Translate
domenica, aprile 19, 2020
"Non sembrava recitasse"
Mi ha colpito questa frase pronunciata da un'attrice nei confronti di un importante collega: "non sembrava recitasse". Ho amato il teatro fin da bambino; negli anni 60 la televisione trasmetteva spesso commedie e drammi con importanti attori, e io, nonostante la tenera età, me li guardavo tutti con grande interesse. Ho quindi maturato una certa capacità di riconoscere gli attori davvero straordinari da quelli bravi, ma magari non proprio perfetti. Sono quelli che potremmo dire che recitano in modo "impostato". Qual è la finalità fondamentale di un attore? Portarci dentro la storia, farci vivere come se fossimo anche noi coinvolti, farci divertire o piangere, ecc. ecc. Rispetto a un melodramma, un'opera in prosa ha la caratteristica di avere solo il testo, per cui attori e registi devono sondarlo a fondo per poi farlo rivivere in scena per il pubblico. L'opera ha un dato in più, cioè il compositore si è interposto tra l'autore del testo e l'esecutore, dando una sua visione drammaturgica dell'azione. Ci sarebbe anche un altro elemento, cioè il libretto, che è una riduzione, rispetto al testo originale, ed è in forma "ritmica", cioè poetica. Questi sono elementi in parte rafforzanti e in parte smorzanti il prodotto originale. Certamente una storia interessante ma magari non particolarmente pregevole sul piano letterario, può diventare un'opera di molto maggior valore (infatti è improbabile che drammi come "il trovatore" o "la forza del destino", tanto per fare due esempi a caso, sarebbero noti, se non ci fossero state le opere?. Ben diversa la questione su testi importanti quali le opere di Shakespeare o Dumas, anche qui facendo esempi casuali. Questo per introdurre l'argomento, cioè così come un attore geniale, di straordinaria bravura, riesce a recitare, quindi a impersonare, i più differenti personaggi del teatro di prosa, passando anche da ruoli umoristici ad altri seri, drammatici, cosa dovrà fare il cantante-attore esemplare? Cominciamo col dire che è e deve essere anch'egli attore; se guardate le recensioni degli spettacoli operistici nel primo Ottocento, vedrete che frequentemente i cantanti vengono definiti attori, ingenerando persino qualche dubbio al primo sguardo, se stiamo leggendo il resoconto di un'opera lirica o di una commedia. Questo sarà più evidente naturalmente durante la rappresentazione teatrale dal vivo, perché l'attore (cantante o meno) dovrà mettere in forte relazione l'azione mimica con quella testuale; il cantante dovrà tener conto, in aggiunta, dell'apporto musicale. Ora, la differenza sostanziale tra l'attore e il cantante è ovviamente il fatto che l'attore, per "non sembrar recitare", si comporterà come una persona che si trovasse in quella situazione, cioè c'è una forte naturalezza nel suo atteggiamento e nel modo di esternare e di muoversi. Il cantante non è propriamente nella stessa situazione, perché nessuno canta in quelle situazioni (erano o sono le banali critiche che si facevano all'opera), quindi un fondo di "innaturalità" c'è per forza. Qual è la condizione che può portare lo spettatore o il critico o il collega a rimanere stupefatto da una mirabile prestazione? Tantissimi anni fa io sentii cantare un baritono, Piero Francia, che mi lasciava un po' dubbioso ma molto interessato. Quando cantava mi pareva che non facesse "le note", cioè sentivo il testo ma pareva che non cantasse veramente, pur realmente seguendo la musica. Mi lasciava molto perplesso ma allo stesso tempo ammirato. Scoprii poi (purtroppo è mancato prematuramente) che era stato compagno di studi in una scuola di canto con il mio maestro, e questo mi confortò. Evidentemente negli anni della Guerra e dell'immediato dopoguerra esistevano alcune scuole che riuscivano a portare i cantanti a recitar cantando. Ecco qua... c'è un'indagine storica secondo la quale il teatro antico era sempre cantato; solo in tempi più recenti, diciamo da quando nacque il melodramma, si è operata una scissione tra il teatro d'opera e quello di prosa puramente recitato. Come sappiamo nel tardo Rinascimento con l'Umanesimo si è tentata la strada dell'unificazione delle Arti, mettendo insieme testo, musica, recitazione scenica, pittura e scultura scenografica nonché, indirettamente, filosofia. Erano attori i primi cantanti d'opera, poi la complessità della scrittura necessitò di studi più approfonditi per cui le carriere si divisero. Quel primo modo di cantare si chiamò "recitar cantando"; non v'è alcuna ragione per cui quell'immagine non debba essere più valida oggi. Il dato fondamentale, comunque, resta quello di un' "impostazione" che risulta artificiosa, sovrapposta, esibita, caricata. Oggi credo sia pressoché impossibile ascoltare dal vivo un cantante davvero "naturale", cioè che riesce a far vivere il testo e la musica in modo "trasparente", non facendo pesare la propria intermediazione, Questo anche per colpa di un pubblico impreparato, per cui non conta che il cantante faccia sentire la musica del compositore e il testo e la storia, basta che faccia, magari anche in modo sfacciato, iperesibito, sentire la "voce", bella e/o potente, l'acuto, non importa se scritto o meno, non importa se di corretta altezza o abbassato, se con le giuste dinamiche, i corretti accenti, legature, ecc. A tutti piace esclamare a gran voce: amo Verdi, amo Puccini, mi piace da morire Rossini o Bellini... ma non solo accettano tagli e aggiunte, ma si lamentano pure se quel cantante non fa quell'acuto "di tradizione" o fa un pianissimo scritto che però toglie la suggestione dell'acuto stentoreo. Il grande cantante è quello che ti fa dire: "Ah, senti qui come il compositore è riuscito a far vivere questo momento". In quell'istante non sai più chi canta, chi dirige, chi ha fatto la regia, le scene e i costumi, ti senti dentro la storia e vivi la situazione dei protagonisti; non ti interessa più se fanno o non faranno quella determinata nota; se tutto è correlato, coerente, unificato, si vive la magia del teatro, la verità dell'azione. C'è un termine per raggiungere questa sintesi? Sì: semplicità ("cara semplicità, quanto mi piaci", dice don Alfonso nel Così fan tutte). I cantanti oggigiorno si preoccupano della tecnica, cioè dell'impostazione, che già di per sé è un'immagine fuorviante, e di "interpretare", che spesso vuol dire sovrapporre, esagerare. Mi sovviene un aneddoto di Tito Schipa, in una delle prime recite in cui affrontava il ruolo di Werther, che come è noto diventò la sua opera prediletta, in cui lo stesso Gigli riconobbe non avere rivali. Ebbene quando stava per affrontare una pagina clou, e voleva portarsi al proscenio e cantarla come si faceva un tempo, in modo molto esibito, rimase con la manica del costume attaccato a un chiodo, e non poté muoversi per tutta la durata del brano. Alla fine venne giù il teatro, e gli amici lo riempirono di elogi per quella recitazione così semplice, che dava molto di più il senso del momento. E per lui fu una grande lezione. Come ripeto sempre: TOGLIERE! occorre semplificare, scremare tutto ciò che il nostro ego ci suggerisce per dare importanza a un'aria, una parte, un'opera. Partire dalla massima economia di mezzi; successivamente si sarà sempre a tempo a aggiungere qualcosa; viceversa risulterà sempre molto più difficile intervenire dopo a eliminare, perché ci parrà troppo riduttivo. Se invece partiamo dal poco, ci renderemo meglio conto che ogni granello che aggiungiamo potrà già essere di troppo. E' come mettere il sale nella minestra!
venerdì, aprile 10, 2020
Osservare
Da molto tempo esorto spesso gli allievi a fare gli "spettatori" della propria voce. Cos'è che distingue la formulazione spontanea, quotidiana, di una parola qualsiasi dalla stessa con un'intenzione particolare, diciamo recitata, o addirittura cantata? La differenza consiste nel fatto che non ci esce con la stessa naturalezza ma ci dobbiamo mettere una volontà e una modalità che non appartiene al contesto reale, ma ce lo dobbiamo inventare per adempiere a un buon risultato. Allora noi abbiamo la necessità di osservare, realmente, ciò che stiamo facendo, modificando, sperimentando varie soluzioni finché troviamo la più rispondente. Osservare, nel gergo comune, riguarda solitamente un'azione visiva, una sorta di approfondimento del "guardare". Ma in senso lato l'osservazione è anche "curare attentamente" [Zanichelli]. In cosa ci può aiutare maggiormente l'uso di questo termine? In senso visivo, noi lo esplichiamo verso qualcosa di esterno e magari anche distaccato, distante da noi, ed è proprio in questo senso che vorrei stimolare coloro che studiano canto! Osservate le vocali, le parole e le frasi che pronunciate, cantate o meno, e apprezzatele maggiormente quando vi sembreranno staccate da voi, come se le emettesse un'altra persona o un apparecchio come una radio o un lettore cd. Quest'azione deve comportare un rilassamento e quasi un abbandono fisico della produzione vocale, un automatismo, come, per l'appunto, capita parlando. Però anche quando parliamo, raramente ci ascoltiamo nell'ambiente che ci ospita, invece cercate di aguzzare le orecchie, cercate di riconoscere la vostra voce, non per lodarla o criticarla, ma solo per prenderne coscienza.
Adesso vado anche un pochino oltre: contemplate! Cos'è la concentrazione? è circoscrivere la propria attenzione e la nostra energia su una specifica attività. In quel momento, anche se non stiamo facendo qualcosa che richiede un'attenzione visiva particolare, il nostro sguardo si concentrerà anch'esso. Ora immaginate di uscire di casa e assistere a un meraviglioso tramonto, per es. Cosa succede? Che voi per qualche tempo vi metterete in contemplazione, ammirerete questo spettacolo stupendo con la gioia che vi pervade. In questo momento non pensate a niente, perché siete unicamente protesi a gustare questo attimo magico. Queste sono le caratteristiche da ricreare quando si canta. Mettersi in contemplazione di ciò che siete in grado di creare vocalmente. Non importa se non siete perfetti, ciò che fate, se lo fate con questa concentrazione e questa gioia, sarà meraviglioso. Quindi non pensate, vivete il presente come qualcosa di irripetibile e magnifico.
Adesso vado anche un pochino oltre: contemplate! Cos'è la concentrazione? è circoscrivere la propria attenzione e la nostra energia su una specifica attività. In quel momento, anche se non stiamo facendo qualcosa che richiede un'attenzione visiva particolare, il nostro sguardo si concentrerà anch'esso. Ora immaginate di uscire di casa e assistere a un meraviglioso tramonto, per es. Cosa succede? Che voi per qualche tempo vi metterete in contemplazione, ammirerete questo spettacolo stupendo con la gioia che vi pervade. In questo momento non pensate a niente, perché siete unicamente protesi a gustare questo attimo magico. Queste sono le caratteristiche da ricreare quando si canta. Mettersi in contemplazione di ciò che siete in grado di creare vocalmente. Non importa se non siete perfetti, ciò che fate, se lo fate con questa concentrazione e questa gioia, sarà meraviglioso. Quindi non pensate, vivete il presente come qualcosa di irripetibile e magnifico.
mercoledì, aprile 08, 2020
Il respiro musicale
Esiste, ed è importante, anche un altro respiro, oltre a quello fisiologico e quello artistico-vocale, e possiamo definirlo musicale, e riguarda chiunque voglia far musica; intendo dire che non è sempre necessario utilizzare il fiato per suonare o cantare, come può essere un pianista. Ma anche chi lo utilizza, e quindi con una difficoltà in più, deve saperlo utilizzare e tenerne conto. A cosa fa riferimento questo respiro? Potremmo dire, sommariamente, al fraseggio. Quindi per chi canta c'è da considerare la necessità inspiratoria da mettere in relazione con il fraseggio musicale. In genere i compositori, soprattutto d'opera, ne hanno tenuto conto scrivendo, ma non sempre e non sempre opportunamente. Ci sono ruoli notoriamente "stroncanti" per chi non ha capacità polmonari notevoli. Però assistiamo troppo frequentemente a modi di cantare del tutto incuranti dei fiati musicali. E' invece molto importante farsi, nel corso dello studio, una mappa dei respiri, innanzitutto testuali, quindi basati sulla scansione del testo. In linea di massima la regola è che si respira quando ci sono segni di punteggiatura, ma questo a volte non è un criterio sufficiente. Al secondo livello si osserva il fraseggio musicale, quindi come il compositore ha sistemato le legature e le eventuali ripetizioni. Il discorso tensivo cui ho accennato nel post precedente riguarda anche il testo. Se il compositore è particolarmente attento, riesce a combinare efficacemente i due "fili", per cui all'innalzarsi o abbassarsi della tensione testuale corrisponderà l'analogo movimento nella musica. Il compositore, poi, utilizzerà anche ripetizioni o reiterazioni di parole o frasi proprio per giocare più opportunamente con la tensione. Capita che, onde evitare prese di fiato fuori luogo il compositore indichi con una sorta di virgola il punto in cui respirare, ma non è detto che i cantanti ne tengano conto. Molto spesso le prese di fiato, invece di essere tranquille e silenziose, vengono rese rapide e rumorose a scopo espressivo. Il caso più emblematico riguarda "Vissi d'arte" dalla Tosca, dove Puccini indica con molto scrupolo i fraseggi e i fiati, e regolarmente vengono disattesi! Come si può vedere dal ritaglio, dopo il primo "perché", Puccini indica un primo respiro, sempre rispettato, dopodiché con un segno di legatura, indica che "perché - Si-gnor" venga cantato su un unico fiato, al termine del quale c'è un secondo fiato, prima di "ah". Tra l'altro faccio notare che la sillaba "Si-" di Signor cadrebbe sul fa, e, a maggior sostegno della usa idea, aggiunge una seconda legatura tra il fa e il re, prima del si bemolle acuto. Cosa si fa invece di solito? Dopo il primo "perché", e il primo respiro, si allunga la "é" del secondo "perché" fino sul fa (su cui si dovrebbe invece già dire "Si-", dopodiché si spezzano ben due legature, si prende un secondo fiato, non previsto, si mette il "Si-" sul re e si lancia il Sib acuto, ma, avendo già preso un fiato supplementare, si omette anche la seconda indicazione di Puccini del fiato prima di "ah" (giustificato dalla virgola), e si legano "-gnor" e "ah"; tra l'altro l'"ha" viene quasi sempre fatto piano o pianissimo (se la cantante è in grado), quando invece lo spartito non prevede questo, ma solo un diminuendo in orchestra. Questa ormai è una prassi tradizionale che maggiormente viene seguita. Bisogna riconoscere che alla Scala, visto che si è voluta riportare la Tosca alla sua edizione più che originale (inserendo anche tagli operati dallo stesso Puccini), la Netrebko ha eseguito l'aria come è scritta. Su questo tema si potrebbero fare milioni di esempi nel bene e nel male, in ogni modo invito gli ascoltatori, anche digiuni di musica, a valutare durante un ascolto se il cantante prende i fiati in modo corretto, cioè evitando di spezzare parole e frasi, e silenziosamente, che è anche un importante criterio vocale.
venerdì, aprile 03, 2020
Un passo avanti
Abbiamo visto che gli strumenti più utilizzati dai compositori sono la ripetizione e l'imitazione. Come questo ci deve interessare in quanto esecutori e ascoltatori? Partiamo però dal perché il compositore li usa. Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, i compositori si resero conto che praticamente la musica per diversi secoli si era basata su determinati criteri, uno dei quali era la ripetizione. Si volle dare un colpo di spugna a tutto ciò cercando di instaurare un nuovo linguaggio della musica. Ora, questo modo di procedere, fin dal Medioevo, se non prima, era stato "inventato" da qualcuno? No, la musica nasceva in base a ciò che suscitava, quasi sempre legata a un testo, soprattutto sacro. Dall'esecuzione si traevano anche delle conclusioni su ciò che "funzionava" e ciò che si poteva cambiare. Così nacque il sistema detto "tonale", prima soprattutto nei monasteri, chiese e conventi, poi nelle corti. Quindi scoperte e intuizioni. Pensare di fare tabula rasa di un sistema millenario solo per cambiare, senza avere un sistema alternativo che fosse nato dall'uomo stesso, ma imposto intellettualmente, è stato un vero fallimento. Come ho spiegato nei post precedenti, il tema è un modo per riconoscersi, e la ripetizione, o anche l'imitazione, è un modo per confrontarsi con sé stessi e con gli altri. Togliere questi elementi vuol dire snaturare la musica, svuotarla e renderla incomprensibile. Ma questo è un discorso a parte che non è il caso che svisceri in questa sede.
Qual è il compito del compositore? Ideare un discorso di senso compiuto che abbia un inizio, una fine, un punto massimo. Per invogliare i fruitori, dopo l'inizio, ad ascoltare tutto ciò che segue fino al fondo, egli deve utilizzare determinati mezzi, ma cosa deve seguire per capire se sta seguendo la pista giusta? Si dirà il suo estro, l'ispirazione... Certo, le sue capacità creative sono importanti, ma di fatto dovrà seguire in ogni caso un filo che colleghi ogni punto del brano all'inizio, alla fine e al punto massimo. Questo filo, come già detto, si chiama TENSIONE. E' come avere un termometro che misura il calore, quindi la vita, del brano (anche il calore è una vibrazione). Se il calore è troppo basso, il brano muore, se è troppo alto per troppo tempo lo uccide. E' quindi un tenere sotto controllo questo dato in modo che sia adeguato a ogni fruitore (ed è anche il "filo" che dovrebbero seguire gli esecutori). Se il brano ha dimensioni molto ampie, sarà molto più difficile da dosare, mentre su brani brevi e brevissimi sarà più semplice. Per la verità nessuno ci pensa; la nostra coscienza riesce a rilevare ciò che serve da un brano brevissimo, non avrà il tempo di annoiarsi, però, per esemplificare, vi indico il tragitto in un brano superbreve, cui già avevo fatto cenno all'inizio di questo piccolo trattato: "tanti auguri a te".
Questo microbrano, inizia con un temino, "tan-ti_au-gu-ri", che definiamo "impatto", e una risoluzione "a te"; siccome non finisce subito, e bisogna accorgersene, questa prima risoluzione resta sospesa, non è concludente, è instabile. Infatti c'è una seconda proposta (chiamiamolo anche secondo tentativo), che inizia in modo identico al primo, quindi RIPETE: "tan-ti_au-gu-ri", altro impatto, e seconda risoluzione, sempre "a te", su due note più alte, quindi più ATTIVE, in quanto più le note sono alte più vibrano, hanno un maggior numero di vibrazioni (Herz). Questa seconda risoluzione non resta sospesa, però non ha nemmeno un carattere conclusivo, lascia comprendere che manca ancora qualcosa, mantiene un carattere debolmente instabile. E il qualcosa è il punto massimo. Terza proposta, o tentativo, questa volta riuscito, ancora ripetizione della cellula iniziale "tan-ti_au-" che però non termina come nelle prime due, ma compie subito uno spettacolare salto di ottava [cioè è la stessa nota di "tan-ti_au" ma con il doppio delle vibrazioni], che introduce l'elemento fondamentale del brano, cioè nominare la persona a cui sono rivolti gli auguri. Ovviamente qui sta il punto massimo, e ciò che segue, ripetendo ancora "tan-ti_au-gu-ri" con una imitazione solo più del ritmo, è una cadenza conclusiva, che possiamo definire una "catarsi" della tensione e una ritrovata stabilità. Ora, il brano è scritto talmente bene, che l'esecuzione non ha quasi nessuna necessità di essere compresa tensivamente, perché gli elementi proseguono parallelamente. Dopo l'inizio, che è basato su due note ravvicinate, c'è un piccolo salto, che già imprime un po' di tensione, e il fatto che cada su una nota "sospensiva", crea attesa sulla prosecuzione; a voler essere pignoli, la seconda ripetizione dovrebbe eseguita (proprio perché ripete pedestremente) con una dinamica leggermente più accentuata [la dinamica riguarda le intensità, quindi... piano e forte]. Ma qui veniamo tolti d'impaccio dal salto successivo che è più alto del primo, quindi c'è automaticamente più tensione e più dinamica, stessa condizione riguarda la terza cellula, che non è poi ripetuta in modo calligrafico, ma è un po' accorciata per arrivare al clou. Al salto d'ottava, come è giusto che sia, si succedono sul nome del festeggiato, diversi intervalli discendenti (la tensione si sta già abbassando), ma per non concludere troppo rapidamente, c'è l'ultima definitiva risoluzione che prende ancora un po' di tensione dal piccolo salto in alto ("tan-ti_au-gu-ri") per poi nuovamente discendere, piccolo accento ("a") e conclusione sulla nota fondamentale sul "te". Per una spiegazione più completa dovrei anche parlare dell'armonia, ma non voglio essere ridondante.
