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venerdì, agosto 02, 2013
Pesi e misure2
Dunque ci troviamo di fronte a una o più contraddizioni in essere, che si devono in qualche modo superare. Naturalmente noi sappiamo che l'obiettivo ultimo e fondamentale è l'elevazione della respirazione ad arte, il che vuol dire educare e sviluppare la coscienza respiratoria e la respirazione stessa affinché diventi perfetto mezzo di alimentazione di suoni vocali, qualunque sia il colore, l'intensità, la frequenza, ecc. nell'ambito della gamma vocale soggettiva. Questo è potenzialmente possibile e previsto, per cui consideriamo che in nuce non c'è alcuna contraddizione! Essa nasce dal fatto che i registri si presentano divisi, "rotti", separati, e apparentemente, nella maggior parte dei soggetti, sembrano non esserci punti di contatto. Il caso più frequente è quello della voce femminile (ma anche tanti contraltini non scherzano) dove il divario tra voce di petto e falsetto è sovente molto accentuato. Questo porta molte cantanti per conto loro o molti insegnanti a evitare l'approccio al petto, quindi a "sfondare" il falsetto, con ingolamenti e sforzi d'ogni tipo, e in altri casi a mantenere una sorta di dualità tra i due registri, quasi una compresenza di due voci nella stessa persona, in mancanza di criteri e strategie, o meglio coscienza, di cosa fare per superare perfettamente questo scalino. Ma il problema non è esente anche in tenori, mezzosoprani, baritoni e bassi. L'azione più banale e più frequente che si fa quando si pensa di salire agli acuti è spingere. Questo rende molto difficile, se non impossibile, il passaggio, per questioni "valvolari". Questo è anche il motivo per cui ad esempio molti tenori pensano che si passi sul fa# se non sul sol e persino oltre!!! Ci sono però diversi insegnanti che consigliano di alleggerire (mi pare ci sia anche sul libro "coscienza del canto" della Maragliano Mori). Di per sè non è detto che sia un buon consiglio, specie se poi l'insegnante non ha un eccellente orecchio. E' infatti più che normale che alleggerendo... non si passi!! Cioè si rimanga sulla corda di petto, addolcita e schiarita, fino ad assomigliare tantissimo al falsetto. Naturalmente essendo petto, il suono risulterà più pieno e timbrato del falsetto, e quindi i due soggetti, allievi e insegnanti, restano piuttosto soddisfatti (e ciucci). Salvo andare incontro a incidenti d'ogni tipo nelle note successive, quando il petto, oltretutto leggero, non regge la tessitura. Ovviamente nessun tipo di vera educazione è possibile in tal modo, e si andrà sempre incontro a difetti più o meno rilevanti. Il falsetto, specie nei primi tempi di studio, deve essere leggerissimo e chiaro, fanciullesco, soprattutto nelle donne. Non si deve aver alcun timore a togliere voce finché il suono resti flautato, puro, e soprattutto esente da tensioni interne di ogni tipo (sganciato). Il suono deve ascendere con totale fluidità, senza legami, tiramenti, singhiozzi di qualsivoglia specie, attaccando sempre leggero, avanti, sul sospiro. Ma per far sì che il tutto funzioni, una parte decisiva la riserva la bocca, ovvero l'ampiezza orale. Ad esempio un esercizio che faccio fare spesso in campo femminile riguarda l'inizio dell'aria antica "O cessate di piagarmi", dove, dopo poche battute, sulle parole "o lasciatemi morir" si presenta un salto discendente dal si3 al re#3. A rigore la prima è in falsetto e la seconda di petto. La preoccupazione di tutti è che si verifichi un salto brusco e di cattivo gusto, per cui cercano di sopperire mantenendo il falsetto. La cosa però non funziona, di solito, perché il falsetto, specie nei primi tempi, quando non si ha ancora un sufficiente incremento, è enormemente debole, inconsistente, e oltretutto mangia un mare di fiato. E qui veniamo, dunque, al cosiddetto "allineamento". Ciò che crea tantissima confusione è il percepire o il pensare che il mi, ad esempio, di petto, stia "su un pianeta" e il fa di falsetto, su un altro. In particolare si pensa che il petto sia "giù", appunto perché petto, sotto, e il falsetto - che molti definiscono testa - su, per aria, in alto. E, conseguentemente, ecco l'idea "stupenda" della Simionato o della Barbieri, che affermano scandalizzate di non aver mai cantato di petto ("ma se non ha mai fatto altro", replica, stralunata, l'intelligente e attenta Gencer), cioè "tenere il suono alto in maschera". Non dice niente questa cosa, è un artificio che spesso conduce a pessimi risultati. La verità è che i due registri si devono allineare, cioè non si deve percepire, a distanza di mezzo tono, una stessa vocale a altezze diverse, ma entrambe davanti alla bocca, all'altezza del labbro superiore (in seguito anche oltre). Ciò che può aiutare e rendere