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sabato, agosto 30, 2014

Il trattato - 10

L'Arte del bel canto non investe o non coinvolge solamente l'esecutore perfetto, che, in natura, non esiste mai, come non esiste mai l'alimentatore perfetto (respirazione), che è poi quello, in definitiva, più difficile da "domare". L'Arte vuole un coordinamento perfetto di tutto ciò che concorre allo scopo, e questo coordinamento comprende: apparato vocale, apparato respiratorio, apparato psichico, apparato fisico in tutta la sua accezione. In parole povere, per ottenere il vero Bel Canto, noi dobbiamo avere, nella stessa persona, tre condizioni artistiche, e cioè: perfetto strumento, perfetta alimentazione, perfetto esecutore. 
Concetto più volte esposto nel blog; se strumento e alimentazione sono già potenzialmente in sincronia, l'aspetto esecutivo-musicale è un capitolo a parte, che però andrebbe sviluppato contemporaneamente, ma non sempre e non tutti gli insegnanti sono in grado, ecco perché, almeno da un certo momento in avanti, occorrerebbe valutare l'ipotesi di essere seguiti da due insegnanti, uno per la parte strettamente vocale e uno per quella musicale, a meno che non ci si trovi nella condizione di avere un insegnante valido in entrambi i campi (poi c'è da vedere anche l'aspetto scenico).
La palestra dell'Arte, specialmente quella vocale, è una palestra dura perché il risultato si conquista pagando sempre in proprio. Nessuno può pagare per noi, anche se siamo dei privilegiati dalla natura, sia come disposizione, sia come incontri didattici, sia come condizione esistenziale di un tempo in cui è in un auge l'arte che ci è più congeniale.
Questi periodi credo non abbisognino di commenti, li separo solo perché in questo modo chi legge può soffermarsi e soppesare più approfonditamento il contenuto.
 Il risultato cui si va incontro, è bene ripeterlo, è sconosciuto, perché va sempre oltre i nostri limiti conoscitivi contingenti, in quanto la nostra conoscenza ci consente solamente di aspirare ad un progresso tecnico già intuito per esperienze acquisite.
Abbiamo sempre viva quella contrapposizione tra la nostra coscienza vigile e contingente, cioè legata ai bisogni esistenziali, e quella occulta e "profonda" che fa fatica ad emergere e a manifestarsi e soprattutto a portarsi a livello cosciente, proprio perché ostacolata dalla nostra condizione umana-animale.
Quando vi sono le condizioni di accesso all'Arte, la nostra condizione esistenziale viene sottoposta ad una vera e propria coercizione, ed è ovvio che l'insofferenza alle disciplina assuma aspetti di intolleranza che non sono immaginabili. Per questi motivi l'Arte sarà sempre una condizione rarissima, perché sottopone il fisico a una prova talmente dura che solo pochissimi, che noi abbiamo classificato "eletti", possono conquistare.
Quella che segue è una delle metafore più belle del trattato, l'avevo già riportata sul blog, ma ripeterla non può che giovare a chi legge.
La voce deve uscire dalle labbra come se fosse il ballo classico in stato di grazia, cioè leggero, aereo, come se fosse a cavallo di una nuvola. La voce deve sprigionarsi e apparire senza peso, morbida, pulita e deve strappare l'anima all'uditorio e fondersi con esso. Deve essere vibrante all'unisono con l'aria dell'ambiente o del teatro e deve penetrare in ogni anfratto, in ogni angolo, limpido e comprensibile. Deve volare senza fatica alcuna e conquistare il pubblico, avvolgendolo; sconcertarlo e rapirlo, cioè portarlo via nel sublime, superando ogni e qualsiasi difficoltà. Deve cioè rendere partecipe tutto e tutti, come se il canto fosse prodotto da un flusso mentale che conquista e sovrasta ogni attimo. La voce deve uscire a ventaglio largo e verticale, come se fosse emessa in un sogno, cioè come un soffio divino, e deve portare nel sogno tutto ciò che la circonda. La voce deve staccarsi dall'umano ed entrare nel trascendente, cioè nell'impossibile (che è possibile), come se cantasse un angelo.
Ogni fibra dell'esecutore deve sprigionarsi nell'estasi e cancellare ogni e qualsiasi gradualità tecnica, ogni e qualsiasi traccia di fatica. La voce deve diventare pensiero puro e, come tale, deve corrispondere all'interpretazione e alla espressione del volto, del sentimento, e deve strappare letteralmente l'uditorio dalle poltrone: coinvolgerlo, conquistarlo, dominarlo. Solo così incontreremo l'Arte, solo così si manifesta l'Arte, solo così l'Arte può essere intesa tale.