Ora pensate a tanti brani che iniziano con una serie di ripetizioni: la sinfonia 40 di Mozart, moltissime composizioni di Vivaldi, come il Gloria... la Quinta di Beethoven, ma l'elenco è infinito... Come si deve comportare l'esecutore? Il problema sta nel fatto che molti esecutori non si pongono minimamente il problema, le fanno tutte uguali! Uccidendo di fatto il brano stesso. Altri si pongono il problema ma lo risolvono in modo meccanico, specie nella musica più antica: una forte, una piano! (giustificando che la seconda è una eco) (questo si trova anche sugli spartiti "revisionati"). Anche questo è un modo per uccidere la musica, perché un procedimento meccanico è, per l'appunto, non umano, quindi porta al disinteresse. Se non si comprende che ciò che fa vivere il brano è la tensione, la soluzione non arriva. Qual è il rapporto tra tensione e dinamica? Anche per questo non c'è una formuletta risolutiva, ma ci si può arrivare. In una ripetizione testuale, la tensione sale o scende? ovviamente scende, perché non c'è alcun contrasto, quindi per compensare la minor tensione, è necessario aumentare l'intensità. Quando ci avviciniamo al punto massimo (che, ripeto per consolidare il concetto, è il punto di MASSIMA TENSIONE), in linea di massima tensione e dinamica andranno di pari passo, cioè aumenteranno, tranne che in alcuni casi in cui il compositore ha voluto esasperare a tal punto la tensione da minimizzare l'intensità, cioè fare un "pianissimo" (succede nel "Laudate Dominum" di Mozart), o addirittura azzerare la musica, con una pausa, che ha un grandissimo effetto, come succede nel "Valse triste" di Sibelius o nella Prima Sinfonia di Brahms, quarto movimento. Però occorre precisare che queste decisioni, vanno prese durante le prove, le decisioni a tavolino possono essere sempre erronee. La musica va vissuta! E l'ascoltatore? Ovviamente ora sa che deve tenere sotto controllo le ripetizioni, sia minimali che di più ampio respiro, e deve sentire cosa fa l'esecutore, strumentista o direttore o cantante che sia, per far vivere la corretta tensione del brano, quindi le varia? e se sì, come? Vedete che adesso vi potete avvicinare a un ascolto un po' più consapevole.
Qual è il compito del compositore? Ideare un discorso di senso compiuto che abbia un inizio, una fine, un punto massimo. Per invogliare i fruitori, dopo l'inizio, ad ascoltare tutto ciò che segue fino al fondo, egli deve utilizzare determinati mezzi, ma cosa deve seguire per capire se sta seguendo la pista giusta? Si dirà il suo estro, l'ispirazione... Certo, le sue capacità creative sono importanti, ma di fatto dovrà seguire in ogni caso un filo che colleghi ogni punto del brano all'inizio, alla fine e al punto massimo. Questo filo, come già detto, si chiama TENSIONE. E' come avere un termometro che misura il calore, quindi la vita, del brano (anche il calore è una vibrazione). Se il calore è troppo basso, il brano muore, se è troppo alto per troppo tempo lo uccide. E' quindi un tenere sotto controllo questo dato in modo che sia adeguato a ogni fruitore (ed è anche il "filo" che dovrebbero seguire gli esecutori). Se il brano ha dimensioni molto ampie, sarà molto più difficile da dosare, mentre su brani brevi e brevissimi sarà più semplice. Per la verità nessuno ci pensa; la nostra coscienza riesce a rilevare ciò che serve da un brano brevissimo, non avrà il tempo di annoiarsi, però, per esemplificare, vi indico il tragitto in un brano superbreve, cui già avevo fatto cenno all'inizio di questo piccolo trattato: "tanti auguri a te".
Questo microbrano, inizia con un temino, "tan-ti_au-gu-ri", che definiamo "impatto", e una risoluzione "a te"; siccome non finisce subito, e bisogna accorgersene, questa prima risoluzione resta sospesa, non è concludente, è instabile. Infatti c'è una seconda proposta (chiamiamolo anche secondo tentativo), che inizia in modo identico al primo, quindi RIPETE: "tan-ti_au-gu-ri", altro impatto, e seconda risoluzione, sempre "a te", su due note più alte, quindi più ATTIVE, in quanto più le note sono alte più vibrano, hanno un maggior numero di vibrazioni (Herz). Questa seconda risoluzione non resta sospesa, però non ha nemmeno un carattere conclusivo, lascia comprendere che manca ancora qualcosa, mantiene un carattere debolmente instabile. E il qualcosa è il punto massimo. Terza proposta, o tentativo, questa volta riuscito, ancora ripetizione della cellula iniziale "tan-ti_au-" che però non termina come nelle prime due, ma compie subito uno spettacolare salto di ottava [cioè è la stessa nota di "tan-ti_au" ma con il doppio delle vibrazioni], che introduce l'elemento fondamentale del brano, cioè nominare la persona a cui sono rivolti gli auguri. Ovviamente qui sta il punto massimo, e ciò che segue, ripetendo ancora "tan-ti_au-gu-ri" con una imitazione solo più del ritmo, è una cadenza conclusiva, che possiamo definire una "catarsi" della tensione e una ritrovata stabilità. Ora, il brano è scritto talmente bene, che l'esecuzione non ha quasi nessuna necessità di essere compresa tensivamente, perché gli elementi proseguono parallelamente. Dopo l'inizio, che è basato su due note ravvicinate, c'è un piccolo salto, che già imprime un po' di tensione, e il fatto che cada su una nota "sospensiva", crea attesa sulla prosecuzione; a voler essere pignoli, la seconda ripetizione dovrebbe eseguita (proprio perché ripete pedestremente) con una dinamica leggermente più accentuata [la dinamica riguarda le intensità, quindi... piano e forte]. Ma qui veniamo tolti d'impaccio dal salto successivo che è più alto del primo, quindi c'è automaticamente più tensione e più dinamica, stessa condizione riguarda la terza cellula, che non è poi ripetuta in modo calligrafico, ma è un po' accorciata per arrivare al clou. Al salto d'ottava, come è giusto che sia, si succedono sul nome del festeggiato, diversi intervalli discendenti (la tensione si sta già abbassando), ma per non concludere troppo rapidamente, c'è l'ultima definitiva risoluzione che prende ancora un po' di tensione dal piccolo salto in alto ("tan-ti_au-gu-ri") per poi nuovamente discendere, piccolo accento ("a") e conclusione sulla nota fondamentale sul "te". Per una spiegazione più completa dovrei anche parlare dell'armonia, ma non voglio essere ridondante.
Ora pensate a tanti brani che iniziano con una serie di ripetizioni: la sinfonia 40 di Mozart, moltissime composizioni di Vivaldi, come il Gloria... la Quinta di Beethoven, ma l'elenco è infinito... Come si deve comportare l'esecutore? Il problema sta nel fatto che molti esecutori non si pongono minimamente il problema, le fanno tutte uguali! Uccidendo di fatto il brano stesso. Altri si pongono il problema ma lo risolvono in modo meccanico, specie nella musica più antica: una forte, una piano! (giustificando che la seconda è una eco) (questo si trova anche sugli spartiti "revisionati"). Anche questo è un modo per uccidere la musica, perché un procedimento meccanico è, per l'appunto, non umano, quindi porta al disinteresse. Se non si comprende che ciò che fa vivere il brano è la tensione, la soluzione non arriva. Qual è il rapporto tra tensione e dinamica? Anche per questo non c'è una formuletta risolutiva, ma ci si può arrivare. In una ripetizione testuale, la tensione sale o scende? ovviamente scende, perché non c'è alcun contrasto, quindi per compensare la minor tensione, è necessario aumentare l'intensità. Quando ci avviciniamo al punto massimo (che, ripeto per consolidare il concetto, è il punto di MASSIMA TENSIONE), in linea di massima tensione e dinamica andranno di pari passo, cioè aumenteranno, tranne che in alcuni casi in cui il compositore ha voluto esasperare a tal punto la tensione da minimizzare l'intensità, cioè fare un "pianissimo" (succede nel "Laudate Dominum" di Mozart), o addirittura azzerare la musica, con una pausa, che ha un grandissimo effetto, come succede nel "Valse triste" di Sibelius o nella Prima Sinfonia di Brahms, quarto movimento. Però occorre precisare che queste decisioni, vanno prese durante le prove, le decisioni a tavolino possono essere sempre erronee. La musica va vissuta! E l'ascoltatore? Ovviamente ora sa che deve tenere sotto controllo le ripetizioni, sia minimali che di più ampio respiro, e deve sentire cosa fa l'esecutore, strumentista o direttore o cantante che sia, per far vivere la corretta tensione del brano, quindi le varia? e se sì, come? Vedete che adesso vi potete avvicinare a un ascolto un po' più consapevole.
giovedì, aprile 02, 2020
La ripetizione
In tutta la Storia della musica, i compositori si sono avvalsi, nelle loro composizioni, di ripetizioni e imitazioni. Sono fondamentali nel processo compositivo, perché chi ascolta ha la possibilità, molto semplice, di riconoscere continuativamente, più o meno coscientemente, gli elementi costitutivi, diciamo i mattoni, della composizione. Non è così facile come può sembrare, perché la ripetizione di per sé annoia, per cui l'autore deve trovare molti escamotage per utilizzarle senza far scemare l'interesse, la continuità. Questi procedimenti fanno parte dell'arte del comporre. Pensiamo alla celeberrima Quinta Sinfonia di L. v. Beethoven, dove il famoso tema "del destino", che conoscono anche i bambini, nel corso del primo movimento viene ripetuto centinaia di volte, eppure credo che nessuno si sia mai annoiato all'ascolto. Ma non solo! Lo stesso tema, con qualche minima variazione si ritrova anche nel secondo e terzo movimento (e, con piccole variazioni, anche da Gustav Mahler nella sua quinta sinfonia). La pratica dell'imitazione, che è una ripetizione ma non sulle stesse note, era già presente anticamente. La "fuga", ad es., è una forma musicale dove un tema viene proposto da diverse voci ad altezze diverse, ma ancor più attinente è il "canone" (pensate a Fra Martino) dove un intero brano viene ripetuto, mentre procede la prima esposizione, dopo un certo tempo da un'altra voce, a volte anche da due o tre... Queste forme, semplici ma non facili da elaborare, sono alla base anche di composizioni molto importanti e complesse. Verdi nell'ultima parte della sua vita scoprì l'importanza delle forme antiche, e le studiò e applicò con molta meticolosità, utilizzandole poi in alcuni suoi lavori importanti: nel Requiem, ad es., ma persino nel Falstaff. Anton Bruckner, uno degli ultimi grandi sinfonisti, era un cultore e grande conoscitore degli stili e delle forme antiche, e le applicò sempre ai suoi lavori, nonostante sia considerato un grande innovatore, per le arditezze della sua scrittura.
Ma veniamo all'opera. Facciamo un esempio di utilizzo di ripetizioni e imitazioni, e come questo ci possa interessare. Prendiamo ad es. la celebre "pira" del Trovatore. L'aria inizia con tre note ripetute (di-quel-la) seguite da una sorta di tremolo (pi-i-i-i-ra), sempre che il cantante sia in grado di farlo; moltissimi lo evitano, senza che questo abbia mai scatenato il doveroso scandalo, anzi... basta che abbia fatto un discreto acuto (magari neanche quello previsto). Il compositore utilizza questo espediente per trasmettere la rabbia, l'indignazione di Manrico per ciò che sta accadendo alla madre. Subito dopo, questa frase viene ripetuta alcune note più in basso (l'or-ren-do--fo-o-o-o-co), non finisce qui, perché c'è una terza ripetizione-initazione, questa volta più in alto (tut-te-le--fi-i-i-i-bre), e poi per chiudere Verdi compie una variazione, non ripetendo banalmente le tre note, ma "trillandole" (m'a-a-a-ar-se_av-) e chiudendo (vam-pò). Quest'ultima frase è quasi speculare, infatti mentre nelle prime tre fa tre note fisse e poi una specie di tremolo, qui inverte, fa prima il tremolo e poi le note ferme (ma che non può tenere uguali perché necessita di risolvere armonicamente). Cosa succede a questo punto? Ci si potrebbe non credere, ma Verdi ripete tutto da capo!! "Empi spegnetela, o ch'io tra poco", modificando solo parzialmente la seconda parte "col sangue vostro" per dare un tono più acceso all'invettiva, e poi nuovamente chiudere "la spegnerò". Quindi abbiamo visto già quante ripetizioni o imitazioni sono state utilizzate. Si può pensare che abbia finito? Niente affatto! Siccome il testo entra in una fase più intimistica, dopo lo sdegno iniziale, "era già figlio, prima d'amarti", Verdi semplicemente utilizza lo stesso tema ma in una modalità "minore" [non posso spiegare tecnicamente cosa significhi, ma basta ascoltarlo per capirlo facilmente] dopodiché, per fare un collegamento con la frase successiva, compie ancora una piccola variazione, cioè utilizza il tema, ma invece di tenere fisse le tre prime note, le muove in una scaletta discendente ("non può frenarmi il tuo martir"), ma mantenendo sempre il tremolo nella seconda parte. Che dite, sarà ora di cambiare? Manco per niente! Con una brusca impennata dell'orchestra ritorniamo da capo! "Madre infelice, corro a salvarti, o teco almeno corro a morir". Nella seconda frase ("o teco almeno") c'è ancora una piccola variazione, la terza nota sale e le note tremolate vengono eseguite più in alto, dopodiché solita chiusura, che però dà il "la" a un movimento cadenzato dove viene ripetuta l'ultima frase, sempre con tono irato, e si introduce l'intervento del coro con le frasi spezzate di Manrico che ripete quasi come un singhiozzo le sue invettive. Non si creda però che tutto sia cambiato: le frasi pronunciate dal tenore, sono sempre le tre note fisse ("madre infelice", "corro a sal-", "corro a mo-"), e il tutto viene ripetuto due volte. Ma mica è finita!!! Secondo la scrittura originale, a questo punto l'intera aria deve essere ripetuta da capo. Per uso non tanto di tradizione, quanto di buon senso musicale, nella seconda esecuzione è corretto che il protagonista esegua qualche variazione, proprio perché il ripetere pedestremente può essere noioso e mortificante, ma le variazioni dovrebbero essere studiate e prodotte con criteri musicali e teatrali; questo succedeva nel 600 da parte dei bravissimi cantori castrati, un po' meno nel 700, quando le variazioni in mano soprattutto alle prime donne, diventavano mere palestre di virtuosismi fini a sé stessi, per cui fu d'obbligo una prima riforma (Gluck) e poi la decisione di Rossini di scriverle lui. Nonostante ciò si è continuato a lungo a modificare anche profondamente gli spartiti con abbellimenti non sempre adeguati. In ogni modo, la piccola variazione che viene fatta nella ripetizione della Pira, è il famoso "do" dell' "o teco", che sempre più spesso è un Si, se non addirittura un Si bemolle. Il fatto che non sia scritto, è una sciocchezza; come ripeto, però occorre precisare: ha senso se l'aria viene ripetuta, se, come spesso avviene, questa cabaletta viene eseguita solo una volta, non ha senso il do, perché non varia niente; in secondo luogo è assurdo che tutto il brano venga abbassato di mezzo tono (o addirittura un tono) per consentire al tenore "corto" di fare una nota non scritta. Si inventi una variazione diversa, se non ha il do! Ecco, quindi vi ho dato un piccolo assaggio di un'analisi musicale per far conoscere a chiunque anche che non sappia nulla di musica, uno degli strumenti del compositore. Ora potete ascoltare altri brani e provate a sentire quanto e dove il compositore utilizza le ripetizioni e le imitazioni, in quale modo, in che quantità. La musica è scritta per tutti, non solo per i musicisti, e quindi tutti possono comprenderla, ci vuole solo un pochino di interesse e magari un po' di semplici nozioni, però ci vuole qualcuno che le dia, mentre a scuola ste cose non le dicono, manco nei conservatori (che ormai non ci sono praticamente più!). Ho omesso la cosa più importante: come, una volta riconosciute questi elementi, l'esecutore debba utilizzarle, e quindi come l'ascoltatore possa valutare l'esecuzione. Di questo, forse, scriverò in seguito.
Aggiungo a posteriori un piccolo inciso sempre relativo alla "pira"; se il do dell' "o teco" può essere giustificato come variazione, a patto che il brano sia mantenuto in Do maggiore e sia svolto nel da capo, non trova invece alcuna giustificazione il do finale sull' "all'armi", che deve essere mantenuto sul sol. Infatti il finale non si mantiene costantemente sull'accordo di Do maggiore, ma nella prima battuta cambia continuamente da Do a Sol (dominante), e nell'accordo di Sol il do non c'entra, è una dissonanza ingiustificata.
Ma veniamo all'opera. Facciamo un esempio di utilizzo di ripetizioni e imitazioni, e come questo ci possa interessare. Prendiamo ad es. la celebre "pira" del Trovatore. L'aria inizia con tre note ripetute (di-quel-la) seguite da una sorta di tremolo (pi-i-i-i-ra), sempre che il cantante sia in grado di farlo; moltissimi lo evitano, senza che questo abbia mai scatenato il doveroso scandalo, anzi... basta che abbia fatto un discreto acuto (magari neanche quello previsto). Il compositore utilizza questo espediente per trasmettere la rabbia, l'indignazione di Manrico per ciò che sta accadendo alla madre. Subito dopo, questa frase viene ripetuta alcune note più in basso (l'or-ren-do--fo-o-o-o-co), non finisce qui, perché c'è una terza ripetizione-initazione, questa volta più in alto (tut-te-le--fi-i-i-i-bre), e poi per chiudere Verdi compie una variazione, non ripetendo banalmente le tre note, ma "trillandole" (m'a-a-a-ar-se_av-) e chiudendo (vam-pò). Quest'ultima frase è quasi speculare, infatti mentre nelle prime tre fa tre note fisse e poi una specie di tremolo, qui inverte, fa prima il tremolo e poi le note ferme (ma che non può tenere uguali perché necessita di risolvere armonicamente). Cosa succede a questo punto? Ci si potrebbe non credere, ma Verdi ripete tutto da capo!! "Empi spegnetela, o ch'io tra poco", modificando solo parzialmente la seconda parte "col sangue vostro" per dare un tono più acceso all'invettiva, e poi nuovamente chiudere "la spegnerò". Quindi abbiamo visto già quante ripetizioni o imitazioni sono state utilizzate. Si può pensare che abbia finito? Niente affatto! Siccome il testo entra in una fase più intimistica, dopo lo sdegno iniziale, "era già figlio, prima d'amarti", Verdi semplicemente utilizza lo stesso tema ma in una modalità "minore" [non posso spiegare tecnicamente cosa significhi, ma basta ascoltarlo per capirlo facilmente] dopodiché, per fare un collegamento con la frase successiva, compie ancora una piccola variazione, cioè utilizza il tema, ma invece di tenere fisse le tre prime note, le muove in una scaletta discendente ("non può frenarmi il tuo martir"), ma mantenendo sempre il tremolo nella seconda parte. Che dite, sarà ora di cambiare? Manco per niente! Con una brusca impennata dell'orchestra ritorniamo da capo! "Madre infelice, corro a salvarti, o teco almeno corro a morir". Nella seconda frase ("o teco almeno") c'è ancora una piccola variazione, la terza nota sale e le note tremolate vengono eseguite più in alto, dopodiché solita chiusura, che però dà il "la" a un movimento cadenzato dove viene ripetuta l'ultima frase, sempre con tono irato, e si introduce l'intervento del coro con le frasi spezzate di Manrico che ripete quasi come un singhiozzo le sue invettive. Non si creda però che tutto sia cambiato: le frasi pronunciate dal tenore, sono sempre le tre note fisse ("madre infelice", "corro a sal-", "corro a mo-"), e il tutto viene ripetuto due volte. Ma mica è finita!!! Secondo la scrittura originale, a questo punto l'intera aria deve essere ripetuta da capo. Per uso non tanto di tradizione, quanto di buon senso musicale, nella seconda esecuzione è corretto che il protagonista esegua qualche variazione, proprio perché il ripetere pedestremente può essere noioso e mortificante, ma le variazioni dovrebbero essere studiate e prodotte con criteri musicali e teatrali; questo succedeva nel 600 da parte dei bravissimi cantori castrati, un po' meno nel 700, quando le variazioni in mano soprattutto alle prime donne, diventavano mere palestre di virtuosismi fini a sé stessi, per cui fu d'obbligo una prima riforma (Gluck) e poi la decisione di Rossini di scriverle lui. Nonostante ciò si è continuato a lungo a modificare anche profondamente gli spartiti con abbellimenti non sempre adeguati. In ogni modo, la piccola variazione che viene fatta nella ripetizione della Pira, è il famoso "do" dell' "o teco", che sempre più spesso è un Si, se non addirittura un Si bemolle. Il fatto che non sia scritto, è una sciocchezza; come ripeto, però occorre precisare: ha senso se l'aria viene ripetuta, se, come spesso avviene, questa cabaletta viene eseguita solo una volta, non ha senso il do, perché non varia niente; in secondo luogo è assurdo che tutto il brano venga abbassato di mezzo tono (o addirittura un tono) per consentire al tenore "corto" di fare una nota non scritta. Si inventi una variazione diversa, se non ha il do! Ecco, quindi vi ho dato un piccolo assaggio di un'analisi musicale per far conoscere a chiunque anche che non sappia nulla di musica, uno degli strumenti del compositore. Ora potete ascoltare altri brani e provate a sentire quanto e dove il compositore utilizza le ripetizioni e le imitazioni, in quale modo, in che quantità. La musica è scritta per tutti, non solo per i musicisti, e quindi tutti possono comprenderla, ci vuole solo un pochino di interesse e magari un po' di semplici nozioni, però ci vuole qualcuno che le dia, mentre a scuola ste cose non le dicono, manco nei conservatori (che ormai non ci sono praticamente più!). Ho omesso la cosa più importante: come, una volta riconosciute questi elementi, l'esecutore debba utilizzarle, e quindi come l'ascoltatore possa valutare l'esecuzione. Di questo, forse, scriverò in seguito.
