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lunedì, aprile 06, 2015
Revision delle revisioni - video
Video relativo ai post "revision delle revisioni" pubblicati nel dicembre scorso ( http://cantolirico.blogspot.it/2014/12/revision-delle-revisioni-2.html )
sabato, aprile 04, 2015
Modalità Vs evoluzione
Ciò che emerge dalla maggior parte dei testi e delle parole di chi insegna o teorizza l'insegnamento del canto è che il passaggio da allievo a cantante 'pronto' avvenga tramite una modalità "statica", cioè apprendendo una tecnica. La tecnica consiste nel fare determinate cose: respirare profondamente, atteggiare le pareti interne (faringe, palato molle), compiere movimenti con le varie parti del busto (parete addominale, in particolare) e dello strumento (laringe), immaginare di indirizzare il suono ora qua ora là (naso, maschera - qualunque cosa possa significare e quindi verso quale parte della testa indirizzare il suono, calotta cranica, nuca), a seconda dell'inclinazione del docente (belcantismo, canto in maschera, verismo, affondo, ecc.). Si consolida così l'idea che per cantare occorra imparare a fare cose che col tempo diventano automatiche. Questa cosa è profondamente errata, o meglio, è possibile, ma conduce verso un tipo di canto che è e rimarrà per sempre "immaturo", cioè basato su forzature degli apparati fono-respiratori che si trovano costretti a produrre una fonazione compressa e rumorosa, opposta a qualunque principio musicale e artistico. Ben diverso è il concetto evolutivo, cioè di una progressiva maturazione di un principio che non trasforma volontariamente apparati e meccaniche, ma genera condizioni e urgenze spirituali che non potranno che andare a far evolvere apparati e meccaniche nel senso richiesto. Questo significa che qualsiasi trasformazione non sarà sottoposta a forzatura, ma sarà l'adattamento di una condizione istintiva, in partenza, in una artistica, poi. Non solo questo non può andare contro a nessun tipo di attività fisiologica, pertanto sono da escludersi patologie a carico degli apparati, ma anzi eleverà anche il grado di resistenza ad agenti patogeni grazie alla cura, all'uso equilibrato ed emolliente del fiato. Fiato il quale non può trasformarsi in qualcosa di diverso (da agente scambiatore chimico a alimentatore di suoni puri) modificando il modo di respirare (con la pancia, col petto o altro). L'evoluzione avverrà man mano che l'esigenza artistica si accompagnerà a una diversa richiesta dell'emissione, mediante un utilizzo mirato della voce e del parlato (intonato o meno). Creare contrasti più o meno forti tra le varie parti dell'apparato (diaframma e laringe) per indurre una maggior ampiezza di vibrazione della corda, come propone qualche ingenuo "esperto", non ha niente a che vedere con una emissione artistica, dove non si produce alcun contrasto ma si consente uno sviluppo costante e superbo dell'azione respiratoria fino alle sue massime possibilità, a patto di "togliere di mezzo" tutti quei contrasti, quelle opposizioni e reazioni che la richiesta di un canto più impegnato ed esteso provocano. Ma se si nega l'esistenza di questa reazione, siamo al punto di partenza, non c'è altra soluzione che un canto che in qualche modo sarà meccanicistico e forzato, oppure con qualità assai eterogenee e incapaci di fraseggi ampi ed espressivi su tutta la gamma, di raffinate dinamiche, di esplicazioni sincere e convincenti del testo proposto. E' l'uomo nella sua essenza che deve promuoversi a un livello evolutivo superiore per poter accedere a questo canto, e ciò vale se oltre a comprendere il percorso da seguire, si accetta di mortificare il proprio ego e il proprio narcisismo, filtri neri tra sé e coscienza.
martedì, marzo 31, 2015
Zona 30
Anni fa vidi una puntata del cartone animato dei Simpson in cui il crudele e vecchissimo sig. Burns, proprietario della centrale nucleare, si sottopose a un check-in medico. Il dottore, dopo numerosi accertamenti, espone la sua tesi: il paziente ha tutte le malattie possibili, ma queste non si manifestano. Come mai? Lo spiega con un esempio. Prende il modellino di una porta e una serie di pupazzetti; premendoli tutti contemporaneamente nello spazio dell'apertura, contrastano tra di loro e non riescono ad uscire. Così virus e batteri rimangono ingorgati nell'organismo del sig. Burns e non producono alcun sintomo e alcuna patologia. Ancora anni fa vidi un interessante documentario dove si spiegava, con modellini e simulazioni, perché è stata introdotta nei centri cittadini la zona 30, cioè strade dove non si può superare la velocità di 30 km all'ora. Se gli automobilisti seguissero questa regola ci sarebbero pochi intasamenti. La spiegazione è la stessa del medico dei Simpson! Una serie di automobili che si muovono lentamente (ma non troppo) riescono comunque a sfilare e procedere, mentre aumentando la velocità si accumulano nei pressi degli incroci, contrastano tra loro e di fatto bloccando il traffico. Questa è anche la spiegazione a un interrogativo che è stato posto nei commenti e che numerosi insegnanti di canto sostengono in senso opposto, cioè che la pressione sottoglottica sarebbe una "qualità" relativa al canto lirico. Appare evidente che se la pressione sottoglottica aumenta, l'aria si "ingorga", ovvero una parte metterà in vibrazione le corde vocali mentre un'altra parte provocherà una spinta sull'intera laringe che quindi tenderà a sollevarsi. Insegnanti e allievi conoscono questo segnale, che considerano negativo e cosa fanno per contrastarlo? Spingono giù. Quindi da un lato si dice che la pressione sottoglottica ci vuole, ma poi la contrastano in modo assurdo, cioè schiacciandola. Non è più logico e sensato evitare di crearla? In questo modo la laringe non si solleverà. Ma, ancor meglio, non si creerà l'ingorgo "all'incrocio"; l'aria sarà quella giusta e sufficiente per la vibrazione cordale e avrà anche la massima velocità possibile, perché se di aria ce n'è troppa, il "traffico" si bloccherà (e alla fin fine questo è l'effetto valvolare di cui ho sempre parlato). C'è altro! Quando la pressione sottoglottica aumenta, tra laringe e diaframma si crea un sodalizio istintivo, che è quello che scaturisce ogniqualvolta compiamo un sforzo fisico, uno sforzo fisiologico (da qualche insegnante richiesto per cantare!!!!) o ci pieghiamo in avanti e tentiamo di rialzarci e di sollevare un peso. L'apparato respiratorio si trasforma in una sorta di pneumatico che collabora con la muscolatura esterna per vincere lo sforzo e riprendere la posizione eretta. In questa fase la laringe è sottoposta a una notevole pressione (tanto che è difficile e financo impossibile emettere suoni) e il diaframma compie un sensibile sollevamento per comprimere l'aria. Quindi, molto semplicemente, possiamo affermare che l'aumento di pressione sottoglottica comporta anche un sollevamento del diaframma, quindi un sensibile spoggio della voce e una difficoltà di emissione. Per contrastare questa situazione, in molti casi voluta, cercata e approvata, si compie un notevole sforzo opposto, cioè premere verso il basso, per evitare che la laringe si chiuda e si sollevi unitamente al diaframma. E' chiara la situazione? Siamo su una porta dove il soggetto da un lato spinge, pensando che questa spinta sia necessaria per avere il suono "lirico", ma preme anche dall'altro lato della porta, con ancor maggior forza, se possibile, perché solo così riesce ad avere la potenza del canto lirico... sì, avete capito bene; è un gioco di contraddizioni senza capo nè coda, ma siccome alcuni soggetti particolarmente robusti sono riusciti a ottenere risultati fonici rilevanti (non certo di qualità canora e soprattutto espressiva), questo sistema delirante viene ancora diffuso e ricercato. Se semplicemente si applicasse il buon senso si avrebbero risultati molto più piacevoli e interessanti, ma c'è una risposta anche a questo dubbio: perché la gente spesso preferisce un canto stentoreo ma privo di qualità espressive? Perché poco "contrastato"! Noi sappiamo che l'energia è il frutto di un contrasto o di una trasformazione o entrambe le cose. La voce si forma per una trasformazione di aria in suono; questa trasformazione può essere "incruenta", cioè semplicemente il passaggio da uno stato all'altro con un minimo dispendio di energia muscolare con la bilancia in pareggio o addirittura in attivo, cioè l'energia (vocale) che ottieniamo uguale o superiore all'energia utilizzata. Se aumenta la pressione sottoglottica, noi abbiamo una bilancia negativa, cioè lo sforzo impiegato (o energia) è superiore a quella risultante (il canto), ma non solo! Il suono prodotto non sarà più puro ma si sommerà ad altri "rumori" prodotti da laringe e faringe non più in stato di quiete (gola "morta"). In questo secondo caso, quindi, lo sforzo produce un contrasto, un'azione muscolare anche molto evidente, che a molte persone piace appunto perché dà l'idea di una vittoria dell'uomo "forte" che doma la natura a prezzo di fatica. Il cantante che si esprime con facilità e sicurezza, piacerà anche, ma con un vago senso di insoddisfazione perché non è il maciste che riduce il nemico cattivo a più miti consigli. In questo senso, proprio al contrario di quanto mi viene imputato da alcuni, è chi cerca di modellare il proprio strumento con la volontà, che oppone un presunto "bene" a un istinto "malvagio", a una natura "matrigna". Infatti io ho sempre detto che la natura e l'instinto non vanno contrastati, ma aggirati. Ma questa è un'altra storia.
domenica, marzo 29, 2015
Il doppio apparato
Il titolo "il doppio apparato" è fuorviante, lo so, è una specie di licenza che mi prendo non sapendo come diversamente focalizzare l'argomento che vado ad esporre.
Il pensiero che sta dietro questo argomento è: ma la voce è fisica, viene prodotta da una vibrazione muscolare, quindi i discorsi relativi a spirito e varie idealità su cui scrivo a fiumi in questo blog, sono pura fantascienza e alla fin fine potrebbero definirsi "fuffa". In parte può essere vero, ma è doveroso da parte mia cercare di focalizzare meglio la questione per arrivare a una illustrazione coerente e fondata, benché questo genere di spiegazioni si basino su una libertà di pensiero che deve esserci anche da parte di chi legge; se si cerca la via della spiegazione convergente, oggettiva (cioè della voce oggetto), scientificamente enucleata, si farà poca strada.
