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mercoledì, agosto 19, 2020
l'approccio al canto artistico
martedì, agosto 18, 2020
L' A negletta
Perché in tante scuole di canto odierne la vocale A è bandita o limitata nella sua pronuncia a una O un po' più aperta? bisogna chiederselo e saper rispondere per comprendere ciò che anima le varie impostazioni vocali. In primo luogo c'è il fatto che questi insegnanti hanno una visione del canto unicamente interna, cioè non concepiscono la formazione esterna delle vocali. Questo è un problema e una grave limitazione, ma spesso aggravata da un'altra limitazione, questa più legata a singole scuole, e cioè non aprire, o solo parzialmente la bocca. Cercheremo di esaminare anche questo.
Come è evidente, la A è la vocale che richiede la maggiore ampiezza. Per questo, nel canto spontaneo quando si pensa di cantare su una A si apre molto la bocca. In realtà nel parlato semplice difficilmente si apre molto. Questo deve far riflettere. La questione a questo punto è già chiara: se non si apre la bocca non si può cantare una A piena, specialmente forte e/o acuta; peraltro anche aprendo completamente la bocca la A apparirà molto fisica, gutturale, proprio per l'impegno muscolare che comporta quest'azione. Se poi secondo l'insegnante la bocca è meglio non aprirla molto, allora anche da un punto di vista interiore la pronuncia della A sarà quasi impossibile. La cupola palatina è alta, ma non abbastanza per consentire l'ampiezza completa di quella vocale. L'unico spazio che può consentire la vera pronuncia della A è quello esterno alla bocca. Però non finisce qui. Qualcuno potrebbe dire che per la pronuncia delle altre vocali lo spazio interno è sufficiente. In teoria, forse, ma in realtà la perfetta pronuncia delle vocali richiede lo stesso spazio della A, ecco perché la inseriamo quasi sempre negli esercizi.
Approfondiamo l'altra questione: perché alcuni insegnanti non vogliono che si apra molto la bocca? In fondo è semplice: ritengono che la differenza di apertura orale nelle varie vocali le renda estremamente differenti e quindi si produca un canto eterogeneo, inoltre pensano che aprendo la bocca il suono "cada", cioè perda appoggio. Questo fa anche il paio con la questione della "maschera", cioè immaginando che la voce si formi nella zona superiore della testa, diciamo oculare, aprire la bocca significherebbe abbassare il suono (e infatti così si dice), cioè perdere l'immascheramento o appoggio in maschera. Naturalmente è tutta una fantasia astratta e priva di fondamento, o meglio, è una cosa che in parte può essere realizzata, ma a costo di seri difetti.
Aprire la bocca è importante nelle prime fasi dell'apprendimento del canto; occorre che il fiato conosca gli spazi e impari a percorrerli. Le forme chiave delle vocali devono essere apprese, per poi essere... dimenticate. Una volta che la voce può liberarsi ed esercitare la sua azione vocale all'esterno, questo "smascellamento" non solo non sarà più necessario ma anzi dovrà essere ricondotto a quello del parlato semplice, salvo particolari momenti di notevole intensità in zona acuta.
Se si partisse sempre da una corretta pronuncia, senza "mascheramenti" e mescolamenti, il fiato si svilupperebbe in modo più corretto e tutto il canto ne avrebbe un notevole giovamento. Invece in questo modo si deve quasi sempre ricorrere a trucchi e artifici che minano la purezza della voce e il suo pieno controllo musicale.
