In musica si definiscono "altezze" le differenti frequenze che caratterizzano le frasi musicali o gli accordi. Per un brutto gioco del destino, i cantanti hanno a che fare con le note e quindi con le "altezze", cioè con le frequenze. Che rapporto c'è o ci può essere tra le altezze musicali e quelle reali? Cioè, un Mi5 sarà più alto in termini verticali rispetto a un Sol 4? Ovvero ancora, potrei misurare, seppur grossolanamente, la posizione della prima nota rispetto alla seconda? Purtroppo è una credenza comune che questo avvenga, per similitudine con alcuni strumenti, anche se, a dir la verità, negli strumenti è più frequente che l'altezza si realizzi nella orizztontalità. Nel pianoforte, ad es. le note acute vanno verso destra e viceversa; sul violino salgono verso il mento del violinista e così via per altri strumenti. Negli ottoni la questione è diversa perché la formulazione delle altezze si basa sugli armonici.
Nella voce, le note si formano mediante una determinata tensione delle c.v. e una adeguata alimentazione respiratoria, il tutto supportato da impulsi nervosi. All'aumentare o al decrescere delle frequenze non si va né verso l'alto né verso il basso! Su numerosi libri, anche già datati, ci sono delle pessime immagini che disegnano le varie note di un'estensione vocale e il riferimento a precise zone del cranio, facendo credere che quelle note andrebbero fatte, o sentite in quelle aree. Questo è un errore, e quindi un'induzione, molto negativa, perché pensare di andar dietro l'altezza delle note, in realtà genera seri difetti, a cominciare dal sollevamento della base del fiato.
L'idea di seguire in altezza l'altezza delle note è una giustificata idea psicologica, che però i buoni insegnanti dovrebbero evitare di percorrere, semplicemente considerando come è fatto il nostro strumento.
C'è però un altro funzionamento che ci porta a seguire questa induzione e quindi a commettere errori, ed è la pressione respiratoria. Uscendo dalla zona del parlato, all'interno del quale il fiato non modifica sensibilmente la propria pressione, si entra nella zona di falsetto-testa che, come ho ampiamente spiegato, è la zona della voce "primitiva" e quindi "animale", che può essere confusa dall'istinto per sostenere uno sforzo. Qui la pressione cresce considerevolmente anche solo nello spazio di poche note. In effetti consideriamo che la zona del falsetto-testa, a parte i soprani di coloratura, copre grossomodo poco più di una quinta. Pensate a un tenore classico, che deve gestire come zona acuta lo spazio da Fa3 a Si3 o al max Do4, quindi, appunto, una quinta. Eppure queste note, specie le ultime due-tre, costituiscono il terrore per questi cantanti.
Quindi? Niente di che: occorre NON alzare niente. La voce è davanti alla bocca (quindi esterna) e non ci si deve lasciare indurre a far salire alcuna "posizione". La soluzione ottimale, però, non è solo questa. E' fondamentale che venga pronunciata inoppugnabilmente la vocale o la sillaba, senza alcuna distorsione. Deve essere una vera "manìa" la perfetta pronuncia PARLATA VERA. Quindi non attaccata internamente, ma lasciata fluire sul fiato o nel fiato, PIANO, anche PIANISSIMO. Meglio ancora prendendo a modello un falsettino leggerissimo. Per molto tempo sarà difficile, perché l'istinto e la condizione naturale del cosiddetto registro acuto, creeranno una opposizione non indifferente. Piano piano, seguendo attentamente quanto esposto, si comincerà a formare una nuova voce acuta in "corda unica", cioè senza alcun passaggio .
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