Mentre non è assolutamente vero che esistono più apparati, questo è pacifico, esistono due "sfere" vocali, quella prettamente fisica e quella prettamente mentale; così divise sono entrambe inconsistenti. La prima sarà rozza, rumorosa, povera, la seconda impossibile per mancanza di suono. Quindi ci troviamo con due entità, che precisamente chiameremo suono e voce, dove voce sta per vocale (AEIOU). Il suono è il prodotto di una vibrazione fisica, la vocale è il prodotto di un sentimento; il primo si sente, la seconda no [aspettate a dire che si sente], ma dovendosi manifestare lo fa mediante il nostro "carburante" fisico più sottile, il fiato. E' ciò che si è sempre chiamato: sospiro. Sospiri d'amore, sospiri di malinconia, di solitudine, di dolore... Quando sentiamo una persona che sospira ci preoccupiamo o comunque ci interessiamo; il sospiro altrui, benché così leggero e silenzioso, richiama la nostra attenzione, ci colpisce perché va nel profondo, nell'intimo. Un genitore se coglie un sospiro di un proprio figlio si preoccupa subito: sarà innamorato o avrà dei problemi? Spera forse la prima cosa ma indaga e insiste per sapere perché nel caso vuole interevenire e cercare di portare aiuto. E' umano, è giusto. Questo per dire quale potenza interiore questo piccolo gesto possa suscitare. Il canto si muove all'interno di questi due mondi: il mondo del suono, pura vibrazione fisica, di per sé arido, e il mondo del sospiro, unica manifestazione ed espressione dei sentimenti, potente ma con limiti sonori. Il sospiro è propedeutico alla vocale. Ogni sentimento ci richiama una o più vocali: la meraviglia, lo stupore, il timore, l'orrore, ecc. Ad ognuna di queste espressioni si accompagnano espressioni del viso e relative vocali. Questi due mondi sono diversamente collocati, sono distanti: il suono si genera e amplifica nelle cavità interne e rimane fine a sé stesso, non ha alcun significato, il sospiro si genera sulla "punta" del fiato [direi persino "oltre" il fiato], esternamente al corpo (sospiro creatore). Questo quasi inudibile e insensibile spunto vocale è la vera base della grande vocalità artistica, la quale non può esprimersi eludendo i sentimenti, che sono la caratteristica più importante dell'uomo evoluto. Dunque da un lato abbiamo una vocalità prettamente sonora, fisica, esteriore, che risulterà piacevole e interessante a chi guarda fondamentalmente agli aspetti superficiali, edonistici delle manifestazioni artistiche (che a questo livello non possono essere tali), dall'altro abbiamo una vocalità che non sembra capace di esprimersi in termini di percezione di massa. Ma non è così, fortunatamente. La risposta starà nell'unione tra queste due sfere, dove la prima, relativa al suono, dovrà cedere particelle minime della propria azione a favore dello sviluppo sonoro del secondo, fin quando il primo rimarrà pressoché annientato nel suo ruolo di mero pulviscolo di supporto alle vocali (quindi alle parole), intese come massima espressione del pensiero creativo e dei sentimenti, per cui rimarrà, coscientemente, solo questa parte o, in termini erronei ma forse più comprensibili, questo apparato, l'apparato vocale dell'anima e delle emozioni sottili, che non possono trasmettersi attraverso la pesantezza e la densità del solo suono laringeo. Abbiate pensiero divergente, non lasciatevi ingannare dal pensiero razionale e "piccolo". Osate e abbiate coraggio nell'intraprendere esperimenti, lasciate e lasciatevi andare, non limitatevi alle meschinerie meccaniche e divisorie. Il canto siete tutto voi; quando si dice che si canta con tutto il corpo, non pensate al corpo fisico, è una sciocchezza, il corpo inteso come aura, come insieme di energie e reti sottili che fanno sì che esista la vita ed esistano le arti, le comunicazioni invisibili, i legami tra gli esseri.
Il pensiero che sta dietro questo argomento è: ma la voce è fisica, viene prodotta da una vibrazione muscolare, quindi i discorsi relativi a spirito e varie idealità su cui scrivo a fiumi in questo blog, sono pura fantascienza e alla fin fine potrebbero definirsi "fuffa". In parte può essere vero, ma è doveroso da parte mia cercare di focalizzare meglio la questione per arrivare a una illustrazione coerente e fondata, benché questo genere di spiegazioni si basino su una libertà di pensiero che deve esserci anche da parte di chi legge; se si cerca la via della spiegazione convergente, oggettiva (cioè della voce oggetto), scientificamente enucleata, si farà poca strada.
Mentre non è assolutamente vero che esistono più apparati, questo è pacifico, esistono due "sfere" vocali, quella prettamente fisica e quella prettamente mentale; così divise sono entrambe inconsistenti. La prima sarà rozza, rumorosa, povera, la seconda impossibile per mancanza di suono. Quindi ci troviamo con due entità, che precisamente chiameremo suono e voce, dove voce sta per vocale (AEIOU). Il suono è il prodotto di una vibrazione fisica, la vocale è il prodotto di un sentimento; il primo si sente, la seconda no [aspettate a dire che si sente], ma dovendosi manifestare lo fa mediante il nostro "carburante" fisico più sottile, il fiato. E' ciò che si è sempre chiamato: sospiro. Sospiri d'amore, sospiri di malinconia, di solitudine, di dolore... Quando sentiamo una persona che sospira ci preoccupiamo o comunque ci interessiamo; il sospiro altrui, benché così leggero e silenzioso, richiama la nostra attenzione, ci colpisce perché va nel profondo, nell'intimo. Un genitore se coglie un sospiro di un proprio figlio si preoccupa subito: sarà innamorato o avrà dei problemi? Spera forse la prima cosa ma indaga e insiste per sapere perché nel caso vuole interevenire e cercare di portare aiuto. E' umano, è giusto. Questo per dire quale potenza interiore questo piccolo gesto possa suscitare. Il canto si muove all'interno di questi due mondi: il mondo del suono, pura vibrazione fisica, di per sé arido, e il mondo del sospiro, unica manifestazione ed espressione dei sentimenti, potente ma con limiti sonori. Il sospiro è propedeutico alla vocale. Ogni sentimento ci richiama una o più vocali: la meraviglia, lo stupore, il timore, l'orrore, ecc. Ad ognuna di queste espressioni si accompagnano espressioni del viso e relative vocali. Questi due mondi sono diversamente collocati, sono distanti: il suono si genera e amplifica nelle cavità interne e rimane fine a sé stesso, non ha alcun significato, il sospiro si genera sulla "punta" del fiato [direi persino "oltre" il fiato], esternamente al corpo (sospiro creatore). Questo quasi inudibile e insensibile spunto vocale è la vera base della grande vocalità artistica, la quale non può esprimersi eludendo i sentimenti, che sono la caratteristica più importante dell'uomo evoluto. Dunque da un lato abbiamo una vocalità prettamente sonora, fisica, esteriore, che risulterà piacevole e interessante a chi guarda fondamentalmente agli aspetti superficiali, edonistici delle manifestazioni artistiche (che a questo livello non possono essere tali), dall'altro abbiamo una vocalità che non sembra capace di esprimersi in termini di percezione di massa. Ma non è così, fortunatamente. La risposta starà nell'unione tra queste due sfere, dove la prima, relativa al suono, dovrà cedere particelle minime della propria azione a favore dello sviluppo sonoro del secondo, fin quando il primo rimarrà pressoché annientato nel suo ruolo di mero pulviscolo di supporto alle vocali (quindi alle parole), intese come massima espressione del pensiero creativo e dei sentimenti, per cui rimarrà, coscientemente, solo questa parte o, in termini erronei ma forse più comprensibili, questo apparato, l'apparato vocale dell'anima e delle emozioni sottili, che non possono trasmettersi attraverso la pesantezza e la densità del solo suono laringeo. Abbiate pensiero divergente, non lasciatevi ingannare dal pensiero razionale e "piccolo". Osate e abbiate coraggio nell'intraprendere esperimenti, lasciate e lasciatevi andare, non limitatevi alle meschinerie meccaniche e divisorie. Il canto siete tutto voi; quando si dice che si canta con tutto il corpo, non pensate al corpo fisico, è una sciocchezza, il corpo inteso come aura, come insieme di energie e reti sottili che fanno sì che esista la vita ed esistano le arti, le comunicazioni invisibili, i legami tra gli esseri.
martedì, marzo 24, 2015
Linguaggio macchina
L'evoluzione, o per meglio dire il tempo piuttosto notevole che intercorre tra i primi esperimenti di costruzione di elaboratori elettronici, più o meno al termine della II Guerra Mondiale, e la commercializzazione diffusa dei PC a metà degli anni 80, in cosa è consistita? Nel trovare l'interfaccia, ovvero la possibilità di dialogo tra l'uomo e la macchina. Un'apparecchiatura elettronica può compiere calcoli a notevolissima velocità, perché non fa altro che aprire e chiudere circuiti alla velocità del flusso elettrico. Aprire e chiudere circuiti significa fare "zero" o "uno". Mettendo in parallelo tanti circuiti, si ramifica e amplia la comunicazione fino a poter elaborare serie molto elevate di dati. Il nostro pensiero è ancora più rapido, e possiede capacità immensamente superiori. Si può capire da qui quale sia il problema. Se l'uomo non è in grado di dialogare con un linguaggio macchina, figuriamoci come possa farlo con un codice ancor più vasto e rapido. Quindi c'è un freno, una sorta di "imbuto" che rallenta tutto il flusso. Questo rallentatore nei cervelli elettronici è costituito da diversi "strati" di linguaggi che si definiscono evoluti perché rendono il linguaggio binario adeguato al nostro quotidiano, ma a prezzo di un sensibile contenimento del funzionamento (chi non si lamenta della lentezza dei PC e dei quasi continui problemi?). Che poi sia più o meno evoluto è un'opinione discutibile. Il pensiero umano incontrando il cervello fisico si trova nella stessa situazione; incontra praticamente un muro contro cui si infrange. Ma è un filtro necessario, perché l'uomo essendo un organismo della Natura, ne subisce i limiti, quindi il pensiero deve adeguarsi a questa velocità. E' come se un aereo o un razzo, che può volare a velocità supersoniche, si trovasse a dover percorrere una strada cittadina. Questo è anche il limite estremo della comunicazione verbale. Come possiamo tradurre in termini il pensiero, cioè un flusso luminoso o energetico? Anche molta fantasia, creatività, intuizione, sono limitati dalla concettualità dei sensi, cioè dal fatto che rapportiamo tutto a rappresentazioni materiali. Ma l'arte è, o meglio può essere, flusso del pensiero, e quando ci si trova nella condizione di realizzarla, non è più oggetto, cioè non è più "qualcosa che" viene da me, ma sono io, non c'è, non ci può più essere dualità, e così la musica, che non è più, non deve e non può più, essere molteplicità (di fenomeni o eventi), sono io. In questo senso sta anche il limite di considerare la voce "naturale". C'è, "NATURALMENTE", una voce naturale, che appartiene, per l'appunto, a un soggetto sottoposto alle leggi della Natura, ma proprio per questo limitata. Voler fare canto, e quindi vocalità, artistici, significa necessariamente superare i limiti naturali, pur dovendo gioco forza restare nei limiti delle possibilità fisiche del corpo umano. In sintesi: l'uomo ha la possibilità di esprimere una vocalità artistica, che va ben oltre la semplice naturalezza della sua esperienza spontanea e quotidiana; questa la può raggiungere mediante un lungo e impegnativo lavoro su sé stesso, oppure può avere la fortuna di incontrare uno o più maestri che lo avvantaggino e ne favoriscano la crescita cosciente. Questo lavoro con i maestri, sarà necessariamente basato su un linguaggio multiforme che definiamo empirico, che non può essere solo quello verbale, perché esso è tremendamente limitato, per cui ciò che diciamo di continuo è: non fidatevi di trattati e corsi esterni a voi; il canto si può imparare solo mettendosi in gioco personalmente, perché tutto ciò che esiste e esisterà è nel nostro pensiero. Purtroppo ogni volta che nasciamo dobbiamo cominciare tutto da capo, e i tempi si allungano, ed è per questo che esistono i maestri, per stringere i tempi e permettere all'uomo di evolversi un po' più rapidamente. Purtroppo però c'è una legge che ad azione corrisponde reazione, per cui ad evoluzione rapida, cioè a qualità crescente, corrisponde analoga involuzione, cioè aumenta quantitativamente il numero di persone che tende ad abbassare la qualità, ad opporsi alla qualità e ad ostacolarne il cammino. In questo processo ci sono anche la falsa crescita e l'evoluzione apparente. Sembrano temi molto distanti dal canto, ma non è così. Chi si coinvolge in questo argomento non solo superficialmente, se ne renderà conto, se vorrà, oppure, forse, potrà rinunciare o tentare di starne a parte. A volte ci si riesce, dipende dalla coscienza, ma occorre anche considerare che il desiderio di conoscere a fondo, di migliorare e perfezionarsi è una manifestazione d'amore.