venerdì, agosto 14, 2020
l'applicazione
Capita piuttosto frequentemente che le due parti di una lezione, cioè gli esercizi e l'esecuzione di arie, risultino anche notevolmente diverse tra loro; raramente succede che non si facciano particolarmente bene gli esercizi mentre risulti più efficace l'esecuzione di brani mentre molto più spesso succede, parlo soprattutto di allievi che frequentano già da un po' di tempo, che le arie, che cominciano ad essere anche di un certo impegno, risultino più difettose. Da un certo punto di vista ciò può essere normale, perché mentre gli esercizi si articolano su moduli semplici, da una nota a piccole scale o arpeggi, il canto vero e proprio imponga la necessità di salti in varie direzioni, cambi di vocali, necessità espressive, dinamiche, molto più complesse. Per questo esistono delle metodiche di studio che vengono applicate e consigliate, tipo cantare l'aria su una tonalità più comoda, cantarla su una o più vocali, premettere all'esecuzione dell'aria degli esercizi da svolgere con scale e arpeggi semplici sul testo dell'aria, ecc. Ma anche questi non sempre danno risultati particolarmente fruttuosi. Esiste innegabilmente una psicologia della lezione, che penso riguardi anche lo studio degli strumenti, per cui tra la parte di studio, definita "tecnica" e la parte del canto, definita "applicativa" viene avvertita una differenza che il più delle volte influisce negativamente. Intanto dobbiamo dire, in riferimento all'esempio fatto poco fa, che tra lo studio di uno strumento e lo studio vocale c'è una differenza abissale. Il pianista o il violinista o altro, deve realmente compiere un lungo e talvolta massacrante lavoro tecnico soprattutto di natura digitale, pur non dimenticando che anche in questa attività c'è un forte e importante coinvolgimento artistico, spirituale, che deve emergere e superare i limiti fisici, ma essendo gli strumenti esterni all'uomo e inventati, con varie limitazioni, c'è la necessità di adattarsi a uno strumento che non risponde a dei canoni naturali. Il canto è diverso, lo strumento è nostro, fa parte del nostro corpo e tutto ciò che si relaziona con esso, fiato, muscoli, cartilagini, ossa, fa parte del nostro funzionamento naturale, e non dobbiamo (NON DOBBIAMO) inventarci niente, non dobbiamo pensare di studiare delle tecniche e delle modalità per farlo funzionare di più o meglio di quanto non faccia; l'unica cosa che dobbiamo fare è innescare un processo evolutivo che porti il canto (fiato) a dare il meglio di sé, la qual cosa non è prevista naturalmente perché il canto non ci serve per vivere e sopravvivere, e nemmeno comunicare (basta la parola). E' una necessità spirituale che quindi richiede un approccio anche di tipo filosofico, ovvero una conoscenza metafisica che ci porti a conoscere i fondamenti dell'arte (vocale, in questo caso) e che quindi ci conduca a portare il canto a un livello di coscienza pieno e a farlo elevare a nuovo senso, diventando in questo modo naturale, cosa che istintivamente non è e non può essere. Per far questo, ricordo, è necessario superare, abbattere, l'ego, che è l'ostacolo più ostico che ci si presenta quando ci si approccia a un'arte.