facile ciò riguarda lo spazio, quindi l'ampiezza orale. Se compiendo il salto mi-fa3 (vale per voci femminili e tenori) si amplia parecchio la bocca verticalmente (allungare evitando assolutamente di allargare!), si produce un maggior spazio che permetterà lo sfogo aria-suono dovuto alla maggior tensione della corda. Quindi: la tensione del falsetto NON deve essere contrastata spingendo o dando più forza, più intensità, ma semplicemente più spazio! In quest'azione talvolta può anche essere necessario alleggerire un po'; questo è relativo alla elasticità della corda (i contraltini e i soprani leggeri sovente hanno corda molto sottile e quindi può richiedere meno impegno rispetto alla corrispondente nota di petto, nonostante la maggior tensione, in ogni caso, specie negli uomini, c'è una componente psicologica, per cui spingono tantissimo perché pensano la nota più 'acuta' di quanto non sia realmente, quindi bisogna togliere per riequilibrare rispetto alla percezione istintiva). La chiave dell'acqua, però, come suol dirsi, sta sempre (SEMPRE) nel grande "segreto": la pronuncia, la parola. Nel brano suindicato, ci sono due A (LA-sciA) suelle due note dell'intervallo; in genere dicono sufficientemente bene la prima, il si3, e fanno un pasticcio sul re#, andando a cercare... chissà che! Allora si dovrà far prendere coscienza - quando è il momento giusto - della buona emissione e pronuncia della A sul si, che si troverà all'incirca davanti alla bocca un po' in alto, e facendo fermare sulla nota l'allievo per alcuni secondi, dopodiché chiedere semplicemente di fare la seconda A (sciA, non trascurando minimamente lo "SCI") con la stessa precisione dell'altra, senza "scendere", senza cercare niente. Si può anche fare staccando i due suoni. Dopo pochi tentativi, l'allievo si renderà conto che la seconda A, più bassa come nota, è in realtà altissima, se ben pronunciata, ma soprattutto si sarà resa/o conto che per fare bene, ha dovuto lasciar libera la bocca, che si sarà un po' più aperta (tendenzialmente cercano di chiudere e tirare indietro). In un salto verso l'alto, avviene qualcosa di molto simile. La A più bassa, di petto, ben pronunciata risulterà allineata alla bocca o poco più su; volendo fare la nota successiva ad es. su un sol o un la3, istintivamente e psicologicamente sarà tentata di andare a cercarla alta e stimbrata, alzando in realtà laringe e diaframma, e magari anche lingua. La soluzione sarà invece quella di mantenere la stessa linea della prima A, aprendo un po' più la bocca (sempre e solo verticalmente!) e non spingendo e incrementando l'intensità (poi è semplice questione di equilibrio che si troverà in poco tempo) ma soprattutto DICENDO A (ci vogliono ANNI perché ciò avvenga realmente).
Lo squilibrio dei registri è dovuto alla persistente esistenza di due meccaniche laringee che richiedono due impegni respiratori diversi. Per quasi, se non tutti, i trattatisti, insegnanti e cantanti navigati, tutta la questione si affronta e si risolve in un'area, considerata "mista". E' UNA BALLA!!! datemi retta. Di mista c'è solo l'insalata. Quasi l'intera gamma vocale è da considerarsi mista, nella voce maschile, e oltre metà in quella femminile, perché, coscienti o meno, i due registri percorrono grossomodo la stessa estensione, come ben diceva già il Garcia parecchi decenni fa. Quando si sale, il registro centrale si sente sempre meno appropriato, la tensione dei muscoli vocali diventa eccessiva e quindi diventa sempre più necessario "passare la mano" a quelli esterni che possono svolgere più appropriatamente il lavoro di tensione delle corde. Ecco che quindi in molti soggetti nasce quell'incertezza timbrica che fa dire "misto". Ma si ignora tolalmente che il problema non è meccanico, ma SOLO e UNICAMENTE respiratorio! Allora il "metodo" offerto da Garcia di esercitare re-re#-mi-fa di petto e falsetto, è buono, ma non è conclusivo ai fini educativi, perché la respirazione atta ad eliminare i registri deve riguardare tutta o gran parte dell'estensione dei due registri. Sarà più semplice e corretto sviluppare il falsetto nella note centrali scendendo e sarà più semplice sviluppare il petto nelle note centro acute salendo, mentre si dovrà cercare di evitare per molto tempo di tornare di petto scendendo, perché in genere lo si fa "con singhiozzo", ovvero lasciando andare il suono (indietro). Unica possibilità per questo esercizio è farlo tenendo molto fortemente le labbra, che guidano e "imbrigliano" il suono. Il tutto sempre sotto attentissima ed esperta guida.
martedì, luglio 30, 2013
Pesi e misure
C'è una contraddizione in termini; una delle tante che crea difficoltà di comprensione e di sviluppo. Come tante, credo sia molto più evidente oggi che non alcune decine di anni fa.