Aggiungo a posteriori un piccolo inciso sempre relativo alla "pira"; se il do dell' "o teco" può essere giustificato come variazione, a patto che il brano sia mantenuto in Do maggiore e sia svolto nel da capo, non trova invece alcuna giustificazione il do finale sull' "all'armi", che deve essere mantenuto sul sol. Infatti il finale non si mantiene costantemente sull'accordo di Do maggiore, ma nella prima battuta cambia continuamente da Do a Sol (dominante), e nell'accordo di Sol il do non c'entra, è una dissonanza ingiustificata.
martedì, marzo 31, 2020
"Questa non è musica"
Faccio una pausa nell'infinita sequenza di post sull'arte del canto per dedicarmi a un tema più generale, ma non meno importante, cioè "la Musica".
Lasciamo stare cos'è la musica; è un argomento prettamente filosofico che non si può e non si deve provare a definire, anche se possiamo arrivare a comprenderla in modo indiretto. La questione riguarda invece le tante persone che si affannano a inveire su alcuni brani o alcuni generi, definendoli "non musica". Persino un grande direttore d'orchestra, che dovette rifugiarsi negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale e poi vi risiedette per tutto il resto della vita, ebbe a dire parole sprezzanti sia sulla musica contemporanea (quindi anche su molti suoi coetanei e anche colleghi) che sul Jazz, che lui non considerava musica. Ma capita normalmente che chi si occupa di un particolare genere o ne disprezzi altri, o li consideri non da lui o lei compresi. Poi ci sono i "qualunquisti" che dicono che tutta la musica è bella, oppure o è bella o è brutta. Molti altri, più accortamente, dicono "mi piace" o "non mi piace". Insomma, le persone più focose e dialettiche tendono a dare giudizi, quelle più tranquille, o magari meno coinvolte, a globalizzare. Alla radice di questa situazione c'è una diffusa ignoranza, avvalorata da un insegnamento inesistente. Anzi, molto peggio, da un insegnamento che c'è ma non risolve le lacune ma le approfondisce. Ormai insegnare musica significa il gossip storicistico oppure la morfologia, salvandosi solo un po', per chi lo fa, un po' di esecuzione, peraltro senza criteri. Ho avuto, negli anni, diverse possibilità di parlare di musica con bambini e ragazzi, e ciò che è sempre scaturito è stata una grande disponibilità, ma una totale ignoranza. Con queste premesse tutto ciò che può scaturire è il disinteresse per la musica, la discussione sterile e imperniata su opinioni personali senza strutture. La musica è UNA, i generi possono essere infiniti, ma questo non conta, è appunto una scelta personale, che però può essere almeno parzialmente superata. Se però mancano le basi per avere coscienza di cosa è o di cosa può essere considerato musica e cosa no, ogni discussione lascia il tempo che trova.
Cominciando dall'inizio, noi dobbiamo superare prima di tutto un equivoco. I suoni non sono musica.
In natura i suoni non esistono, o solo occasionalmente; in natura esistono rumori, che possono anche essere molto belli, affascinanti, interessanti. Il vento tra le foglie, il "ribollir" del mare o il fruscio di corsi d'acqua, grilli e cicale... (che peraltro a molti possono anche risultare fastidiosi). Qualche forma di vita emette suoni, per ragioni di richiamo amoroso. Qual è la differenza tra rumori e suoni? I primi sono vibrazioni IRREGOLARI, i suoni invece sono vibrazioni REGOLARI. I rumori pertanto hanno limitatissime possibilità di elaborazione. Con essi non si può fare musica. Si possono organizzare e possono anche essere di aiuto in un brano musicale (tamburi, grancasse, piatti, tam tam e decine di altri strumenti), ma non possiamo considerare musica una composizione basata esclusivamente su rumori. Come dicevo, però, neanche i suoni possono dar vita a un brano di musica se non sussistono determinati criteri. Per entrare più nello specifico, dobbiamo porci la domanda: "cos'è un brano di musica?" E' una domanda molto più semplice e abbordabile rispetto a "cos'è la musica". Un brano musicale è infatti qualcosa di più approcciabile, avendo dimensioni limitate e con spiccate caratteristiche. Un brano può essere una canzone, anche una canzoncina, un motivetto chiuso, un canto di chiesa, un inno, un movimento di sinfonia, un brano d'opera o un intero atto d'opera e persino una intera sinfonia o opera, un brano jazz, ecc. ecc. ecc. Prendiamo ad es. un motivetto ben conosciuto: "tanti auguri a te". Ebbene, nonostante le sue dimensioni minime, può essere musica. Perché dico: "può essere"? perché il brano ha una sua potenziale identità musicale, ma per poter arrivare a essere musica deve essere eseguito con i giusti criteri. La musica nasce e muore, non esiste sulla carta o nelle menti, deve essere eseguita. Quindi un brano può essere musica nelle intenzioni, ma non diventarlo perché eseguito male, o non esserlo già in premessa perché l'autore non ha saputo "coltivare" la sua idea.
Non ho usato a caso il termine "coltivare". Nella musica è necessario che ci sia un "seme". Un seme è un'idea musicale. Un seme è potenzialmente una pianta, ma perché arrivi ad esserlo ci vogliono una serie di requisiti: il clima, la fertilità, l'acqua, il sole, i parassiti, il concime, ecc. Se il seme non casca nel posto giusto, o non nasce o potrà arrivare fino a un certo punto e poi morire. Nella musica succede altrettanto. Se il compositore ha un'idea ma non sa gestire il suo seme-idea, mancheranno le ragioni esistenziali affinché il seme germogli e dia luogo alla pianta-musica.
Ma quali sono le ragioni esistenziali affinché il seme dia luogo a una musica? Il brano musicale deve poter INTERESSARE chi ascolta, cioè una persona umana. E cos'è che interessa una persona? Ritrovare sé stesso. Perché quando ascoltiamo un brano qualunque, c'è un punto, un motivo, un tema, che ci "acchiappa" di più, che ci piace, ci interessa, e ci fa piacere ascoltare anche più volte? Perché lì noi ci riconosciamo, quel tema o inciso o motivo, siamo noi. E non per niente l'autore, che potrà usare anche più temi all'interno di un brano, tornerà più volte su quel tema, anche spezzettandolo, occultandolo in parte, ecc.. Ma questo non basta assolutamente per dar vita a un brano. Una volta "affezionati" al tema, occorre che il brano abbia una VITA. Affinché noi possiamo parlare di un brano di musica, esso deve avere una vita, altrimenti sarebbe un brano "morto", per l'appunto, non avrebbe ragioni di esistere. E il brano non può essere un susseguirsi di motivi o, peggio, di note! Occorre un filo che leghi l'inizio e la fine di un brano. Ma questo filo non è solo un'astrazione, un concetto, ha un nome e deve trovare riscontro nella tessitura del brano, lo devono riconoscere l'autore e l'esecutore, nonché, seppur inconsciamente, l'ascoltatore. Questo filo si chiama TENSIONE. L'autore gioca con la tensione, come uno scrittore di un thriller o di un giallo. Si rende conto, se conosce il proprio mestiere, che ad ogni minuto che passa l'interesse può scemare, e quindi deve mettere in campo degli elementi che modifichino la tensione. Se la tensione è alta dopo un po' l'ascoltatore o ritiene che il momento sia troppo ansiogeno, e quindi smetterà di seguire, se la tensione è troppo bassa si addormenterà, se si alza e si abbassa senza un filo logico annoierà comunque. Quindi ci dovrà essere un progetto più o meno consapevole che renderà interessante tutto lo svolgimento. Come fa il compositore a gestire la tensione? Mediante il materiale che ha a disposizione: ritmo, melodia, armonia. Questi tre elementi hanno anche una storia. Possiamo dire che il ritmo è legato all'alba dell'umanità e alla sua infanzia. la melodia è "l'io", il sè, e riguarda la fascia giovanile, prepuberale, e il medioevo, l'armonia riguarda la fascia più matura dell'uomo, quella sociale e più moderna dell'umanità. Ma li ritroviamo anche negli stadi conoscitivi. Una persona che non va oltre lo "zump zump zump", sotto un certo punto di vista è un po' "preistorico"; chi coglie solo la melodia è un po' più evoluto , ma coglie più che altro l'aspetto personale, l'io (se non l'ego), e non ancora il "noi" contenuto nell'armonia. Quindi il compositore dovrà gestire la tensione agendo su questi tre parametri per innescare CONTRASTI laddove vuole aumentare la tensione (quindi ritmi disuguali, ad es., oppure salti melodici poco usuali, oppure armonie dissonanti), o diminuirla con metodi opposti. Tutto ciò ancora non basta, anzi, manca proprio il meglio! Anche così a un certo punto ci si annoierebbe e tutto verrebbe meno. Il brano musicale deve puntare a qualcosa, deve vivere per qualcosa, deve avere una direzione. Torniamo al romanzo giallo. E' possibile che la soluzione di un crimine avvenga dopo poche pagine? che senso avrebbe? Allora il giallo è un susseguirsi di "tentativi", di misteri, di indizi, prove, che porteranno il protagonista a sciogliere il mistero poco prima della fine. Quel momento è il punto di massima tensione, che poi si scaricherà nel poco tempo rimasto per la conclusione. Così capita anche nel brano musicale: ci sarà un punto di massima tensione, detto Punto Massimo, o Climax, che arriverà in un punto nella seconda parte del brano, che però sarà seguito ancora una volta da...? Il tema! cioè noi.
Attenzione, questa non è una "formuletta" con cui si può costruire un brano musicale. Se manca la coscienza e se manca la CONTINUITA', avremo comunque un brano fallimentare. La frase fondamentale è "LA FINE CONTENUTA NELL'INIZIO". Cioè fin dall'inizio, procedendo, noi dobbiamo avere cognizione che il brano ha una direzione, "punta" a un polo di attrazione, e non procede a scatti, a ondate. E questo dovrebbe essere il primo requisito richiesto a un esecutore, che dovrebbe saper riconoscere il tessuto tensivo ed essere in grado di metterlo in evidenza. Se non sa questo può condannare un brano, o renderlo comunque indigesto.
Siccome ho già scritto molto, mi fermo, e valuterò se fare altre precisazioni, eventualmente rispondendo alle osservazioni di chi avesse voglia di farne.
Lasciamo stare cos'è la musica; è un argomento prettamente filosofico che non si può e non si deve provare a definire, anche se possiamo arrivare a comprenderla in modo indiretto. La questione riguarda invece le tante persone che si affannano a inveire su alcuni brani o alcuni generi, definendoli "non musica". Persino un grande direttore d'orchestra, che dovette rifugiarsi negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale e poi vi risiedette per tutto il resto della vita, ebbe a dire parole sprezzanti sia sulla musica contemporanea (quindi anche su molti suoi coetanei e anche colleghi) che sul Jazz, che lui non considerava musica. Ma capita normalmente che chi si occupa di un particolare genere o ne disprezzi altri, o li consideri non da lui o lei compresi. Poi ci sono i "qualunquisti" che dicono che tutta la musica è bella, oppure o è bella o è brutta. Molti altri, più accortamente, dicono "mi piace" o "non mi piace". Insomma, le persone più focose e dialettiche tendono a dare giudizi, quelle più tranquille, o magari meno coinvolte, a globalizzare. Alla radice di questa situazione c'è una diffusa ignoranza, avvalorata da un insegnamento inesistente. Anzi, molto peggio, da un insegnamento che c'è ma non risolve le lacune ma le approfondisce. Ormai insegnare musica significa il gossip storicistico oppure la morfologia, salvandosi solo un po', per chi lo fa, un po' di esecuzione, peraltro senza criteri. Ho avuto, negli anni, diverse possibilità di parlare di musica con bambini e ragazzi, e ciò che è sempre scaturito è stata una grande disponibilità, ma una totale ignoranza. Con queste premesse tutto ciò che può scaturire è il disinteresse per la musica, la discussione sterile e imperniata su opinioni personali senza strutture. La musica è UNA, i generi possono essere infiniti, ma questo non conta, è appunto una scelta personale, che però può essere almeno parzialmente superata. Se però mancano le basi per avere coscienza di cosa è o di cosa può essere considerato musica e cosa no, ogni discussione lascia il tempo che trova.
Cominciando dall'inizio, noi dobbiamo superare prima di tutto un equivoco. I suoni non sono musica.
In natura i suoni non esistono, o solo occasionalmente; in natura esistono rumori, che possono anche essere molto belli, affascinanti, interessanti. Il vento tra le foglie, il "ribollir" del mare o il fruscio di corsi d'acqua, grilli e cicale... (che peraltro a molti possono anche risultare fastidiosi). Qualche forma di vita emette suoni, per ragioni di richiamo amoroso. Qual è la differenza tra rumori e suoni? I primi sono vibrazioni IRREGOLARI, i suoni invece sono vibrazioni REGOLARI. I rumori pertanto hanno limitatissime possibilità di elaborazione. Con essi non si può fare musica. Si possono organizzare e possono anche essere di aiuto in un brano musicale (tamburi, grancasse, piatti, tam tam e decine di altri strumenti), ma non possiamo considerare musica una composizione basata esclusivamente su rumori. Come dicevo, però, neanche i suoni possono dar vita a un brano di musica se non sussistono determinati criteri. Per entrare più nello specifico, dobbiamo porci la domanda: "cos'è un brano di musica?" E' una domanda molto più semplice e abbordabile rispetto a "cos'è la musica". Un brano musicale è infatti qualcosa di più approcciabile, avendo dimensioni limitate e con spiccate caratteristiche. Un brano può essere una canzone, anche una canzoncina, un motivetto chiuso, un canto di chiesa, un inno, un movimento di sinfonia, un brano d'opera o un intero atto d'opera e persino una intera sinfonia o opera, un brano jazz, ecc. ecc. ecc. Prendiamo ad es. un motivetto ben conosciuto: "tanti auguri a te". Ebbene, nonostante le sue dimensioni minime, può essere musica. Perché dico: "può essere"? perché il brano ha una sua potenziale identità musicale, ma per poter arrivare a essere musica deve essere eseguito con i giusti criteri. La musica nasce e muore, non esiste sulla carta o nelle menti, deve essere eseguita. Quindi un brano può essere musica nelle intenzioni, ma non diventarlo perché eseguito male, o non esserlo già in premessa perché l'autore non ha saputo "coltivare" la sua idea.
Non ho usato a caso il termine "coltivare". Nella musica è necessario che ci sia un "seme". Un seme è un'idea musicale. Un seme è potenzialmente una pianta, ma perché arrivi ad esserlo ci vogliono una serie di requisiti: il clima, la fertilità, l'acqua, il sole, i parassiti, il concime, ecc. Se il seme non casca nel posto giusto, o non nasce o potrà arrivare fino a un certo punto e poi morire. Nella musica succede altrettanto. Se il compositore ha un'idea ma non sa gestire il suo seme-idea, mancheranno le ragioni esistenziali affinché il seme germogli e dia luogo alla pianta-musica.
Ma quali sono le ragioni esistenziali affinché il seme dia luogo a una musica? Il brano musicale deve poter INTERESSARE chi ascolta, cioè una persona umana. E cos'è che interessa una persona? Ritrovare sé stesso. Perché quando ascoltiamo un brano qualunque, c'è un punto, un motivo, un tema, che ci "acchiappa" di più, che ci piace, ci interessa, e ci fa piacere ascoltare anche più volte? Perché lì noi ci riconosciamo, quel tema o inciso o motivo, siamo noi. E non per niente l'autore, che potrà usare anche più temi all'interno di un brano, tornerà più volte su quel tema, anche spezzettandolo, occultandolo in parte, ecc.. Ma questo non basta assolutamente per dar vita a un brano. Una volta "affezionati" al tema, occorre che il brano abbia una VITA. Affinché noi possiamo parlare di un brano di musica, esso deve avere una vita, altrimenti sarebbe un brano "morto", per l'appunto, non avrebbe ragioni di esistere. E il brano non può essere un susseguirsi di motivi o, peggio, di note! Occorre un filo che leghi l'inizio e la fine di un brano. Ma questo filo non è solo un'astrazione, un concetto, ha un nome e deve trovare riscontro nella tessitura del brano, lo devono riconoscere l'autore e l'esecutore, nonché, seppur inconsciamente, l'ascoltatore. Questo filo si chiama TENSIONE. L'autore gioca con la tensione, come uno scrittore di un thriller o di un giallo. Si rende conto, se conosce il proprio mestiere, che ad ogni minuto che passa l'interesse può scemare, e quindi deve mettere in campo degli elementi che modifichino la tensione. Se la tensione è alta dopo un po' l'ascoltatore o ritiene che il momento sia troppo ansiogeno, e quindi smetterà di seguire, se la tensione è troppo bassa si addormenterà, se si alza e si abbassa senza un filo logico annoierà comunque. Quindi ci dovrà essere un progetto più o meno consapevole che renderà interessante tutto lo svolgimento. Come fa il compositore a gestire la tensione? Mediante il materiale che ha a disposizione: ritmo, melodia, armonia. Questi tre elementi hanno anche una storia. Possiamo dire che il ritmo è legato all'alba dell'umanità e alla sua infanzia. la melodia è "l'io", il sè, e riguarda la fascia giovanile, prepuberale, e il medioevo, l'armonia riguarda la fascia più matura dell'uomo, quella sociale e più moderna dell'umanità. Ma li ritroviamo anche negli stadi conoscitivi. Una persona che non va oltre lo "zump zump zump", sotto un certo punto di vista è un po' "preistorico"; chi coglie solo la melodia è un po' più evoluto , ma coglie più che altro l'aspetto personale, l'io (se non l'ego), e non ancora il "noi" contenuto nell'armonia. Quindi il compositore dovrà gestire la tensione agendo su questi tre parametri per innescare CONTRASTI laddove vuole aumentare la tensione (quindi ritmi disuguali, ad es., oppure salti melodici poco usuali, oppure armonie dissonanti), o diminuirla con metodi opposti. Tutto ciò ancora non basta, anzi, manca proprio il meglio! Anche così a un certo punto ci si annoierebbe e tutto verrebbe meno. Il brano musicale deve puntare a qualcosa, deve vivere per qualcosa, deve avere una direzione. Torniamo al romanzo giallo. E' possibile che la soluzione di un crimine avvenga dopo poche pagine? che senso avrebbe? Allora il giallo è un susseguirsi di "tentativi", di misteri, di indizi, prove, che porteranno il protagonista a sciogliere il mistero poco prima della fine. Quel momento è il punto di massima tensione, che poi si scaricherà nel poco tempo rimasto per la conclusione. Così capita anche nel brano musicale: ci sarà un punto di massima tensione, detto Punto Massimo, o Climax, che arriverà in un punto nella seconda parte del brano, che però sarà seguito ancora una volta da...? Il tema! cioè noi.
Attenzione, questa non è una "formuletta" con cui si può costruire un brano musicale. Se manca la coscienza e se manca la CONTINUITA', avremo comunque un brano fallimentare. La frase fondamentale è "LA FINE CONTENUTA NELL'INIZIO". Cioè fin dall'inizio, procedendo, noi dobbiamo avere cognizione che il brano ha una direzione, "punta" a un polo di attrazione, e non procede a scatti, a ondate. E questo dovrebbe essere il primo requisito richiesto a un esecutore, che dovrebbe saper riconoscere il tessuto tensivo ed essere in grado di metterlo in evidenza. Se non sa questo può condannare un brano, o renderlo comunque indigesto.