sabato, marzo 21, 2015
Osservare e ascoltare
In un vecchissimo articolo, pubblicato su un periodico musicale nel 1838, si pubblicizza l'uscita di un nuovo straordinario metodo di canto, del m° Gustavo Carulli (che scopro essere figlio di un ancor oggi notissimo chitarrista), il quale deve "dare un gran crollo ai metodi antichi" (questo dice la stampa francese). Quello che mi colpisce sono i "più anni d'osservazioni". Carulli pur essendo italiano, dimorò a lungo in Francia e infine vi si stabilì definitivamente, e infatti nell'articolo si dice che l'autore "tende ad applicare il metodo italiano al canto francese.", frase che mi lascia alquanto perplesso su cosa voglia significare, ma potrebbe proprio trattarsi di quel passaggio da un sistema tipicamente francese, che aveva nell'emissione dei contraltini leggeri il proprio punto caratteristico, a un metodo italiano più viscerale e forzato. Come è noto, siamo proprio negli anni in cui al canto elegiaco di Nourrit si sostituirà quello prettamente stentoreo di Duprez, e siamo negli anni che precedono le osservazioni dell'Accademia delle Scienze di Parigi e il metodo Garcia, cioè il momento in cui si passa dall'ascolto all'osservazione. In passato poco o nulla si osservava, se non la giusta "acconciatura" della bocca e la giusta postura fisica. Le novità invece riguardano le osservazioni rispetto ai movimenti laringei e diaframmatici. Credo che questo passaggio sia stato particolarmente infelice, perché è scemata una dimensione imprescindibile come l'ascolto a favore di una che non è da minimizzare ma solo relativamente a pochi elementi, cioè bocca-viso e postura generale. Capita anche a me di guardare cosa succede a livello di laringe, sterno, fronte, sopracciglia, collo, gambe, torace, per vedere l'esistenza di colpi e contraccolpi, tensioni, spasmi ecc. Di queste osservazioni in qualche raro caso faccio parte anche l'allievo, solo per pura informazione, e comunque non faccio mai seguire alcun consiglio relativo al controllo di questi movimenti. So benissimo che esistono e che è normale che esistano, e so benissimo che spariranno quando la disciplina avrà la meglio su quelle forze endogene che stanno opponendosi alla disciplina stessa. Cercare di averne vittoria con un controllo volontario e muscolare, significherebbe solo indurne ancor più la reazione, oppure bloccarle con la pura forza fisica, ma non con questo domarle, e quindi ritrovarle più agguerrite e vincenti dopo qualche tempo. E' invece con l'ascolto che si può indurre, consigliare, la strada giusta, è con l'esempio (e quindi con l'ascolto da parte dell'allievo) che si sensibilizza la mente-udito a cogliere le differenze, e sarà poi lei (mente) a generare quanto necessita per produrre un risultato analogo.
martedì, marzo 17, 2015
Lo specchio
Quello del riflesso è una suggestione che governa gran parte della nostra vita. Noi percepiamo il pensiero, l'idea, il sentimento, la fantasia, la creatività, l'emotività e molte altre cose come qualcosa "dentro", e vediamo il mondo "fuori". Non è detto che le cose stiano veramente così, anche se non voglio entrare troppo in questa riflessione (!), perché mi porterebbe troppo lontano. Comunque la questione è che noi non sappiamo esattamente come stiano le cose, noi percepiamo il mondo non "come è" ma come la nostra mente ce le mostra, mettendo e togliendo ciò che ritiene sia bene si veda (o si senta...) o non si veda (...). In realtà, quindi, anche il mondo esterno dovremmo vederlo "dentro", ma questo limiterebbe i nostri movimenti, cioè la nostra spazialità. In compenso crediamo di ricostruire il mondo entro di noi per figurarci situazioni immaginarie che vorremmo o potremmo vivere, i sogni, notturni o in veglia. Da queste meditazioni, passiamo a un tema più concreto e, se vogliamo, meno poetico. Da ormai diversi decenni alcuni insegnanti di canto, più o meno suggestionati da presunti/u (...osi) competenti, hanno portato a concepire il canto entro il corpo. Come questo possa essere vissuto io non riesco più a concepirlo! Possiamo immaginare un pianista che pensa il suonare "dentro" di sé? o qualunque altro strumentista, o un pittore, uno scultore? Non sto parlando, si badi bene, di idee che nascono dentro e poi trovamo realizzazione fuori, ma propriamente di un'attività fisica. Si dirà: le braccia sono esterne, quindi non è facile il pensare che i movimenti degli arti nascano internamente. Bene, ma è così diverso? Perché noi dobbiamo pensare al punto di partenza? Il fiato esce, il suono vocale esce, a meno che non lo si voglia volontariamente trattenere; il pubblico è fuori, fuori c'è l'orchestra il teatro, altri cantanti... perché farsi abbindolare da una pletora di cialtroni che vuole illuderci ingenuamente che da dentro possa scaturire qualcosa di meglio rispetto a quanto avviene all'esterno? Invertiamo lo specchio. Non è il suono che "entra", ma noi guardiamo la nostra voce (che è lo specchio di noi) che si diffonde, sublime, incorporea, tutt'attorno a noi, che avvolge i nostri simili e concorre con gli oggetti inanimati a creare uno spettacolo sonoro meraviglioso. Noi dobbiamo volerlo, non farlo!
sabato, marzo 14, 2015
L'infanzia creatrice
Leggendo recensioni giornalistiche teatrali ottocentesche, mi imbatto spesso in cantanti, soprattutto donne, che cantavano già ruoli primari intorno ai 15 anni. L'Antonietta Fricci (Frietsche) debuttò prima dei 18 anni, e fece una carriera pregevolissima. Queste persone, oltre a doti notevoli, hanno iniziato lo studio del canto e della musica a 7/8 anni. Del resto lo stesso Tito Schipa studiò oltre sei anni con il m° Gerunda (poi ancora qualche tempo con Piccoli) e debuttò giovanissimo. Dunque il dato da rilevare è che cominciando molto presto si superano determinate difficoltà. Io stesso mi resi conto che iniziando lo studio pur ancora giovane, intorno ai 20 anni, già mi ponevo un sacco di problemi che mi bloccavano nell'ipotesi di intraprendere un percorso professionale del canto. Questa cosa, ne ho già parlato, si chiama pensiero divergente. I bambini ce l'hanno tutti o quasi, e consente loro di fare ipotesi straordinarie e dare risposte meravigliose. Queste dalla maggior parte degli adulti sono considerate "stupide", perché partorite da menti immature, dunque da non prendere in alcuna considerazione. Dopodiché i bambini non perdono questa capacità perché crescendo si cambia, ma perché gli adulti e, ahimé, le scuole, uniformandosi a un pensiero convergente di tipo scientifico, abbattono questa capacità, che rimarrà solo in alcuni, per propria capacità "resistente" o perché inserito in una famiglia o comunità che lascia spazio e possibilità creatrici e critiche, ecc. Oggi a livello di scuole d'arte si assiste a un innalzamento sempre maggiore dell'inizio degli studi d'arte, fortunatamente contrapposti da scuole o corsi, ancora una volta ahimé, di carattere per lo più privato, che cercano di recuperare un po' delle straordinare possibilità della mente e del corpo infantile di esprimere l'immenso potenziale di cui sono capaci. Poi ci penseranno la scuola e la famiglia a "ucciderlo".
giovedì, marzo 12, 2015
La proiezione
Si parla spesso di "proiezione", ma il sottinteso - malinteso - è che si dovrebbe "mandare" il "suono" in qualche posto, il che sottintende un secondo e un terzo errore, cioè l'oggettivazione della voce, quindi lo scambio tra suono e vocale e infine la "spinta" o schiacciamento del suono per proiettarlo. Le parole si basano sulle vocali, le quali si possono SOLAMENTE formare fuori di noi. Qualunque vocale nata all'interno dello spazio orale (o addirittura oro-faringeo), anche solo pochi millimetri interiormente, non è vocale pura, quindi inquinata, falsa; internamente si forma solo suono, il quale, bello quanto si vuole, è privo delle qualità musicali proprie dell'essere umano evoluto. In secondo luogo la voce, con queste caratteristiche, è tutt'uno con l'essere che l'ha creata, quindi non è "oggetto", ma fa parte del soggetto. La voce sono io. In terzo luogo la proiezione non deve giammai essere intesa come qualcosa (che già sottintende l'erronea oggettivazione) che va mandato in qualche posto, ma si proietta come un'ombra, quindi senza alcuna materialità. Il nostro pensiero è illuminazione, luce, dunque quale miglior metafora della luce che proietta nello spazio circostante la nostra purissima parola? Questo pensiero non può che cancellare qualunque traccia di materia e di azione meccanico-muscolare.