Noi sappiamo e proviamo che man mano che saliamo all'interno della meccanica del registro parlato (petto), l'intensità deve aumentare. L'esercizio clou è entrare-uscire dal parlato passando all'intonazione su una nota (non fermandosi), senza far venir meno l'assoluta chiarezza e precisione della parola, in ogni suo minimo dettaglio. La parola di per sé non è intonata, ma ad ogni nota cantata corrisponde una determinata intensità del parlato. Questa straordinaria scoperta si riprodurrà poi anche nel grande canto, per cui si perde la cognizione della "nota", per diventare un canto fluido, inequivocabile nella sua linea, nel suo legame significante parola-musica. Questa scoperta porta anche a eliminare quel "sali-scendi" interno che è un serio problema per tutti coloro che cantano male o comunque non benissimo, per cui si crea un parallelismo tra note e posizioni del suono. In questo c'è anche una componente psicologica, per cui salendo si spinge e scendendo si trattiene. L'esempio più semplice è la scaletta anche solo di tre suoni, dove al 90% gli allievi tendono a premere nelle tre note ascendenti e poi "mollano" le due discendenti, che diventano singhiozzanti, povere, imprecise, ecc, e tendenzialmente spoggiate. Il fenomeno, se non corretto continuamente, si amplifica a dismisura negli esercizi di più ampia estensione e diventa catastrofico nel canto. Occorre sempre ricordare che il fiato, e il suono generato, seguono sempre e solo una direzione, cioè verso l'esterno (meglio ancora: da fuori a fuori!), anche quando si scende. Quando questi aspetti saranno conquistati, e cioè il canto diverrà un flusso ininterrotto e non ci saranno più movimenti verticali interni, ma tutto procederà unidirezionalmente, ci si accorgerà semplicemente di aver ritrovato ("l'amico ritrovato" eheh) la stessa condizione del parlato quotidiano, anche se rispetto a quello comune risulterà molto più sonoro, esteso, preciso, ricco. Allora, tornando al tema, noi ci troviamo di fronte a una contraddizione: la corda di falsetto è più tesa rispetto a quella di petto, quindi richiede maggiore intensità per essere messa in vibrazione. Questo è uno. La corda di falsetto è più sottile sia in spessore che in dimensione di corda vibrante, quindi anche più leggera. Questo è due. Il falsetto, per sua stessa condizione esistenziale, occupa una porzione di gamma vocale più acuta, dunque dalla nota di petto "sottostante", il salto dovrebbe essere a togliere, più che a mettere energia. E questo è tre! C'è poi il quattro, che è il problema occulto, e cioè la reazione istintiva. Anticamente questo problema era molto meno sentito, in quanto l'educazione avveniva lentamente, gradualmente, partendo da un falsetto leggero e piccolo. Oggi si lamentano persino le donne se gli fate fare, come è necessario, la voce "infantile", figuratevi gli uomini! Quindi ciò che ha reso tutto più difficile in quest'ultimo Secolo, è il passare dalla corda piena di petto alla corda piena di falsetto, considerando che essa... non c'è!, perlomeno in gran parte delle persone non c'è una condizione respiratoria che permetta alle corde vocali di vibrare rinforzando il falsetto nella purezza dell'emissione. Per questo si ricorre all'oscuramento forzato, all'ingolamento, all'affondo e a mille altri trucchi che non sanno e non possono risolvere alcunché, per cui ci si deve accontentare di un canto fondamentalmente difettoso, per chi lo regge. Per non tediare termino qui e proseguo con altro post.
mercoledì, luglio 24, 2013
La voce in bicicletta
venerdì, luglio 19, 2013
Un "tom-tom" per la coscienza
Aggiungo dopo qualche giorno che, per chi non l'avesse colto, ritengo che il M° Antonietti ci abbia fornito questo NAVIGATORE per la coscienza (chissà come gli sarebbe piaciuto questo termine, essendo ligure e avendo navigato a lungo in tempo di guerra). Non dovete crederci per via delle parole, ma provando, mettendoci/vi alla prova. Siamo in un'epoca di enorme disorientamento artistico, morale, etico, ontologico; giudicare, e giudicare negativamente, questa scuola solo sulla base di idee preconcette, di terminologie, di impressioni, è da autentici ignoranti. Prima si prova, si valuta, si approfondisce, si verifica, poi si gudica e decide.
sabato, luglio 13, 2013
Cantar con le risonanze
L’idea di cantare con le risonanze, cioè con il prodotto
vocale, e non con il corpo della voce (suono), suggestione che so appartenere
anche a molti cantanti e insegnanti soprattutto del passato, ritengo sia un
buon suggerimento, a patto, come sempre, di sapere come gestire questo
consiglio. Se pizzichiamo una qualsiasi corda di una chitarra, ad es., lo
strumento emetterà un suono. In quel momento, che definiamo “attacco” sentiremo
un suono di corpo, cioè tutta la corda vibra con forza. Immediatamente dopo, però,
inizia la “risonanza”, cioè l’aria intorno alla corda acquisisce la vibrazione e
la diffonde ovunque. Inoltre la corda si suddivide in diverse parti (due, tre, quattro
parti, ecc.) emettendo così gli armonici relativi. Il suono di risonanza è, in
verità, molto più ricco e ampio del fondamentale, e la sua importanza musicale
è indispensabile nelle scelte esecutive, in particolare legate al tempo. Fin
qui credo sia tutto semplice e chiaro.
Nella voce, le corde vocali non hanno la stessa struttura delle corde degli strumenti,
e appena cessa il flusso aereo, cessa anche la vibrazione e quindi la risonanza.
Ciò non toglie che ogni volta che attacchiamo un nuovo suono, si genera altra risonanza.