Siccome ho già scritto molto, mi fermo, e valuterò se fare altre precisazioni, eventualmente rispondendo alle osservazioni di chi avesse voglia di farne.
domenica, marzo 22, 2020
La "non" respirazione
Si impara persino da sé stessi! Ieri riordinando un po' di file nel pc, ho trovato un mio video di parecchio tempo fa, che non so nemmeno se ho pubblicato, dove parlo, tra l'altro, della respirazione vocale. Non ricordavo di aver prodotto questo video dove dico una cosa piuttosto importante e che non credo di aver scritto o detto successivamente, perlomeno in questi termini. In pratica ciò che ho detto è che quella per cantare non è e non è opportuno definire "respirazione", perché la respirazione è unicamente quella che pratichiamo istintivamente per la nostra vita fisica. Per cantare a noi serve un'ALIMENTAZIONE aerofona. Tre, quindi, possono essere gli utilizzi dell'aria che inspiriamo: scambiatore gassoso, sostegno del busto e torchio addominale, alimentazione vocale. In ognuno di questi atteggiamenti abbiamo diverse conformazioni fisiche e fisiologiche. Naturalmente la prima necessità è prioritaria e non può essere minimamente compromessa; nella seconda questo pericolo non c'è, essendo anche un'esigenza del nostro corpo, pur non prioritaria, nella terza, che è quella che ci interessa maggiormente, invece sì, o perlomeno è ciò che teme il nostro istinto ed è per quello che ci pone difficoltà. In teoria potrebbe essere una normale espirazione, ma essendo coinvolti in modo importante la laringe e vari muscoli respiratori, senza contare il tempo di espirazione, che è molto più lungo di quello comune, l'istinto si allarma e si ribella temendo una commutazione del suo funzionamento per qualcosa che non ha motivi straordinari per richiederla. In ogni modo pur considerando che la respirazione ha luogo regolarmente, quindi nulla del nostro funzionamento vitale viene messo a repentaglio, chi canta deve considerare che il ciclo che mettiamo in movimento è di tipo alimentante, a due fasi: la prima fase è meccanica, e genera la vibrazione delle c.v. e di conseguenza la produzione di un suono (anonimo), la seconda fase riguarda la produzione, mediante questo suono, di un parlato, cioè di una qualificazione articolatoria di un modesto suono. E' questa la fase più difficile, impegnativa da realizzare, perché mentre la produzione del suono è relativamente facile, alla portata di tutti, nessuno può vantare una respirazione evoluta a questo livello se non l'ha conquistata tramite una disciplina mirata. Occorre pensare che ciò che emettiamo quando vogliamo cantare non sia "voce", quindi un prodotto che forse molti reputano materiale o comunque con una densità e uno spessore degni di nota, ma aria, un elemento finissimo, inconsistente, leggerissimo, che può scivolare e correre lontano portando la voce. La voce intesa però nel suo significato completo, cioè suono che si è arricchito immensamente della conoscenza umana tramite la parola. La parola non è solo una conformazione del suono, come forse molti sono indotti a credere, ma è qualcosa che viene filtrata ed elevata dal nostro spirito. Un pezzo di creta che diventa una statuetta, non è più un pezzo di creta, ma si è elevata per l'informazione conoscitiva che vi ha impresso uno scultore; la parola già si innalza di molto rispetto a un suono per il semplice fatto che è diventata parola; se diventa anche canto può vantare un indice conoscitivo enorme, ma quando questo elemento diventa purissimo, cioè trascende (dicendolo alla Husserl) la fisicità, allora potremmo definirla parola sacra, che non si rivolge più solo ai nostri timpani e al normale nostro comprendonio comune, ma parla direttamente col nostro spirito. Questo, fortunatamente o meno, succede anche quando non si raggiungono queste vette, se no non potremmo nemmeno ipotizzarne l'esistenza, ma si tratta sempre di un messaggio tratteggiato, incompleto, balbettante, offuscato.
E' l'aria che vi sta intorno che diventa parola cantata, e voi dovete solo darle l'avvio e il carburante per farla vivere.
E' l'aria che vi sta intorno che diventa parola cantata, e voi dovete solo darle l'avvio e il carburante per farla vivere.
mercoledì, marzo 18, 2020
Mario Basiola
Per esaudire le richieste di fare nuovi post, inserisco un breve commento relativo al grande baritono Mario Basiola. Nato nel 1892, studiò con Antonio Cotogni al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma (quindi la grande scuola romana). Cotogni fu un cantante storico, ammirato da Verdi, e insegnante di alcuni grandissimi cantanti, tra cui Giacomo Lauri Volpi. Ascoltando Basiola si nota la pressoché totale mancanza di qualsivoglia interessamento della gola. E' un bel parlato morbido e "fuori", ma decisamente di timbro baritonale. Sono interessanti gli acuti, molto avanti, e soprattutto il legato straordinario, con un uso magistrale dei fiati. Consiglio l'ascolto di "a tanto amor" dalla Favorita, "cortigiani" dal Rigoletto e "Raccoglie e calma" dal figliuol prodigo di Ponchielli. Non ci sono tantissime registrazioni, e sono soprattutto legate a due periodi: il 28-29 e il 34-35. Nelle prime si nota un timbro più chiaro, più parlato, un po' meno omogeneo con acuti molto squillanti; nelle seconde un legato e una omogeneità straordinarie, però un parlato a tratti un po' "biascicato", non impeccabile, e gli acuti meno presenti e squillanti. E' comunque un cantante esemplare, piuttosto "moderno", cioè segue il testo senza lasciarsi andare a rallentamenti e corone infiniti, puntature inventate ecc. Credo che il suo punto debole sia stata la paura di perdere l'omogeneità utilizzando un parlato troppo scandito, ma nei recitativi si sente che sapeva usarlo magistralmente. Vi posto un paio di esempi poi se volete potete trovare qualcos'altro su youtube o su siti dedicati a cantanti del passato.
giovedì, marzo 12, 2020
i passaggi infiniti
Dal punto di vista fisiologico comune, l'uomo è strutturato con due registri vocali fondamentali. Non importa come si chiamano, l'importante è non soffermarsi sull'ipotesi che uno si chiami "petto"perché risuona nel petto e l'altro "testa" perché risuona in testa. Questi sono dati secondari che non riguardano l'educazione vocale. I cosiddetti registri ci interessano in quanto richiamano due diverse configurazioni delle corde vocali. Come ripeto, a livello comune le configurazioni possibili sono solo due; la cosa particolare e interessante è che esse sono SOVRAPPONIBILI, cioè è possibile eseguire molte note in uno o nell'altro atteggiamento delle c.v., però è evidente che il primo registro riguarda in particolar modo il settore centro-grave (atteggiamento di c.v. "spesse", nella parte centrale), e l'altro il settore centro-acuto (atteggiamento di c.v. "sottile" principalmente sul bordo). Altro dato fondamentale, è che sono entrambi importanti ed è sbagliato dare minore importanza all'uno o all'altro. Se i registri fondamentali sono due, nella Storia si sono create confusioni a causa della terminologia, ma anche perché esistono altre possibilità di ottenere suoni che però non possiamo far rientrare nella logica dei registri. Mi riferisco ad esempio agli armonici, molti dei quali possono avere consistenze non esigue e quindi essere confusi con i fondamentali, oppure ai "fischi" che qualcuno può ritenere ancora appartenenti al registro sovracuto. Se l'educazione vocale può passare attraverso un uso singolo e ordinato di ciascuno dei due registri, l'evoluzione comporterà l'abolizione di ogni confine e di ogni specificità, per raggiungere una omogeneità perfetta. Alcuni pensano che per omogeneizzare la voce basti... non pensarci. E' un'illusione, anche se alcune persone particolarmente dotate hanno fin da subito una capacità straordinaria di armonizzare il centro con gli acuti. Ciò non deve significare che basta "fregarsene" della questione, ma al contrario prenderne coscienza ed esercitarsi sempre con il dovuto impegno. I registri disgiunti esistono in quanto è la nostra respirazione che li tiene in vita così. Chi non avverte una divisione è perché ha una respirazione privilegiata, indirizzata a un canto di alto livello, che però non significa avere già una respirazione artistica; l'istinto non sopporterà a lungo un utilizzo così straordinario del fiato senza che esso sia stato disciplinato, e col tempo creerà problemi sempre più macroscopici. Purtroppo questo è ciò che capita proprio ai "talenti", che pensano (o a cui viene fatto credere) di avere già tutte le carte in regola per fare una lunga importante carriera. Ma prima o poi dovranno farci i conti, che spesso... non torneranno.
Dobbiamo aggiungere un piccolo tassello. Mentre nei maschi ci sono gli evidenti due registri e quindi nelle scuole "tecniche" si insegna a passare da un registro all'altro con determinate manovre, nelle donne la cosa suscita più confusione. In moltissime scuole vige la credenza che il passaggio si debba fare circa un'ottava sopra i tenori, che per la scrittura abituale della parte dei tenori un'ottava sopra in chiave di violino, a qualcuno può sembrare la stessa. Quindi se i tenori passano sul fa3, che nelle parti di tenore è sul quinto rigo, molte pensano che il loro passaggio sia egualmente lì, che però è il fa4. Questa è una sciagura, per due motivi: intanto per la donna in quella zona non esiste nessun passaggio, in secondo luogo se esiste qualcosa, di cui ora parlerò, non è certo sul fa4. Intanto ribadisco che la zona dove i due registri si "incontrano" più opportunamente, per maschi e femmine, è nella zona compresa tra il Re e il Fa3, quindi un'ottava sotto quello che pensano molte donne e molti insegnanti, maschi o femmine che sia. C'è però una particolarità che riguarda principalmente le donne, e cioè che sul Re4 E NON OLTRE, c'è un punto particolare, di cui bisogna tener conto. Non è un passaggio, perché non esiste un altro registro, cioè una diversa configurazione delle c.v., ma il registro superiore non può più sovrapporsi con quello inferiore, cioè resta individuale, e questo richiede un po' più di energia. Per cui per un certo periodo può essere necessario prendere dei provvedimenti per affrontare questo punto, e quindi comportarsi COME SE fosse un passaggio, ma avendo coscienza che non lo è, e col tempo non ci sarà più necessità di alcun pensiero particolare. Proprio perché non è un passaggio, è un punto uguale per tutte le classi femminili, quindi il Fa4 è da considerarsi alla stregua di un passaggio per contralti, mezzi e soprani.
Ci sono alcune conseguenze relative al fatto che questa situazione non è nota o è particolarmente confusa. La più diffusa è che sia necessario per tutta la carriera fare un "passaggio" di registro, cioè provocare mediante delle manovre o atteggiamenti vocali particolari, un passaggio dal registro inferiore a quello superiore (mentre è molto meno preso in considerazione quello inverso); questo riguarda quasi esclusivamente il mondo maschile. L'altra altrettanto diffusa, che riguarda invece preponderantemente il campo femminile, è di non attaccare se non per assoluta necessità il registro inferiore, ma di utilizzare solo quello superiore. In questo senso, molti pensano che il registro di petto nelle donne non sia veramente un registro ma un atteggiamento pericoloso, mentre i due registri siano quello centrale fino al Re o Fa 4 e poi quello acuto. Come s'è detto, invece, esiste un solo registro che riguarda dal centro fino agli acuti e uno centro grave. La confusione è in gran parte dettata dal fatto che nelle donne il registro inferiore è alquanto limitato, perlomeno in campo lirico, mentre in altri stili musicali è utilizzato anche al 100%. Il registro inferiore infatti può essere utilizzato più o meno efficacemente anche sino al do4 e in alcuni casi anche oltre, anche se con seri rischi. Nelle voci particolarmente sviluppate, il registro centrale diventa difficoltoso già dal sol3 e gridato nelle note superiori; ciò non significa che debba essere del tutto ignorato. Quindi per le donne è bene ricordare che per l'educazione vocale la nota di passaggio deve essere considerata il fa3, come per i tenori (cioè realmente quella sul fa in primo spazio, che sarebbe anche l'inizio del settore acuto per loro, se non ci fosse l'abitudine di scrivere le loro parti un'ottava sopra). Cosa vuol dire "passaggio"? Non vuol dire fare "manovre". Io resto scandalizzato nel sentire (e a volte anche vedere) cantanti che arrivando in certi punti della tessitura fanno come "cucchiaiate", cioè "girano" la voce portandola dal basso verso l'alto con un movimento rotatorio all'indietro. Eppure molti lo fanno in modo anche assai evidente senza che nessuno provi il minimo disturbo. Passare significa in primo luogo "alleggerire"! Però non tutti riescono a entrare nel registro superiore subito alleggerendo, e questo perché l'atteggiamento della corda "sottile" richiede molta più tensione, e quindi è più impegnativa da mettere in vibrazione, specie per gli uomini. Questo comporta che per un certo tempo non sarà possibile per loro accedere al registro acuto alleggerendo, o meglio, sarà possibile ma non in voce piena. Non mi soffermo sul periodo iniziale, perché questo riguarda la fase più difficile e peculiare dell'insegnamento, che non può essere descritta senza incorrere in interpretazioni e confusioni, e che in ogni caso compete alla sensibilità e preparazione dell'insegnante. Nella fase più avanzata, invece, quando si può cominciare a parlare compiutamente di una omogeneizzazione della voce, e dell'eliminazione di ogni limite settoriale, qualche indicazione si può dare. Purtroppo capita che iniziando gli esercizi dal settore grave, molte donne, con la paura di uno "scalino" non passino realmente al registro superiore. Ma questo capita anche perché nell'ultimo settore, quello tra Do e Mi3, spesso spingono, danno voce, e questo effettivamente creerebbe un mutamento di intensità e colore eccessivo, e pure una specie di singhiozzo. Quindi per poter arrivare a un passaggio "indolore", è necessario che già dal do3 si alleggerisca l'intensità, pur senza passare subito. Per contro, bisogna stare molto attenti, poi, di non continuare con un registro inferiore alleggerito, che può costituire realmente un pericolo (mi sono già capitati numerosi casi in questa condizione). Al contrario ancora di questa situazione, c'è la discesa. Le donne una volta entrate nel registro centro-acuto, non lo vogliono più lasciare quando discendono, e continuano a permanere in questo atteggiamento anche sulle note inferiori al Fa3, costituendo una voce falsa, inappropriata, salvo casi piuttosto particolari. Ma questo anche per un erroneo consiglio di molti insegnanti, che con l'idea della "voce alta", fanno spingere dal basso, e la laringe permane in quell'atteggiamento, che è fuori luogo. Quando si scende non bisogna aver alcun timore a rientrare nel registro inferiore, anche qui non cercando una voce troppo maschile e forte, ma nuovamente una voce compatibile con quella sottile e leggera che si sta lasciando, ma senza pensare "alto", perché crea tensioni muscolari inappropriate e un sollevamento del fiato.
Siccome la fine della storia è che non ci saranno più registri e passaggi, occorre considerare che, tranne le note più gravi, e quelle superiori a partire dal re4, in tutta la gamma compresa tra il do3 (magari anche un paio di semitoni sotto) e il do#4, la corda è come se avesse una vibrazione unica, con percentuali di interessamento diverso a seconda delle frequenze ma anche dell'intensità e del carattere. Se si alleggerisce la voce prevarrà un po' di più la porzione di corda sottile; se si richiede più carattere, più intensità, in una zona non troppo acuta, prevarrà la porzione di corda spessa, in un equilibrio mirabile, elastico, a completa disposizione dell'esecutore, che non agirà direttamente, ma semplicemente per volontà. Questo però si tenga conto che è UNICAMENTE frutto di una sapiente educazione vocale-respiratoria. Quindi, partendo da note centro-gravi, noi a ogni semitono è come se "passassimo" a un registro superiore. Non è vero, ma questo ci porta ad alleggerire e quindi a consentire di far intervenire la porzione di corda più sottile, e viceversa scendendo dare un pizzico di intensità in più per sollecitare l'intervento della corda più spessa, quindi passare all'infinito... senza passare mai!
Dobbiamo aggiungere un piccolo tassello. Mentre nei maschi ci sono gli evidenti due registri e quindi nelle scuole "tecniche" si insegna a passare da un registro all'altro con determinate manovre, nelle donne la cosa suscita più confusione. In moltissime scuole vige la credenza che il passaggio si debba fare circa un'ottava sopra i tenori, che per la scrittura abituale della parte dei tenori un'ottava sopra in chiave di violino, a qualcuno può sembrare la stessa. Quindi se i tenori passano sul fa3, che nelle parti di tenore è sul quinto rigo, molte pensano che il loro passaggio sia egualmente lì, che però è il fa4. Questa è una sciagura, per due motivi: intanto per la donna in quella zona non esiste nessun passaggio, in secondo luogo se esiste qualcosa, di cui ora parlerò, non è certo sul fa4. Intanto ribadisco che la zona dove i due registri si "incontrano" più opportunamente, per maschi e femmine, è nella zona compresa tra il Re e il Fa3, quindi un'ottava sotto quello che pensano molte donne e molti insegnanti, maschi o femmine che sia. C'è però una particolarità che riguarda principalmente le donne, e cioè che sul Re4 E NON OLTRE, c'è un punto particolare, di cui bisogna tener conto. Non è un passaggio, perché non esiste un altro registro, cioè una diversa configurazione delle c.v., ma il registro superiore non può più sovrapporsi con quello inferiore, cioè resta individuale, e questo richiede un po' più di energia. Per cui per un certo periodo può essere necessario prendere dei provvedimenti per affrontare questo punto, e quindi comportarsi COME SE fosse un passaggio, ma avendo coscienza che non lo è, e col tempo non ci sarà più necessità di alcun pensiero particolare. Proprio perché non è un passaggio, è un punto uguale per tutte le classi femminili, quindi il Fa4 è da considerarsi alla stregua di un passaggio per contralti, mezzi e soprani.
Ci sono alcune conseguenze relative al fatto che questa situazione non è nota o è particolarmente confusa. La più diffusa è che sia necessario per tutta la carriera fare un "passaggio" di registro, cioè provocare mediante delle manovre o atteggiamenti vocali particolari, un passaggio dal registro inferiore a quello superiore (mentre è molto meno preso in considerazione quello inverso); questo riguarda quasi esclusivamente il mondo maschile. L'altra altrettanto diffusa, che riguarda invece preponderantemente il campo femminile, è di non attaccare se non per assoluta necessità il registro inferiore, ma di utilizzare solo quello superiore. In questo senso, molti pensano che il registro di petto nelle donne non sia veramente un registro ma un atteggiamento pericoloso, mentre i due registri siano quello centrale fino al Re o Fa 4 e poi quello acuto. Come s'è detto, invece, esiste un solo registro che riguarda dal centro fino agli acuti e uno centro grave. La confusione è in gran parte dettata dal fatto che nelle donne il registro inferiore è alquanto limitato, perlomeno in campo lirico, mentre in altri stili musicali è utilizzato anche al 100%. Il registro inferiore infatti può essere utilizzato più o meno efficacemente anche sino al do4 e in alcuni casi anche oltre, anche se con seri rischi. Nelle voci particolarmente sviluppate, il registro centrale diventa difficoltoso già dal sol3 e gridato nelle note superiori; ciò non significa che debba essere del tutto ignorato. Quindi per le donne è bene ricordare che per l'educazione vocale la nota di passaggio deve essere considerata il fa3, come per i tenori (cioè realmente quella sul fa in primo spazio, che sarebbe anche l'inizio del settore acuto per loro, se non ci fosse l'abitudine di scrivere le loro parti un'ottava sopra). Cosa vuol dire "passaggio"? Non vuol dire fare "manovre". Io resto scandalizzato nel sentire (e a volte anche vedere) cantanti che arrivando in certi punti della tessitura fanno come "cucchiaiate", cioè "girano" la voce portandola dal basso verso l'alto con un movimento rotatorio all'indietro. Eppure molti lo fanno in modo anche assai evidente senza che nessuno provi il minimo disturbo. Passare significa in primo luogo "alleggerire"! Però non tutti riescono a entrare nel registro superiore subito alleggerendo, e questo perché l'atteggiamento della corda "sottile" richiede molta più tensione, e quindi è più impegnativa da mettere in vibrazione, specie per gli uomini. Questo comporta che per un certo tempo non sarà possibile per loro accedere al registro acuto alleggerendo, o meglio, sarà possibile ma non in voce piena. Non mi soffermo sul periodo iniziale, perché questo riguarda la fase più difficile e peculiare dell'insegnamento, che non può essere descritta senza incorrere in interpretazioni e confusioni, e che in ogni caso compete alla sensibilità e preparazione dell'insegnante. Nella fase più avanzata, invece, quando si può cominciare a parlare compiutamente di una omogeneizzazione della voce, e dell'eliminazione di ogni limite settoriale, qualche indicazione si può dare. Purtroppo capita che iniziando gli esercizi dal settore grave, molte donne, con la paura di uno "scalino" non passino realmente al registro superiore. Ma questo capita anche perché nell'ultimo settore, quello tra Do e Mi3, spesso spingono, danno voce, e questo effettivamente creerebbe un mutamento di intensità e colore eccessivo, e pure una specie di singhiozzo. Quindi per poter arrivare a un passaggio "indolore", è necessario che già dal do3 si alleggerisca l'intensità, pur senza passare subito. Per contro, bisogna stare molto attenti, poi, di non continuare con un registro inferiore alleggerito, che può costituire realmente un pericolo (mi sono già capitati numerosi casi in questa condizione). Al contrario ancora di questa situazione, c'è la discesa. Le donne una volta entrate nel registro centro-acuto, non lo vogliono più lasciare quando discendono, e continuano a permanere in questo atteggiamento anche sulle note inferiori al Fa3, costituendo una voce falsa, inappropriata, salvo casi piuttosto particolari. Ma questo anche per un erroneo consiglio di molti insegnanti, che con l'idea della "voce alta", fanno spingere dal basso, e la laringe permane in quell'atteggiamento, che è fuori luogo. Quando si scende non bisogna aver alcun timore a rientrare nel registro inferiore, anche qui non cercando una voce troppo maschile e forte, ma nuovamente una voce compatibile con quella sottile e leggera che si sta lasciando, ma senza pensare "alto", perché crea tensioni muscolari inappropriate e un sollevamento del fiato.