Anch'esso ha di certo una responsabilità nel discorso che sto affrontando. Gli esercizi sono considerati una ginnastica, un allenamento finalizzato a metterci in condizione di dare migliori risultati, ma quando si passa al canto, viene fuori la nostra passione, la nostra volontà di farci sentire, di farci valere. E quindi l'ego non se ne sta lì inerte, ma comincia a gonfiarsi e a intromettersi nella nostra attività, non accontentandosi di quella voce semplice, banale, che si usa negli esercizi, ma deve indurci a realizzare una voce veramente importante, lirica, potente, vibrante, bella, sonora, forte... Questa possiamo considerarla la problematica più imponente. Per questo questa scuola è difficile e con un futuro assai incerto, forse buio. Bisogna infatti comprendere che tra la prima e la seconda parte di una lezione non esiste una reale differenza! L'unica differenza sta nel fatto che la prima è più semplice (ma non tutti saranno d'accordo), per "mettere in moto" il fiato e far sì che possa portarsi alla migliore condizione possibile quando si affronta la seconda. Ma spesso e volentieri invece la prima parte risulta difficile perché non si riesce a entrare in quel mondo di semplicità, di rilassamento, di accettazione dove non c'è da fare niente, se non metterci sincerità in quello che stiamo facendo, senza cercare meccanismi, senza esagerare ogni movimento; questo porta a stanchezza e comunque a non mettere in relazione gli esercizi con l'applicazione. L'esercizio, nel canto, E' CANTO, è da considerare già un'aria, e l'uso della parola, che viene, almeno in parte, sempre impiegato, deve essere applicato con la stessa verità che si dovrà poi usare nel canto. Quando gli esercizi sono fatti bene, possono dotarci di una voce particolarmente pura, aerea, libera, il che, quando si andrà a cantare, non piacerà (soprattutto all'ego) perché ci sembrerà "diversa", non adatta a quella dei cantanti lirici imperanti, troppo banale, che poi non si sentirà in un grande ambiente. Non ci rendiamo conto, cioè, di avere in mano realmente uno strumento divino, che proprio per la sua facilità e purezza, è quello giusto e indispensabile per far arte. Con i rumori della gola, con le frizioni, gli ostacoli che si creano in gola, in bocca e in ogni altro spazio e organo coinvolto si fa solo una misera imitazione del canto, siamo costretti a spingere, a gridare per cercare di farci largo tra gli ostacoli, non rendendoci conto che in questo modo li stiamo creando noi!. Però c'è un elemento che dobbiamo altresì indicare: la paura. Nel momento in cui si fanno degli "innocui" esercizi, la persona si sente coinvolta in un processo di apprendimento, come quando si studia una lingua, finché si tratta di memorizzare termini, di studiare i verbi, ecc., può andare tutto bene, ma quando si passa a parlare, a dover ricreare circuiti di formazione di frasi, di fronte a chi già sa parlare quella lingua, il blocco è quasi automatico. Quindi si deve affrontare il muro della paura, che qualcuno pensa sia limitato al campo degli acuti, che certamente impegnano di più e possono più facilmente nascondere le insidie che portano a steccare, stonare o ottenere cattivi esiti, ma che in realtà entra in azione ogni qualvolta affrontiamo qualcosa che non è compresa dalla nostra ragione, cioè non fa parte della nostra parte razionale e fisica, ma proviene dalle nostre esigenze spirituali. La soluzione è quella di "scendere", di non vergognarsi di fare cose banali, di mantenere quella umiltà, semplicità, degli esercizi, cioè non illudersi che passando da una parte all'altra si entra nel mondo holliwoodiano, fatto di luci ed effetti speciali, ma si rimane con i piedi per terra, su un normale pavimento e in una semplice stanza, dove si può e a volte si deve sbagliare, ma dove è anche necessario sperimentare e provare a sé stessi che l'evoluzione c'è e la si persegue e qualunque volontà di far sentire che abbiamo una voce, abbiamo un talento, dei mezzi speciali, è destinata a rallentare il nostro percorso, a farci tornare indietro e a impedirci di conquistare l'arte. E' una lotta dell'animale contro il divino che c'è in noi, e non dobbiamo permettergli di intralciarci i piani, consentendogli di farci credere ciò che non siamo.
sabato, luglio 25, 2020
L'altra mente
mercoledì, luglio 15, 2020
Quel "di più"
lunedì, luglio 13, 2020
La bocca virtuale
sabato, luglio 11, 2020
L'interruttore
lunedì, luglio 06, 2020
Cantare "adesso"
venerdì, luglio 03, 2020
La paura e il tempo
mercoledì, giugno 24, 2020
Non metterti in mezzo!