domenica, agosto 24, 2014

Il capitale

Oggi ho seguito, purtroppo solo in parte, un documentario sul grande editore Valentino Bompiani. Mentre raccontavano le vicende sue e della sua casa editrice, veniva quasi spontaneo chiedersi: caspita, ma questi autori pubblicati, queste opere gigantesche, quasi velleitarie, chi le comprava? Stavo cadendo anch'io nel grande inganno. Me lo ha rivelato, poco dopo, una frase. Bompiani a un certo punto vende la casa e si ritira, e dice: "oggi sento i redattori che invece di parlare dei romanzi parlano di tiratura". E' stato un lampo! E già, di cosa dovrebbe parlare, di cosa dovrebbe interessarsi e su cosa dovrebbe puntare un editore? Della qualità di ciò che pubblica o di quanta "roba" pubblicherà? E poco dopo ecco un'altra frase che esplicita il concetto: "ci sono case editrice prossime al fallimento, che vengono acquistate per miliardi! Cos'è che vale miliardi? Il capitale". E cos'è il capitale, aggiungo io? Le macchine, gli edifici? i libri in magazzino? No, è la qualità di ciò che è stato selezionato e scelto, è il criterio, l'altissimo criterio che ha consentito a un editore di diventare un artista dell'editoria, che non sceglieva la carta, l'impaginazione, il formato, la rilegature, un titolo, una formattazione, ecc. ecc. in base a "leggi di mercato", alle fluttuazioni dei costi, al marketing, alle statistiche, ecc. ma a ciò che va fatto, perché tutto ciò che è un libro deve essere teso a valorizzare quell'opera di ingegno. E quel capitale non ha un tempo fisico di decadimento, mentre ce l'hanno tutti i prodotti effimeri, legati alle mode, agli impulsi contingenti di un momento.
Qual è il capitale di un musicista e di un cantante? Una montagna di dischi incisi? Tante locandine raccolte? Tanti articoli? Può anche darsi, ma in quale tempo? Un artista è colui che ha e avrà sempre qualcosa da insegnarci, che non si abbandona agli umori del pubblico, ma, al contrario, cerca, senza presunzione, ma con l'esempio e il lavoro, di educarlo, di informarlo e di aiutarlo a crescere e a sviluppare il bello e il buono che c'è in sé, il giusto e il sensato. Il capitale è rappresentato non solo e non tanto dalla nostra capacità tecnica, dalle cose imparate e studiate, dall'abilità e dalla fenomenalità, ma dalle scelte, dai criteri, dai dettagli non trascurati perché tutto concorre a purificare ed esaltare quel punto, quell'attimo di verità che vogliamo tendere a condividere e propagare per la felicità di tutti.
Ma non tutti sono interessati alla felicità.

venerdì, agosto 22, 2014

Nutrire le parole

Durante una lezione ho fatto la constatazione di un difetto che se può essere particolarmente evidente in un soggetto, ciò non toglie che è purtroppo invece molto diffuso. Durante lo studio di un brano, anche una canzonetta, risultava evidente che l'allievo e la sua pronuncia erano come due entità separate. L'allievo non aveva alcuna considerazione di ciò che cantava, sembrava quasi annoiato o disinteressato al valore intrinseco del testo. Allora ne sono discese alcune considerazioni. Quanto un allievo "stima" il proprio parlato? Di solito poco, perché lo ritiene poco interessante, poco apprezzabile. Questo è un gravissimo errore, perché è come disistimare sé stessi. In questa condizione, involontariamente, il soggetto è come se chiudesse in un angolo o in un ripostiglio buio il proprio parlato, lo allontanasse da sé quasi vergognandosene, e non volendo sentirlo. Da qui ne discendono errori a cascata. Allora la condizione giusta da ristabilire è: il tuo parlato potrà anche non avere grandi qualità, ma è una condizione precedente alla disciplina; adesso inizia la fase in cui esso migliorerà, ed è l'unica possibile condizione affinché migliori il tuo canto, perché il canto non è "un'altra cosa", non può migliorare separatemente, perché il canto non potrà mai comunque superare le caratteristiche del parlato, quindi se migliora questo sarà meraviglioso poi scoprire quanto vero e significativo diventerà il tuo canto, ma il viceversa non può avvenire. Potrai fare dei SUONI belli, ma senz'anima, senza alcun reale coinvolgimento del te più profondo e vivo. Pertanto quando trascuri le parole, è come se abbandonassi un animale che ti appartiene, esso si ammala e deperisce, e analogamente le parole diventano sterili, vuote, e abbandonate calano, stonano e diventano noiose e petulanti cantilene. Quindi, come all'animale cui vuoi bene, NUTRI le parole, inietta in loro entusiasmo, passione, amore, eccitazione, anima, energia, vita, azione. In questo modo, senza tanti pensieri vani, come per magia, le frasi, i ritornelli, le strofe, prenderanno finalmente vita e la musica tornerà a sgorgare dove la fonte era disseccata. Ci sono brani musicali meravigliosi, come "vaga luna" di Bellini, che se cantata in modo amorfo diventa una tortura per chi ascolta. Ma metteteci un po' di contesto, un po' di coinvolgimento, fate palpitare il vostro cuore nel pronunciare quelle semplici parole alla luna, e sentirete la verità di Bellini, senza scomodare filologi ed esperti.