Siccome la fine della storia è che non ci saranno più registri e passaggi, occorre considerare che, tranne le note più gravi, e quelle superiori a partire dal re4, in tutta la gamma compresa tra il do3 (magari anche un paio di semitoni sotto) e il do#4, la corda è come se avesse una vibrazione unica, con percentuali di interessamento diverso a seconda delle frequenze ma anche dell'intensità e del carattere. Se si alleggerisce la voce prevarrà un po' di più la porzione di corda sottile; se si richiede più carattere, più intensità, in una zona non troppo acuta, prevarrà la porzione di corda spessa, in un equilibrio mirabile, elastico, a completa disposizione dell'esecutore, che non agirà direttamente, ma semplicemente per volontà. Questo però si tenga conto che è UNICAMENTE frutto di una sapiente educazione vocale-respiratoria. Quindi, partendo da note centro-gravi, noi a ogni semitono è come se "passassimo" a un registro superiore. Non è vero, ma questo ci porta ad alleggerire e quindi a consentire di far intervenire la porzione di corda più sottile, e viceversa scendendo dare un pizzico di intensità in più per sollecitare l'intervento della corda più spessa, quindi passare all'infinito... senza passare mai!
domenica, marzo 01, 2020
Suono-parola
Torno ancora una volta su un tema fondamentale, cruciale: suono-parola
Per molti suono e vocale, o parola, sono termini interscambiali, mentre comprendere la differenza è indispensabile per raggiungere un canto esemplare.
Le corde vocali generano un suono, un piccolo suono. Agiscono come possono agire le due ance d'un oboe o d'un fagotto; un suono, quindi, senza alcuna particolare qualità o significato. Nel condotto oro-faringeo questo suono acquista delle proprietà, che sono propedeutiche alla nascita delle vocali e delle parole (e anche alla loro amplificazioni), MA NON SONO NE' VOCALI NE' PAROLE. La parola compiuta nasce solo esternamente alla bocca, e non può essere diversamente. Viceversa dobbiamo parlare di una pronuncia da ventriloquo. Esiste la possibilità di articolare parole anche internamente, è un artificio con tutte le limitazioni di simili attività, che nulla hanno a che vedere con arti quali la recitazione e il canto artistico. Purtroppo da molto tempo questa confusione di ruoli ha fatto sì che gli allievi (e quindi molti cantanti) si concentrassero sul suono (pensando che fosse il canto) e non sulla parola. Questo perché non si considera la parola come madre del canto esemplare, ma qualcosa di diverso, indipendente e persino negativo, da non trattare. Quali sono le conseguenze di questa confusione? Se se parte dal suono immaginando che esso sia il materiale da elaborare per il canto, avremo numerosi difetti. 1) l'elaborazione del suono induce l'insegnante a indicare come mezzi per lo sviluppo l'azione sui muscoli interni, quindi ampliamento del faringe, sollevamento del velopendulo, abbassamento della laringe, in qualche caso anche azioni con la lingua. Tutte queste attività, insieme o indipendenti, generano difetti, dall'ingolamento alla nasalizzazione, e comunque al suono "indietro", quasi sempre con una distorsione del suono stesso, molto innaturale. Ci possono essere vantaggi? Purtroppo sì; sono mezzi semplicistici, trucchi, che possono tenere a bada, forzatamente, la risalita diaframmatica, cioè lo spoggio, ma in cambio di un canto con problemi vari, irrisolvibili se non ricominciando tutto da capo (sperando di essere in tempo).
2) l'idea che la parola possa formarsi internamente, quindi confondendo il suono con la voce cantabile, porterà, a seconda delle scuole, a spingere (per portare avanti), ad alzare internamente (nasalizzando, spoggiando) con l'idea dell'amplificazione "in maschera", oppure a "gonfiare" il suono per cercare lo spazio interno, portandolo ancora più indietro, premendo "in giù" con l'idea di aumentare l'appoggio, frenando il fiato e bloccando la laringe. Non mi soffermo poi su idee ancora più astruse tipo far girare la voce dietro la nuca, mandarla nella calotta cranica, "come se un filo sopra la testa ci sollevasse", e amenità simili. 3) l'ulteriore confusione di quanti, non accontentandosi della cavità orofaringee, pensano che occorra coinvolgere direttamente anche le cavità della parte superiore della testa nella fonazione e che quindi il suono, e la relativa articolazione verbale, debbano avvenire in una fascia compresa tra il naso e la fronte. Questo porta ancora a nasalizzazione, spoggio, ingolamento. 4) il concentrarsi sul suono, anziché sulla parola, porterà a gravi difficoltà di pronuncia, specie per il mondo femminile, soprattutto nel settore acuto.
Entrare nel regno della parola cantata è arduo, è qualcosa di molto più difficile di quanto si creda specie per coloro che ambiscono al canto classico. Siamo inizialmente tutti legati mentalmente ad un rapporto fisico col canto, mentre la parola fluente è legata solo al fiato, cioè a un rapporto immateriale. Potremmo dire che la parola sta nel flusso espiratorio che esce dalla bocca; è un "pensiero" energetico insito nel fiato che esce. Quando parliamo normalmente (diciamo... bene), noi non ci rendiamo conto, non abbiamo coscienza, che facciamo fluire con una certa costanza del fiato ricondotto a suono e poi elaborato NON fisicamente, ma mentalmente, che trova il suo fuoco e quindi la sua realizzazione a una breve distanza dalla bocca. Come un fascio di luce che attraversa una lente e si concentra in un punto. Se il fascio di luce indirizzato alla lente viene disturbato, non si potrà giungere al risultato insperato; se disturbiamo il suono, anche la parola o il canto saranno difettosi. Pertanto un punto fondamentale è che il suono deve essere lasciato in pace! Bisogna cercare di NON modificarlo in nessun modo. Suggerimenti quali: apri la gola, alza il velopendolo, alza la lingua, abbassa la laringe, sono tutti molto negativi, così come: manda la voce verso gli occhi o la fronte o gli zigomi, ecc. quindi anche "manda in maschera", e altre cose del genere. Questo tipo di scuole, che non hanno nulla di antico e possiamo dire di artistico, non si rendono conto che creano solo artifici e quindi innaturalità e distorsioni.
Quindi noi dobbiamo cercare di dimenticare che esiste un suono interno e tutto un apparato muscolo-scheletrico che può influenzarlo e modificarlo. Se ho bisogno di pronunciare una A, ad esempio, devo sapere che si formerà davanti a me, ma perché sia perfetta avrà bisogno che si creino le condizioni (che solo la mia mente conosce), ovvero equilibri tra gli spazi e il flusso espiratorio, indispensabili per la focalizzazione di questa vocale. Ancor più complesso il lavoro quando si pronunciano intere parole e intere frasi, ma niente di complicato, perché la nostra mente sa già tutto, è tutto nel nostro DNA. Il grosso problema è che se voglio dare a questo parlato un'intonazione perfetta e la possibilità di espandersi in spazi anche enormi utilizzando tutta l'estensione che mi compete e utilizzando tutti i mezzi espressivi necessari, la mente non saprà più che fare, perché sono informazioni che vanno oltre la sua funzione esistenziale. Ma sono presenti nelle nostre potenzialità e nella sfera creativa che contraddistingue l'uomo. Per cui senza alcun artificio, noi possiamo raggiungere il risultato elevando o evolvendo la parola e conseguentemente il fiato che accompagna questa evoluzione. Non il fiato in sé, ma il RAPPORTO fiato-parola.
Quando ci si concentra solo sulla parola, automaticamente (si fa per dire, purtroppo) tutti gli apparati interni possono (e dovrebbero) RILASSARSI, perché li lasciamo in pace, non interveniamo su di essi, ma ci accontentiamo di esaminare la parola che si forma e migliorarla. Anche il maestro, come si faceva anticamente, dovrebbe badare solo a ciò che esce (e anche alla postura), e indicare ciò che non va e suggerire all'allievo cosa deve modificare (es: in questa parola la E si sente poco perché è troppo scura, non è ben detta; questa parola non si comprende perché spezzi le sillabe, le consonanti sono troppo o troppo poco pronunciate; ci sono accenti dove non dovrebbero esserci; dai colpi ovunque e non lasci fluire le parole, ....). Il problema di fondo di questo approccio è che siamo istintivamente portati a dare una carica FISICA al canto e anche alla pronuncia in genere quando usciamo dalla spontaneità. Cioè cominciamo a "masticare", a usare in modo più che eccessivo tutta la muscolatura e ossatura dell'apparato articolatorio. Inizialmente può anche essere produttivo, ma col tempo può diventare un vizio e distogliere l'attenzione dal vero obiettivo, che è quello di una pronuncia sul fiato. Quando si canta bene, la bocca può "mormorare", anche se si sta cantando a piena potenza, perché la voce per espandersi e sonorizzarsi utilizza lo SPAZIO ESTERNO, l'aria contenuta nell'ambiente, che viene posta in vibrazione da quella vocale purissima e perfetta. Occorre che ci si renda conto che la parola, cantata o meno, è esterna a noi, e la ascoltiamo e ... la guardiamo.
Per raggiungere questo obiettivo, noi dobbiamo però anche renderci conto che occorre spezzare un "cordone ombelicale" tra suono e parola. L'imperativo è che a noi interessa la parola, quindi il suono (cioè l'anonima vibrazione interna) per noi è da dimenticare, da lasciar vivere nella sua autonoma esistenza, e che la parola (o vocale connessa) è indipendente e ha, o avrà, tutte le caratteristiche per diventare perfetta senza che noi agiamo in alcun modo sul suono, anzi SOLO se non agiamo in alcun modo su di esso. Il suono interiore non dobbiamo ascoltarlo, non dobbiamo dargli alcuna importanza e soprattutto non dobbiamo dare interesse a tutta la struttura fisica ad esso connessa. In un certo senso potremmo dire che il suono noi lo dobbiamo "deglutire", cioè lasciarlo cadere, considerarlo inerte. In particolare dobbiamo renderci conto che esso è FERMO, immobile, non si muove e soprattutto non dobbiamo muoverlo noi. Quindi suono e parola, anche se in realtà sono profondamente e intimamente connessi e in relazione, noi dobbiamo viverli come indipendenti. Non è agendo sul suono in alcun modo che possiamo migliorare il canto; ogni azione va esercitata su ciò che sentiamo esternamente e dobbiamo agire con la volontà. Se una A non è A, dobbiamo concentrarci per migliorarla là dove si forma, davanti a noi, senza per questo spalancare la bocca, tirare le labbra e spingere a più non posso. Il risultato non ci sarà; il risultato è nel rapporto tra la mente (che agisce automaticamente, senza "pensare") e il fiato che fluendo liberamente porterà al suo interno la A che la mente ha instillato e che esternamente si manifesterà. Quindi occorre FARE POCO, togliere tensioni, togliere intenzioni di canto esasperato come volume, intensità, timbro, ampiezza, forza, colore... In un certo senso anche la pronuncia stessa! Noi dobbiamo renderci conto se c'è, se la sentiamo; se invece ci sforziamo di farla a tutti i costi, agiremo sicuramente con spinte e esasperazioni fisiche, e bloccheremo il fiato. Viceversa siamo in grado, su quella strada, di generare una cellula sonora di enorme potenzialità che, liberatasi nell'aria davanti a noi, sarà in grado di esplodere come un fuoco artificiale e coinvolgere tutta l'aria che incontra. Non è né fantascienza né millanteria. E' quella semplicità alla base di qualunque processo artistico, di qualunque verità. Consiglio anche di rileggere questo post di molti anni fa: https://www.blogger.com/blogger.g?blogID=37431600#editor/target=post;postID=4967192144104509404
Per molti suono e vocale, o parola, sono termini interscambiali, mentre comprendere la differenza è indispensabile per raggiungere un canto esemplare.
Le corde vocali generano un suono, un piccolo suono. Agiscono come possono agire le due ance d'un oboe o d'un fagotto; un suono, quindi, senza alcuna particolare qualità o significato. Nel condotto oro-faringeo questo suono acquista delle proprietà, che sono propedeutiche alla nascita delle vocali e delle parole (e anche alla loro amplificazioni), MA NON SONO NE' VOCALI NE' PAROLE. La parola compiuta nasce solo esternamente alla bocca, e non può essere diversamente. Viceversa dobbiamo parlare di una pronuncia da ventriloquo. Esiste la possibilità di articolare parole anche internamente, è un artificio con tutte le limitazioni di simili attività, che nulla hanno a che vedere con arti quali la recitazione e il canto artistico. Purtroppo da molto tempo questa confusione di ruoli ha fatto sì che gli allievi (e quindi molti cantanti) si concentrassero sul suono (pensando che fosse il canto) e non sulla parola. Questo perché non si considera la parola come madre del canto esemplare, ma qualcosa di diverso, indipendente e persino negativo, da non trattare. Quali sono le conseguenze di questa confusione? Se se parte dal suono immaginando che esso sia il materiale da elaborare per il canto, avremo numerosi difetti. 1) l'elaborazione del suono induce l'insegnante a indicare come mezzi per lo sviluppo l'azione sui muscoli interni, quindi ampliamento del faringe, sollevamento del velopendulo, abbassamento della laringe, in qualche caso anche azioni con la lingua. Tutte queste attività, insieme o indipendenti, generano difetti, dall'ingolamento alla nasalizzazione, e comunque al suono "indietro", quasi sempre con una distorsione del suono stesso, molto innaturale. Ci possono essere vantaggi? Purtroppo sì; sono mezzi semplicistici, trucchi, che possono tenere a bada, forzatamente, la risalita diaframmatica, cioè lo spoggio, ma in cambio di un canto con problemi vari, irrisolvibili se non ricominciando tutto da capo (sperando di essere in tempo).
2) l'idea che la parola possa formarsi internamente, quindi confondendo il suono con la voce cantabile, porterà, a seconda delle scuole, a spingere (per portare avanti), ad alzare internamente (nasalizzando, spoggiando) con l'idea dell'amplificazione "in maschera", oppure a "gonfiare" il suono per cercare lo spazio interno, portandolo ancora più indietro, premendo "in giù" con l'idea di aumentare l'appoggio, frenando il fiato e bloccando la laringe. Non mi soffermo poi su idee ancora più astruse tipo far girare la voce dietro la nuca, mandarla nella calotta cranica, "come se un filo sopra la testa ci sollevasse", e amenità simili. 3) l'ulteriore confusione di quanti, non accontentandosi della cavità orofaringee, pensano che occorra coinvolgere direttamente anche le cavità della parte superiore della testa nella fonazione e che quindi il suono, e la relativa articolazione verbale, debbano avvenire in una fascia compresa tra il naso e la fronte. Questo porta ancora a nasalizzazione, spoggio, ingolamento. 4) il concentrarsi sul suono, anziché sulla parola, porterà a gravi difficoltà di pronuncia, specie per il mondo femminile, soprattutto nel settore acuto.
Entrare nel regno della parola cantata è arduo, è qualcosa di molto più difficile di quanto si creda specie per coloro che ambiscono al canto classico. Siamo inizialmente tutti legati mentalmente ad un rapporto fisico col canto, mentre la parola fluente è legata solo al fiato, cioè a un rapporto immateriale. Potremmo dire che la parola sta nel flusso espiratorio che esce dalla bocca; è un "pensiero" energetico insito nel fiato che esce. Quando parliamo normalmente (diciamo... bene), noi non ci rendiamo conto, non abbiamo coscienza, che facciamo fluire con una certa costanza del fiato ricondotto a suono e poi elaborato NON fisicamente, ma mentalmente, che trova il suo fuoco e quindi la sua realizzazione a una breve distanza dalla bocca. Come un fascio di luce che attraversa una lente e si concentra in un punto. Se il fascio di luce indirizzato alla lente viene disturbato, non si potrà giungere al risultato insperato; se disturbiamo il suono, anche la parola o il canto saranno difettosi. Pertanto un punto fondamentale è che il suono deve essere lasciato in pace! Bisogna cercare di NON modificarlo in nessun modo. Suggerimenti quali: apri la gola, alza il velopendolo, alza la lingua, abbassa la laringe, sono tutti molto negativi, così come: manda la voce verso gli occhi o la fronte o gli zigomi, ecc. quindi anche "manda in maschera", e altre cose del genere. Questo tipo di scuole, che non hanno nulla di antico e possiamo dire di artistico, non si rendono conto che creano solo artifici e quindi innaturalità e distorsioni.
Quindi noi dobbiamo cercare di dimenticare che esiste un suono interno e tutto un apparato muscolo-scheletrico che può influenzarlo e modificarlo. Se ho bisogno di pronunciare una A, ad esempio, devo sapere che si formerà davanti a me, ma perché sia perfetta avrà bisogno che si creino le condizioni (che solo la mia mente conosce), ovvero equilibri tra gli spazi e il flusso espiratorio, indispensabili per la focalizzazione di questa vocale. Ancor più complesso il lavoro quando si pronunciano intere parole e intere frasi, ma niente di complicato, perché la nostra mente sa già tutto, è tutto nel nostro DNA. Il grosso problema è che se voglio dare a questo parlato un'intonazione perfetta e la possibilità di espandersi in spazi anche enormi utilizzando tutta l'estensione che mi compete e utilizzando tutti i mezzi espressivi necessari, la mente non saprà più che fare, perché sono informazioni che vanno oltre la sua funzione esistenziale. Ma sono presenti nelle nostre potenzialità e nella sfera creativa che contraddistingue l'uomo. Per cui senza alcun artificio, noi possiamo raggiungere il risultato elevando o evolvendo la parola e conseguentemente il fiato che accompagna questa evoluzione. Non il fiato in sé, ma il RAPPORTO fiato-parola.
Quando ci si concentra solo sulla parola, automaticamente (si fa per dire, purtroppo) tutti gli apparati interni possono (e dovrebbero) RILASSARSI, perché li lasciamo in pace, non interveniamo su di essi, ma ci accontentiamo di esaminare la parola che si forma e migliorarla. Anche il maestro, come si faceva anticamente, dovrebbe badare solo a ciò che esce (e anche alla postura), e indicare ciò che non va e suggerire all'allievo cosa deve modificare (es: in questa parola la E si sente poco perché è troppo scura, non è ben detta; questa parola non si comprende perché spezzi le sillabe, le consonanti sono troppo o troppo poco pronunciate; ci sono accenti dove non dovrebbero esserci; dai colpi ovunque e non lasci fluire le parole, ....). Il problema di fondo di questo approccio è che siamo istintivamente portati a dare una carica FISICA al canto e anche alla pronuncia in genere quando usciamo dalla spontaneità. Cioè cominciamo a "masticare", a usare in modo più che eccessivo tutta la muscolatura e ossatura dell'apparato articolatorio. Inizialmente può anche essere produttivo, ma col tempo può diventare un vizio e distogliere l'attenzione dal vero obiettivo, che è quello di una pronuncia sul fiato. Quando si canta bene, la bocca può "mormorare", anche se si sta cantando a piena potenza, perché la voce per espandersi e sonorizzarsi utilizza lo SPAZIO ESTERNO, l'aria contenuta nell'ambiente, che viene posta in vibrazione da quella vocale purissima e perfetta. Occorre che ci si renda conto che la parola, cantata o meno, è esterna a noi, e la ascoltiamo e ... la guardiamo.
Per raggiungere questo obiettivo, noi dobbiamo però anche renderci conto che occorre spezzare un "cordone ombelicale" tra suono e parola. L'imperativo è che a noi interessa la parola, quindi il suono (cioè l'anonima vibrazione interna) per noi è da dimenticare, da lasciar vivere nella sua autonoma esistenza, e che la parola (o vocale connessa) è indipendente e ha, o avrà, tutte le caratteristiche per diventare perfetta senza che noi agiamo in alcun modo sul suono, anzi SOLO se non agiamo in alcun modo su di esso. Il suono interiore non dobbiamo ascoltarlo, non dobbiamo dargli alcuna importanza e soprattutto non dobbiamo dare interesse a tutta la struttura fisica ad esso connessa. In un certo senso potremmo dire che il suono noi lo dobbiamo "deglutire", cioè lasciarlo cadere, considerarlo inerte. In particolare dobbiamo renderci conto che esso è FERMO, immobile, non si muove e soprattutto non dobbiamo muoverlo noi. Quindi suono e parola, anche se in realtà sono profondamente e intimamente connessi e in relazione, noi dobbiamo viverli come indipendenti. Non è agendo sul suono in alcun modo che possiamo migliorare il canto; ogni azione va esercitata su ciò che sentiamo esternamente e dobbiamo agire con la volontà. Se una A non è A, dobbiamo concentrarci per migliorarla là dove si forma, davanti a noi, senza per questo spalancare la bocca, tirare le labbra e spingere a più non posso. Il risultato non ci sarà; il risultato è nel rapporto tra la mente (che agisce automaticamente, senza "pensare") e il fiato che fluendo liberamente porterà al suo interno la A che la mente ha instillato e che esternamente si manifesterà. Quindi occorre FARE POCO, togliere tensioni, togliere intenzioni di canto esasperato come volume, intensità, timbro, ampiezza, forza, colore... In un certo senso anche la pronuncia stessa! Noi dobbiamo renderci conto se c'è, se la sentiamo; se invece ci sforziamo di farla a tutti i costi, agiremo sicuramente con spinte e esasperazioni fisiche, e bloccheremo il fiato. Viceversa siamo in grado, su quella strada, di generare una cellula sonora di enorme potenzialità che, liberatasi nell'aria davanti a noi, sarà in grado di esplodere come un fuoco artificiale e coinvolgere tutta l'aria che incontra. Non è né fantascienza né millanteria. E' quella semplicità alla base di qualunque processo artistico, di qualunque verità. Consiglio anche di rileggere questo post di molti anni fa: https://www.blogger.com/blogger.g?blogID=37431600#editor/target=post;postID=4967192144104509404
giovedì, febbraio 27, 2020
"Non cantare!"
Molto sovente durante le lezioni devo usare l'imperativo "non cantare". Sembra un controsenso, siamo qui per imparare a cantare e io dico di non cantare. Ma la maggior parte degli allievi sa a cosa mi riferisco, però è bene approfondirlo qui, ed è una cosa molto importante.