lunedì, giugno 22, 2020
L'investigatore
mercoledì, giugno 10, 2020
Trascendere
La nota romboidale rappresenta il suono armonico o di falsetto, che si esegue un'ottava sopra (per il tenore ho usato come prassi la scrittura tradizionale un'ottava sopra, ma ho messo il segno dell'8^ sotto per maggior chiarezza. Le voci maschili rispetto a quanto ho segnato posso salire di una quinta, in base alla bontà dell'una e altra nota emessa e possono scendere, sempre rispetto alla nota che ho scritto, di un paio di toni. Le voci femminili possono anche scendere di un tono o due, e possono salire non oltre una quinta. Il nocciolo della questione è far sì che la nota acuta leggerissima sia imitata perfettamente all'ottava o alla quinta sotto. Questo procedimento è molto utile anche per migliorare la qualità di vocali che non vengono bene. Solitamente fatte in falsettino sono molto migliori, quindi esercitandosi passando da uno all'altro, le cose migliorano. Questo deve far capire, come ci insegnavano gli antichi, che il canto dovrà impegnarci alla stregua del falsetto piccolo, cioè pochissimo, quasi niente. domenica, giugno 07, 2020
Percepire - Vivere
sabato, maggio 30, 2020
Mi son dimenticato di crescere, ovvero... semplificare.
Un bambino di sei anni con una penna in mano che impara a scrivere, si trova ad affrontare una prova durissima, già non riesce a tenerla bene in mano, dopodiché fare i "ghrigori" che insegna la maestra è una tortura; il risultato sono segni tremolanti, insicuri, vacillanti. Così come quando si impara a camminare. Ma se lo stesso accadesse a 20, 30, 40... anni, non sarebbe diverso, anzi! E così ogni qualvolta si impara un'arte. Così come passando gli anni la scrittura diventa fluida, semplice, anche il canto lo può diventare, ma per molti questa "tecnica" resta dura e necessitante di esercizi lunghi e impegnativi. Tanto di cappello a quanti vivono per decenni nella quotidiana necessità di fare ore di vocalizzi, curarsi mal di gola e raffreddori, ma se noi dovessimo ogni giorno fare esercizi di scrittura per mantenerla, credo non scriverebbe più nessuno (cosa da cui non siamo così lontani, con il passaggio a computer e cellulari). Allora non nascondiamo che i primi tempi in cui si studia canto le cose vanno un po' allo stesso modo, bisogna imparare a perfezionare il parlato (quindi consideriamo che rispetto a scrivere o camminare, nel canto partiamo da.. +10, e non proprio da zero!) e questo ci crea ansia, dubbi, insicurezze, e si riflette sul canto che risulterà vacillante, spezzettato, diseguale. Questo è dovuto a un fiato inadeguato a ciò che dobbiamo affrontare. Ma gli esercizi che si fanno, se sono quelli giusti e affrontati nel giusto modo, fanno sì che il fiato cresca, si evolva, si sviluppi secondo quella esigenza, dunque... cresce. Non abbiamo bisogno di ricordarlo! ma viceversa, dobbiamo ricordarci di... TOGLIERE, di semplificare. E' come una trave di cemento armato, che per circa un mese ha bisogno di un'armatura che la sostenga, perché la presa e l'indurimento sono lente, hanno bisogno di tempo per raggiungere una sufficiente resistenza, ma dopo vanno tolte. E così nel canto bisogna togliere tutte quelle affettazioni che nei primi tempi possono essere necessarie, quando non si pronuncia bene una certa vocale, quando non si apre bene la bocca, quando si prendono posture inidonee, ecc. ecc. Tutto deve diventare come quando si parla normalmente. Solo in momenti particolarmente impegnativi può essere necessario fare ricorso a qualche accentuazione, ma sempre nello spirito di togliere, cioè di eliminare ogni artificio, ogni meccanicità, ogni esagerazione. L'unico elemento che invece sarà da consolidare è la postura "nobile", cioè lo star ben diritti con sostegno del petto, come dicevano i militari (e le antiche scuole di canto). Ricordiamoci che se il canto è avversato, almeno per un certo tempo, dal nostro istinto, è perché esso è pigro, ed è maestro di pigrizia. Tenere un profilo nobile non è per niente riposante, ma necessario.