Questa è la “materia prima” della voce, che possiamo definire “libera” sia perché
si forma e si espande liberamente in ogni spazio, sia perché si è “liberata” dal
suono, cioè una volta formata non dipende più da esso. Quando il suono è prolungato,
la vibrazione prodotto dalle c.v., induce continuamente altra risonanza. Però dobbiamo
aggiungere un importante tassello. La voce può definirsi tale interamente se mossa,
cioè motivata, dalla pronuncia, che si formerà nella parte più avanzata della risonanza,
quindi esternamente al corpo. Quando si esegue una serie di note legate, capita
sovente che dopo la prima, le seguenti siano meno valide, opache, indietro, non
ben intonate, ecc. La stessa cosa non è detto che avvenga, anzi il contrario, quando
le stesse note le emettiamo in modo staccato. Questo perché ogni nota accompagnata
dalla pronuncia della vocale, viene (o può essere) prodotta istantaneamente, mentre
nel legato si è condizionati dall’idea di unire ogni nota alla successiva, e questo
fa sì che il moto del trascinare determini in realtà un movimento di tensione muscolare
interno e si trascuri la pronuncia nelle note successive alla prima. La soluzione,
pertanto, sta nel ribadire insieme a ogni nota la vocale che si sta dicendo, ovviamente
sulla punta di quella risonanza, cioè esternamente. Non sarà facile, per qualche
tempo, perché, benché lo si faccia di continuo nel parlato, non lo si riesce a fare
altrettanto spontaneamente nel canto. Occorre dunque concentrazione e impegno per
proseguire in questa attività, che poi diventerà del tutto naturale, essendo nient’altro
che il nostro parlato.
Può essere interessante il pensare che ogni breve nota (picchettato)
continui a suonare nell’aria circostante per qualche secondo, e constatando che
ciò avviene realmente grazie all’acustica dell’ambiente, a quel punto noi
possiamo iniziare a prolungare i suoni proprio con la volontà di proseguire
quella risonanza, grazie alla quale noi andiamo a eliminare ogni spinta, quindi
fuori di noi, in quell’alone sonoro che si crea dopo l’attacco. Questo
approccio vocale, molto impegnativo per la mente, produrrà sicuramente un
sensibile distacco dalla componente muscolare, fisica, e pure del suono primitivo,
e migliorerà considerevolmente anche l’attenzione uditiva, che è più che
fondamentale. Ovviamente in quell’alone sonoro noi dobbiamo sempre sentire che
la pronuncia è vera, è perfetta.
venerdì, luglio 05, 2013
Scrivere di canto
Più ci si avvicina a una verità artistica - e parliamo di verità pratiche, operative, non concettuali, teoriche - più si dimostra difficile descrivere e comunicare l'essenza di quell'arte, per cui ogni volta che mi accingo a scrivere o a rivedere scritti, sarei tentato di cancellare, di eliminare, di rifare o di lasciar perdere del tutto. E' del tutto evidente che più il livello dell'arte si abbassa più libri si scrivono; ognuno, con volontà più o meno interessate finanziariamente, vorrebbe contribuire a risollevare questo mondo in crisi, lo fa forse nella convinzione di essere nel giusto, spesso mettendosi in decisa opposizione ad altre posizioni, pensando magari in buona fede che quelli sono "il male", la strada che conduce alla "perdizione". Ma, come dicevo, se non si ha anche la forza di mettersi in discussione, di provare a immaginare di aver sbagliato tutto e dunque di mettere alla prova le proprie convinzioni, si sarà solo eretto un muro di difesa, più o meno solido, ma quel muro è anche una prigione. La strada della verità non può non essere una strada di libertà, non necessariamente gioiosa e piacevole sempre, ma innegabilmente RETE; cosa intendo? che libertà non vuol dire estraniarsi, isolarsi, innalzarsi sul podio, ma comprendere (non in senso razionale), cioè divenire tutto, quindi non mettersi più in competizione, non reagire nervosamente agli attacchi fanciulleschi di chi ritiene di doversi manifestare in tal modo, ma accettare e mettersi nei loro panni, senza supponenza o sufficienza, tutt'al più compatendo. A chi non stanno bene gli scritti di questa scuola ho solo una consiglio da dare, meglio, due: smettere di leggerli oppure venire a confrontarsi direttamente!
mercoledì, luglio 03, 2013
L'antimeccanismo
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Nota che non c'entra niente: stavo cercando su Youtube una esecuzione decente di "Sebben crudele" di Antonio Caldara da suggerire ai miei allievi... è possibile, tra tante esecuzioni, non essercene una che ti consenta di arrivare sino in fondo senza disgusto? Da un lato è vero che pochissimi grandi cantanti vi si sono cimentati, ma possibile che resti retaggio di dilettanti allo sbaraglio? Quella che ho perlomeno digerito è, strano a dirsi, quella di J. Carreras. Gigli è ripreso male, la registrazione è opaca e inoltre cade più che in altre in leziosismi stucchevoli. Non parliamo di Bruson, che potenzialmente avrebbe potuto lasciare una impronta storica su questo repertorio, e invece la esegue come peggio non si potrebbe, schiacciando tutto verso il basso, tutto con identica sonorità e intensità (anche con qualche incertezza d'intonazione). Mah...
domenica, giugno 23, 2013
Sul passaggio
Da quanto sento in circolazione, mi pare che in campo femminile si stia cercando di schivare l'argomento evitando di fare passaggio di registro petto-falsetto, mantenendo il più possibile (fino all'esasperazione) il registro superiore anche scendendo. Grossi pasticci sento anche nella zona di pseudo passaggio falsetto-testa (re4), dove gli errori causano non raramente problemi in zona centro acuta e acuta. In campo maschile c'è veramente di tutto; in linea di massima mi pare che i pochi soggetti di una certa qualità che ho potuto ascoltare siano più che altro dotati in natura di una notevole predisposizione e non si "scontrino" con rilevanti difficoltà, cosa che, peraltro, è altamente probabile che li investirà prossimamente, come già sentiamo avvenire da parte di discreti cantanti in carriera dai cinque ai dieci anni. Non è un auspicio, ma una constatazione spiacevole.