Per molte persone l'approccio al canto lirico è realizzare un sogno; il canto lirico ci porta ad un livello molto alto; i cantanti all'opera ci appaiono quasi dei superuomini, dei divi, degli artisti sommi, che mettiamo su un piedistallo. Io ricordo quando cantavo nel coro del teatro Regio di Torino, un giorno al termine di una recita tornai con un pulman di appassionati della mia città, e quando arrivammo, un signore, che non conoscevo, mi chiese se volevo un passaggio verso casa. Ebbene durante il breve viaggio percepii la forte emozione che questo signore stava provando, gli pareva un sogno portare in auto un artista del coro; e in quel periodo vissi altre situazioni analoghe. Figuriamoci per un solista! C'è anche un forte equivoco, che ci riguarda un po' tutti. Quando ero un ragazzino, ogni tanto, sentendo magari qualche cantante, anche dilettante, ci si chiedeva in famiglia: come si fa a cantare in quel modo? I miei genitori qualcosa sapevano perché avevano abitato vicino al maestro di canto del baritono Gino Bechi, quindi sapevano che bisognava studiare, fare particolari esercizi. Ma a me pareva che ci fosse qualcosa di più, di misterioso. Qualche anno dopo, quando mi appassionai fortemente, un giorno volli provare a registrarmi cantando un pezzetto di romanza. L'ascolto mi scioccò! La mia voce mi sembrava una cosa ben più che orrenda, inascoltabile! Questo mi confortò ancor più sull'idea che ci volesse qualcosa di molto particolare per poter cantare l'opera. Cominciai a leggere libri, e la confusione aumentò. Poi mi decisi a studiare, non per cantare, perché l'idea di avere una voce orrenda ormai si era radicata in me, ma per capire cosa volevano dire tutti questi critici quando imputavano difetti ai più importanti cantanti dell'epoca o anche del passato. Il mio primo insegnante in parte mi tranquillizzò, perché mi diede alcune regole molto fisiche: gonfiare la pancia, premere sulla laringe, pensare il suono sopra gli occhi, allargare la gola, alzare il velo pendolo, non aprire la bocca... Questo mi convinse che cantare significava fare tutta una serie di cose che ordinariamente non facciamo. Questi insiemi di regole fisiche, effettivamente dopo un certo tempo creano l'impressione di una voce "diversa", e questo ci rende felici e contenti, perché ci mette nella condizione di fare qualcosa di speciale, di unico, che pochi sanno. E' come uno che riesce a fare un salto mortale da fermo. Credo che tutti nella propria vita sognino di fare qualcosa di super. Ciò però crea anche molte false convinzioni, difficilissime da sradicare: l'approccio al canto lirico. Quale può essere una pesante critica a qualcuno che studia lirica? "così sembri un cantante di musica leggera". Ci sono tre livelli di critica: "così parli, non canti", "sembri un cantante di musica leggera"; "canti ingolato". Paradossalmente la peggiore, che è la terza, cioè l'ingolamento, è in realtà la più tollerata (perché la più praticata). Le altre due sono ricevute come gravi offese, per cui molti reagiscono violentemente, oppure si deprimono e magari cambiano insegnante. Più d'un allievo durante una delle prime lezioni mi ha chiesto: "ma la voce lirica...?". E quelli che ce l'hanno, disastrosamente realizzata con ingolamenti, nasaleggiamenti e altri artifici, si spaventano quando lentamente li riporto sul piano corretto, perché non sentono più il "rumore", il "timbro" internamente, sentono la voce come svuotata. La paura di parlare, e di sentirsi poi criticare perché stiamo parlando o cantando come cantanti da canzonette, è alta. Alla fine ci si convince di essere sulla strada sbagliata. Anche io un giorno, provando e riprovando, prima di iniziare a studiare, mi convinsi che forse la soluzione era ingolare, anche se in tutti i libri e sentendo parlare gli esperti, era un grave difetto. Ma meglio quello, che comunque faceva assomigliare la voce a quella dei cantanti, che banalizzare con un parlato intonato. Però facciamo qualche considerazione: moltissimi cantanti di musica leggera, citiamo Mina, Massimo Ranieri, Giorgia, Claudio Villa, tanto per dirne qualcuno, sono sempre stati elogiati come ottimi cantanti, anche se non d'opera (per la verità Claudio Villa si esibì in alcune circostanze come tenore leggero, e vi posso garantire che era bravissimo; su internet potete sentire un "duetto delle ciliegie" notevole). Dall'altra parte parlare bene non è qualcosa di negativo. Il teatro italiano ha annoverato grandi stirpi non solo di attori, ma di dicitori di livello stratosferico (molti dei quali tra l'altro sapevano anche cantare molto bene). Allora si può cantare bene mettendo in risalto la pronuncia e si può parlare bene. Poi cominci ad ascoltare qualche cantante d'opera con una dizione perfetta e ti poni la domanda: ma perché non si dovrebbe raggiungere sempre quel risultato? Qui si entra nell'ambito dell'imbarazzo. Io ponevo queste domande, ma le risposte mi risultavano sempre oscure (la cosa inquietante è che le risposte comunque le davano e le danno; peccato che sono inconcludenti, se non false o fumose). Allora, per tornare al titolo, il problema per la maggior parte di quanti si avvicinano al canto è che devono provare a far qualcosa, quindi non possono accontentarsi di applicare la melodia alla parola, nel modo più semplice, persino banale, ma devo aggiungerci qualcosa. Il qualcosa può essere timbro (di gola o naso), leziosità, modalità (usare un registro particolare). Il timbro ingolato attiene più sovente gli uomini, specie ai tenori, perché ingolando la voce si avvicina più facilmente a quella dei tenori (moltissimi dei quali hanno effettivamente una buona percentuale di gola). Nelle donne il problema più serio riguarda l'uso del falsetto (ed ecco la "modalità"). Siccome oggi come oggi sono piuttosto rare le donne che parlano abitualmente di falsetto, questo è automaticamente individuato come "la voce lirica". Solenne stupidaggine. Per cui molte dicono: "ora parlo con l'impostazione lirica". Cioè semplicemente usano il falsetto. Poi giudicate voi il paradosso di un numero enorme di insegnanti e cantanti che vietano o indicano come pericoloso l'uso del registro di petto, quando tutti, uomini e donne, parlano normalmente di petto e migliaia di cantanti, non lirici, cantano tutta la vita solo di petto. Potrebbe essere discutibile a livello stilistico, ma dove può stare il "pericolo"? Poi naturalmente c'è anche (ancora) l'ignoranza di chi associa petto e falsetto alle due parti anatomiche, che fu l'idea originale quando non si sapeva nulla di anatomia e fisiologia, ma oggigiorno pensare ancora che la voce di petto sia "bassa" e quella di testa "alta", e che quindi bisogna cantare tutto di testa per tenere il suono alto (ovvero "in maschera", per far risuonare gli spazi sopraglottici), è prendere atto di un mondo sprofondato in una abissale ignoranza che può solo dare i frutti che dà. Allora la domanda è: si può parlare di falsetto? Certo che sì; anche se diventa sempre più raro, ma ci sono donne che parlano, magari non continuativamente, di falsetto, senza particolari problemi (mia mamma, per esempio). E' un approccio fondamentale che per chi vuol affrontare il canto lirico è indispensabile. Invece la maggior parte degli insegnanti si limita a far vocalizzare, dimenticando che questo è il passo iniziale. L'uomo impara a parlare, poi eventualmente a cantare, non viceversa (beh, poi ci sono quelli che pensano che i vagiti dei bambini siano canto e bisogna imparare da questi, senza aver nessuna cognizione in merito). Allora, se si vuole veramente fare dell'arte vocale, quindi giungere a un vero canto artistico, che possa permettere di cantare con omogeneità, sincerità, musicalità, espressione, ecc. ecc., l'unica e vera strada è quella che parte e si sviluppa dal parlato (meglio: evolve). Bisogna abbandonare ogni atteggiamento illusorio, artificioso (o artificiale), fisico, costruito, atteggiante. Disinteressarsi di eventuali critiche (ovvero autocritiche), e cambiare radicalmente approccio: la voce "vuota" è buona, ma non è realmente vuota, è LIBERA! il timbro e la cosiddetta voce lirica, verranno! senza nessun dubbio. Chi ha mai imputato a Schipa e a Toti dal Monte di essere cantanti di canzonette? Eppure erano in grado di cantare anche romanzette e canzoni con grande successo, cosa che oggi ben pochi sanno fare (salvo "liricizzare" le canzoni, cosa che è già successo per le melodie napoletane). Abbandonare le velleità "liricoidi" per una verità artistica che null'altro è che una esponenzializzazione del parlato. Quando parliamo, senza saperlo, noi mettiamo in sintonia i tre apparati: respiratorio, produttore e amplificante-articolatorio. Diventano una cosa sola. Questo non ci crea alcun problema e ce ne consente un uso anche piuttosto prolungato. Se canticchiamo in casa mentre facciamo altro, senza pensarci, manteniamo questa unificazione. Se invece ci poniamo in un atteggiamento di voler fare chissà che, quindi cantare romanze liriche o canzoni impegnative, perdiamo questa sintonia tra gli apparati, ognuno va per sé e non trovando corrispondenze, lavorano tutti male. Quale sarebbe il senso di lavorare indipendentemente su ciascuno di essi? Nessuno. Si deve lavorare per far MANTENERE i rapporti tra gli apparati, ma non c'è nulla da inventare, nulla da costruire o trovare, perché la soluzione c'è già! Il parlato, per quanto modesto, si trova già in questa condizione, si tratta di non perderla, quindi di applicarla al mondo del canto. Si incontreranno difficoltà? sì. enormi, perché il regno del parlato è un regno limitato, che noi vogliamo ingrandire, espandere, e questo crea problemi di tolleranza, che però si possono superare agevolmente esercitandosi costantemente su questa linea, senza mai abbandonarla. Si deve sempre avere chiaro l'obiettivo, che è quello di comunicare, quindi fare un vocalizzo senza senso, non può portare a un risultato efficace, perché ciò che è fine a sé stesso è destinato a sparire. Quindi il vocalizzo astratto non può venire bene, deve essere rapportato a una vocale che abbia un senso, che dica qualcosa, quindi può essere una congiunzione o può essere una vocale interna a una parola, che noi proseguiamo senza farci suggestionare dal fatto che abbiamo spezzato la parola (ad es. maaaaaaaa...[mma]). Si deve restare attaccati all'idea che quella non è una A chiusa in sé, ma è la A di mamma (o di qualsiasi altra parola che la contiene). E' un procedimento semplicissimo, che toglie un sacco di sciocchezze dalla mente e dal corpo (pensate a tutti gli insegnanti che non fanno che ripetere: alza, premi, spingi, tira, ...), ma che richiede una pazzesca concentrazione. Perché la chiave di tutto è l'essere PRESENTI. Vuol dire che in ogni secondo noi dobbiamo sapere cosa stiamo dicendo, e non lasciare che venga ciò che vuole. Il nostro istinto ci porta a distorcere per fare qualcosa di meno impegnativo, che costi meno energia (e quindi concentrazione). Quando si comincia a salire di tessitura, cominceranno i guai, perché il fiato spingerà e ci farà storcere la bocca, salire la mandibola e la lingua... quindi noi dobbiamo osservarci (anche allo specchio) e essere presenti, non lasciare che la bocca si storca, ecc., dobbiamo concentrarci e far sì che si mantenga la naturalezza del parlato ma senza alcuna forzatura. Quando dopo alcune prove una parola o sillaba o vocale non viene bene, conviene non insistere e scendere nella tessitura. Riposarsi e riprendere da note più basse. Si può riprovare, ma conviene aspettare, sicuramente nei giorni successivi si riuscirà meglio, senza aver fatto niente di particolare. Il nostro fisico ma soprattutto la nostra mente percepiscono la nostra esigenza e ci permetteranno un avanzamento. L'importante è: non cantare, parla!
Per molte persone l'approccio al canto lirico è realizzare un sogno; il canto lirico ci porta ad un livello molto alto; i cantanti all'opera ci appaiono quasi dei superuomini, dei divi, degli artisti sommi, che mettiamo su un piedistallo. Io ricordo quando cantavo nel coro del teatro Regio di Torino, un giorno al termine di una recita tornai con un pulman di appassionati della mia città, e quando arrivammo, un signore, che non conoscevo, mi chiese se volevo un passaggio verso casa. Ebbene durante il breve viaggio percepii la forte emozione che questo signore stava provando, gli pareva un sogno portare in auto un artista del coro; e in quel periodo vissi altre situazioni analoghe. Figuriamoci per un solista! C'è anche un forte equivoco, che ci riguarda un po' tutti. Quando ero un ragazzino, ogni tanto, sentendo magari qualche cantante, anche dilettante, ci si chiedeva in famiglia: come si fa a cantare in quel modo? I miei genitori qualcosa sapevano perché avevano abitato vicino al maestro di canto del baritono Gino Bechi, quindi sapevano che bisognava studiare, fare particolari esercizi. Ma a me pareva che ci fosse qualcosa di più, di misterioso. Qualche anno dopo, quando mi appassionai fortemente, un giorno volli provare a registrarmi cantando un pezzetto di romanza. L'ascolto mi scioccò! La mia voce mi sembrava una cosa ben più che orrenda, inascoltabile! Questo mi confortò ancor più sull'idea che ci volesse qualcosa di molto particolare per poter cantare l'opera. Cominciai a leggere libri, e la confusione aumentò. Poi mi decisi a studiare, non per cantare, perché l'idea di avere una voce orrenda ormai si era radicata in me, ma per capire cosa volevano dire tutti questi critici quando imputavano difetti ai più importanti cantanti dell'epoca o anche del passato. Il mio primo insegnante in parte mi tranquillizzò, perché mi diede alcune regole molto fisiche: gonfiare la pancia, premere sulla laringe, pensare il suono sopra gli occhi, allargare la gola, alzare il velo pendolo, non aprire la bocca... Questo mi convinse che cantare significava fare tutta una serie di cose che ordinariamente non facciamo. Questi insiemi di regole fisiche, effettivamente dopo un certo tempo creano l'impressione di una voce "diversa", e questo ci rende felici e contenti, perché ci mette nella condizione di fare qualcosa di speciale, di unico, che pochi sanno. E' come uno che riesce a fare un salto mortale da fermo. Credo che tutti nella propria vita sognino di fare qualcosa di super. Ciò però crea anche molte false convinzioni, difficilissime da sradicare: l'approccio al canto lirico. Quale può essere una pesante critica a qualcuno che studia lirica? "così sembri un cantante di musica leggera". Ci sono tre livelli di critica: "così parli, non canti", "sembri un cantante di musica leggera"; "canti ingolato". Paradossalmente la peggiore, che è la terza, cioè l'ingolamento, è in realtà la più tollerata (perché la più praticata). Le altre due sono ricevute come gravi offese, per cui molti reagiscono violentemente, oppure si deprimono e magari cambiano insegnante. Più d'un allievo durante una delle prime lezioni mi ha chiesto: "ma la voce lirica...?". E quelli che ce l'hanno, disastrosamente realizzata con ingolamenti, nasaleggiamenti e altri artifici, si spaventano quando lentamente li riporto sul piano corretto, perché non sentono più il "rumore", il "timbro" internamente, sentono la voce come svuotata. La paura di parlare, e di sentirsi poi criticare perché stiamo parlando o cantando come cantanti da canzonette, è alta. Alla fine ci si convince di essere sulla strada sbagliata. Anche io un giorno, provando e riprovando, prima di iniziare a studiare, mi convinsi che forse la soluzione era ingolare, anche se in tutti i libri e sentendo parlare gli esperti, era un grave difetto. Ma meglio quello, che comunque faceva assomigliare la voce a quella dei cantanti, che banalizzare con un parlato intonato. Però facciamo qualche considerazione: moltissimi cantanti di musica leggera, citiamo Mina, Massimo Ranieri, Giorgia, Claudio Villa, tanto per dirne qualcuno, sono sempre stati elogiati come ottimi cantanti, anche se non d'opera (per la verità Claudio Villa si esibì in alcune circostanze come tenore leggero, e vi posso garantire che era bravissimo; su internet potete sentire un "duetto delle ciliegie" notevole). Dall'altra parte parlare bene non è qualcosa di negativo. Il teatro italiano ha annoverato grandi stirpi non solo di attori, ma di dicitori di livello stratosferico (molti dei quali tra l'altro sapevano anche cantare molto bene). Allora si può cantare bene mettendo in risalto la pronuncia e si può parlare bene. Poi cominci ad ascoltare qualche cantante d'opera con una dizione perfetta e ti poni la domanda: ma perché non si dovrebbe raggiungere sempre quel risultato? Qui si entra nell'ambito dell'imbarazzo. Io ponevo queste domande, ma le risposte mi risultavano sempre oscure (la cosa inquietante è che le risposte comunque le davano e le danno; peccato che sono inconcludenti, se non false o fumose). Allora, per tornare al titolo, il problema per la maggior parte di quanti si avvicinano al canto è che devono provare a far qualcosa, quindi non possono accontentarsi di applicare la melodia alla parola, nel modo più semplice, persino banale, ma devo aggiungerci qualcosa. Il qualcosa può essere timbro (di gola o naso), leziosità, modalità (usare un registro particolare). Il timbro ingolato attiene più sovente gli uomini, specie ai tenori, perché ingolando la voce si avvicina più facilmente a quella dei tenori (moltissimi dei quali hanno effettivamente una buona percentuale di gola). Nelle donne il problema più serio riguarda l'uso del falsetto (ed ecco la "modalità"). Siccome oggi come oggi sono piuttosto rare le donne che parlano abitualmente di falsetto, questo è automaticamente individuato come "la voce lirica". Solenne stupidaggine. Per cui molte dicono: "ora parlo con l'impostazione lirica". Cioè semplicemente usano il falsetto. Poi giudicate voi il paradosso di un numero enorme di insegnanti e cantanti che vietano o indicano come pericoloso l'uso del registro di petto, quando tutti, uomini e donne, parlano normalmente di petto e migliaia di cantanti, non lirici, cantano tutta la vita solo di petto. Potrebbe essere discutibile a livello stilistico, ma dove può stare il "pericolo"? Poi naturalmente c'è anche (ancora) l'ignoranza di chi associa petto e falsetto alle due parti anatomiche, che fu l'idea originale quando non si sapeva nulla di anatomia e fisiologia, ma oggigiorno pensare ancora che la voce di petto sia "bassa" e quella di testa "alta", e che quindi bisogna cantare tutto di testa per tenere il suono alto (ovvero "in maschera", per far risuonare gli spazi sopraglottici), è prendere atto di un mondo sprofondato in una abissale ignoranza che può solo dare i frutti che dà. Allora la domanda è: si può parlare di falsetto? Certo che sì; anche se diventa sempre più raro, ma ci sono donne che parlano, magari non continuativamente, di falsetto, senza particolari problemi (mia mamma, per esempio). E' un approccio fondamentale che per chi vuol affrontare il canto lirico è indispensabile. Invece la maggior parte degli insegnanti si limita a far vocalizzare, dimenticando che questo è il passo iniziale. L'uomo impara a parlare, poi eventualmente a cantare, non viceversa (beh, poi ci sono quelli che pensano che i vagiti dei bambini siano canto e bisogna imparare da questi, senza aver nessuna cognizione in merito). Allora, se si vuole veramente fare dell'arte vocale, quindi giungere a un vero canto artistico, che possa permettere di cantare con omogeneità, sincerità, musicalità, espressione, ecc. ecc., l'unica e vera strada è quella che parte e si sviluppa dal parlato (meglio: evolve). Bisogna abbandonare ogni atteggiamento illusorio, artificioso (o artificiale), fisico, costruito, atteggiante. Disinteressarsi di eventuali critiche (ovvero autocritiche), e cambiare radicalmente approccio: la voce "vuota" è buona, ma non è realmente vuota, è LIBERA! il timbro e la cosiddetta voce lirica, verranno! senza nessun dubbio. Chi ha mai imputato a Schipa e a Toti dal Monte di essere cantanti di canzonette? Eppure erano in grado di cantare anche romanzette e canzoni con grande successo, cosa che oggi ben pochi sanno fare (salvo "liricizzare" le canzoni, cosa che è già successo per le melodie napoletane). Abbandonare le velleità "liricoidi" per una verità artistica che null'altro è che una esponenzializzazione del parlato. Quando parliamo, senza saperlo, noi mettiamo in sintonia i tre apparati: respiratorio, produttore e amplificante-articolatorio. Diventano una cosa sola. Questo non ci crea alcun problema e ce ne consente un uso anche piuttosto prolungato. Se canticchiamo in casa mentre facciamo altro, senza pensarci, manteniamo questa unificazione. Se invece ci poniamo in un atteggiamento di voler fare chissà che, quindi cantare romanze liriche o canzoni impegnative, perdiamo questa sintonia tra gli apparati, ognuno va per sé e non trovando corrispondenze, lavorano tutti male. Quale sarebbe il senso di lavorare indipendentemente su ciascuno di essi? Nessuno. Si deve lavorare per far MANTENERE i rapporti tra gli apparati, ma non c'è nulla da inventare, nulla da costruire o trovare, perché la soluzione c'è già! Il parlato, per quanto modesto, si trova già in questa condizione, si tratta di non perderla, quindi di applicarla al mondo del canto. Si incontreranno difficoltà? sì. enormi, perché il regno del parlato è un regno limitato, che noi vogliamo ingrandire, espandere, e questo crea problemi di tolleranza, che però si possono superare agevolmente esercitandosi costantemente su questa linea, senza mai abbandonarla. Si deve sempre avere chiaro l'obiettivo, che è quello di comunicare, quindi fare un vocalizzo senza senso, non può portare a un risultato efficace, perché ciò che è fine a sé stesso è destinato a sparire. Quindi il vocalizzo astratto non può venire bene, deve essere rapportato a una vocale che abbia un senso, che dica qualcosa, quindi può essere una congiunzione o può essere una vocale interna a una parola, che noi proseguiamo senza farci suggestionare dal fatto che abbiamo spezzato la parola (ad es. maaaaaaaa...[mma]). Si deve restare attaccati all'idea che quella non è una A chiusa in sé, ma è la A di mamma (o di qualsiasi altra parola che la contiene). E' un procedimento semplicissimo, che toglie un sacco di sciocchezze dalla mente e dal corpo (pensate a tutti gli insegnanti che non fanno che ripetere: alza, premi, spingi, tira, ...), ma che richiede una pazzesca concentrazione. Perché la chiave di tutto è l'essere PRESENTI. Vuol dire che in ogni secondo noi dobbiamo sapere cosa stiamo dicendo, e non lasciare che venga ciò che vuole. Il nostro istinto ci porta a distorcere per fare qualcosa di meno impegnativo, che costi meno energia (e quindi concentrazione). Quando si comincia a salire di tessitura, cominceranno i guai, perché il fiato spingerà e ci farà storcere la bocca, salire la mandibola e la lingua... quindi noi dobbiamo osservarci (anche allo specchio) e essere presenti, non lasciare che la bocca si storca, ecc., dobbiamo concentrarci e far sì che si mantenga la naturalezza del parlato ma senza alcuna forzatura. Quando dopo alcune prove una parola o sillaba o vocale non viene bene, conviene non insistere e scendere nella tessitura. Riposarsi e riprendere da note più basse. Si può riprovare, ma conviene aspettare, sicuramente nei giorni successivi si riuscirà meglio, senza aver fatto niente di particolare. Il nostro fisico ma soprattutto la nostra mente percepiscono la nostra esigenza e ci permetteranno un avanzamento. L'importante è: non cantare, parla!
venerdì, febbraio 21, 2020
Emozionare?