martedì, maggio 26, 2020
L'elenco telefonico
venerdì, maggio 15, 2020
La sequenza degli eventi
Si è portati a pensare al canto come a una sequenza temporale di avvenimenti: si prende fiato, il fiato si immagazzina, si atteggia una postura, inizia un'emissione d'aria che incontra le c.v., si attacca il suono che risale, si pronuncia, eventualmente, e alla fine il risultato si diffonde nell'ambiente. Questo modo di pensare sequenziale ci porta quasi fatalmente a un attacco interno e a un trascorrere del tempo prima che le cose accadano. Infatti noto che molti allievi provenienti da altre scuole spesso impiegano qualche secondo prima di attaccare. Facciamo caso al fatto che noi parliamo in modo istantaneo; anche senza prendere fiato noi possiamo attaccare un suono direttamente sulle labbra o fuori. Voler emettere un suono e farlo può essere istantaneo. Questo è un dato fondamentale! La sequenza delle azioni che noi facciamo per cantare, è spesso frutto di una errata coscienza, di tipo meccanico, e non corrisponde a una verità artistica, ma che è anche nella Natura umana più evoluta, cioè la parola. Si potrebbe dire che il procedere degli atti è quasi opposto a quello che immaginiamo, cioè l'aria che permea tutto l'ambiente si mette a suonare nel momento stesso in cui lo vogliamo, prelevando (come una pompa!) l'aria dai polmoni. Se noi, quindi, immaginiamo il funzionamento come istantaneo e "al contrario", cioè che nasca da fuori e si alimenti automaticamente (come il motore nei confronti del carburante), avremo un approccio più morbido, molto più spontaneo e quindi molto meno meccanizzato e sequenziale. Del resto il cantante nel pieno impegno di un'opera, di un'aria, non pensa certo a cosa sta succedendo, canta e basta (anche se non sempre è così, ho potuto vedere e sentire cantanti talmente "costruiti" da essere imbarazzanti per quanto mostrino di pensare continuamente a ciò che ritengono di dover fare, eliminando ogni spontaneità e ogni senso espressivo e artistico dalla loro attività). Quindi, non si pensi che sia l'aria che risale dai polmoni a far vibrare le c.v.; esse sono attorniate da aria, che nel momento stesso in cui lo desideriamo, possono vibrare, e a quel punto non c'è più la modesta velocità di un fluido in movimento, ma la velocità del suono! (circa 340 m/sec nelle condizioni normali), quindi, per la nostra percezione, le cose avvengono pressoché istantaneamente, non c'è alcun tempo.
giovedì, maggio 14, 2020
La fame d'aria
1) non si inspira bene. Inspirazioni molto frettolose, rubate, rumorose, solo col naso, non riforniscono sufficientemente, per cui dopo pochi secondi il cantante avverte già lo stimolo a riprendere fiato. Il fiato va preso sempre con la bocca (E col naso) il più silenziosamente possibile, il più tranquillamente possibile, rilassando in particolare la zona tra il mento e il collo.
2) si canta "strizzando" i muscoli addominali. Nei primi tempi di studio (primi tempi che possono anche durare più d'un anno) è bene lasciare rilassata la parete addominale; quando si passerà alla respirazione costale, si dovrà stare "alti" sul fiato, tenendo appena tonici i muscoli della parte alta della parete addominale (plesso solare) ma senza pressioni, il fiato, ovvero i polmoni, non vanno mai compressi, il fiato deve poter "galleggiare". Premere può causare problemi anche gravi e comunque non darà mai un buon canto. Se si spinge il fiato contro la laringe, essa per proteggersi comincerà a svilupparsi, ingrossando i tessuti muscolari, e questo non va bene, perché si perderà elasticità, tonicità, flessibilità, indispensabile a un canto di qualità.