mercoledì, agosto 20, 2014

Il trattato - 9

Un cantante dalla voce ben educata ha e deve avere una dizione chiara, limpida, perfetta. E' inesatto affermare che per esigenze di testi, quelli lirici in particolare, le parole passano in secondo piano. Ciò che sembra impossibile è, invece, possibile; ma è indispensabile che vi siano le condizioni per accedervi; diversamente sarà un campo degenere, aperto a tutte le conseguenze. L'incomprensibilità delle parole equivale ad un difetto, e dove c'è difetto c'è tecnica e non Arte. Cantare bene significa operare con apparente facilità laddove per tutti gli altri è impossibile. Il bel canto, quello vero, sensibilizza l'udito, che purtroppo viene desensibilizzato dalla degenerazione, quando questa prevale.
 Il passo mi pare molto chiaro; l'unico punto su cui intervengo è "c'è tecnica e non Arte", dove con tecnica i intende una serie di espedienti per aggirare l'ostacolo, che è la dizione. Molti pensano, anche seriamente, che non dire le parole sia un cammino corretto e sensato per apprendere l'arte del canto, perché questa è la favoletta che molti raccontano, fino a farla diventare realistica, ma invito tutti coloro che vogliono intendere seriamente il canto a riflettere se questa strada sia veramente corretta e sensata!
Vi sono periodi più o meno degenerativi che preludono a lunghissimi
periodi di decadenza, perché il ciclo di risalita è sempre, in ogni caso, di diverse generazioni.
Il m° riteneva che in ogni arte ci sono periodi di esaltazione, come furono la Grecia e il Rinascimento,  e altri di decadimento, durante il quale ci troviamo. Attendiamo impazienti che inizi la risalita.

L'Arte non è presunzione, ma sicurezza, cioè una condizione che non è espressione fantastica o contingente, ma riconoscimento della infallibilità dell'atto che la determina.
Questa è una delle tante frasi che dai più non viene accettata o accolta seriamente, ma come sempre io invito a non giudicare, ma proseguire nella lettura per farsi un'opinione complessiva.  

L'impostazione della voce si è sviluppata, nel suo tempo più proprio, sugli insegnanti e sulla ricerca, molto faticosa dei singoli.
Difficilmente un cantante che, per ovvie ragioni, inizia o conta di iniziare la propria carriera il prima possibile, può inseguire uno studio certosino e una ricerca approfondita che porti alla perfezione, per cui è giocoforza che a questi risultati giunga invece il maestro, cioè un cantante che per ragioni varie, a cominciare proprio dallo spirito di ricerca molto sviluppato, non ha percorso carriera di artista teatrale, ma si è dedicato anima e corpo non solo all'insegnamento ma a un insegnamento artistico, cioè ha disciplinato un'arte didattica del canto e cerca di portare a quel risultato, in tempi accettabili, i propri allievi.
 
Chi ha la fortuna di avere un buon insegnante risparmia una enormità di tempo rispetto a chi, per ragioni varie, non ha avuto questa possibilità, ammesso che abbia in sé la possibilità o la potenzialità di diventare un virtuoso. E' vero che il grande "bel canto" non è nato con i maestri, ma è anche vero che il dono di ricerca e di risultato è così raro che bisogna considerarlo un privilegio talmente eccezionale, che consigliamo di escluderlo, ma di escluderlo veramente, affinché ognuno non si ritenga un privilegiato o una eccezione, perché la tendenza a credersi tale è deleteria (e non poco) e più diffusa di quanto si possa immaginare. Non è una macchia o una riga che fa il virtuoso pittore, ma la sublimazione dell'atto che determina l'opera d'Arte. 
Troppe gradualità tecniche si definiscono Arte, ma ciò non può che creare un campo fecondo per le mistificazioni, che purtroppo sono di ogni tempo e di tutti i giorni.

Qualsiasi soggetto che si sottopone alla disciplina per accedere al Bel canto, crede e ritiene possibile, specialmente se ricco di disposizione, che raggiungerà quel traguardo che, ahimè, è sconosciuto sempre ai non artisti, perché l'Arte, quella da noi intesa, è inconoscibile e ingiudicabile, se non da chi la possiede. Chi fa mille "centri" con la mente, e li fa anche con l'arma che gli è più congeniale, sa che non si tratta di fenome-nalità, ma di conquista sensoria subordinata ad una disciplina che indirizza, o può indirizzare, verso l'infallibilità. 
I concetti di inconoscibile e ingiudicabile sono fondamentali, ma sono proprio i più difficili da accettare. Ogni persona appena un po' inoltrata nel campo del canto pensa di poter riconoscere e distinguere suoni vocali buoni da meno buoni e di poterli giudicare nonché dare consigli su come migliorarli o proprio farli correttamente. Il più delle volte provengono da persone che manco sanno cantare...

