle tecniche di cui egli non sa quasi niente in termini di "a cosa serve; perché si adotta; che cosa comporta, che conseguenze può sviluppare, ecc." Lui ha imparato così e ripete pedestremente quegli esercizi, con un livello di coscienza bassissimo. Siccome l'allievo nulla può sapere, è ovvio che non può giudicare e si affida, senza poter sapere in che mani è. Ciò che gli può valere, è la fortuna! In molti casi anche l'intelligenza. Fortuna di avere buone doti e buon fisico; fortuna di incontrare un insegnante non troppo aggressivo, non troppo arrogante, buon musicista; intelligenza di sapersi fermare quando sente qualcosa che non va; intelligenza di non voler fare ciò che non può e in tempi insufficienti, intelligenza di saper fare domande giuste. Simili allievi posso fare un maestro celebre, anche se del tutto indegno. Siccome siamo nell'era della cultura e dell'informazione, è capitato e capita sempre più che l'insegnante voglia acquisire una conoscenza che gli permetta di non far la figura dell'ignorante, per cui parla di laringe, parla di cricoide e dei cento e più muscoletti, tendini, cartilagini e quant'altro costituisce l'apparato respiratorio-vocale; addirittura questo ha spalancato le porte agli stessi foniatri o a docenti con formazioni anatomico-fisiologiche da manuale. Questo è utilissimo sul piano della pubblicità e delle garanzie abilitanti; la maggior parte degli allievi credo si affidi con maggiore sicurezza a qualcuno che fa bella mostra di una laurea o comunque "pezzo di carta" che testimoni il possesso di documentati studi rispetto a chi si dichiara "empirico" o che comunque segue strade non scientifiche e non avvalorate da pubblicazioni e istituzioni pubbliche o comunque di rilevante visibilità. Però questo non ha alcun peso storico. Per secoli i grandi cantanti si sono formati presso maestri esclusivamente empirici! Pochi e di scarso rilievo i riferimenti anatomici e fisiologici per molti anni; si è sempre puntato sull'udito, sulle intuizioni e sulla coscienza. La Storia mostra che appena si è cominciato a entrare nei dettagli fisici, il canto ha iniziato a decadere. Più si è approfondito, più la qualità è scesa. Ovviamente non sto affermando che occorre riportare, o che sia meglio, la disinformazione, l'ignoranza, l'oscurantismo, semmai il contrario! però dobbiamo saggiare il rapporto tra informazione e realizzazione pratica, tra conoscenza, scienza e coscienza. Cominciamo da una osservazione pratica. Oggi chi va in una delle tante scuole di canto esistenti in maggior numero, andrà incontro a un modello di insegnamento che lo porterà a CHIUDERE, a involvere. Con "chiudere" intendo qualsiasi cosa che sia opposta a chiaro, aperto, generoso, avanti, fluido, per cui azioni di scurimento, di trattenimento, di fatica. L'allievo è generalmente portato a complicare, a sommare pensieri e azioni, a dividere il proprio operato: tecnica respiratoria (inspira con il naso - butta l'aria più in basso che puoi - butta fuori la pancia, ....), posizione del suono (metti o butta il suono verso i denti, oppure verso il naso o verso la fronte...), azioni tecniche (alza il velopendolo, apri la gola, abbassa la laringe, abbassa la lingua...). E' abbastanza intuitivo e evidente che voler sommare non meno di tre pensieri per emettere una vocale (perché di questo di solito si tratta, puntando la maggior parte delle scuole solo su vocalizzi) è una complicazione che non potrà mai portare a risultati realmente efficaci e piacevoli, sarà sempre un "lavoro" piuttosto ingrato che renderà la voce distaccata dalla musica cioè dal vero canto. Ciò su cui però punto specificamente il dito è propriamente il processo di chiusura, cioè il fatto che già dai primi rudimenti che l'insegnante impartisce, iniziano a costituirsi dei "nodi" (il M° Antonietti, riferendosi a cantanti particolarmente inguaiati, li definiva "tutto un nodo"), e questi nodi si accumulano e si diffondono, e diventa sempre più difficile poterli sciogliere. Ciò che caratterizza l'allievo in fase di progressione, indipendemente dalle capacità sviluppate in termini di gradevolezza, sonorità, estensione/tessitura, deve essere la apertura, la capacità di esprimere le parole con pochi o nessun ostacolo. In genere questo è facile o comunque più probabile con allievi "vergini", che cioè non si siano già creati un mondo di complicazioni mentali (autonomamente o per induzione didattica), mentre chi si è fatto una idea propria del canto lirico, cercando di assomigliare o imitare qualche grande - o presunto tale - cantante, si sarà già precostituito dei "nodi" che saranno mentali ma anche corporei (aiutato in questo dall'istinto che trova giovamento negli ostacoli che limitano l'ampiezza respiratoria, che è anche un peso). Dunque l'orientamento che vogliamo dare a chi studia canto o, soprattutto, a chi intende studiare canto, è quello di cercare sempre insegnanti che SEMPLIFICHINO, che non indichino strade di chiusura, di affondamento, di scurimento fine a sé stesso, di rivolto verso l'interno o che renda difficile lo scorrimento verso l'esterno. Indicare con semplicità, con azioni uniche, non sommate, che permettano la concentrazione su UNA COSA da fare, una cosa che non contrasti con l'idea del "lasciare" che il suono espanda verso l'esterno, col permettere di rendere perfettamente comprensibile, vero, sincero il fonema che si va a esprimere. Lo sviluppo è una azione progressiva che richiede il tempo che richiede, che non si può abbreviare pena l'arresto o l'allungamento stesso dei tempi. Ma lo sviluppo vuol dire anche scoprire, riconoscere. Quando l'allievo scopre la semplicità, la sonorità piena e libera, la mancanza di partecipazione muscolare attiva, scoprirà anche  - e all'inizio non sarà una bella scoperta - la perdita del controllo fisico sul suono. Questa cosa è talmente giusta e "naturale", che sembra pazzesco e inconcepibile che invece siano tutti meravigliati del contrario!! Cioè esiste una sorta di blocco mentale o idea preconcetta per cui mentre il parlare è fluido e a-fisico, il canto, secondo questo preconcetto, no, dovrebbe passare per forti e necessari controlli fisici. La perdita di questi controlli genera una sorta di choc per cui l'allievo crede di aver perso la voce o comunque si pone il dubbio di fare una voce "stupida", non lirica, non potente, priva di qualità e caratteristiche importanti. Questa monumentale sciocchezza è sostanzialmente l'idolo da tirar giù, il mito da abbattere, ma non solo non è facile, ma genera o può generare dubbi e incertezze tali da mandare in crisi un allievo che può anche ripensare alle proprie scelte e provare altre scuole. Naturalmente quest'ultima non è una scelta da ritenersi sbagliata o avventata. Il dubbio è legittimo, e provare altre strade sempre corretto; ovviamente non si può e non si deve vivere nel dubbio, non si può e non si deve fare del dubbio un sistema, per cui si deve provare per cancellare i dubbi: se la nuova strada convince si sceglierà quella, se ci si accorge che è sbagliata si deve tornare con rinnovata convizione alla strada vecchia. In questa scelta si è e si deve essere soli con la propria coscienza: rivolgersi agli altri può significare mettersi nelle mani di soggetti egoici, lontani dall'arte e dal disinteresse. La scelta di chi intraprende una strada realmente artistica, di passione profonda e sincera, deve essere di carattere umano, spirituale, storico; se antepone problemi di immagine, di affermazione narcisistica, di successo carrieristico anche immeritato (dove il soggetto riesce a nascondere negli angoli bui della propria coscienza la consapevolezza di non essere all'altezza, dei trucchi, degli inganni, dei sotterfugi adottati per riuscire...), è inutile che cerchi una scuola artistica o che cerchi di confondere le acque su cosa sia l'Arte: non è roba per lui.