Dunque torniamo ancora una volta sulla sovrapposizione dei registri e su alcune considerazioni da aver ben presenti nella risoluzione del problema ai fini di un canto che si indirizzi verso l'esemplarità.
Come è noto, esistono due meccaniche laringee per la produzione dei suoni, una più idonea ai suoni centro gravi, che si definisce tradizionalmente registro di petto, e una più idonea ai suoni centro acuti, tradizionalmente falsetto o falsetto-testa. Per una gran parte dell'estensione, nella normalità di tutti gli esseri umani, questi due registri si possono dire sovrapposti, cioè coesistono, pertanto molte note possono essere emesse nell'uno o nell'altro registro. Il problema, per chi canta un repertorio classico, è rappresentato dalla necessità di avere una gamma di suoni che copra l'intera estensione con omogeneità, cioè senza interruzioni o brusche modificazioni di colore, di volume, di intensità, di carattere, ecc. Questa necessità ha preso il nome di "cambio o passaggio di registro". Ricordo che alcuni insegnanti reputano che i passaggi non esistano o che gli stessi registri non ci siano, altri che si canta solo con il petto, altri solo in falsetto (più che altro nelle donne), ecc. Poi ci sono coloro che ritengono anche che esistano molti registri e molti passaggi. Chi ritiene che i registri ci siano, come la scienza medica, già dall'Ottocento, ha dimostrato, ritiene anche che occorra un "metodo" per passare dall'uno all'altro, quindi una tecnica, e che essi, in pratica, non cessino mai di esistere, ma stia all'abilità del cantante passare dall'uno all'altro rendendo insensibile il passaggio, ponendo la laringe e gli apparati vocali alla stessa stregua di un pianoforte o un violino, dove i musicisti devono imparare a fare dei cambi (passaggio del pollice per i pianisti, cambio di corde per i violinisti) virtuosistici in modo da rendere ogni scala o altra figurazione musicale su più note del tutto omogenea. Si dimentica, piccolo particolare, che l'uomo non è uno strumento meccanico e il suo funzionamento è ben più "intelligente", elastico e ricco di possibilità, che manco ci si sognano, ma che per una sfiducia nelle nostre possibilità tendiamo anche a non mettere alla prova. Queste idee sono così radicate, che oggigiorno nessuno (credo proprio nessuno fuori da questa scuola) sia disposto a credere che i registri esistono ma sono annullabili (ho volutamente usato l'indicativo e non il congiuntivo!).
Mentre assai poco riusciamo a comprendere in termini didattici dai primi trattati di canto settecenteschi, chi si sofferma e affronta l'argomento è Manuel Garcia. Nonostante le sue "scoperte" sul suono "oscuro" e sulle caratteristiche di quello, non prende assolutamente in esame l'ipotesi di sfruttare il suono oscuro come tecnica per passare dal registro inferiore a quello superiore. Egli, invece, propone - come era molto probabilmente nella consuetudine delle scuole di canto del tempo - di eseguire alternativamente alcuni suoni prossimi alla nota considerata "fulcro" del cambio, nei due registri, proseguendo così per alcuni semitoni. Come dicevo, lo stesso Garcia indica con chiarezza qual è la nota per ogni classe vocale da considerarsi ottimale per il cambio di registro, e questa stessa scuola è piuttosto fiscale nel pretendere il rispetto di tale consiglio. E' bene quindi fare un po' più di chiarezza per evitare di confondere oltremodo le idee.