L'Arte non è trascendenza, l'Arte è conoscenza, anche se si manifesta eccezionalità. L'atto artistico significa privilegio di piena coscienza mentale, il perfetto, quindi, non necessita di esercizio per mantenersi tale, cosa che avviene invece regolarmente e indispensabilmente ogni qualvolta esiste un qualsiasi livello tecnico. 
Altro concetto difficilissimo. Come mai è possibile raggiungere un livello tale per cui non è più necessario l'allenamento? Si ritiene, analogamente allo sport, che qualunque condizione che superi la normalità necessiti sempre di allenamento e riscaldamento. Ciò non è del tutto vero, specie nel canto e nelle arti, perché è possibile far diventare questa disciplina come un nuovo istinto, un senso, per essere precisi, che contenga il canto stesso, lo consideri una attività necessaria e utile a quel soggetto, e quindi, come ogni senso, non lo osteggi ma permetta il suo mantenimento.

sabato, agosto 16, 2014

Il trattato - 8

E' difficile a volte impossibile sgombrare la mente da pregiudizi e dalle false convinzioni; anche se ciò ovviamente, per ben cantare, è indispensabile. ogni voce è particolare e soggettiva e non può essere confrontata con altre voci. I confronti sono sempre controproducenti e inopportuni.
Qui si concentrano molti luoghi comuni che rendono difficile l'instaurarsi di buone scuole di canto, mentre allievi anche dotati di buone risorse, entusiasmo e volontà vanno alle "grandi" masterclass e alle scuole di assoluti ignoranti, pasticcioni, disonesti. Bisogna anche riconoscere che internet, che di fatto rende possibile questa comunicazione, e che quindi potrei definire positiva, agisce anche come diffusore di false informazioni, pubblicità di pessimi insegnanti, propolatore di pregiudizi e creatore di contrapposizioni negative tra persone. Se oggi come oggi la maggior parte delle scuole si basa su alcuni luoghi comuni, come il vocalizzo a bocca chiusa, l'azione diretta su parti interne, la diffusione di terminologie discutibili, come "maschera", "giro della voce", ecc., coloro che si avvicinano al canto o che vogliono approfondire come potranno accogliere con fiducia chi asserisce il contrario? E' molto difficile, occorrerebbe sempre la lezione diretta, ma qui subentrano la pigrizia, il non più acceso desiderio di votarsi anima e corpo al canto, perché i tempi son cambiati da quelli di Caruso, quando o facevi quello... o facevi quello! e quindi oggi si accetta, se pur contrariati, anche il "meno peggio".
La questione del confronto è anche da puntualizzare. E' sbagliato quando volto a determinare graduatorie e aspetti esteriori, può essere invitante quando punta a far emergere le qualità musicali, stilistiche, espressive. Questa però è più un'analisi che un confronto, e comunque tendenzialmente prevale sempre l'ammirazione estetica (... - "questo cantante fa tutto forte"; - "sì, però senti che canna"; - "non si capisce niente di quello che dice" - " sì, ma senti che suoni belli"; ecc.)

E' sempre necessario conoscere la struttura dello strumento vocale umano. Noi consigliamo lo studio dell'anatomia e della fisiologia degli apparati fono-respiratori, anche se, come si può intravvedere nel nostro scritto, l'Arte si ottiene con quel metodo empirico che disciplina lo scopo. Tuttavia, poiché una piena cognizione di causa è subordinata a tutte quelle complementarietà che le sono proprie, per noi, l'arte del "bel canto" necessita di un esecutore che sia quanto più colto possibile, perché ogni lacuna di cultura comporta conseguenze relative ad una conoscenza carente nell'insieme di un'opera che vuole l'artista veramente completo.
Quindi: conocere anatomia e fisiologia, sì, applicarlo all'apprendimento, no, perché l'arte travalica quelle informazioni e per raggiungere lo scopo necessita una disciplina pratica che sviluppi coscienza. Si può dire che l'erudizione teorica è complementare alla disciplina fisica, e quindi utile, se pur non indispensabile.
Con le strutture che noi oggi conosciamo, l'Arte si presenta come un surrogato che intossica chiunque tenta di entrare nel suo regno.
Come volevasi dimostrare! Andare a teatro e sentire alcuni cantanti decisamente scadenti, musicisti sciatti (anche se formalmente e apparentemente inappuntabili), informazioni sui giornali e su libri, riviste, forum e blog, decisamente errate o fortemente discutibili ma sostenute come verità, crea delle barriere pesanti a chi vuole o vorrebbe fare arte con tenacia ma umile determinazione. Purtroppo dalla politica in giù questo è il mondo nel quale ci troviamo, e che non dobbiamo rassegnarci a subire, ma combattere con la volontà di conquistare una cosciente libertà.