3) si canta premendo la voce verso l'esterno. E' un errore che può essere indotto anche in buona fede pensando di mettere fuori la voce. Non è affatto così; la voce deve fluire scorrevolmente come un alito, senza la minima pressione, soprattutto sulle note lunghe, appena passato l'attacco (che non dovrebbe comunque subire pressioni, ma diciamo che può essere tollerabile per qualche tempo) ci si deve rilassare e lasciare che il fiato vada ad alimentare come un sospiro le vocali che si andranno a formare distanti, staccate da noi.
4) si spreca fiato pensando di dare carattere alla voce. Molti cantanti per sottolineare i momenti più coinvolgenti, fanno sospironi e versi di vario genere che non fanno altro che sprecare fiato e sporcare la voce e involgarendo il canto. In questi casi bisogna ripulire tutto, cioè imparare a cantare con sobrietà, con esattezza, evitando anche legature troppo accentuate, portamenti, ecc. Quando si sarà imparato questo si potrà riprendere utilizzando la giusta espressione, senza affettazioni.
5) non si bada ai fraseggi e si respira a caso e si dà troppa retta agli stimoli istintivi. E' evidente che l'istinto vorrebbe che si respirasse spesso, perché questa è la Natura. Quindi bisogna anche forzare un pochino, però questo si può fare se si sta attenti a ciò che si fa! Quindi segnare sullo spartito dove respirare e ancor più vistosamente dove NON respirare. Bisogna dire che ci sono persone che hanno un intuito particolare per respirare nei punti giusti, così come ci sono persone che sembrano fare apposta a respirare dove non devono!
6) Si pensa di risparmiare! Grave errore; non bisogna mai pensare o mettere in atto strategie per consumare meno aria, anzi, al contrario, la tensione deve essere a consumare, persino a sprecare aria, ovviamente non mettendo aria nella voce, ma considerando che la voce è fiato.
Quando si è pronti a passare alla fase 2, il fiato dovrà essere percepito orizzontalmente nel petto, con le punte sotto le ascelle, e il mantice quindi dovrà essere percepito come un dilatarsi e contrarsi orizzontale della massa polmonare, senza spinte dal basso, cercando sempre di sostenere il petto alto, senza rilasciare le costole. E' difficile e non deve portare tensioni di alcun tipo. Non farlo anzitempo e senza controllo dell'insegnante, si rischia la pressione sottoglottica.
Le corde vocali hanno un ruolo anche nella tenuta aerea. Se si sono forzate per qualunque motivo (urlare spesso, cantare a squarciagola, parlare scorrettamente e a lungo, fumare....), possono aver subito delle deformazioni, cioè ispessimenti muscolari. Questo farà sì che per metterle in vibrazione occorrerà maggior quantità e maggiore energia. Però è anche una trappola, perché in questo modo non se ne esce. Quindi ci vuole un periodo di parole nitide, ben scandite, ma anche a bassa intensità. In questo periodo, che comunque non è da considerare sotto i sei mesi, le c.v. potranno riprendere la loro elasticità e dimensione corretta e quindi l'espirazione dovrebbe tornare a consentire lunghi fiati. Se così non fosse occorre valutare se c'è una "perdita d'aria", e dovuta a cosa. Se si è formata, come può capitare, una imperfetta adduzione (ma un orecchio esperto l'avverte), si possono fare esercizi appositi. In questi casi comunque non nuoce una visita specialistica per verificare. In ogni caso è bene non farsi troppe preoccupazioni sulla durata del fiato. Se si studia correttamente si andrà incontro a un ritmo respiratorio regolare e sufficiente a cantare qualunque cosa, perché il buono studio può anche nascondere respiri rubati. Ciò che spesso tradisce non è il respirare spesso, ma lo stress generato dalla propria paura di far sentire che si respira.