Per molti cantanti, anche in erba, l'imperativo è: "emozionare". Di per sé l'obiettivo non è sbagliato, si tratta di vedere come. Ma non solo; l'idea ha molto a che vedere con l'ego. Potremmo dire che per il cantante è come se il compositore avesse scritto musica affinché IO possa mettere in luce le MIE capacità di emozionare. E' l'inconscia meta di gran parte, quasi tutti, i sedicenti INTERPRETI, che anche se fanno un gran parlare dell'autore, alla fine non fanno altro che sovrapporsi e dare la propria versione di un brano, inventandosi poi cose tipo le tradizioni, il "si è sempre fatto così" e il "ciò che non si può dire o scrivere". Anche su questo c'è un pizzico di verità, ma c'è molto spazio tra l'interpretare e il riconoscere. Riconoscere vuol dire applicare criteri per eseguire il più fedelmente possibile un brano musicale; interpretare, specie come fanno gran parte degli esecutori, vuol dire andare alla cieca, facendo conto sull'ignoranza popolare, sul carisma (vero o presunto) e quindi sulla fama acquisita... non sempre si sa come. Avere una buona e bella voce, musicalità, cosiddetto talento, è senz'altro una importante premessa per assurgere alla popolarità. Ma non basta. Purtroppo soprattutto nel regno del canto c'è (e c'è da tanto tempo) una linea di sottocultura anche musicale piuttosto marcata e preoccupante. Oggi è un po' migliorata sul piano informativo, dopo le stagioni delle rinascite rossiniane e barocche, ma è precipitata sul piano strettamente vocale. Come ho già detto molte volte, non c'è mai stata tanta pubblicistica sulla voce come oggi; escono di continuo libri sul canto, specie sulla tecnica, per non parlare di tutto l'universo internet. Eppure il livello del canto è ai minimi storici. Perché quanti scrivono e propagano, anche come formule magiche, per quanto ne so, non fanno che riciclare (anche se apparentemente in modo fantasioso e originale) le idee che serpeggiano dal dopoguerra (citando a vanvera i trattati antichi), senza alcun fondamento e alcun serio approfondimento. Anche qui tutta interpretazione per far passare le PROPRIE idee e non portarsi verso la verità.
Dunque, il cantante che si sente portatore di grandi cose da dire, ha la certezza che i propri valori, quindi le proprie emozioni, siano il motivo fondamentale per cui DEVE cantare e che non può esistere che venga nascosto al mondo un simile tesoro, anche se il modo di comunicare, cioè il canto in sé, è difettoso. Non per nulla la storia è piena di cantanti persino imbarazzanti che hanno avuto successo e una carriera importante. Crediamo che il succo sia che questo o quel cantante emoziona, indipendentemente da come, e lui è convinto che il suo successo sia dovuto al fatto che sa far emozionare. Quindi esistono due mondi che si incontrano in questo assunto, che nasconde una tragedia, cioè la superficialità, l'assenza di contenuti. Va bene così, sia chiaro, è giusto che ci sia anche questo livello comunicativo; ciò che contesto è che questo sia il più importante e oggi quasi l'unico. Quale ritengo invece dovrebbe essere l'abito mentale del cantante e del pubblico? Vogliamo togliere le emozioni? No di certo, ma il passaggio dal cantante al pubblico deve avvenire tramite un percorso ben più approfondito. Non è l'emozione del cantante a dover passare direttamente al pubblico, perché questo è un dato soggettivo e limitato. Tutto deve partire da quel messaggio spirituale che il compositore ha saputo tradurre in musica, e attraverso l'esecuzione "trasparente" passa agli spettatori che si emozionano ognuno per sé, cogliendo il messaggio originale. Se il cantante (o esecutore in genere) ci mette la propria emozione, distorce, filtra, sovrappone e quindi falsa, modifica il messaggio originale. Quindi qualcuno può chiedere: ma allora il cantante non deve inserire le proprie emozioni nel cantare? E' il modo che deve cambiare. Il pubblico piange quando sente la storia di Cio Cio San, o di Mimì, tanto per dire. Si emoziona per l'amore interrotto dalla morte, per il tradimento o quant'altro. Cioè per la storia. Se il cantante si mette nella stessa situazione, potremmo dire che interrompe il flusso tra compositore e pubblico; diventa lui il pubblico e fa da "ponte". Ma non va bene così. Egli deve fare in modo che ciò che ha prodotto genialmente il compositore passi al pubblico. Il compositore non può arrivare da solo al pubblico, perché la musica ha questa caratteristica. Nasce e muore ogni volta. Ma perché nasca occorre che si abbiano i mezzi giusti, che non sono solo i suoni. Occorre che il flusso di suoni che si sprigiona dagli strumenti e dalle voci segua un percorso musicale, che invece il più delle volte si interrompe e talvolta muore appena nato oppure diventa un susseguirsi di nascite e morti nel corso di tutta l'opera. Gli esecutori dovrebbero per primi avere coscienza che un brano, un'opera, è UNO, è come un cerchio chiuso, solo che è disteso in un susseguirsi di eventi sonori, che la nostra coscienza è in grado di unificare, ma ammesso che ce ne siano le condizioni. E le condizioni le può ricreare l'esecutore, se è conscio di ciò che fa (quindi le RICONOSCE, non le interpreta), oppure non ci sono, e sarà un flusso interrotto, incompleto, un cerchio aperto e spezzato. Perché tante persone si annoiano all'opera, aspettano solo questa o quell'altra aria o duetto? e perché tanti cantanti alla fine preferiscono dedicarsi ai concerti e difficilmente giungono al palcoscenico? Perché un'opera intera non può essere un profluvio di emozioni dall'inizio alla fine; come in tutte le cose, esiste un percorso "altalenante", che lo rende "digeribile"; non si potrebbe tollerare, ad es., un film o un racconto dove regna il terrore dall'inizio alla fine; ci vogliono dei picchi, ci vuole una strategia di alti e bassi che generi prima tranquillità per poi dare la spinta ai punti di terrore. Una sola emozione sempre alta darebbe assuefazione. Così capita che il cantante che vuole vendere le proprie emozioni come ingrediente principale, nei punti in cui le emozioni sono di modesta entità o non ci sono proprio, non ha nulla da elargire, e annoia. Non ha strumenti da utilizzare; se non si emoziona lui o lei, come farà a coinvolgere il pubblico? Beh, anche qui la fantasia non manca. Non è che non lo sappiano o non se ne accorgano che in certi punti il rischio noia e caduta sono in agguato. Non solo; molti cantanti si rendono anche conto che le proprie emozioni non sono così coinvolgenti, non riescono a colpire tutti e in modo importante ("come??, io in questa scena muoio di dolore, (o di amore, o altro) e questi restano indifferenti? hanno il cuore di sasso!" cioè la colpa è degli altri che non hanno la loro stessa sensibilità). Ed ecco che all'inizio del 900, in un mondo lirico ancora di altissimo livello, nasce il verismo vocale, cioè qualcuno (diciamo pure nome e cognome: Enrico Caruso), interpretando (e dalli) il mondo del pubblico popolare, forse anche pensando di rendere più chiaro ciò che avviene in scena, comincia ad inserire nell'esecuzione anche un corollario di artifici: pianto, singhiozzi, parole aggiunte, sospiri, gemiti, ecc. E' una lunga parentesi, anche comprensibile per qualche verso, ma che a fronte di esecuzioni vocali anche di alto livello, rende certe esecuzioni persino ridicole. Questo però ha dato il la a tutta una pletora di cantanti, non tutti di primo livello, a vendere esecuzioni più farcite di suggestioni che di musica e canto. Se oggi questo non è quasi più tollerabile in termini di aggiunte, il principio potenziale è rimasto. Intanto non ci si schioda dalla tradizione degli acuti, per cui anche nei teatri di prima grandezza si tollera di abbassare un'aria o una cabaletta per non togliere un acuto, anche inesistente nell'originale e si continuano a perpetrare tagli e aggiunte fuori luogo (ma in questo anche certe esecuzioni "filologiche" riescono a far danni), ma i cantanti continuano a interpretare a proprio modo certi passi, apparentemente corretti ma in realtà distorti, sempre per l'assunto che essere troppo aderenti alla parte scritta sia "freddo" e quindi non passino le emozioni (del cantante, ovvero del suo ego). Quindi qual è la giusta strada da intraprendere in una visione realmente artistica? E' inserirsi in un percorso di riconoscimento. In primo luogo comprendere il percorso TENSIVO che il compositore ha seguito. Dove va a "più" (cioè dove cresce la tensione) e dove va a "meno", (quindi dove la tensione cala). Come ha creato la tensione? con la melodia, con il ritmo, con l'armonia? con più cose insieme?. Come la tensione si accompagna al testo? Dove è il punto di massima tensione?
Se il canto fosse davvero considerato una cosa seria, non esisterebbero insegnanti che sottostimano la pronuncia (le "A" non si fanno, le "I" nemmeno; omogeneizziamo tutte le vocali, ecc.). Il pubblico non dovrebbe avere i sopratitoli a teatro o in tv (tranne, eventualmente, per la lingua straniera, per quanto siano eccessivamente distraenti), dovrebbe poter tranquillamente seguire ciò che i cantanti dicono; per cui il difetto sta addirittura nel manico, come suol dirsi, cioè fin dall'inizio noi abbiamo cantanti che badano ai suoni, cioè al significante, e non ai contenuti, ovvero ai significati. E su questo siamo a livelli terribilmente bassi; oggi una pronuncia men che mediocre viene spacciata per buona. Io consiglio di ascoltare le grandi voci degli attori di qualche tempo fa, per rendersi conto di cosa vuol dire: DIRE.
Dunque, il cantante che si sente portatore di grandi cose da dire, ha la certezza che i propri valori, quindi le proprie emozioni, siano il motivo fondamentale per cui DEVE cantare e che non può esistere che venga nascosto al mondo un simile tesoro, anche se il modo di comunicare, cioè il canto in sé, è difettoso. Non per nulla la storia è piena di cantanti persino imbarazzanti che hanno avuto successo e una carriera importante. Crediamo che il succo sia che questo o quel cantante emoziona, indipendentemente da come, e lui è convinto che il suo successo sia dovuto al fatto che sa far emozionare. Quindi esistono due mondi che si incontrano in questo assunto, che nasconde una tragedia, cioè la superficialità, l'assenza di contenuti. Va bene così, sia chiaro, è giusto che ci sia anche questo livello comunicativo; ciò che contesto è che questo sia il più importante e oggi quasi l'unico. Quale ritengo invece dovrebbe essere l'abito mentale del cantante e del pubblico? Vogliamo togliere le emozioni? No di certo, ma il passaggio dal cantante al pubblico deve avvenire tramite un percorso ben più approfondito. Non è l'emozione del cantante a dover passare direttamente al pubblico, perché questo è un dato soggettivo e limitato. Tutto deve partire da quel messaggio spirituale che il compositore ha saputo tradurre in musica, e attraverso l'esecuzione "trasparente" passa agli spettatori che si emozionano ognuno per sé, cogliendo il messaggio originale. Se il cantante (o esecutore in genere) ci mette la propria emozione, distorce, filtra, sovrappone e quindi falsa, modifica il messaggio originale. Quindi qualcuno può chiedere: ma allora il cantante non deve inserire le proprie emozioni nel cantare? E' il modo che deve cambiare. Il pubblico piange quando sente la storia di Cio Cio San, o di Mimì, tanto per dire. Si emoziona per l'amore interrotto dalla morte, per il tradimento o quant'altro. Cioè per la storia. Se il cantante si mette nella stessa situazione, potremmo dire che interrompe il flusso tra compositore e pubblico; diventa lui il pubblico e fa da "ponte". Ma non va bene così. Egli deve fare in modo che ciò che ha prodotto genialmente il compositore passi al pubblico. Il compositore non può arrivare da solo al pubblico, perché la musica ha questa caratteristica. Nasce e muore ogni volta. Ma perché nasca occorre che si abbiano i mezzi giusti, che non sono solo i suoni. Occorre che il flusso di suoni che si sprigiona dagli strumenti e dalle voci segua un percorso musicale, che invece il più delle volte si interrompe e talvolta muore appena nato oppure diventa un susseguirsi di nascite e morti nel corso di tutta l'opera. Gli esecutori dovrebbero per primi avere coscienza che un brano, un'opera, è UNO, è come un cerchio chiuso, solo che è disteso in un susseguirsi di eventi sonori, che la nostra coscienza è in grado di unificare, ma ammesso che ce ne siano le condizioni. E le condizioni le può ricreare l'esecutore, se è conscio di ciò che fa (quindi le RICONOSCE, non le interpreta), oppure non ci sono, e sarà un flusso interrotto, incompleto, un cerchio aperto e spezzato. Perché tante persone si annoiano all'opera, aspettano solo questa o quell'altra aria o duetto? e perché tanti cantanti alla fine preferiscono dedicarsi ai concerti e difficilmente giungono al palcoscenico? Perché un'opera intera non può essere un profluvio di emozioni dall'inizio alla fine; come in tutte le cose, esiste un percorso "altalenante", che lo rende "digeribile"; non si potrebbe tollerare, ad es., un film o un racconto dove regna il terrore dall'inizio alla fine; ci vogliono dei picchi, ci vuole una strategia di alti e bassi che generi prima tranquillità per poi dare la spinta ai punti di terrore. Una sola emozione sempre alta darebbe assuefazione. Così capita che il cantante che vuole vendere le proprie emozioni come ingrediente principale, nei punti in cui le emozioni sono di modesta entità o non ci sono proprio, non ha nulla da elargire, e annoia. Non ha strumenti da utilizzare; se non si emoziona lui o lei, come farà a coinvolgere il pubblico? Beh, anche qui la fantasia non manca. Non è che non lo sappiano o non se ne accorgano che in certi punti il rischio noia e caduta sono in agguato. Non solo; molti cantanti si rendono anche conto che le proprie emozioni non sono così coinvolgenti, non riescono a colpire tutti e in modo importante ("come??, io in questa scena muoio di dolore, (o di amore, o altro) e questi restano indifferenti? hanno il cuore di sasso!" cioè la colpa è degli altri che non hanno la loro stessa sensibilità). Ed ecco che all'inizio del 900, in un mondo lirico ancora di altissimo livello, nasce il verismo vocale, cioè qualcuno (diciamo pure nome e cognome: Enrico Caruso), interpretando (e dalli) il mondo del pubblico popolare, forse anche pensando di rendere più chiaro ciò che avviene in scena, comincia ad inserire nell'esecuzione anche un corollario di artifici: pianto, singhiozzi, parole aggiunte, sospiri, gemiti, ecc. E' una lunga parentesi, anche comprensibile per qualche verso, ma che a fronte di esecuzioni vocali anche di alto livello, rende certe esecuzioni persino ridicole. Questo però ha dato il la a tutta una pletora di cantanti, non tutti di primo livello, a vendere esecuzioni più farcite di suggestioni che di musica e canto. Se oggi questo non è quasi più tollerabile in termini di aggiunte, il principio potenziale è rimasto. Intanto non ci si schioda dalla tradizione degli acuti, per cui anche nei teatri di prima grandezza si tollera di abbassare un'aria o una cabaletta per non togliere un acuto, anche inesistente nell'originale e si continuano a perpetrare tagli e aggiunte fuori luogo (ma in questo anche certe esecuzioni "filologiche" riescono a far danni), ma i cantanti continuano a interpretare a proprio modo certi passi, apparentemente corretti ma in realtà distorti, sempre per l'assunto che essere troppo aderenti alla parte scritta sia "freddo" e quindi non passino le emozioni (del cantante, ovvero del suo ego). Quindi qual è la giusta strada da intraprendere in una visione realmente artistica? E' inserirsi in un percorso di riconoscimento. In primo luogo comprendere il percorso TENSIVO che il compositore ha seguito. Dove va a "più" (cioè dove cresce la tensione) e dove va a "meno", (quindi dove la tensione cala). Come ha creato la tensione? con la melodia, con il ritmo, con l'armonia? con più cose insieme?. Come la tensione si accompagna al testo? Dove è il punto di massima tensione?
Se il canto fosse davvero considerato una cosa seria, non esisterebbero insegnanti che sottostimano la pronuncia (le "A" non si fanno, le "I" nemmeno; omogeneizziamo tutte le vocali, ecc.). Il pubblico non dovrebbe avere i sopratitoli a teatro o in tv (tranne, eventualmente, per la lingua straniera, per quanto siano eccessivamente distraenti), dovrebbe poter tranquillamente seguire ciò che i cantanti dicono; per cui il difetto sta addirittura nel manico, come suol dirsi, cioè fin dall'inizio noi abbiamo cantanti che badano ai suoni, cioè al significante, e non ai contenuti, ovvero ai significati. E su questo siamo a livelli terribilmente bassi; oggi una pronuncia men che mediocre viene spacciata per buona. Io consiglio di ascoltare le grandi voci degli attori di qualche tempo fa, per rendersi conto di cosa vuol dire: DIRE.
Il fiato morbido
Tutte le "manovre" normalmente consigliate dagli insegnanti di canto specie nei primi tempi di studio, tendono a schiacciare, strizzare (termine usato da Celletti, che Dio l'abbia in gloria), premere, stringere... il fiato. Convinti che il fiato debba essere premuto contro le c.v. per produrre più suono. Allora dagli con i libri sulla pancia, con le pressioni in dentro o in fuori, le sollecitazioni dal basso ventre e chi più (schifezze) ne ha, più ne metta. Colpi di petto, colpi di gola, pressioni dall'alto o dal basso... tutti artifici che non fanno che peggiorare la qualità. Purtroppo possono anche provocare qualche risultato che ai poveri di spirito può apparire importante, ma, per contro, può anche provocare danni. Ma quando è così è sempre l'allievo che non è pronto, che non ha talento, che non ha capito, e via dicendo. Viceversa, la cosa più intelligente e consona, è lasciare il fiato morbidamente adagiato sul suo comodo letto, che è il diaframma, il quale è sempre molto nervoso, si agita parecchio già per i fatti suoi, e non è molto astuto andarlo a provocare con spinte di qualunque tipo. A parte questo, il fiato premuto non può svolgere convenientemente il suo lavoro, perché premendo sulle corde vocali ne provoca il sollevamento e l'impossibilità di vibrare correttamente. E questo è uno, ma il fiato teso non può neanche provocare un suono bello, ma risulterà violento, troppo veloce, quindi suoni aspri e poco eufonici. Il fiato disteso, rilassato, morbido, darà vita, invece, a bei suoni rotondi, omogenei, ampi, sonori, ricchi. Come adagiarsi su un sofà con bei cuscini, o meglio ancora, su una soffice nuvola. Al contrario sedersi su un pezzo di roccia... cosa preferite?
martedì, febbraio 11, 2020
Schiavi della mente
In fondo la questione, a ben riflettere, non è così difficile da capire...