martedì, agosto 12, 2014

Informazione

Per chi fosse interessato alla storia dei teatri e alle vicende storiche dei cantanti, avviso che è disponibile sul sito www.artedelcanto.net nel menu risorse, una pagina che permette di effettuare ricerche relative ai teatri di Asti, dal 1736 ad oggi. Il database non è ancora completissimo, ma conto di farlo al più presto. Il progetto è quello di aggiungere le cronologie di altri teatri, ma è tutto da vedere!

La contrapposizione

In fondo la questione è, o sarebbe, semplice. Nell'emissione vocale si genera una contrapposizione tra il corpo fisico muscolare involontario e il nostro pensiero creativo. Noi vogliamo cantare per soddisfare un nostro piacere e una nostra esigenza creativa o ricreativa. Se lo facciamo senza porsi tanti perché e percome, cioè nella tranquillità e nella solitudine, cioè non ci sottoponiamo al giudizio altrui, questa azione può esprimersi facilmente, a meno che si stia "provando", cioè non ci si metta nelle condizioni di preparare una esibizione, nel qual caso si genera una situazione simile all'esibizione stessa e allora si diventa più critici dei critici stessi. In ogni modo se non si attiva l'attenzione al risultato, e quindi la coscienza, noi ce ne freghiamo e riusciamo a soddisfare quella esigenza del nostro spirito, che niente ha a che vedere con il nostro ego (ne parlo un'altra volta). Rammento mia nonna materna che passava ore a stirare cantando delle nenie che mi parevano orribili e lunghissime, che oggi però vorrei aver registrato, perché potrebbero far parte di un patrimonio etnomusicale, visto che mia nonna diventò sorda negli anni '20, e abitando nella campagna fiorentina, probabilmente avrà imparato da piccola dai suoi genitori o addirittura nonni, per cui saranno state piuttosto antiche e oggi forse perdute. Il canticchiare mentre si sta facendo altro, tipo montare uno scaffale, pulire casa, ecc., crea una divergenza: noi stiamo concentrandoci su un lavoro pratico che ci occupa razionalmente per poterlo fare accuratamente, ma il nostro pensiero profondo può esplicarsi liberamente "bypassando" il pensiero pratico, occupato diversamente. Non possiamo parlare di una qualità artistica, naturalmente, ma di una condizione artisticamente rilevabile, vale a dire che senza il nostro pensiero attivo, i nostri apparati si allineano, cioè restano in relazione come nel parlato, disponendosi in modo ottimale. Qui c'è il punto di contrapposizione , cioè un equilibrio tra lo spirito che può liberarsi e il corpo che, essendo diversamente attivo, non si occupa e non si sente particolarmente provocato dall'altra attività, a meno che il soggetto improvvisamente sposti la concentrazione sul canto o il canto stesso assuma un impegno che riporti l'attenzione su quello, passando in primo piano (questione di priorità). Noi non sappiamo come fare in modo che il canto possa mantenere quello stato di "distacco" e di autonomia, e soprattuto non possiamo concepire che possa originarsi senza un coinvolgimento muscolare. Non che questo non esista e non debba esistere, perché non si può arrivare a dire che il canto può diventare pensiero puro, ma certo che il fiato-suono ne è l'espressione più prossima, con il coinvolgimento muscolare più basso possibile e comunque sempre indiretto.
Partendo quindi da questa premessa, dobbiamo fare una precisazione: contrapposizione non deve significare per forza "guerra" o lotta. Abbiamo due elementi: il corpo, con le proprie funzioni, le proprie esigenze e i propri sistemi di funzionamento e di difesa, dall'altro abbiamo il pensiero, che vuole e può spaziare libero e prodursi in mille forme. A questo punto il soggetto può sentire la necessità di dare pratica attuazione a quel pensiero, e qui nasce il problema, cioè il corpo, investito dal desiderio attivo del soggetto di praticare un'attività non legata alle esigenze e alle funzioni ad esso proprie, oppone resistenze. Eccoci al punto; questa contrapposizione può essere vissuta come una guerra, più o meno cruenta, oppure si può scegliere un'altra strada. La questione fondamentale, però, non è quale strada scegliere, ma VIVERE questo punto. Se non si ha coscienza e cognizione che tutto nasce da questa situazione, non esisteranno strade da praticare, si resterà in una oscurità che non consente soluzioni coscienti, ma solo tentativi, più o meno intelligenti, più o meno efficaci, ma sempre limitati. Intuitivamente cercare di non fare una guerra col corpo e percorrere sentieri più docili e pacifici sarà senz'altro più gradevole da seguire, ma che questo porti a risultati efficaci non è scontato, anzi, nei soggetti dotati di buon fisico, percentualmente avrà molto più successo una scuola di matrice "guerriera", perché dobbiamo considerare che lo studio del canto avviene, di norma, in giovane età, quindi prevale la forza, la buona condizione fisica, la fretta, l'urgenza, la voglia di arrivare e l'entusiasmo, nonché un certo grado di combattività, tutte spinte che fanno di sicuro prevalere la contrapposizione diretta e quindi il raffronto fisico e la forza corporea. La coscienza contrapponente qui esposta, se interiorizzata e compresa nella sua essenza, genera quella disciplina che in ogni arte crea la condizione essenziale: l'asservimento del corpo al pensiero, ovvero togliere, con infinita pazienza, dalle membra interessate all'azione, il maggior grado possibile di funzione animale esistenziale o fisiologica, senza inibirla, ovviamente, consentendo quel raffinamento e quell'asservimento al desiderio profondo che è il nostro spirito vitale, anche se la stragrande maggioranza delle persone non lo "sente" e non ne ha la benché minima coscienza.