martedì, gennaio 01, 2013

Buon Anno (o Era...)

Non c'è tecnica, non c'è modo, metodo o sistema per arrivare al grande canto. Il grandissimo e vero maestro (tra i quali purtroppo non mi posso ancora annoverare), è colui che riesce a far superare all'allievo la barriera del proprio involucro fisico e far sprigionare quel canto che vi è racchiuso. Non c'è molto altro da dire. E' già lì che aspetta solo di essere liberato, ma la scorza da trapelare è dura, ma non è solo fatta di carne, ossa, cartilagini e tendini, anzi quella forse è la cosa meno difficile, ma è quella patina che tiene avvolti (e forse la paura è che se la togliamo andiamo in pezzi!) fatta di timori, di false certezze o certe ipocrisie, di giudizi e pregiudizi, di possesso, di falsi amori e falsi altruismi... E' una rete fitta e anche dolorosa, la paura del futuro, dell'insuccesso, della non accettazione (ma da chi?...), della frustrazione sociale e dell'isolamento. Sono paure basate sul niente, su immagini mentali e, mi scuso se batto ancora su quel tasto, su istinti che non ci appartengono, o meglio che appartengono a un ego superficiale che ci impedisce di appartenere alla nostra vera "razza", quella umana (detto qui in senso nobile e positivo), potendo finalmente prendere coscienza che ciò che ci può dare gioia, serenità, piacere, felicità, e permettere di stendere rapporti piacevoli, affettuosi, amorosi, colloquiali, altruistici, deve superare la corporeità, la fisicità, e il canto e la musica possiedono questa virtù, sono chiavi che possono aprire il nostro "sarcofago". Nessuno vuol farlo spontaneamente, o molto pochi, perché temono di aprire il vaso di Pandora, ed è ciò che succede già in un canto semplice: si ha timore che con la voce vengano fuori i nostri segreti, la nostra intimità, i nostri "scheletri". La virtù di un artista in pectore, deve essere quella di non lasciarsi condizionare dai propri sensi di colpa, dai giudizi altrui (anche quelli belli!) e dai pregiudizi propri (e altrui). Si sentirà allora come nascere una nuova rete, che non ci lega più come salami, ma, al contrario, ci unisce agli altri, ci permette di capire gli altri, di aiutare e di essere aiutati, di essere capiti, di non nascondersi, di non fingere, non mentire, non scusarsi. Questa è la musica e questo sarà il canto per chi ci vuole provare. Non è necessario l'highlander, l'immortalità, e non ci vogliono poteri speciali. O forse sì, se decliniamo: pazienza, umiltà, perseveranza, voglia di analizzare, di aprirsi, di superare tutti quegli ostacoli psicologici e nevrotici che ci attanagliano. Il pensiero della libertà dovrebbe sempre essere quello che ci guida e conforta, e invece l'umanità sembra sempre più tentata di seguire le lusinghe di un modello di vita sicuro nella prigionia politica, religiosa, consumistica, economica, sociale, affettiva, dove non c'è alcuna certezza ma tante promesse. Se la ragnatela di questa meschina macchina si sfilaccia, cosa resterà per consolare, quando non si è voluta filare alcuna altra rete? E' ora che chi può, chi sente la pressione del proprio spirito creativo, intuitivo, fantastico premere, cessi gli indugi e si lasci guidare dalla propria passione, dal divino che è dentro di lui, dentro a tutti. Buon canto, buon anno di rinascita e di coraggio.