martedì, marzo 10, 2015
Epoké
Scrisse Husserl, padre della fenomenologia: "mettere tra parentesi (epoké) tutte le conoscenze teoriche che abbiamo, per cercare di cogliere la dimensione palpitante e viva dei fenomeni". Dalla fenomenologia di questo grande filosofo, ne è derivata, in buona parte, quella musicale di Sergiu Celibidache. La frase riportata può sembrare persino banale, ma è a valle di un pensiero molto elaborato e profondo. Nel nostro campo diciamo "superare la tecnica". Lo dissi nel 1983 quando incontrai la prima volta il M° Antonietti, senza avere la più pallida idea di ciò che stavo dicendo. Lui fece un salto sulla sedia, poi mi spiegò che questo era il suo obiettivo in quanto insegnante e la sua situazione. Rimasi perplesso e non molto convinto; sono lieto di aver avuto questa reazione, per qualche tempo non fui neanche molto convinto di prendere lezioni da lui, perché alcuni fogli letti mi avevano lasciato molti dubbi, poi si verificò una condizione che mi fece tornare la curiosità e un po' più di fiducia. Quella magica condizione di LIBERTA' la trovai dopo molti anni; non fui CONVINTO, ma intuivo. Gli aspetti semantici di questa disciplina artistica mi vennero però solo in parte da Antonietti, che scriveva di Gnoseologia in modo assai elaborato, ma non sempre a me chiarissimo, ma dalla scuola Celibidache. E' abbastanza comune sentir dire: metti da parte la tecnica e lasciati andare, pensa al canto. A volte si ottengono anche risultati interessanti, ma certo saranno limitati se non siamo riusciti a fare il salto. Il m° faceva analogie con il "passare attraverso il muro" o "camminare sull'acqua"; paradossi che però danno la dimensione di quale altezza, di quale percorso interno si debba prendere coscienza. Non basta "mettere da parte", ma bisogna aver chiara qual è la "dimensione viva e palpitante" dei fenomeni. Se, ad esempio, non stiamo sulla parola, non la facciamo arrivare a destinazione, ma ci accontentiamo che se ne colga la superficiale comprensione, siamo lontani dalla dimensione viva e palpitante! Figuriamoci poi in tutti quei casi, e sono davvero tantissimi, in cui non si coglie nemmeno una generica pronuncia! E questo è solo uno dei fenomeni, anche se forse il primo e più evidente e indispensabile. In questa scuola si è colto il nesso tra questo e tutti gli altri. Se manca la dimensione verbale pura, le conseguenze si riverbereranno anche su tutte le altre! Ci saranno limiti nell'appoggio, nella giusta respirazione, nella sonorità ed espansione della voce nell'ambiente, nella comunicazione affettiva, nei parametri musicali. Non si confonda poi il concetto di "conoscenze teoriche" con lo studio. Le conoscenze teoriche sono un di più, un aiuto all'orientamento e al consolidamento della lezione empirica, ma da considerarsi sempre uno sfondo; solo chi aspira anche all'insegnamento avrà necessità di consolidare e completare anche un contenuto teorico. Lo studio sia vocale che musicale è la disciplina, il percorso (per qualcuno potrebbe rivelarsi persino un "calvario"!) che porta alla libertà. Quella è la meta e occorre un non indifferente spirito di abnegazione per puntare dritto a quel sublime raggiungimento, e lo si deve fare non in nome di un personale traguardo narcisistico, ma per un'elevazione evolutiva che faccia scoprire non quanto "io" ho più degli altri, quanto sono stato bravo a raggiungere questo grado di abilità, ma per tentare un'elevazione generale di quanti verranno a contatto con me e a loro volta da quanti avranno appreso a liberare sé stessi. Non c'è nulla da guadagnare in termini materiali, forse più da perdere, ci sarà da perdere anche molto sul piano relazionale e umano; quanto più ci si avvicina alla verità quanto più l'opposizione sarà cruda e violenta. Non c'è da aspettarsi né riconoscenza né grandi soddisfazioni; solo di quando in quando si potrà dire all'attimo fuggente: arrestati, sei bello! (A. Boito: Mefistofele).
venerdì, marzo 06, 2015
Il peccato originale
Quando si parla spontaneamente, i nostri tre apparati respiratorio-vocali formano un'unità, si correlazionano tra loro e ciascuno ci mette una percentuale di lavoro ma all'interno di un gioco sempre equilibrato. Ovviamente questa sinergia è indirizzata unicamente alla manifestazione dell'attività verbale che possiamo definire istintiva, cioè legata a questa necessità comunicativa che l'uomo possiede nel proprio DNA. Niente di più è previsto, anche se molte persone possiedono un "di più", ma quello fa parte di un "tesoro" di potenzialità che si possono manifestare nei modi più vari, e che viene definitvo perlopiù "talento". Le persone che vogliono sviluppare i propri interessi cercano il modo di coltivare la propria passione mediante studi. Nel nostro caso si studia vocalità e canto. Ricordo quanto ho scritto nella prima riga: il parlato realizza un'unità dai rapporti tra apparati (quindi ne è una manifestazione). Cosa fanno la stragrande maggioranza degli insegnanti di canto? Dividono, cioè spezzano quell'unità! Quello che è il più difficile e faticoso obiettivo da raggiungere, cioè creare un'unità, e che nell'uomo già si trova pronto, gli insegnanti lo massacrano, e ovviamente non riusciranno più a ricrearlo. Il tutto nacque quando si cominciò a parlare del canto in termini scientifici e accademici, verso metà Ottocento, e non si può negare che Garcia sia stato credo il primo a mettere in crisi un'insegnamento che fino a quel momento si basava su un'empirismo che però partiva già da uno stato di fatto, il parlato, e ne sviluppava i contenuti e le strutture (respirazione). La scienza o meglio il metodo scientifico sono deleteri in tanti campi, ma in quelli artistici è un disastro, appunto perché analizzando e suddividendo, porta a risultati analoghi, cioè isolati e parziali e sostenendo un pensiero di tipo "convergente" (il pensiero "piccolo"), a risposta univoca, non contempla la fantasia, la creatività, ovvero il pensiero divergente (o il grande pensiero). Se l'insegnante di canto come prima cosa ci fa studiare la respirazione come tecnica a sé e cerca di farla applicare poi alla vocalità, ha già commesso un micidiale peccato originale: ha provocato una scissione degli apparati, perché si cercherà di applicare alla voce una respirazione che non è più rapportata a quanto avviene a livello strumentale e articolatorio. Naturalmente non si può sapere quale respirazione necessita a livello strumentale e articolatorio per crescere, ma di certo non è suddividendo e cercando di sviluppare separatamente i tre apparati che si conquisterà l'arte vocale, anche perché cosa si può fare a livello laringeo per migliorare qualcosa che non veda coinvolta la respirazione? E come si potrà migliorare l'articolazione e l'amplificazione senza la respirazione che a sua volta non sia condizionata da una certa postura strumentale? Sono pie illusioni che muovendo in qualche modo la laringe si possa ottenere qualcosa di più efficace. Persino consigli apparentemente positivi, come il pensare di rilassare la gola per realizzare un miglior rapporto tra spazi (!!??) va a generare situazioni di isolamento o concentrazione e quindi di divisione rispetto all'aspetto originale. Abbiamo una grande fortuna: noi il peccato originale (vocale) lo possiamo evitare, non ce l'abbiamo addosso. Dobbiamo fare in modo che l'educazione vocale parta dalla situazione esistente ottimale, cioè il parlato semplice, e lo sviluppi coerentemente (ma guarda) nella sua manifestazione. Ogni tentativo di manipolarlo, di farlo lievitare mediante movimenti, spinte, gonfiaggi, tiraggi, alzaggi, schiacciaggi, affondaggi e quant'altraggi provocherà difetti. Non è che non si potranno ottenere determinati tipi di risultati, questo è il guaio, si potrà avere una voce più timbrata, più forte, più estesa, ma allontanandosi da risultati artistici di valore. Poi a ognuno andrà bene qualcosa di diverso; chi si accontenta gode, e va bene così. A chi non va bene così, si informi e ci rifletta!
martedì, marzo 03, 2015
Il trattato - 15
L'Arte è la sublimazione di un istinto e questa sublimazione può solo conoscerla chi ha superato l'istinto. Questo discorso vale per tutti.Il termine "sublimare" può risultare un po' oscuro, però non so quale altro possa essere più efficace. Husserl e Celibidache utilizzano il termine "trascendere", ma anche questo si può prestare a interpretazioni di comodo o non condivise. Noi non possiamo modificare l'istinto, ma possiamo fare in modo che esso, eccezionalmente, contempli un'attività non prevista dal suo ruolo contingente, ma presente nel suo bagaglio di potenzialità, la qual cosa potrebbe avvenire solo nel caso insorgessero modificazioni profonde nella vita dell'uomo, ma grazie a una disciplina che contempli la conoscenza dell'istinto e all'urgente necessità artistica del soggetto, questa conquista è possibile.
Ritornando alla respirazione, osserveremo che la respirazione fisiologica, intesa come respirazione esistenziale, non ha con quella artistica altra relazione se non quella relativa all'esigenza di sopravvivenza e relazione della specie. Quindi, tutti i soggetti, ripetiamo: tutti, indistintamente, applicano, con difetti più o meno accentuati la respirazione istintiva in particolare. Elevare la respirazione istintiva o esistenziale ad Arte significa superare quei confini esistenziali che sono comuni a tutta la specie e ciò si deve considerare come un privilegio potenziale talmente eccezionale da farne dubitare la possibilità di accesso. Intendere questa possibilità scientificamente, propria di ricercatori che non hanno sublimato l'atto respiratorio e quindi formato l'apparato fonico perfetto, significa precludere, irrimediabilmente, la conquista della respirazione artistica, perché chi non ha conquistato il "senso" della respirazione atta al Bel Canto, intesa come pura Arte, si trova nella impossibilità di conoscere ciò che si intende per Arte della fonazione, così come per qualsiasi altra Arte, se non si sublima l'atto che la determina.Sublimare l'atto o il gesto è, a mio parere, concetto più semplice e appropriabile da molti. Questa frase o concetto ricorre spesso nel blog, ma la comunicazione del m° resta sempre molto efficace e pregnante.
Non è escluso che la Antica Scuola Italiana, che ha invano cercato un termine adattoLe due fasi di apprendimento del canto e della respirazione artistica. Qui ancora non si accenna alla terza fase, la conquista vera e propria di quella che può essere definita respirazione "galleggiante". Notare che il m° definisce Bel Canto semplicemente il periodo in cui si canta professionalmente quando si è in possesso di una vocalità artistica.
per indicare la respirazione atta al Bel Canto (che noi chiamiamo artistica), abbia orientato giustamente, sostenendo che la parete anteriore superiore del ventre (parete addominale) debba essere attirata leggermente in dentro, raggiungendo così un completo dominio sul principio di ogni atto respiratorio, in antitesi con i sostenitori della respirazione diaframmatica, che volevano (e vogliono) la parete addominale leggermente avanzata. La Verità è che una è l'integrazione dell'altra, e questa nostra "scoperta" (meglio: osservazione) è di fondamentale importanza, non solo per quanto riguarda il periodo educativo o di impostazione della voce, ma anche durante il Bel Canto vero e proprio, che, come una seconda Natura (quindi apparentemente in modo inconscio) fa
uso di questa o quella respirazione, cioè è di questo o quell'atteggiamento respiratorio, a seconda delle esigenze.
Non ci soffermeremo sui dettagli, perché sicuramente genereremmo false interpretazioni di comodo. E’ vero che si possono dare dei suggerimenti, al fine di evitare seri guai, ma è anche vero che si possono creare seri guai se non si comprende in pieno il nostro intendimento e ciò che si vorrebbe far ottenere.Il m° ha sempre manifestato dubbi su ciò che andava scritto e cosa no. Temeva fortemente, e giustamente, che ogni cosa potesse essere interpretata in modo distorto e quindi che invece di produrre miglioramenti potesse generare problemi. Agli stessi allievi diceva, perlomeno per diversi mesi all'inizio, di non fare assolutamente niente a casa. Egli poi aveva una concezione quasi ascetica, d'altri tempi e d'altri luoghi sull'insegnamento; tutte formule oggi impossibili da proporre.Sicuramente ciò che dobbiamo sostenere con forza è di non provare a imparare a cantare da quanto si trova scritto, qui o altrove. Gli scritti possono tutt'al più orientare, ma prima di leggere bisogna fare il vuoto, occorre leggere con oggettività, senza giudicare e senza lasciarsi troppo coinvolgere, e deve servire come base di discussione con il proprio insegnante.