sabato, agosto 09, 2014

Il trattato - 7

Chi perde la voce intorno ai quarant'anni, che è il periodo in cui la voce dà e deve dare il meglio di sè, generalmente ha cantato sul dono di natura e su conoscenze ed esperienze precarie o, come spesso avviene, non ha avuto una buona scuola. 
Si ribadisce che se è possibile avere un particolare privilegio vocale e quindi cantare dopo solo un breve periodo di studi, se questo dono non è supportato poi da una seria e approfondita disciplina, se ne andrà quando il fisico perderà la tonicità e l'energia della giovinezza, cioè tra i quaranta e i cinquant'anni. Sono stati tantissimi i cantanti anche celebri che hanno dovuto fare i conti con questa realtà; alcuni l'hanno superata, altri no. Anche una scuola modesta può permettere di arrivare a cantare professionalmente, ma se alla base non c'è quella disciplina approfondita, difficilmente si potrà affrontare una lunga carriera.

Può accadere, come spesso accade, che anche una errata classificazione del ruolo vocale
pregiudichi l'avvenire dell'aspirante cantante. La voce ha sempre un carattere ben definito e appartiene sempre ad una classe che, se a volte dubbia, necessita di un classificatore estremamente esperto che la sappia
ben definire pena la mediocrità e altri seri guai.
Questo è un punto sul quale il m° ha insistito sempre: la classificazione. Oltre alla drammatica situazione personale (du erroneamente classificato tenore da decine di insegnanti per quasi vent'anni) anche l'esperienza diretta ha rivelato che un gran numero di problemi derivano da classificazioni dubbie o erronee. Per lui era fondamentale arrivare il prima possibile a individuare senza incertezza la classe vocale di appartenenza di ogni persona che si presentava, ma molto spesso anche dall'ascolto radiofonico o registrato lamentava l'evidenza di erronee classificazioni. Oggi anche io mi trovo spesso di fronte a persone che cantano in classi vocali decisamente improprie. Questo perché non si sa su cosa basarsi, e di solito lo si fa sul colore, in primo luogo, o sull'estensione, il che può portare fatalmente a errori grossolani.

Una voce non può appartenere mai e poi mai a due diverse classi, quindi è indispensabile che venga per tempo classificata. Sbagliare classificazione equivale a sbagliare
la ripiegatura di un paracadute! Ogni voce ha la sua giusta sede o calibro, e questa giusta sede, se opportunamente educata, rivela infallibilmente la classe di appartenenza. Un vero e grande artista dell'imposto deve saper trovare la giusta base di ogni voce e quindi il giusto calibro, sia questa voce grezza, piccola o grande o più o meno compromessa da una cattiva scuola o da un uso o abuso che si possa intendere in qualche modo come errato.
Qui il m° ci dà la soluzione, per quanto difficile da applicare, della questione. Se si è in grado di porre la voce sulla propria base, cioè togliendole i difetti più cospicui, soprattutto l'appoggio in gola, essa rivelerà le caratteristiche più importanti, compreso il punto spontaneo in cui tenderà a "passare" all'altra meccanica,  e questo darà un indizio fondamentale per capire la classe; però rivelerà anche il proprio "carattere", peso e richezza. Questo può avvenire addirittura in una sola lezione. Naturalmente non deve essere un invito alla fretta e alla superficialità (diciamo sicumera), però è vero che prima si individua la classe, prima si può iniziare una disciplina profonda e completa.