Siamo tutti essere umani, la voce, salvo patologie e difetti congeniti, l'abbiamo tutti. Certo, con differenze, come tutto, ma realmente perché alcuni possono cantare a livelli straordinari e altri hanno difficoltà incredibili? Alla fine la soluzione è semplice: è la mente che ci condiziona. Infatti una frase che ripeto spesso è: non pensare! Sembra un paradosso, ma se ci fate caso, molto spesso cantando in modo spontaneo e con nonchalance riusciamo a fare cose migliori. Questo perché la mente in questa attività non ci è d'aiuto, ma anzi è più d'ostacolo che altro. Anche tutto il vocabolario concettuale che accompagna il canto: registri, classi, attacco, passaggi, appoggio, maschera, ecc., sono incasellamenti che non solo non sono utili, ma tendono a farci spezzettare il discorso, e quindi a non raggiungere l'unità che è invece la meta. "Pensa a questo... pensa a quest'altro"... e riteniamo che quella sia la strada per la soluzione, ma è invece la strada per la confusione. Intanto c'è il problema più grande, che è l' "oggettivizzazione" della voce, cioè darle un ruolo concreto, materiale, come fosse un oggetto (tanti anni fa scrivevo tra i primi post: "la voce non è un vaso di fiori!"). La mente non può farne a meno, non concepisce l'astratto, e questo è un enorme problema, perché mentre nel parlato noi non pensiamo a COME parliamo, ma ci affidiamo alla spontaneità, nel canto questo non lo sappiamo fare perché il canto non ci è naturale, ed ecco quindi che siamo portati a pensare, cioè a cercare di capire come fare. Se ci danno una scatola di costruzioni, o un mobile da montare, noi dobbiamo leggere le istruzioni e cercare di capirle, poi un passo alla volta agiamo. E spesso sbagliamo. Ma anche suonando uno strumento, perché noi vediamo, percepiamo con gli occhi e con il corpo ciò che dobbiamo fare. Col canto quel tipo di esperienza non è confrontabile, perché non abbiamo pezzi da mettere insieme, non abbiamo concetti e oggetti con cui confrontarci, non vediamo e percepiamo in modo indiretto. Questo porta gli insegnanti, i teorici, ad attaccarsi a due modalità: l'anatomia e/o le immagini mentali. Negli ultimi anni ha prevalso senz'altro la raffigurazione anatomica, quindi consigliare all'allievo movimenti di parti dell'apparato o posizioni della voce (cosa impossibile) in particolari zone dell'apparato. Altre scuole si rifanno a immagini meno legate all'apparato, e vanno per metafore. Quest'ultima modalità, che ha comunque i suoi lati negativi, è comunque preferibile alla prima. Come si sarà compreso, comunque, la strada ideale è quella di liberarsi dalla schiavitù mentale. Non è come dirlo!! Dobbiamo avvicinarci alla questione un po' alla volta. Rendersi conto, quindi portare a coscienza che la voce, comunque sia, non è un "prodotto" materiale, ma è fiato, cioè una impalpabile, invisibile, immateriale e dinamica proiezione del corpo. Non c'è niente di intellettuale, di razionale, di fisico in questo. Noi tendiamo a confondere la coscienza con la mente, o addirittura con la memoria. Qui non c'è da ricordare, ma di interiorizzare. La voce va come deve andare e noi dobbiamo lasciarla andare, non cercare di guidarla, di intrappolarla, di modificarla. E quindi, come al solito, ripetiamo: come il parlato. Ma sappiamo che già il passaggio dal parlato comune a un parlato intonato crea già qualche imbarazzo. Ed è per questo che occorre farlo molto, fin quando lo facciamo con scioltezza, senza pensare, appunto. Per avvicinarsi meglio al canto dei brani, è sempre bene conoscere bene il testo, perché essere legati alla melodia è di per sé anch'essa una sudditanza che non aiuta. Quindi, conoscere il testo e provare a recitarlo. Conoscere la linea musicale, in modo che quando si va a cantare non si venga colti dalle carenze dell'uno e dall'altro campo. Il testo è bene cantarlo su una "cantilena", su una scaletta, su una nota, su un arpeggio, ecc. La linea musicale è bene studiarla con sillabe e con vocali. Prima di portare il canto alla sua esecuzione definitiva, a meno che non sia particolarmente semplice e di modesta estensione, è meglio studiarlo ed eseguirlo su una tessitura leggermente più bassa. Insomma, passare attraverso tutte le fasi che consentano la minor preoccupazione, i minori problemi possibili, e proseguire con calma, con cautela.
Siamo tutti essere umani, la voce, salvo patologie e difetti congeniti, l'abbiamo tutti. Certo, con differenze, come tutto, ma realmente perché alcuni possono cantare a livelli straordinari e altri hanno difficoltà incredibili? Alla fine la soluzione è semplice: è la mente che ci condiziona. Infatti una frase che ripeto spesso è: non pensare! Sembra un paradosso, ma se ci fate caso, molto spesso cantando in modo spontaneo e con nonchalance riusciamo a fare cose migliori. Questo perché la mente in questa attività non ci è d'aiuto, ma anzi è più d'ostacolo che altro. Anche tutto il vocabolario concettuale che accompagna il canto: registri, classi, attacco, passaggi, appoggio, maschera, ecc., sono incasellamenti che non solo non sono utili, ma tendono a farci spezzettare il discorso, e quindi a non raggiungere l'unità che è invece la meta. "Pensa a questo... pensa a quest'altro"... e riteniamo che quella sia la strada per la soluzione, ma è invece la strada per la confusione. Intanto c'è il problema più grande, che è l' "oggettivizzazione" della voce, cioè darle un ruolo concreto, materiale, come fosse un oggetto (tanti anni fa scrivevo tra i primi post: "la voce non è un vaso di fiori!"). La mente non può farne a meno, non concepisce l'astratto, e questo è un enorme problema, perché mentre nel parlato noi non pensiamo a COME parliamo, ma ci affidiamo alla spontaneità, nel canto questo non lo sappiamo fare perché il canto non ci è naturale, ed ecco quindi che siamo portati a pensare, cioè a cercare di capire come fare. Se ci danno una scatola di costruzioni, o un mobile da montare, noi dobbiamo leggere le istruzioni e cercare di capirle, poi un passo alla volta agiamo. E spesso sbagliamo. Ma anche suonando uno strumento, perché noi vediamo, percepiamo con gli occhi e con il corpo ciò che dobbiamo fare. Col canto quel tipo di esperienza non è confrontabile, perché non abbiamo pezzi da mettere insieme, non abbiamo concetti e oggetti con cui confrontarci, non vediamo e percepiamo in modo indiretto. Questo porta gli insegnanti, i teorici, ad attaccarsi a due modalità: l'anatomia e/o le immagini mentali. Negli ultimi anni ha prevalso senz'altro la raffigurazione anatomica, quindi consigliare all'allievo movimenti di parti dell'apparato o posizioni della voce (cosa impossibile) in particolari zone dell'apparato. Altre scuole si rifanno a immagini meno legate all'apparato, e vanno per metafore. Quest'ultima modalità, che ha comunque i suoi lati negativi, è comunque preferibile alla prima. Come si sarà compreso, comunque, la strada ideale è quella di liberarsi dalla schiavitù mentale. Non è come dirlo!! Dobbiamo avvicinarci alla questione un po' alla volta. Rendersi conto, quindi portare a coscienza che la voce, comunque sia, non è un "prodotto" materiale, ma è fiato, cioè una impalpabile, invisibile, immateriale e dinamica proiezione del corpo. Non c'è niente di intellettuale, di razionale, di fisico in questo. Noi tendiamo a confondere la coscienza con la mente, o addirittura con la memoria. Qui non c'è da ricordare, ma di interiorizzare. La voce va come deve andare e noi dobbiamo lasciarla andare, non cercare di guidarla, di intrappolarla, di modificarla. E quindi, come al solito, ripetiamo: come il parlato. Ma sappiamo che già il passaggio dal parlato comune a un parlato intonato crea già qualche imbarazzo. Ed è per questo che occorre farlo molto, fin quando lo facciamo con scioltezza, senza pensare, appunto. Per avvicinarsi meglio al canto dei brani, è sempre bene conoscere bene il testo, perché essere legati alla melodia è di per sé anch'essa una sudditanza che non aiuta. Quindi, conoscere il testo e provare a recitarlo. Conoscere la linea musicale, in modo che quando si va a cantare non si venga colti dalle carenze dell'uno e dall'altro campo. Il testo è bene cantarlo su una "cantilena", su una scaletta, su una nota, su un arpeggio, ecc. La linea musicale è bene studiarla con sillabe e con vocali. Prima di portare il canto alla sua esecuzione definitiva, a meno che non sia particolarmente semplice e di modesta estensione, è meglio studiarlo ed eseguirlo su una tessitura leggermente più bassa. Insomma, passare attraverso tutte le fasi che consentano la minor preoccupazione, i minori problemi possibili, e proseguire con calma, con cautela.
mercoledì, febbraio 05, 2020
Motto
Non è una particolare respirazione a determinare un buon canto, ma la parola elevata a canto a sviluppare la giusta respirazione.
domenica, febbraio 02, 2020
Della concentrazione
Che cosa fa di un buon artista un grande artista? La capacità di concentrazione. Ma forse su questo punto le idee non sono tanto chiare. Facciamo un passo indietro. Cosa fa di un modesto o pessimo principiante un decoroso apprendista? Sempre la capacità di concentrazione. Ma che differenza c'è tra la concentrazione del primo e del secondo. E' la continuità. La continuità di concentrazione del grande artista è omogenea. Da qui possiamo anche fare il parallelo con la musica stessa. Far sì che un insieme di suoni possa diventare musica, richiede che la fine sia contenuta nell'inizio e ogni articolazione sia in rapporto con l'inizio, la fine e il punto di massima tensione. La concentrazione è comunque uno stato tensivo, seppur legato a una condizione di rilassamento. E qui possiamo fare il paragone con l'emissione vocale. L'ideale emissione vocale è quella ove il fisico non interagisce con il suono se non nella sua condizione di passività, cioè è l'involucro che permette il passaggio del suono, mediante una produzione sempre passiva da parte delle c.v., ammesso che le condizioni respiratorie abbiamo il sufficiente grado evolutivo per sostenere quel o quei determinati suoni. Ciò, però, che rende artistica la voce ed esemplare il canto, è la mente artistica. La mente artistica è la mente scevra dai pensieri concettuali, quindi la mente "concentrata" sull'azione. La concentrazione della maggior parte dei principianti, ai vari livelli, è la discontinuità, potremmo dire perennemente distratta. La distrazione è la divisione del cervello. L'esempio più semplice e universale è quello della lettura; quando a un certo punto leggendo un libro ci fermiamo perché ci rendiamo conto che non abbiamo realmente letto niente delle ultime righe o addirittura intere pagine e dobbiamo rileggerle. La nostra mente, in quel frangente, se n'era ita a spasso. Magari stava anche solo riflettendo su ciò che avevamo letto poco prima, però, di fatto, ci ha impedito di leggere realmente ciò che è venuto dopo. Il fenomeno è quasi inevitabile quando ciò che stiamo facendo, vuoi suonare, vuoi leggere, vuoi ascoltare, ci interessa poco, non ci piace, non lo comprendiamo. Il motivo per cui a scuola gli insegnanti insistono affinché si studi a voce alta, è anche dovuto a questo. Dovendo leggere e parlare (e ascoltare), la mente è molto più impegnata e più difficilmente si distrae, ma non si creda che sia la soluzione definitiva; anche in questo modo essa sa prendere strade parallele e quindi evitare la fatica. Già, perché la concentrazione per la mente è un lavoro molto dispendioso. Riflettiamo: qual è la cosa che noi tutti riteniamo mentalmente più difficile? credo non ci siano dubbi: non pensare! Se il pensare ordinariamente inteso fosse una cosa impegnativa, sarebbe molto facile non farlo, non avremmo particolari problemi. Invece per la mente avere questa "divagazione" continua è uno stato di rilassamento. Questo perché i nostri pensieri in realtà, per la maggior parte, sono solo passeggiate. Con questo non c'è da fare tutt'erba un fascio, ci sono pensieri che impegnano e richiedono concentrazione. Ma questi ci occupano solo per un tempo limitato, occasionalmente. Chi svolge continuativamente un'attività artistica ad alto livello, invece, si impegna e occupa molto tempo a una vera concentrazione, e può arrivare a risultati di incredibile altezza nel suo campo.
Qual è lo scopo di questo post? Cercare di dare qualche consiglio a chi inizia lo studio del canto, ma anche chi già lo pratica a un certo livello. La credenza comune è che i progressi si facciano con la pratica... e basta. No, la pratica è indispensabile, ma solo se accompagnata dal necessario stato di concentrazione. Se noi facciamo esercizi per un lungo tempo, è molto probabile che si facciano dei progressi, ma questi li dobbiamo considerare MECCANICI. Quando qualcuno dice: "ah, sì, poi questa cosa poi diventa automatica", mi suscita un certo nervosismo, perché non è e non deve essere questo l'obiettivo. Assimilare e far diventare automatico, sono due cose diverse. Quando noi facciamo regolarmente un certo percorso stradale, il giorno in cui dobbiamo andare in luogo diverso, ma che richiede una parte dello stesso percorso, rischiamo di tornare dove andiamo di solito, perché la nostra mente è distratta e agisce automaticamente. Si comprenderà che questo è un errore. Noi non dobbiamo agire meccanicamente, ma coscientemente, e ciò che ci permette di agire coscientemente è la concentrazione. Cosa significa concentrarsi per chi è agli inizi? Significa agire univocamente nei confronti di quanto dobbiamo (e vogliamo) fare. La maggior parte degli allievi quando deve fare un certo esercizio, ha la mente sdoppiata, in parte è impegnata nell'azione, in parte verifica e giudica. Nelle filosofie buddiste si ripete quasi incessantemente nelle varie pratiche il termine: "non duale". Mettiamo che debba pronunciare delle sillabe su cinque note. Per la maggior parte dei casi, dopo 3, 4, le ultime sono molto spesso "abbandonate", quindi vengono quasi sempre male. In molti casi succede che avendo controllato le prime 2 o 3, ha notato qualcosa, e già vuole dirlo, senza però interrompersi, e quindi le successive sono del tutto incoscienti. La concentrazione non vuole giudizio!
Se ogni nota che si fa si giudicasse, si toglierebbe concentrazione dal suono successivo. Concentrazione significa fare bene nel PRESENTE. altrimenti si resta nel passato. Se ci sono da fare cinque note, le si devono fare meglio che si riesce. Se si avverte un errore importante, ci si ferma, si può ricominciare o attendere la valutazione e il consiglio dell'insegnante, se non si è sicuri del tipo di errore che si è fatto. Se ci si è impegnati a far bene tutto l'esercizio, si ascolterà la valutazione e si andrà avanti o si ripeterà secondo le indicazioni dell'insegnante. Concentrarsi cosa vuol dire? Vuol dire rilassarsi ed emettere frasi, sillabe o altro previsto dall'esercizio cercando la naturalezza, evitando ogni affettazione e sforzo. La concentrazione TRANQUILLIZZA! anche se può sembrare il contrario. Essa ci dà la sicurezza di ciò che stiamo facendo; non che il risultato sia scontato, ma che è la strada, l'unica, per arrivare all'obiettivo. Allenarsi senza concentrazione significa vivere nell'incertezza, perché la mente non sa cosa stiamo facendo e dove vogliamo andare. Il giusto esercitarsi concentrato è un po' una meditazione, e la meditazione non è non pensare, ma concentrarsi su una cosa. La cosa su cui concentrarsi è, ad es., la sillaba, la frase, la vocale, che dobbiamo dire. La semplicità è la strada migliore per la concentrazione, perché ci sono soltanto uno o due parametri su cui focalizzare l'attenzione (pronuncia e intonazione, se è un esercizio cantato). Come mai la maggior parte delle volte non c'è la pronuncia? non c'è, ovvero è carente o molto carente, perché la concentrazione non è sufficiente. Questa purtroppo è la differenza tra chi ha una capacità molto elevata e chi più lieve. Però è un dato migliorabile. Non si deve pensare che si sia negati o limitati, la concentrazione si può molto migliorare. Molto spesso ogni persona ha dei campi in cui riesce a concentrarsi molto e a lungo, ma non sa farlo in altri campi. Allora si può provare a "traslare" questo stato concentrativo nell'altro campo, concentrandosi nella cosa che ci viene meglio e occupandosi subito dopo dell'altra. La concentrazione è uno stato difficile da descrivere (non concettuale) e quindi da applicare in modo spontaneo e, per l'appunto, meccanico. Ci vogliono condizioni che dipendono da diversi fattori, non tutti coscientemente riconoscibili. Quindi la strada migliore è di attivarla nel campo che ci è più congeniale e trasferirla rapidamente ad un altro.
Qual è lo scopo di questo post? Cercare di dare qualche consiglio a chi inizia lo studio del canto, ma anche chi già lo pratica a un certo livello. La credenza comune è che i progressi si facciano con la pratica... e basta. No, la pratica è indispensabile, ma solo se accompagnata dal necessario stato di concentrazione. Se noi facciamo esercizi per un lungo tempo, è molto probabile che si facciano dei progressi, ma questi li dobbiamo considerare MECCANICI. Quando qualcuno dice: "ah, sì, poi questa cosa poi diventa automatica", mi suscita un certo nervosismo, perché non è e non deve essere questo l'obiettivo. Assimilare e far diventare automatico, sono due cose diverse. Quando noi facciamo regolarmente un certo percorso stradale, il giorno in cui dobbiamo andare in luogo diverso, ma che richiede una parte dello stesso percorso, rischiamo di tornare dove andiamo di solito, perché la nostra mente è distratta e agisce automaticamente. Si comprenderà che questo è un errore. Noi non dobbiamo agire meccanicamente, ma coscientemente, e ciò che ci permette di agire coscientemente è la concentrazione. Cosa significa concentrarsi per chi è agli inizi? Significa agire univocamente nei confronti di quanto dobbiamo (e vogliamo) fare. La maggior parte degli allievi quando deve fare un certo esercizio, ha la mente sdoppiata, in parte è impegnata nell'azione, in parte verifica e giudica. Nelle filosofie buddiste si ripete quasi incessantemente nelle varie pratiche il termine: "non duale". Mettiamo che debba pronunciare delle sillabe su cinque note. Per la maggior parte dei casi, dopo 3, 4, le ultime sono molto spesso "abbandonate", quindi vengono quasi sempre male. In molti casi succede che avendo controllato le prime 2 o 3, ha notato qualcosa, e già vuole dirlo, senza però interrompersi, e quindi le successive sono del tutto incoscienti. La concentrazione non vuole giudizio!
Se ogni nota che si fa si giudicasse, si toglierebbe concentrazione dal suono successivo. Concentrazione significa fare bene nel PRESENTE. altrimenti si resta nel passato. Se ci sono da fare cinque note, le si devono fare meglio che si riesce. Se si avverte un errore importante, ci si ferma, si può ricominciare o attendere la valutazione e il consiglio dell'insegnante, se non si è sicuri del tipo di errore che si è fatto. Se ci si è impegnati a far bene tutto l'esercizio, si ascolterà la valutazione e si andrà avanti o si ripeterà secondo le indicazioni dell'insegnante. Concentrarsi cosa vuol dire? Vuol dire rilassarsi ed emettere frasi, sillabe o altro previsto dall'esercizio cercando la naturalezza, evitando ogni affettazione e sforzo. La concentrazione TRANQUILLIZZA! anche se può sembrare il contrario. Essa ci dà la sicurezza di ciò che stiamo facendo; non che il risultato sia scontato, ma che è la strada, l'unica, per arrivare all'obiettivo. Allenarsi senza concentrazione significa vivere nell'incertezza, perché la mente non sa cosa stiamo facendo e dove vogliamo andare. Il giusto esercitarsi concentrato è un po' una meditazione, e la meditazione non è non pensare, ma concentrarsi su una cosa. La cosa su cui concentrarsi è, ad es., la sillaba, la frase, la vocale, che dobbiamo dire. La semplicità è la strada migliore per la concentrazione, perché ci sono soltanto uno o due parametri su cui focalizzare l'attenzione (pronuncia e intonazione, se è un esercizio cantato). Come mai la maggior parte delle volte non c'è la pronuncia? non c'è, ovvero è carente o molto carente, perché la concentrazione non è sufficiente. Questa purtroppo è la differenza tra chi ha una capacità molto elevata e chi più lieve. Però è un dato migliorabile. Non si deve pensare che si sia negati o limitati, la concentrazione si può molto migliorare. Molto spesso ogni persona ha dei campi in cui riesce a concentrarsi molto e a lungo, ma non sa farlo in altri campi. Allora si può provare a "traslare" questo stato concentrativo nell'altro campo, concentrandosi nella cosa che ci viene meglio e occupandosi subito dopo dell'altra. La concentrazione è uno stato difficile da descrivere (non concettuale) e quindi da applicare in modo spontaneo e, per l'appunto, meccanico. Ci vogliono condizioni che dipendono da diversi fattori, non tutti coscientemente riconoscibili. Quindi la strada migliore è di attivarla nel campo che ci è più congeniale e trasferirla rapidamente ad un altro.
Iscriviti a:
Post (Atom)