Noi non consigliamo mai di iniziare l'educazione della voce parlando all'allievo di respirazione, perché la conquista del senso respiratorio è la chiave di tutto il problema. Sarà il tempo che fornirà l'occasione per coinvolgere la respirazione nella lezione.Questo è uno dei temi più contestati, sicuramente, ma a mio avviso è anche uno dei punti di maggior forza di questa scuola.
sabato, febbraio 28, 2015
Il livello percettivo
Quando un evento sonoro viene percepito dai sensi di un uomo, può provocare: indifferenza, riflessi istintivi, sentimenti. Un rumore, quindi una vibrazione irregolare, perlopiù agisce sul livello istintivo (basso). In natura non ci sono suoni, ma rumori (per quanto possano essere piacevoli) e il nostro sistema limbico ne conserva molti in memoria perché a questi reagisce, in modo differenziato: timore, attenzione, aiuto, terrore, pericolo, piacere, ecc. Queste sono le EMOZIONI, che pertanto sono da riconoscere come pulsioni che portano ad agire e talvolta sviluppano anche emissioni chimiche, condizionamenti e notevoli variazioni cardiorespiratorie. I rumori sono fenomeni fisici che impattano col corpo e non si relazionano con la nostra sfera artistica e sentimentale, cioè la nostra coscienza non può RIDURLI a unità, non sono correlazionabili. Il suono, invece, vibrazione regolare di corpi elastici, agisce maggiormente sul livello spirituale (alto). E' una condizione propria dell'uomo; solo l'uomo può generare suoni e solo l'uomo può goderne. I suoni POSSONO agire sulla sfera dei SENTIMENTI (ma non è detto; anch'essi si basano su una massa vibratoria fisica e dunque possono essere accolti alla stregua dei rumori, cioè dal nostro livello percettivo "basso", e non è detto che possano correlazionarsi tra loro, anche se la coscienza ci prova sempre). Il singolo suono non può dar adito a MUSICA, ma egualmente può interagire con la nostra sfera sentimentale, al suo livello più elementare, quindi potremo definire un suono "bello" o "brutto" o una qualunque sfumatura intermedia e si può anche attivare una modesta attività affettiva. Più note possono formare melodie, temi, frasi, e queste possono DAR VITA a organismi sonori che in determinate condizioni possono diventare musica. In ogni modo quando si formano frasi composte da diversi intervalli musicali, noi possiamo avere nuovamente: indifferenza, sentimenti positivi o negativi semplici (bello - brutto) oppure una vasta gamma di sentimenti più profondi e complessi. Eventi formati da soli rumori "piacevoli" non possono rientrare nel novero di fenomeni musicali; possono solo provocare piacere esteriore, interesse ed emozioni primitive, sia per il livello ritmico che per le differenziazioni timbriche (o per le acrobazie dell'esecutore). Il ritmo è già una condizione propria dell'uomo, a livello primitivo e infantile, e infatti nella sua componente più elementare, cioè svolta con sole percussioni, agisce fortemente sul sistema istintivo, e può generare anche forti emozioni (pensiamo a complessi assoli di batteria), ma si rimane a un livello di relazioni molto basso, molto individuale. La melodia costituisce un piano più elevato, diciamo adulto o maturo, più evoluto, dove si instaura una relazione tra i vari suoni e, forse, tra l'inizio e la fine (se breve). Pur nella sua maggior evoluzione, è ancora un tipo di attività fortemente individuale, e riguarda, nella crescita dell'uomo (cioè proprio il passaggio da bambini a ragazzi), la scoperta dell'io. Dalla sovrapposizione di melodie alla necessità di sostenere il canto, si è poi sviluppata l'ARMONIA, che è la scoperta dell'uomo SOCIALE, delle reti comunicative e affettive, e rappresenta il grado più alto di elaborazione. Quando si mettono insieme questi tre piani, ritmo, melodia e armonia, si ampliano a dismisura le possibilità di relazione tra questi elementi, cioè si crea una complessità non da poco, tant'è vero che moltissime persone, pur in presenza di brani complessi, si limitano a una percezione e validazione della sola melodia principale o di brevi melodie che si presentano nel corso del brano, spesso persino incompletamente. Questo per fornire un quadro della situazione. Si può avere musica solo nel momento in cui si mettono in relazione i fenomeni e si ha la possibilità di unificare un intero brano, il che può già costituire un grosso problema per brani di poche battute, figuriamoci intere opere o sinfonie! Il problema è costituito dalla incapacità degli esecutori di riconoscere il percorso che porta a questo risultato, per cui la molteplicità degli eventi... resta tale! Tornando al tema iniziale e spostandoci sull'argomento canto, noi dobbiamo riconoscere che il canto può essere costituito da suono puro, ovvero da suono più rumore. Quando le condizioni fisio-anatomiche non si dispongono in modo tale da favorire la produzione di suoni puri, si hanno vibrazioni, oltre che delle corde vocali, anche di altri elementi muscolari, che non essendo preposti alla produzione di suoni, producono rumori. Il rumore più diffuso è quello che si definisce "gutturale", cioè il classico ingolamento. Anche le risonanze nasali producono rumori e tante altre possono essere le cause. Semmai la enorme difficoltà sta proprio nell'escludere queste impurità che inquinano il suono vocale più magico ed elevato. Qui, però, arriviamo agli aspetti su cui riflettere. Questi "rumori", per cui già anni fa in questo blog scrivevo "tanto rumor per nulla", che tanto fastidio arrecano a chi ha questa idea artistica del canto, a molte persone piacciono e addirittura si generano senso di smarrimento e "vuoto" quando non ci sono. E torniamo dunque a quanto ho premesso: il rumore può generare emozioni, quindi, a meno di voci poco gradevoli in sé, spesso anche la voce compromessa da gravi interferenze muscolari può dar luogo a sensazioni che alcuni recepiscono come piacevoli, perché comunque smuovono i nostri sensi primitivi e possono persino produrre adrenalina e altre sostanze per cui le persone provano sensazioni in qualche modo positive (non necessariamente piacevoli, ma sappiamo che spesso le persone si procurano dolore o comunque stati non gioiosi per "sentirsi vivi"). Si tratta, in definitiva, di una questione evolutiva, per cui ci saranno sempre una quantità non indifferente di persone più interessate agli "ZUMP ZUMP ZUMP" con lo stereo "a palla" che fa sobbalzare pavimenti e automobili, che a raffinate melodie, così come ci saranno persone più interessate agli "urli da cappone sgozzato", come diceva Rossini già due secoli fa, che non le purezze e le acrobazie dinamiche di cantanti che hanno profuso anni di studio e approfondimento per far progredire l'umanità. Ma è necessario e bisogna insistere in questa direzione, ne avremo tutti un giovamento e non è il caso di piangersi addosso e lamentarsi. Ognuno ha il proprio posto e deve occuparlo dignitosamente, ed è inutile fare guerre; meglio dimostrare con il buon esempio; forse da questa parte c'è più speranza; con la lotta - lo dimostra l'inutile lotta contro l'istinto che i cantanti involontariamente mettono in atto per cercare di cantare - si stimola solo la reazione.
martedì, febbraio 24, 2015
Percussioni
Noto molto spesso, non solo negli studenti, che alcune vocali e soprattutto la "I", vengono spesso attaccate con un colpetto percussivo che si localizza nella parte posteriore della lingua, dietro la "gobba" (o addirittura a livello glottico, specie se ti tenta di "gonfiare" questa vocale). Il risultato non sarà un'autentica I, ma soprattutto questo suono non uscirà, rimarrà imbrigliato nello spazio retrobuccale, non suonerà omogeneamente con le altre vocali e inoltre, per questa difficoltà, il cantante sarà indotto a spingere, a schiacciare, rendendo vieppiù pessima questa emissione. Da qui la necessità di eliminare completamente questa percussione. Come migliorare e raggiungere la pronuncia della giusta I durante il canto? Intanto partire dal "Sì". Dire un "sì" gentilmente, come fosse la risposta affermativa a una domanda, cui si risponde cortesemente, amorevolmente, cioè senza durezza o rabbia (ma con determinazione). Per maggiore sicurezza, specie nei primi tentativi, può essere d'aiuto allungare molto la S iniziale (Ssssssssiiiiiiii). Occorre stare attenti a che tra la S e la I non ci siano colpi o cesure; la I deve essere la prosecuzione leggera e "lunga" della S (la S corretta è quella che si origina quando si chiede silenzio: ssshhhh!).
PS: grazie ai commenti mi sono accorto di aver dimenticato alcune cose: 1) nel salire verso gli acuti ricordarsi di lasciar morbida la mandibola (che dovrebbe esserlo sempre) e permetterle così di aprirsi gradualmente. Sugli acuti estremi, specie per le donne, la bocca si ritroverà molto aperta, il che sembra contrario a una buona dizione della I, ma non è così, se si permetterà alla lingua di scorrere in avanti lungo il palato.
2) esiste la possibilità di una I più appoggiata che consente di affrontare con minor timore la zona acuta; il mio maestro la definiva "ingrintata" (termine credo di sua invenzione) e consiste nel pronunciarla con le labbra strette lateralmente, ma molto divaricate verticalmente. E' essenziale, nel modo più assoluto, che la I sia pronunciata perfettamente, in quanto questa posizione tende alla U francese.
Sono piccoli consigli orientativi, da applicare sempre e solo sotto controllo. La I è una vocale da trattare "coi guanti" perché può facilmente indurre chiusure valvolari della laringe e quindi solletico e tosse, spinte indebite e col tempo, se non corretta, può generare vari tipi di guai e paure psicologiche che possono "cronicizzare" i difetti.
PS: grazie ai commenti mi sono accorto di aver dimenticato alcune cose: 1) nel salire verso gli acuti ricordarsi di lasciar morbida la mandibola (che dovrebbe esserlo sempre) e permetterle così di aprirsi gradualmente. Sugli acuti estremi, specie per le donne, la bocca si ritroverà molto aperta, il che sembra contrario a una buona dizione della I, ma non è così, se si permetterà alla lingua di scorrere in avanti lungo il palato.
2) esiste la possibilità di una I più appoggiata che consente di affrontare con minor timore la zona acuta; il mio maestro la definiva "ingrintata" (termine credo di sua invenzione) e consiste nel pronunciarla con le labbra strette lateralmente, ma molto divaricate verticalmente. E' essenziale, nel modo più assoluto, che la I sia pronunciata perfettamente, in quanto questa posizione tende alla U francese.