martedì, agosto 05, 2014

Voce plus

La voce umana non è semplicemente suono prodotto da apparati fisici variamente articolato. In essa vi è un'aggiunta fondamentale: la Conoscenza! Essa è una qualità dell'essere soggettivamente graduata e che diversamente si manifesta. Gran parte di questa, che possiamo definire "spirito" o "pensiero profondo" resta "occulta" ma preme per potersi liberare, frenata propriamente dal corpo fisico che ha in sé una "cultura" o matrice animale, cioè prettamente fisica e fisiologica legata alla vita pratica, non proiettata a una elevazione spirituale. Il fisico, che comunque ha una propria "intelligenza", memoria e qualità, nulla sa e nulla può sapere su un magistero artistico; esso è pronto a piegarsi a volontà ed esercizi che definiamo propriamente "fisici" perché tendenti a modellare, sviluppare e incentivare attività già proprie del corpo e contenute nella funzione esistenziale nelle diverse parti che lo compongono. Viceversa condurlo a piegarsi ad attività esasperatamente raffinate e sublimi esula dal suo compito e in questo senso oppone resistenza; anche il fiato, pur non essendo un muscolo, si trova in una condizione analoga; non può, in prima persona, opporre resistenze, ma lo può fare il fisico che si occupa della sua gestione e soprattutto quella parte della mente che previene ogni pericolo o attività non riconosciuta. Dunque la voce che si esprime normalmente è una voce che risente della condizione umana comune più un "quid" di Conoscenza che si manifesta spontaneamente e più un eventuale ulteriore quid legato all'ulteriore Conoscenza che il soggetto ha saputo liberare. Questo quid troverà sempre freni fin quando non si accede a una disciplina che sappia riconoscere questa condizione e superarla. Il superamento consiste in parte nel condurre esercizi che educhino il fisico NON in opposizione-antagonismo con le forze di difesa, che non faremmo altro che provocare e incentivare, cosa che avviene più o meno in tutte le scuole tecniche, ma nell'aggirarle e ridurle alla quiete grazie a un processo di riconoscimento che quel settore della mente può attivare, perché, pur potenziale, è già compreso, quindi non si tratta di "creare", "costruire", "indurre o introdurre", "forzare", "imparare", ecc. ecc., ma accendere, infiammare, attivare, incentivare, soprattutto in virtù di una ESIGENZA spiriturale che il soggetto prima di tutto deve avere. Se non si sente il bisogno di accedere a un livello artistico elevato, una vera scuola d'arte sarà difficile da seguire, perché difficilmente si potrà accettare un percorso così "pignolo", duro, paziente e fuori degli schemi.
Il m° Celibidache nel film girato dal figlio "Le jardin de Celibidache", durante una conversazione con un allievo si lascia sfuggire un'affermazione che probabilmente non avrebbe rilasciato in una dichiarazione ufficiale: "la musique c'est toi" (la musica sei tu); egli in genere metteva in guardia ed era molto misurato nelle frasi in cui si doveva in qualche modo definire la musica. Ma alla fine giunge a una rivelazione che è molto difficile da comprendere. Viceversa possiamo far propria questa affermazione relativamente alla voce: "la voce sei tu", ed è da questa che può diventare più comprensibile anche l'altra (nel senso che il primo e più efficace e disponibile strumento per far musica non è e non può essere che la propria voce). La voce sei tu avvolora l'affermazione iniziale, cioè che nella voce c'è non solo il suono soggetivo ma la Conoscenza stessa di un individuo; in essa possiamo riconoscere il carattere, lo stato emotivo, persino lo stato di salute e altre cose. Spesso si legge che un individuo esprime con le parole solo una certa percentuale del proprio pensiero, il resto viene detto con il linguaggio del corpo. Per la verità bisogna scindere voce e parola, in questo caso; se è vero che la parola può essere limitata e "bugiarda", la voce può dire di più, come sanno bene gli investigatori! Un certo tremore, un innalzamento della tonalità, una modificazione del ritmo sono segnali che una persona non è perfettamente in sintonia con "il padrone", quindi è a disagio per motivi che si possono indagare.