Prima considerazione: il registro di petto è più agevole, facile, sonoro rispetto a quello di falsetto. La corda è decisamente meno tesa, tant'è che la pressione aerea può fletterla verso l'alto. Da ciò ne discende che il passaggio alla corda di falsetto produrrà maggiore fatica o impegno; questo determina anche un altro effetto, e cioè che il falsetto si appoggia con minore facilità, anzi nei primi tempi produrrà facilmente suoni con poco o nessun appoggio, quindi suoni flebili, poveri, leggeri. Quando si adotta la metodica suggerita da Garcia, cioè di alternare sulla stessa nota petto e falsetto, pertanto, dovremo rimanere su suoni molto leggeri, altrimenti il divario risulterà troppo evidente, e il lavoro inutile. Quanto è avvenuto in seguito nella storia dell'educazione vocale, non è del tutto sbagliato e da cestinare. L'oscuramento sulla nota di passaggio permette di provocare una maggior pressione nel fiato che consente, di solito, di contrastare la reazione istintiva del diaframma, per cui è possibile e probabile che si riesca a entrare nel registro di falsetto con un pieno appoggio e quindi con pari efficacia sonora. Possiamo pertanto dire che i due modi di approcciarsi alla meccanica dei registri possono essere entrambi validi; quello suggerito da Garcia è ottimale per le voci femminili e per le voci che incontrano difficoltà evidenti nel passaggio alle note di falsetto pieno, ma è anche il modo più corretto e istruttivo per educare il fiato; quello più in uso attualmente, cioè con l'oscuramento - massimo con la U - e il pieno appoggio, è più in linea con un certo tipo di mentalità moderna, per cui è più efficace nel breve tempo, ma può dare, e indica, molte false strade, perché l'oscuramento va facilmente incontro a forti reazioni che vengono affrontate con occlusioni glottiche, affondi, indietreggiamento del suono. Possiamo dire che i due approcci possono anche essere complementari, con qualche attenzione, e sempre avendo presente che per diverso tempo la questione dei registri è bene affrontarla esclusivamente sotto la guida dell'insegnante. Ora un'altra precisazione. Quando si parla del passaggio mediante oscuramento mi raccomando sempre di osservare scrupolosamente la nota peculiare alla classe vocale, per cui il basso dovrà passare sul reb, il baritono sul mib, il tenore sul fa, ecc. ed evitare di spostare tale punto (questo nelle scale e negli arpeggi ascendenti, mentre discendendo è preferibile continuare il più possibile a mantenere il falsetto). Questa raccomandazione è legata in primo luogo a certe presunte "eccezioni", per cui alcuni insegnanti/cantanti ritenengono che un baritono brillante possa passare sul mi nat., che il tenore acuto possa passare sul sol e via dicendo. Per la verità in fase educative le eccezioni possono rappresentare una risorsa necessaria; un tenore che non riesce a passare sul fa, può essere fatto passare sul mi, giusto per qualche volta in attesa che il fiato si irrobustisca. Da questo può derivare una legittima domanda: ma allora quanto consiglia Garcia come si sposa con la raccomandazione di rispettare la nota di passaggio? La risposta sta in quanto già detto, e cioè che alternando note di petto e falsetto non si può dare particolare peso, quindi rimanendo sul leggero si educa in modo più corretto e graduale il fiato, ci sono assai minori probabilità di reazioni diaframmatiche, e la gola è meno probabile che si stringa. Viceversa passare su una nota scorretta utilizzando l'oscuramento e il peso, specie se su note decisamente erronee - 2 o 3 o più semitoni sopra o sotto - porterà a una reazione decisamente più violenta e a conseguenze più marcate.
giovedì, giugno 13, 2013
Riconoscere-riconoscersi
lunedì, giugno 03, 2013
Complessità e semplicità
venerdì, maggio 31, 2013
Il "comincio"
(video di A.B.Michelangeli, la frase è al minuto 1'50 circa)
giovedì, maggio 30, 2013
Cantar sul fiato
sabato, maggio 25, 2013
I gradi della conoscenza musicale e vocale
Nel canto possiamo fare qualche precisazione ulteriore. I primi stadi evolutivi, ritmo e melodia, si associano a un intenso vissuto vibratorio. Il canto che viene prodotto, non si "accontenta" della semplice vibrazione cordale, ma vuole l'interessamento più ampio e sensibile possibile, ed ecco che nasce la voce di fibra, muscolare, ingolata, fortemente frenata da un lato e spinta dall'altra. Poi si succedono i livelli successivi con gradazioni sempre più elevate di suoni liberi, ampi, sul fiato, fino a quello perfetto, totalmente unificante al punto di non poter più distinguere il punto in cui il fiato si trasforma in suono, come se fosse un tubo vuoto, voce vera di persona vera, ma permeata di illuminata spiritualità.
lunedì, maggio 20, 2013
Sul Garcia
Ribadisco, anche su questa base, che il Garcia, come molti altri, se non tutti, i libri sul canto, siano da leggere quando si abbiano idee molto chiare in merito, non si giudichi anzitempo, e servano come confronto e materiale di approfondimento. Farò in seguito qualche altro intervento in merito.
giovedì, maggio 16, 2013
Vocali e colori
Si definiscono colori primari il giallo, il ciano (una tonalità di blu) e il magenta (una tonalità di rosso), in quanto non ottenibili dalla mescolanza di altri colori della gamma cromatica dello spettro solare. [...] è comunemente riferito alla classificazione dei colori dello spettro solare scoperti da Isaac Newton: rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco e violetto. Ogni colore comprende tutte le sue gradazioni intermedie, ma la suddivisione dello spettro solare in sette è convenzionale e fa riferimento a motivazioni filosofiche, in particolare alla correlazione con le 7 note musicali, i giorni della settimana o i pianeti conosciuti allora.
Se i colori primari, giallo ciano e magenta, non si ottengono mescolando gli altri colori, i colori secondari derivano dalla mescolanza, a due a due, dei colori primari: giallo + ciano = verde
magenta + ciano = blu
giallo + magenta = rosso.
I colori terziari sono quelli che si ottengono sommando quantità diverse di due colori primari. All'interno dei colori primari e secondari vi sono tre coppie di complementari, formate da un colore secondario e dal primario rimasto fuori dalla composizione. Ad esempio, se giallo + ciano = verde, allora il verde è complementare del magenta. Questo tipo di coppie dà un effetto di massimo contrasto cromatico. Gli effetti delle diverse combinazioni sono stati teorizzati e sono normalmente usati nelle discipline grafiche."
domenica, maggio 12, 2013
Forma ideal purissima
martedì, maggio 07, 2013
Aprire o non aprire?