Sono piccoli consigli orientativi, da applicare sempre e solo sotto controllo. La I è una vocale da trattare "coi guanti" perché può facilmente indurre chiusure valvolari della laringe e quindi solletico e tosse, spinte indebite e col tempo, se non corretta, può generare vari tipi di guai e paure psicologiche che possono "cronicizzare" i difetti.
sabato, febbraio 21, 2015
Entropia e sentimento
Un po' semplicisticamente l'entropia è il disordine, e secondo alcuni è irreversibile, cioè nell'universo si produce continuamente caos, disordine, e questa tendenza non si inverte. Nel piccolo possiamo dire che si produce entropia ogni volta che un'unità si spezza. Un piatto che si rompe... è rotto! non è più unificabile, anche se riparato; la vita (che è un'unità) di una qualunque forma vivente una volta interrotta non è recuperabile, e via dicendo; non intendo certo addentrarmi ora in questo campo, assai complesso. Ma noi abbiamo una possibile situazione in cui la legge del caos è sospesa. La musica e il canto. La musica è l'unificazione di un caos (una serie di suoni), il canto l'unificazione mediante l'aria di una catena di apparati. L'uomo, mettendo insieme con arte determinati elementi, può dar vita a una forma che possiede in sé un'energia molto superiore a quella che ha richiesto la sua creazione. Noi assistiamo all'esibizione di molti cantanti che per sviluppare una certa potenza sono costretti a far uso di una forza non indifferente e questo rappresenta un valore negativo, appunto perché non si verifica quello sviluppo (non solo di tipo sonoro acustico ma anche psico acustico) che attrae gli ascoltatori. Ecco, ora ho usato un termine che apre questo post a un'altra parte del discorso. In natura noi abbiamo alcune forze importanti che generano attrazione o repulsione. In tutto l'universo ci sono forze aggregatrici e disgregatrici; se vincessero le prime noi avremmo l'unificazione complessiva, ma l'uno fine a sé stesso non può stare, dunque devono esistere forze che disgregano. Chiamiamo gravità e magnetismo le forze nel campo dei minerali; a seconda delle polarità, delle dimensioni, si generano potenti attrazioni e/o repulsioni. Anche nel mondo dei viventi abbiamo però forze di attrazione e repulsione: amore, odio, amicizia, antipatia, ecc., e le chiamiamo sentimenti. Le forze presenti nei minerali, che possiamo anche indurre, ad esempio tramite la corrente elettrica, hanno un influsso sulla struttura cristallina, che viene ordinata e orientata. Ma ecco che anche nella musica e nel canto ci troviamo esattamente nella stessa condizione: non si può avere musica se non abbiamo l'ordinamento e l'orientamento dei suoni che ci si presentano, e non possiamo avere arte vocale se non siamo in grado di orientare e ordinare gli apparati mediante il fiato; se siamo in grado di fare quanto è necessario per promuovere i suoni a musica, essa andrà a incendiare la "cassetta" dove risiedono i sentimenti di chi ascolta; se siamo in grado di far voce/canto (e quindi anche musica), noi potremo far sprizzare i nostri sentimenti con sincerità e libertà. E' la conquista di noi stessi e del mondo che ci accoglie e si relaziona con noi; richiede il graduale ma completo abbattimento di quelle forze negative che in varie modalità ci impediscono di accedere consapevolmente alla rete che ci collega al tutto. Fin quando si vuole essere delle singolarità, dei fenomeni da venerare, da idolatrare, sia pure dei talenti ma chiusi in sé stessi, ci sarà una barriera o ci saranno barriere, e la prima barriera è il nostro corpo. Voler far musica o canto entro di noi va considerato addirittura un controsenso, un paradosso, una punizione, una contraddizione; chi canta vuole dare e vuol regalare gioia agli altri; la vuol fare senza un tornaconto materiale, ma con uno scambio gioioso. Quindi, pur avendo declinato concetti apparentemente astratti, ora dico che l'unico modo per far canto ad alti livelli sarà quello di liberarci dal canto entro il nostro corpo. Chi canta è l'aria che ci circonda, stimolata dal nostro pensiero purificato... oppure sono le vibrazioni del nostro pensiero puro.
Aggiungo un commento: l'ego, in quanto esaltazione di sé, separa, divide dagli altri, dunque impedisce la libera esternazione dei sentimenti di unione e condivisione, per cui non si può pensare artisticamente, non si può agire in termini unificanti e questo allontana da qualunque creazione realmente artistica.
Aggiungo un commento: l'ego, in quanto esaltazione di sé, separa, divide dagli altri, dunque impedisce la libera esternazione dei sentimenti di unione e condivisione, per cui non si può pensare artisticamente, non si può agire in termini unificanti e questo allontana da qualunque creazione realmente artistica.
martedì, febbraio 17, 2015
I parallelismi divergenti
Andò molto di moda, parecchi anni fa, una frase attribuita a non ricordo più qual politico, che inventò il paradosso delle parallele convergenti, per giustificare avvicinamenti, ma non troppo, tra opposti schieramenti politici. Ciò di cui tratterò è di ben diversa natura.
Consideriamo un suono "normale" prodotto da una persona che non ha studiato canto, senza velleità di grandezza, diciamo un suono da canzonetta "casalinga". Questo poniamolo come suono 'base', perlomeno concettuale, di chiunque. Noi sappiamo che quel suono richiede un minimo di alimentazione respiratoria, cui la persona neanche pensa, non si preoccupa. Mettiamo, poi, che quella stessa persona, o chiunque altro, si metta in testa di voler cantare qualcosa di molto più impegnativo, una canzone napoletana classica - quelle che cantavano anche celebri tenori - una romanza da camera o addirittura un'aria d'opera. Quale sarà il concetto che applicherà? Che dovrà dare più forza. Non ci pensa che un suono più robusto richiede più fiato, ma il suo istinto suggerisce che necessiti più FORZA, e la forza si produce con maggiore SPINTA. Il risultato sarà rovinoso. Tra gli apparati si perde ogni relazione di equilibrio, la gola si stringerà (effetto valvolare causato della spinta), il suono diventerà più forte, ma di qualità pessima (tendenza al grido). Fin qui credo ci ritroviamo tutti. Se il tizio va da uno dei tanti insegnanti di canto, questi cosa dirà e farà fare? Un po' di ciance e poi gli farà fare esercizi di respirazione, dicendo che per sviluppare potenza ed estensione ci vuole PIU' FIATO, dopodiché dirà che ci vuole PIU' APPOGGIO, con ulteriori ciarle in tal senso, e magari esercizi atti alla bisogna (spingi sulla pancia, allarga la schiena, premi sulla laringe, e diavolerie simili). Non entrerò troppo nel merito, ma pongo una domanda: in che proporzione si dovrà sviluppare la quantità respiratoria relativamente al tipo di suono che intendo produrre? Cioè se voglio un suono grande avrò bisogno di tantissima aria, se mi accontento di suoni modesti mi basterà poca aria? Quindi c'è una crescita parallela tra potenza del suono e quantità di fiato? Ho già fatto notare in passato che l'elevata quantità di fiato concerne molte persone, anche per motivi professionali, come gli sportivi, il che non produce automaticamente vocalità interessanti. A questo si replica che non basta la quantità ma ci vuole l'appoggio. E allora giù a spingere. Questo dà risultati di sonorità rimbombanti, ma di qualità il più delle volte modeste, con frequentissime ricadute patologiche sulla voce stessa. Da questo si dovrebbe capire che l'arte del canto sta da un'altra parte. In realtà è già erroneo il pensiero di un vero parallelismo tra suono e quantità di fiato. O meglio! Detta così può essere giusta, ma per parlare di arte del canto non dobbiamo più parlare di "suono" ma di voce, o meglio di vocali. Il 'suono' può anche crescere al crescere del fiato, ma la sua qualità diminuirà progressivamente, perché si accresceranno le componenti fibrose muscolari; viceversa la vocale, laddove la vocale è giusto si formi, cioè fuori dalla bocca, nell'acustica esterna al corpo, richiederà un'alimentazione di modesta quantità (avere molto fiato riguarderà tutt'al più la necessità di sostenere lunghe frasi), ma di elevatissima qualità (potremmo definirla energia, che però non è nemmeno pressione). Quando le relazioni tra gli apparati si riporteranno alla perfetta coerenza, che sono quelle relazioni che esistono già nel parlato comune, il canto che scaturirà sarà il più sonoro che l'uomo possa produrre, senza patologie, senza sforzi, con tutta la gamma dinamica possibile, con tutte le sfumature di colore, di accento, di dizione. Ogni più piccola spinta, produce automaticamente chiusura della glottide (non totale, naturalmente, ma anche quando appena accennata, già spezza ogni legame relazionale tra le parti) e mancato innesco di quegli automatismi energetici che danno al fiato-suono la possibilità di liberarsi in quella scintilla incandescende che nello spazio acustico esterno diventa esplosiva. Naturalmente ne consegue che, per parallelismo, anche il "suono" interno dovrà essere modesto. E questo crea un grave problema psicologico, perché la persona che si aspetta un rimbombo interno, per avere grande voce, rimarrà delusa e contrariata, e non cederà, continuerà a spingere e a forzare e ci vorrà tutta la pazienza dell'insegnante, grazie soprattutto all'esempio, per fargli pian piano ridurre queste forze malevoli, e condurlo a intuire che è il piccolo suono quello che produce il grande canto (in tutti i sensi).