martedì, maggio 05, 2020
La voce che cade
domenica, maggio 03, 2020
La seconda onda
A cosa mi riferisco? All'emissione. Potremmo dire che la vocalità si contraddistingue con due "onde", che fanno riferimento alla purezza del suono di base. La voce normalmente emessa, compresa quella parlata quotidianamente, nonostante già goda di buone premesse, la associo a una "prima onda", che è più "pesante", è più impura, lenta, irregolare... La seconda onda è come se scivolasse sopra la prima, è più leggera, rapida, costante... è come l'aria calda che scorre sulla fredda (e non per nulla noi suggeriamo di associare alle vocali una emissione paragonabile all'alito, cioè aria calda). Questa seconda onda, che col tempo deve diventare l'unica, nel canto, la si percepisce anche più lontana, più distaccata da noi; percepiamo il risultato quasi unicamente tramite le orecchie, e sempre meno tramite le percezioni fisiche. Salire in questa modalità non ci darà quasi alcun senso di fatica, di immissione energetica, perderemo persino una chiara percezione (fisica) dell'intonazione, che sarà mentale e da controllare uditivamente. Perderemo il senso del limite acuto, il che non ci deve portare a fare sciocchezze! Inizialmente, quando entriamo nella seconda onda (e in un certo senso ci aiuta anche a entrarci), la voce ci apparirà debole, molto chiara, poco sonora, dissipante il fiato. Avremo la sensazione che il fiato non duri niente, sia una situazione quasi inconsistente, e avremo anche paura di pronunciare, come se questa potesse "rompere" l'incantesimo; perderemo ogni sensazione di appoggio tradizionalmente inteso. Il primo successo sarà la capacità di rilassarci. Il secondo successo è che cominceremo a sentire la nostra voce che suona (magicamente) nella stanza dove cantiamo. Il terzo successo sarà che riusciamo a parlare in quella modalità e percepiremo la nostra voce molto più sonora, più omogenea. Poi tutto ci sembrerà più facile, la nostra voce per poco o niente che facciamo la sentiremo subito ricca, sonora, ampia, riconosceremo immediatamente gli errori e impareremo a correggerli... togliendo! La voce che "plana", che come un meraviglioso uccello distende le ali e senza movimenti compie lunghe trasvolate fidandosi ciecamente dell'aria che lo sostiene. Così anche noi, che spingiamo, premiamo, sosteniamo la nostra voce pensando di aiutarla, smetteremo di farlo, ci fideremo finalmente del nostro fiato che saprà fare la sua parte, e ci renderemo conto che non dobbiamo intralciarlo. Come si raggiunge questa condizione, che può apparire utopistica? In primo luogo alleggerendo, togliendo forza e ogni contributo attivo, sospirando. Per quanto ci si sforzi, questa condizione è impensabile, e quasi nessuno riesce a togliere realmente per anni! non si riesce a immaginare che la voce possa uscire pressoché da sola, eppure è qualcosa che capita di fare anche nella vita comune, però tutto ciò che facciamo spontaneamente, che quindi la mente conosce, non è nella nostra coscienza, quindi non sappiamo riprodurlo volontariamente. Occorre tantissimo studio assistito da chi questa condizione possiede, conosce e sa come arrivare ad ottenerla. Non esiste nessuna teoria, nessun metodo e nessuna scienza. E' arte e basta, è qualcosa che trascende la fisicità e la fisiologicità. Fa parte della creatività, della spiritualità. La possibilità di accedere alla seconda onda è anche legata alla unicità cordale, cioè alla sparizione dei registri. La prima onda è legata in primo luogo al cosiddetto registro di petto ma anche alla corda sottile laddove essa è slegata dall'altra; la seconda onda ci apparirà anche come una sorta di "fischio", cioè le vocali suoneranno come una brezza leggerissima e scorrevole che prende suono uscendo dalla bocca proprio come un fischio, ma senza atteggiamento labiale (alcune persone sanno anche fischiare in questo modo). Altra questione importante, molto importante, riguarda la modificazione della pronuncia. Essa