Intanto dobbiamo dire che, come in molti altri casi, si fa confusione con altri argomenti, che c'entrano fino a un certo punto. Qui il punto dolente sta nel cosiddetto passaggio da petto a falsetto, cioè è comune convinzione che il suono aperto sia sempre e comunque emesso in registro di petto. Le cose stanno diversamente, e cerco di dare la visione più ampia e approfondita di cui sono capace.
Partiamo da un dato di fatto: il normale parlato quotidiano si esplica mediante una sonorità che possiamo definire "aperta". Questo perché i nostri apparati sono già allineati e predisposti a un suono che si può definire "avanti", "presente", ma anche facile, scorrevole. In questa scuola diamo per scontato che questa deve essere la strada su cui educare tutta la voce. Uscendo dalla ristretta gamma dei suoni tipici del suono parlato, le condizioni respiratorie non permettono più di mantenere facilmente quella stessa facilità di emissione, e il suono perde precisione di pronuncia, brillantezza, chiarezza e altre qualità (legate al momento educativo dell'allievo). Questa perdita di caratteristiche si evidenzia in particolare nella zona più acuta del petto e in modo eclatante quando le si vogliono mantenere anche nel registro di falsetto. Il tentativo esacerbato di mantenere la pronuncia nel registro acuto, porterà facilmente a una "caduta" nel "sottostante" r. di petto. Questo, che possiamo definire un errore, ha una causa ben precisa, cioè la mancanza, più o meno grave a seconda dei casi, di una alimentazione respiratoria adeguata. In sostanza, se io, in falsetto, provo a "parlare", cioè a pronunciare con determinazione, farò molta fatica o non ci riuscirò affatto perché non ho alle spalle una condizione respiratoria che me lo consenta. Se, invece, provo a fare dei "suoni" anonimi, più o meno simili alle vocali (e di qui la orribile prassi dei suoni "intervocalici", una sorta di "inciucio" artistico, usando la terminologia in voga in campo politico), troverò minori difficoltà, perché questi suoni sono più DIFETTOSI, cioè il difetto sta nel fatto che richiedono un minor apporto di fiato (di qualità, per la precisione). Da qui nasce la pratica della quasi totalità delle scuole di fare per molto tempo solo vocalizzi e adeguare, in seguito, il canto a quelli; essendo quelle vocali difettose, è ovvio che anche il canto e la pronuncia risulteranno più o meno gravemente distorte e innaturali, e da qui emerge un canto oscurato e incomprensibile. Se qualcuno vi dice che la A o la I o qualunque altra vocale "non esiste", o "non si fa", vi ha già dato la cifra del suo metodo, cioè ci allineiamo al basso; troviamo un suono che sia sostenibile anche da chi è agli inizi dello studio, sopportabile, e cantiamo su quella base. E' ovvio che una mentalità artistica non possa accettare un simile punto di vista, però per qualcuno può anche essere una soluzione...
Allora la strada giusta (che ben comprese e delineò Tito Schipa nei pochissimi scritti o detti lasciati in merito) è quella di educare il parlato in primo luogo lungo tutta la gamma di petto tipica della popria classe, con saltuarie esplorazioni un po' fuori campo (per un tenore e una donna ad es. fa#3, sol3, per un baritono, mib3, mi3, ecc.), quindi iniziare (per le donne praticamente subito) a pronunciare anche in falsetto, iniziando senza problemi dal falsetto leggero, senza intensità, attendendo con pazienza che il fiato si "faccia" e sostenga convenientemente, cioè che possa reggere anche una voce più piena e sonora. Molti tenori, ma anche le donne, spesso si vergognano di utilizzare il falsetto leggero, e questo è sbagliato, non devono porsi questi limiti, e superare questi pregiudizi. Devo però ancora aggiungere diverse cose.
Se faccio pronunciare una "A", che è vocale aperta per natura, spesso la si sguaia, scaturendone un suono orribile. Da qui la volontà di molti insegnanti di lasciarla perdere e considerarla "pericolosa". Strano che per gli antichi fosse una delle preferite! I motivi per cui la A non viene bene sono di varia natura, principalmente: 1) fiato decisamente inadeguato (principianti); 2) orizzontalizzazione della bocca; 3) pronuncia interna, cioè muscolare, faringea, velare (anche inconsapevole). Un sospiro di sollievo (da provare e riprovare) conduce alla posizione più idonea: apertura rilassata della bocca, tendenzialmente verticale, fiato-suono che esce e quindi pronuncia esterna. L'inadeguatezza del fiato si recupera con un ciclo di lezioni ben fatte.