Consideriamo un suono "normale" prodotto da una persona che non ha studiato canto, senza velleità di grandezza, diciamo un suono da canzonetta "casalinga". Questo poniamolo come suono 'base', perlomeno concettuale, di chiunque. Noi sappiamo che quel suono richiede un minimo di alimentazione respiratoria, cui la persona neanche pensa, non si preoccupa. Mettiamo, poi, che quella stessa persona, o chiunque altro, si metta in testa di voler cantare qualcosa di molto più impegnativo, una canzone napoletana classica - quelle che cantavano anche celebri tenori - una romanza da camera o addirittura un'aria d'opera. Quale sarà il concetto che applicherà? Che dovrà dare più forza. Non ci pensa che un suono più robusto richiede più fiato, ma il suo istinto suggerisce che necessiti più FORZA, e la forza si produce con maggiore SPINTA. Il risultato sarà rovinoso. Tra gli apparati si perde ogni relazione di equilibrio, la gola si stringerà (effetto valvolare causato della spinta), il suono diventerà più forte, ma di qualità pessima (tendenza al grido). Fin qui credo ci ritroviamo tutti. Se il tizio va da uno dei tanti insegnanti di canto, questi cosa dirà e farà fare? Un po' di ciance e poi gli farà fare esercizi di respirazione, dicendo che per sviluppare potenza ed estensione ci vuole PIU' FIATO, dopodiché dirà che ci vuole PIU' APPOGGIO, con ulteriori ciarle in tal senso, e magari esercizi atti alla bisogna (spingi sulla pancia, allarga la schiena, premi sulla laringe, e diavolerie simili). Non entrerò troppo nel merito, ma pongo una domanda: in che proporzione si dovrà sviluppare la quantità respiratoria relativamente al tipo di suono che intendo produrre? Cioè se voglio un suono grande avrò bisogno di tantissima aria, se mi accontento di suoni modesti mi basterà poca aria? Quindi c'è una crescita parallela tra potenza del suono e quantità di fiato? Ho già fatto notare in passato che l'elevata quantità di fiato concerne molte persone, anche per motivi professionali, come gli sportivi, il che non produce automaticamente vocalità interessanti. A questo si replica che non basta la quantità ma ci vuole l'appoggio. E allora giù a spingere. Questo dà risultati di sonorità rimbombanti, ma di qualità il più delle volte modeste, con frequentissime ricadute patologiche sulla voce stessa. Da questo si dovrebbe capire che l'arte del canto sta da un'altra parte. In realtà è già erroneo il pensiero di un vero parallelismo tra suono e quantità di fiato. O meglio! Detta così può essere giusta, ma per parlare di arte del canto non dobbiamo più parlare di "suono" ma di voce, o meglio di vocali. Il 'suono' può anche crescere al crescere del fiato, ma la sua qualità diminuirà progressivamente, perché si accresceranno le componenti fibrose muscolari; viceversa la vocale, laddove la vocale è giusto si formi, cioè fuori dalla bocca, nell'acustica esterna al corpo, richiederà un'alimentazione di modesta quantità (avere molto fiato riguarderà tutt'al più la necessità di sostenere lunghe frasi), ma di elevatissima qualità (potremmo definirla energia, che però non è nemmeno pressione). Quando le relazioni tra gli apparati si riporteranno alla perfetta coerenza, che sono quelle relazioni che esistono già nel parlato comune, il canto che scaturirà sarà il più sonoro che l'uomo possa produrre, senza patologie, senza sforzi, con tutta la gamma dinamica possibile, con tutte le sfumature di colore, di accento, di dizione. Ogni più piccola spinta, produce automaticamente chiusura della glottide (non totale, naturalmente, ma anche quando appena accennata, già spezza ogni legame relazionale tra le parti) e mancato innesco di quegli automatismi energetici che danno al fiato-suono la possibilità di liberarsi in quella scintilla incandescende che nello spazio acustico esterno diventa esplosiva. Naturalmente ne consegue che, per parallelismo, anche il "suono" interno dovrà essere modesto. E questo crea un grave problema psicologico, perché la persona che si aspetta un rimbombo interno, per avere grande voce, rimarrà delusa e contrariata, e non cederà, continuerà a spingere e a forzare e ci vorrà tutta la pazienza dell'insegnante, grazie soprattutto all'esempio, per fargli pian piano ridurre queste forze malevoli, e condurlo a intuire che è il piccolo suono quello che produce il grande canto (in tutti i sensi).
venerdì, febbraio 13, 2015
Apprendere
Il processo che porta qualunque persona ad apprendere nuove cose, siano esse teoriche o pratiche, è spesso oggetto di equivoci. Il maestro o professore o docente o insegnante è visto come colui che trasferisce, che "mette dentro" alla testa dello studente delle nozioni, dei contenuti, dei concetti, che insegna a fare cose. La logica dei vasi pieni e vuoti. E' un concetto drammaticamente errato e che purtroppo domina la scena nell'opinione pubblica. Se fosse così, saremmo ancora all'età della pietra, perché chi avrebbe insegnato ai primi uomini e poi via via cose nuove? Il nuovo arriva dal cielo? E' evidente che nell'uomo c'è già tutto, ovvero ci sono già tutte le condizioni della conoscenza e gli strumenti dell'evoluzione e per consentirci di scoprire cose nuove. Del resto in molti campi, innanzi tutto quelli artistici dove domina (o dovrebbe dominare) il grande pensiero, non esiste alcuna evoluzione, se non estetica, di forma. Separiamo, come giusto fare, le nozioni, le informazioni, dalla conoscenza. Le informazioni si imparano, si leggono e si memorizzano quando interessano, quando ci sono stimoli sufficienti, altrimenti si rimuovono in tempi più o meno brevi. La conoscenza si risveglia, si porta a coscienza vigile, si illumina; trovate voi il termine che più vi aggrada. Nessun maestro può insegnare la conoscenza; non è trasmissibile, può solo farvela scoprire. Questo "battesimo" è operazione assai difficile, perché non può esistere un metodo, e ciascun allievo ha un vissuto proprio che l'insegnante difficilmente può conoscere approfonditamente, per cui si basa sull'esperienza, sulle proprie capacità di analisi, di intuizione. Ma cosa significa, in definitiva apprendere discipline artistiche come la vocalizzazione e il canto? Significa ricevere stimoli di intuizione o di pensiero. In questo senso è vero che si potrebbe studiare da soli, ma il tempo necessario sarebbe enorme, anche nel migliore dei casi di molto superiore a quello che si impiega normalmente in una buona scuola. L'insegnante propone esercizi; se accompagna questi esercizi con spiegazioni che non hanno un vero fondamento ma si basano su tradizioni, sentito dire, invenzioni, accomodamenti, il corso è già finito! Da lì in avanti sarà solo una corsa a costuire qualcosa che non si potrà coerentemente inserire nella struttura né fisica né mentale umana, sarà sempre un artificio e come tale sarà respinto, rigettato, dal nostro corpo, nei tempi e con la violenza proporzionale a quanto questo sente estranea quell'attività. Se il maestro saprà accompagnare gli esercizi con semplici spiegazioni sul perché si fa ciò che si fa e con quale finalità, si andrà ben oltre il beneficio di un "allenamento", si indurrà il pensiero a modificare la struttura fisica e mentale aprendole alle sue meravigliose potenzialità. L'allievo scopre da solo, man mano, gli sviluppi e i benefici di una autentica disciplina con finalità artistiche. Purtroppo la situazione attuale, che a partire dalla scuola non fa altro che indurre un tipo di educazione-insegnamento unicamente volto a imparare cose, senza alcuna reale, profonda, finalità, pressoché con metodi e contenuti scientifici o improntati al metodo scientifico, inibendo l'intuizione, il pensiero divergente, crea meccanismi perversi per cui anche in una scuola realmente artistica si fa fatica a superare questi stereotipi; per primo l'insegnante deve superare quelle barriere, poi farle superare agli allievi. Questi si perdono continuamente nel "non capisco", non riesco", pensando solo a "mettere in saccoccia" delle informazioni da utilizzare. Dimenticavele! Apprendete da quanto c'è in voi, ascoltate ciò che fate e provate a immaginare quali difficoltà, ma anche quali libertà, provate e non cercate la risposta nei libri, nelle parole altrui, nei video, quelli al massimo vi possono servire come méta da raggungere, ma ponetevi le domande e stimolate l'intuito, non solo concettuale, ma anche fisico, e chiedete sempre all'insegnante se siete sulla strada giusta, perché e percome una certa soluzione è o può essere corretta oppure meno. Ma non giudicate da voi i vostri esempi, valutate esclusivamente se state camminando verso la libertà o verso l'imprigionamento. Convincetevi di avere in voi le risposte, ma dovrete scegliere, perché ne trovetere più d'una; è questa l'intuizione che occorre, riconoscere il vero, e seguirlo con determinazione... ricordando che il più delle volte è la strada che richiede più impegno, non tanto fisico, ma di concentrazione e volontà.
lunedì, febbraio 09, 2015
I vuoti
Vuoto interiore, vuoto vocale (inteso, per chi si è perso qualche "puntata", come libertà assoluta, mancanza di resistenze, ostacoli, attriti, ecc.).
Comincio questo post con un piccolo preambolo: cosa si intende con interiorità? La mente razionale assume con questo termine ciò che sta dentro il nostro corpo, con una prevalente indicazione nei riguardi della testa. In realtà non è così. Noi abbiamo una percezione di noi così come abbiamo percezione dell'esterno; i nostri sensi ci danno una dimensione fisica di gran parte del nostro corpo, che percepiamo anche in funzione (direi soprattutto) dello stato del malessere. La percezione dell'io, quindi, è un "dentro" molto più dentro del nostro corpo, è un luogo pressoché immaginario da non confondere con i suoi confini fisici. Come ho già scritto in molte occasioni, e come molti sanno, noi siamo pervasi anche da un "ego", ben diverso dall'io, che purtroppo però con questo si (e ci) confonde. Il mondo dell'ego è il mondo delle vanità, del desiderio di successo, di potere, di avere, di dominare, di apparire, sacrificando ogni valore per raggiungere uno o più di quei desideri. Dall'ego derivano ovviamente aggettivi come egoistico ed egoico. Ora si potrebbe dire che quanto più l'ego occupa la nostra mente, quanto meno essa potrà risultare disponibile al pensiero, ovvero all'io superiore (che, al contrario dell'altro, non mira a successi effimeri, superficiali, materiali e singoli ma al bene comune). Affinché il pensiero possa esprimere le proprie potenzialità e permetterci di sviluppare le nostre capacità artistiche, che allo stesso tempo ci consentono di incontrare il prossimo in questa dimensione, abbiamo bisogno di svuotarci, cioè, detto un po' rusticamente, di far spazio. Questo è quanto le discipline orientali hanno sempre predicato, fin dall'antichità, e possiamo dire abbiano in buona parte raggiunto. Per fortuna da alcuni decenni c'è stato un avvicinamento anche da parte dei popoli occidentali a quelle discipline e qualcosa di meglio le persone stanno facendo per cercare di allontanarsi dalle lusinghe del potere materiale. Bisogna però stare attenti anche in questa direzione, perché in buona parte questo avvicinamento si è attuato per moda e in modo alquanto superficiale: "lo faccio perché mi rilasso". Per la carità, va benissimo, però gli scopi dovrebbero essere ben altri. E' piuttosto inutile fare un'ora di yoga, ne cito una a caso, alla settimana e quando si esce riprendere il proprio atteggiamento consueto. Se è una disciplina, occorre disciplinarsi il più possibile mantenendo un indirizzo etico, morale, comportamentale... COERENTE! Ordunque, collegandosi anche al post precedente, il nostro obiettivo dev'essere quello di svuotarsi: dalle esigenze contingenti, dal correre per ogni cosa senza rendersi coscienti di cosa è veramente importante e cosa no, quindi dare priorità alla vita vera e significativa allontanando (gradualmente, ok) tutti quegli stimoli, quegli impulsi - o pulsioni - di una vita incoerente. Quante volte sento dire: "la vita è una sola, quindi..." quindi cosa? Bevi e mangi come un porco, fumi, non ti riguardi perché la vita è una sola, o una volta sola hai 20, 30 anni, ma a 50-60 sarai perennemente dal dottore, a fare esami, a curarti, impasticcarti, ecc. ecc. impegnando persone che dovranno seguirti e accudirti...? Se non cerchiamo di fare anche della nostra vita un'unità, premettendo e salvaguardando ciò che potrebbe danneggiarci tra un po' di tempo, che vita è? E' normale e anche giusto lagnarsi perché il mondo dell'arte, della musica e del canto, è decaduto in modo vergognoso, perché la politica sta uccidendo tutto, perché siamo dominati da ignoranti e farabutti, ma è così perché ci lasciamo comprare dal miraggio di soldi (magari pure pochi), di visibilità o successi più che ridicoli, dalla brama di oggetti e piccoli poteri. E' la coscienza che ci può aiutare a risollevarsi e in ogni modo ognuno deve sentire in cuor suo da quale parte è chiamato, e occorre fare ciò che deve, superando le depressioni, le mortificazioni, gli insuccessi momentanei, la bassa autostima. Anche in questo campo, non si fa per dimostrare, per sentirsi superiori, ma perché ci sentiamo attratti da questa esperienza virtuosa dell'umanità. Occorre dire, come diceva spesso il mio insegnante: "io non ho meriti".