perde lentamente il carattere fortemente articolatorio delle parti dell'apparato orale (lingua, labbra, mandibola...) per diventare puro pensiero, come se tutta l'articolazione (ma ridotta nei movimenti dell'80%) si spostasse un metro avanti a noi. Questo spesso lo facciamo naturalmente parlando (anche se a scapito della comprensibilità), e diventa possibile, ma con perfetta pronuncia perché alimentata perfettamente. Ovvio, che tutto dipende dall'evoluzione respiratoria, cioè quella condizione del fiato inimmaginabile che nel canto perde la sua funzione respiratoria in senso stretto (pur mantenendola) per diventare flusso alimentante strumentale. E' ciò che definiamo respirazione "galleggiante", cioè priva di ogni appoggio, spinta, pressione, ecc. Ultima cosa: è fondamentale l'attacco. Non si può entrare nella seconda onda correggendo o modificando un'emissione impura, imprecisa, indecisa, insicura. O si entra o si sta fuori. E l'attacco, pur nella levità, nell'assoluta leggerezza, deve avvenire con decisione ma a distanza, lontano da noi, sulla cosiddetta "punta" del fiato. Nella rozza immagine che inserisco, che sinceramente è piuttosto distante da quanto vorrei rappresentare, si vede la seconda onda che esce e scorre sopra la prima. Per la verità la sensazione non sarà più che la voce esca dalla bocca, perché si forma direttamente fuori e in una posizione più elevata, subito sotto l'attaccatura del naso (ma, ripeto, ben più distante). Bene, concludo con qualche esitazione sulla pubblicazione, e mediterò se lasciarla, anche se quanto ho scritto non dovrebbe causare alcun problema vocale. Ma non si sa mai!
venerdì, aprile 24, 2020
Il vero "forte"
Devo però dire qualcosa anche sul piano. Perché alcuni cantanti riescono a fare filature, piani e pianissimi di grande suggestione, che si sentono benissimo anche in grandi teatri? Ricordo molto bene un finale di Otello da parte di Renata Scotto con alcune note emesse pianissimo di grande sonorità, davvero entusiasmanti. Il problema è sempre lo stesso ma capovolto, cioè lo strumentista, o il cantante, dovranno poter apportare un'energia al mezzo di produzione affinché possa emettere ancora molti armonici (che "corrono") e non rischi di diventare un suono "fisso", inconsistente, poco sonoro. Per il cantante si tratta di FIDARSI del proprio fiato (leggevo che il bravo tenore Cesare Valletti parlava proprio di questo in un'intervista, purtroppo in inglese). Se la produzione avviene in purezza, cioè senza apportare pressioni e spinte fisiche, il minimo suono potrà essere ancora bello e sonoro. Come sanno un po' tutti gli strumentisti, il pianissimo sonoro è "appoggiato", cioè prodotto mediante un peso gravitazionale, rilassato, e non aiutato da spinte e pressioni indebite. In fondo è un po' la stessa cosa per tutti, anche se lo strumentista ha un po' meno preoccupazioni inerenti le reazioni istintive. Nell'uomo, relativamente al canto, l'appoggio è naturale (il fiato o meglio, i polmoni, per semplice forza di gravità poggiano sul diaframma). Produrre ulteriore pressione con l'idea di appoggiare di più, è un grave errore, perché invece di migliorare la situazione, la si compromette sviluppando più reazione, e quindi il cantante passa più tempo a cercare di risolvere i problemi causati proprio da questo (ma ignorandolo) che a raffinare la propria voce e migliorare l'apporto musicale. Nel piano e soprattutto pianissimo il cantante esemplare riesce, anche nei suoni centrali e persino in alcuni centro-gravi, a utilizzare in alta percentuale, la corda sottile, che produce armonici elevati ma una voce più chiara e meno rimbombante (avendo meno risonanze toraciche), ideale quindi per questo tipo di dinamica, ed ecco anche perché per le donne è congeniale, cantando in questa modalità per gran parte della propria gamma, ma, come disse genialmente Antonio Cotogni, anche per gli uomini questa possibilità esiste ed è fondamentale poterla e saperla dominare.