venerdì, agosto 01, 2014

Il cambio di passo

Tanti anni fa capitò di accorgermi di una cosa nuova. Appena fatto un primo esercizietto, anche banalissimo, facevo un "sospirone". Me ne resi conto, ovvero mi convinsi che non era un caso che questo avvenisse, solo dopo molte volte che questo accadeva. Nella mia respirazione era avvenuto un cambiamento, che non era semplicemente legato alla presa di fiato, ma alla mia intera persona, perché era subentrata una coscienza legata all'intenzione. Il fatto di iniziare una attività diversa dalla quotidianità e di iniziarne una di tipo artistico, metteva immediatamente in moto una modalità diversa nella presa del fiato. Quindi non è respirando volontariamente in un certo modo che creo la situazione ideale al canto,  ma nell'aver creato le CONDIZIONI affinché questa avvenga NATURALMENTE. Quindi NON canto NATURALE, ma disciplina che sviluppi le condizioni affinché qualcosa che NATURALE NON E', LO DIVENGA. Per far questo occorre superare ciò che lo impedisce; detto e ridetto mille volte. Non si può sapere e non si può atteggiare il respiro, come null'altro relativo al canto, volontariamente; la nostra mente razionale non può farlo, non ha gli elementi, e noi non possiamo fornirglieli, neanche con tutta la scienza da qui ad altri 2000 anni. Ma la mente conoscitiva, che sa come relazionare e unificare gli apparati, sì, lo sa, e può informare l'altra parte (azione che va oltre l'intenzione), però occorre abbattare quel muro che lo impedisce in quanto contrario o anche semplicemente non utile alla vita di relazione. Nel corso di un tempo di disciplina artistica, così, avverranno molti "cambi di passo"; un giorno scopri che respiri diversamente, un giorno ti accorgi che la voce suona in modo diverso (i muri "rispondono"), un altro giorno ti accorgi che canti con maggior facilità, un altro sei colpito dalla ricchezza e bellezza e dalla sincerità con cui riesci a dire le cose cantando... E così, un passo dopo l'altro, si arriva laddove passi non se ne possono più compiere... con somma gioia!

Il trattato - 6

Non è facile sublimare un atto che a noi consideriamo già buono, 
il termine "sublimare" è una felice intuizione del M°, che non usa il termine fenomenologico "trascendere", che può essere più efficace sul piano descrittivo, ma è anche più discutibile su quello gnoseologico o filosofico. In sostanza si dice che persone già in possesso di una buona voce e magari anche di un buon metodo di canto, difficilmente accettano di mettersi in discussione, riprendere gli studi per un obiettivo "sublime", cioè la conquista di un "senso fonico". Il termine "sublimare", poi, è molto azzeccato perché si riferisce propriamente al passaggio da uno stato fisico-solido (che in fisica si riferisce al ghiaccio) a quello spirituale-aereo (che in fisica si riferisce al vapore-gas), quindi togliere al suono vocale il carattere fibroso muscolare per lasciare quello più impalpabile e libero.
ma se si riesce a superare una condizione psicofisica, ferocemente fissata in noi, si può aspirare al grande traguardo.
Il raggiungimento dell'obiettivo passa attraverso il superamento di un ostacolo che è posto dal nostro corpo, ovvero dal nostro sistema di difesa, fissato nel DNA. Questa condizione può sembrare impossibile, visto che il DNA impone una serie di funzionamenti meccanici indispensabili alla nostra vita; in realtà ci sono le possibilità di superamento grazie in primo luogo alla Conoscenza presente nell'uomo che aspira a traguardi elevati che richiedono il controllo del fisico da parte del pensiero o Conoscenza stessa, che passano quindi attraverso una disciplina di appropriazione del fisico da parte della mente elaborante e che possiamo anche definire "coscienza". 
Indicare una serie di esercizi per apprendere l'Arte della fonazione è inopportuno, perché ogni allievo e ogni momento richiedono esercizi diversi e attenzioni particolari. Si può tuttavia suggerire qualche orientamento in tal senso, ma il problema non è davvero semplice, come potrebbe a prima vista sembrare. Se fosse possibile educare la voce umana atta al "bel canto" con una serie di esercizi, il problema sarebbe già stato da tempo risolto.
Il M° ribadisce il concetto iniziale, e cioè che nessun trattato di canto può realmente servire a imparare a cantare, ma, tutt'al più, a ORIENTARE chi si interessa o pratica il canto verso una disciplina corretta, evitando di cadere nelle mani di incapaci, più o meno onesti.
Non si può, nella maniera più assoluta, insegnare a cantare artisticamente con la teoria o con le parole scritte, anche se tutto, come complemento, è utilissimo. Ciò vale per tutte le arti, perché quanto più è colto l'aspirante artista tanto più è avvantaggiato su altri che lo sono meno e per un certo fine.
Trattati e metodi sono utili per allargare la discussione e riflettere, nonché fornire utili indicazioni. Basarsi sull'erudizione anche approfondita per manifestare la propria competenza didattica è invece assurdo, perché le parole scritte restano teorie, per quanto felici o pregevoli, ma non decisive ai fini pratici. Anche la scrittura di infinite serie di esercizi è inutile, e infatti quasi tutti i metodi di canto, infariciti di pagine e pagine di esercizi, restano lettera morta, se non giusto per qualche necessità accademica che su di essi basa gli esami. Mancini scriveva che il buon maestro è quello che scrive personalmente l'esercizio adatto a ciascuno dei propri allievi.