A questo punto, se da una "A" vogliamo passare a una "O", cosa capita? capita che tutti quanti chiudono la gola, dove andranno a cercare la pronuncia. Questo determina un suono, oltre che difettoso, oscuro, buio, chiuso. Soprattutto sottolineo il "chiuso" per dire che dalla ariosità e libertà che (almeno in teoria) ci comunica la A, avvertiamo resistenza, chiusura, difficoltà, opacità. Allora ecco che nasce un problema a volte gigantesco per chi sta imparando, cioè mantenere la luminosità, la ampiezza e chiarezza della A nella O. Come? Molti insegnanti che non perseguono la strada del suono scuro a tutti i costi, di fronte al problema dicono: "fai la O pensando A". Altri dicono più semplicemente: "tieni la gola aperta". Consigli di cui comprendiamo lo spirito ma che non possiamo condividere. Ancora una volta il problema nasce dalle errate percezioni, o anche dal volere a tutti i costi fare (e percepire) il suono mediante il fisico, quindi muscolarmente. Capita quindi un fatto strano, che, dopo molti esercizi, quando finalmente si raggiunge il giusto, l'allievo dica: "ma a me non pare di dire O". Perché? Perché la "O", in realtà, c'è, ma è... "lontana", cioè è nell'ambiente e a livello di percezione fisica immediata credono di fare "A". Quindi occorre ribadire sempre di accentuare l'ascolto esterno, anche mettendo qualche rara volta le mani aperte ai lati della bocca, in modo da rompere il rapporto diretto tra bocca e orecchio. Dunque, non si tratta affatto di dire "O" pensando "A", ma di fare una "O chiara" e leggera (che è, detto tra di noi, quella che si dice normalmente parlando, e a cui si farà riferimento negli esercizi). Inizialmente, come si diceva, questa O potrà risultare effettivamente molto aperta e larga, ma nell'arco di pochi minuti, se non ci sono disastrose condizioni di fiato, si comincerà a prendere confidenza con una vocale la cui pronuncia finalmente ci apparirà dove deve apparire, cioè "proiettata" nell'ambiente, e non strangolata con i muscoli. Giocando sul "sospiro", sulla luminosità e ampiezza sonora, si potranno poi affontare adeguatamente tutte le vocali che risulteranno così identicamente sonore e intense, senza alcuna "omogeneizzazione", che sarebbe pratica da vietare con trattati internazionali!!! Allora, se e quando tale emissione è assicurata, noi potremo tranquillamente salire oltre i limiti del "passaggio" di registro senza alcuna necessità di modifica, che sia A, O, U, I od E, con qualsivoglia accento o colore.
Devo però fare ancora una precisazione importante, riguardante l'oscuramento. Come è noto l'oscuramento del suono viene comunemente utilizzato per risolvere il problema del passaggio di registro. Qui torniamo sullo stesso problema. Se utilizziamo una O, ad esempio, non aperta, cioè scurita e sostanzialmente difettosa, in primo luogo si rischia di non capire la giusta classe di appartenenza di una voce, in secondo luogo, se faccio ulteriormente oscurare nel punto in cui si decide di eseguire il passaggio, il suono sicuramente andrà a formarsi in zona faringea-palatale, cioè indietro, molto indietro. In pratica è necessario che se si vuole utilizzare l'oscuramento, occorre in primo luogo avere ben determinato il giusto suono di base (quindi aperto di petto), dopodiché approcciarsi allo stesso suono con un colore leggermente più oscuro MANTENENDO LA STESSA POSIZIONE, quella del suono aperto, senza investire in alcun modo la muscolatura interna (se si lascia completamente ogni forza e si entra in un falsetto leggero, si avrà una chiara percezione della posizione del suono). Non è assicurato che il suono risultante sia giusto, e non è nemmeno detto che si ponga nel registro superiore; un certo irrigidimento potrebbe creare condizioni di mantenimento della corda grossa. Non è un problema particolare, l'allievo dovrà trovare piano piano l'equilibrio per far sì che il suono passi senza portarlo indietro. Questa pratica, che non è sempre necessaria, ma piuttosto utile e importante e quindi da utilizzare in qualche fase dello studio, è, manco a dirlo, sempre indirizzata a favorire un'educazione respiratoria adeguata al tipo di suono che si vuole ottenere, nel nostro caso: perfetto! Accontentarsi può anche essere una scelta, però ritengo sia più saggio accontentarsi di fare suoni piccoli ma belli, chiari, simpatici, liberi, piacevoli che duri, legnosi, stonati, violenti, forzati. O no? Beh, a ognuno il proprio.
sabato, maggio 04, 2013
L'aereo e l'aliante
mercoledì, maggio 01, 2013
forma evolutiva
La postura dell'uomo primitivo, la sua costituzione corporea, influenzavano anche la sua anatomia e fisiologia respiratoria, per cui in quell'epoca non era possibile l'articolazione verbale, e men che meno il canto sulla parola (molto interessante il fatto che nel neonato, e fino oltre un anno di età, la laringe occupa lo stesso posto che nella preistoria!). Per arrivare a quella possibilità è stato necessario giungere alla definitiva postura diritta su due gambe e una sensibile metamorfosi del cranio e della posizione laringea nonché dei due apparati respiratorio e digerente nella loro parte più elevata. Ecco, dunque, che, vista sotto questa luce, la prima asserzione comincia ad assumere un aspetto più credibile e convincente. Volendo legare l'idea di spiritualità all'arte, e nel nostro caso all'arte vocale, ecco che trova ulteriore conferma e validità la proposta disciplinare di una evoluzione delle forme laringee e delle funzioni respiratorie in virtù di una necessità spirituale da assolvere mediante un'attività vocale-canora. Naturalmente, come già esplicitato, la funzione istintiva si opporrà per diverso tempo al tentativo di "ingerenza" di un'altra pulsione - quella artistica - e lo farà fin quando non si sarà stabilita una diversa comunicazione tra le due sfere d'influenza.