Fare il vuoto interiore, chiudere il cerchio, trovare il silenzio, sono espressioni virtuose che ci possono aiutare, con una certa facilità, a realizzare il "non fare" che rovina ogni attività artistica, esperendo quel semplice gesto artistico che non è frutto della nostra volontà ma arriva dal profondo del nostro pensiero e che agisce se ci sono le condizioni affinché agisca. A questo vuoto d'azione corrisponderà a quel punto il vuoto nel canto. Talvolta si ha l'impressione che sia il canto a subire problemi fisici, ma è l'opposto, è il nostro corpo che subisce le "intemperanze" di una vocalizzazione dura, violenta, che non è canto! Purtroppo bisogna constatare che le scuole di canto tendono a non porsi da subito il problema della libertà, ma inducono ad azioni che schiavizzano. E' poi vero che in molti casi l'allenamento può far provare in seguito maggior facilità, ma la libertà è un'altra cosa, ed è per sempre!
Comincio questo post con un piccolo preambolo: cosa si intende con interiorità? La mente razionale assume con questo termine ciò che sta dentro il nostro corpo, con una prevalente indicazione nei riguardi della testa. In realtà non è così. Noi abbiamo una percezione di noi così come abbiamo percezione dell'esterno; i nostri sensi ci danno una dimensione fisica di gran parte del nostro corpo, che percepiamo anche in funzione (direi soprattutto) dello stato del malessere. La percezione dell'io, quindi, è un "dentro" molto più dentro del nostro corpo, è un luogo pressoché immaginario da non confondere con i suoi confini fisici. Come ho già scritto in molte occasioni, e come molti sanno, noi siamo pervasi anche da un "ego", ben diverso dall'io, che purtroppo però con questo si (e ci) confonde. Il mondo dell'ego è il mondo delle vanità, del desiderio di successo, di potere, di avere, di dominare, di apparire, sacrificando ogni valore per raggiungere uno o più di quei desideri. Dall'ego derivano ovviamente aggettivi come egoistico ed egoico. Ora si potrebbe dire che quanto più l'ego occupa la nostra mente, quanto meno essa potrà risultare disponibile al pensiero, ovvero all'io superiore (che, al contrario dell'altro, non mira a successi effimeri, superficiali, materiali e singoli ma al bene comune). Affinché il pensiero possa esprimere le proprie potenzialità e permetterci di sviluppare le nostre capacità artistiche, che allo stesso tempo ci consentono di incontrare il prossimo in questa dimensione, abbiamo bisogno di svuotarci, cioè, detto un po' rusticamente, di far spazio. Questo è quanto le discipline orientali hanno sempre predicato, fin dall'antichità, e possiamo dire abbiano in buona parte raggiunto. Per fortuna da alcuni decenni c'è stato un avvicinamento anche da parte dei popoli occidentali a quelle discipline e qualcosa di meglio le persone stanno facendo per cercare di allontanarsi dalle lusinghe del potere materiale. Bisogna però stare attenti anche in questa direzione, perché in buona parte questo avvicinamento si è attuato per moda e in modo alquanto superficiale: "lo faccio perché mi rilasso". Per la carità, va benissimo, però gli scopi dovrebbero essere ben altri. E' piuttosto inutile fare un'ora di yoga, ne cito una a caso, alla settimana e quando si esce riprendere il proprio atteggiamento consueto. Se è una disciplina, occorre disciplinarsi il più possibile mantenendo un indirizzo etico, morale, comportamentale... COERENTE! Ordunque, collegandosi anche al post precedente, il nostro obiettivo dev'essere quello di svuotarsi: dalle esigenze contingenti, dal correre per ogni cosa senza rendersi coscienti di cosa è veramente importante e cosa no, quindi dare priorità alla vita vera e significativa allontanando (gradualmente, ok) tutti quegli stimoli, quegli impulsi - o pulsioni - di una vita incoerente. Quante volte sento dire: "la vita è una sola, quindi..." quindi cosa? Bevi e mangi come un porco, fumi, non ti riguardi perché la vita è una sola, o una volta sola hai 20, 30 anni, ma a 50-60 sarai perennemente dal dottore, a fare esami, a curarti, impasticcarti, ecc. ecc. impegnando persone che dovranno seguirti e accudirti...? Se non cerchiamo di fare anche della nostra vita un'unità, premettendo e salvaguardando ciò che potrebbe danneggiarci tra un po' di tempo, che vita è? E' normale e anche giusto lagnarsi perché il mondo dell'arte, della musica e del canto, è decaduto in modo vergognoso, perché la politica sta uccidendo tutto, perché siamo dominati da ignoranti e farabutti, ma è così perché ci lasciamo comprare dal miraggio di soldi (magari pure pochi), di visibilità o successi più che ridicoli, dalla brama di oggetti e piccoli poteri. E' la coscienza che ci può aiutare a risollevarsi e in ogni modo ognuno deve sentire in cuor suo da quale parte è chiamato, e occorre fare ciò che deve, superando le depressioni, le mortificazioni, gli insuccessi momentanei, la bassa autostima. Anche in questo campo, non si fa per dimostrare, per sentirsi superiori, ma perché ci sentiamo attratti da questa esperienza virtuosa dell'umanità. Occorre dire, come diceva spesso il mio insegnante: "io non ho meriti".
Fare il vuoto interiore, chiudere il cerchio, trovare il silenzio, sono espressioni virtuose che ci possono aiutare, con una certa facilità, a realizzare il "non fare" che rovina ogni attività artistica, esperendo quel semplice gesto artistico che non è frutto della nostra volontà ma arriva dal profondo del nostro pensiero e che agisce se ci sono le condizioni affinché agisca. A questo vuoto d'azione corrisponderà a quel punto il vuoto nel canto. Talvolta si ha l'impressione che sia il canto a subire problemi fisici, ma è l'opposto, è il nostro corpo che subisce le "intemperanze" di una vocalizzazione dura, violenta, che non è canto! Purtroppo bisogna constatare che le scuole di canto tendono a non porsi da subito il problema della libertà, ma inducono ad azioni che schiavizzano. E' poi vero che in molti casi l'allenamento può far provare in seguito maggior facilità, ma la libertà è un'altra cosa, ed è per sempre!
venerdì, febbraio 06, 2015
La coerenza
Ho in diversi momenti di questa lunga teoria di scritti fatto riferimento a concetti quali "sintonia" o "allineamento" per indicare un tipo di relazione che si instaura tra le parti componenti l'apparato respiratorio-vocale nel parlato spontaneo e che il canto esemplare pone come obiettivo della propria attività artistica. In altri scritti ho parlato invece di coerenza riferendomi alla conoscenza, alla coscienza che deve possedere il maestro e il cantante artista nei riguardi di tutta la disciplina. Non avevo colto, forse, che usavo termini diversi per indicare uno stesso concetto, per cui ritengo ora di emendare questa svista e richiamare più correttamente quest'ultimo termine anche nell'ottica di ciò che deve succedere a livello fisico affinché si possa parlare di un grande canto d'arte.
Il termine coerenza è molto usato in linguistica per parlare di fenomeni legati al linguaggio, non tutti ancor oggi pienamente spiegabili scientificamente (ma guarda!...). Una volta che si è imparato a parlare (poi anche a leggere) noi usiamo espressioni di cui cogliamo il contesto e per le quali ci bastano alcuni termini anche non consecutivi per comprendere il messaggio complessivo. Come si vede siamo sempre a quell'unità che è il fondamento di ogni discorso in questo blog. Naturalmente ciò non funziona sempre; non funziona quando il messaggio riguarda qualcosa di desueto, poco noto, dicorsi più complessi, argomenti nuovi. Se un insegnante non parla con chiarezza, il suo insegnamento sarà fallace perché l'impegno di chi ascolta, già teso dal dover mettere in relazione concetti non usuali, magari anche termini nuovi, si infrangerà contro la difficoltà di percepire una verbalizzazione poco fluida, se non scorretta. Purtroppo anche piccoli ma insistenti problemi possono diventare ostacoli: il dire insistemente "eeehm", lo schiarirsi frequentemente la voce, l'incespicare su qualche parola un po' più difficile, perdere il filo, ecc. possono diventare per alcuni problemi insormontabili per apprendere. Il rischio è sempre lo stesso: mancanza di coerenza. Naturalmente in questo esempio non si tratta di una coerenza relativa al discorso, ammettendo che l'oratore conosca a menadito il contenuto di ciò che deve insegnare, ma di tipo discorsivo e fisico, anche se spesso questi generi di disturbi nascono da insicurezze o non totale assimilazione. Ciò che mi sembra fondamentale nell'uso del termine coerenza è la possibilità di utilizzarlo per figurare l'aspetto artistico, sonoro, linguistico, contenutistico, fisico-muscolare, respiratorio e il paradigma concettuale di ciò che sto cantando, nonché della conoscenza che sta a monte.
Le carenze in questo mondo lirico si può dire, senza necessariamente voler fare una noiosa lagnanza, partano dagli elementi più piccoli, figuriamoci quando si vuol arrivare al grande UNO! Se noi prendiamo una qualunque aria d'opera, sì, molti sanno grosso modo di cosa parla, ma ben pochi, credo, l'abbiano approfondita e portata a coscienza come unità di contenuto; comprese, cioè, tutte le parole, le quali peraltro sono parti che non costituiscono l'unità semplicemente sommandole. E' la nostra coscienza che riuscirà a unificare se ha compreso il senso più profondo di intere frasi e di più frasi (contesto generale). A questo poi si dovrà unire il processo musicale, che è di nuovo un bell'impegno! Questo poi riguarda, per molto tempo, due tipi di percorso, quello musicale interiore e quello esecutivo-fisico. Purtroppo solo pochi hanno la dote innata di riuscire a mantenere coerenza nell'esecuzione, cioè dire ciò che va detto dando ragione del contenuto semantico complessivo e all'autore musicale che ha cercato di dar luce a quel testo mediante un tessuto melodico-armonico-strumentale. E' chiaro che per chi apprende tutti questi criteri sono troppo difficili da tener presenti contemporaneamente, ma questo è un punto di vista "piccolo", cioè un ragionamento "ragionieristico", che messo in questi termini diventa insolubile, perché necessiterebbe un impegno mentale enorme. Ecco che la coerenza ci viene in soccorso, perché essa può essere solo il frutto di una mente più ampia, aperta, che viene dal profondo e da lontano, e ci appartiene. Invece di pensare alla complessità di mettere assieme parole, musica, "tecnica", inglobiamo il tutto cercando di vedere questo brano come una sfera in cui tutto circola senza colpi, senza spigoli, con il giusto spazio di respiro, senza ansia. E' chiaro e logico che è un obiettivo a lungo, anche lunghissimo termine, ma non dobbiamo pensare che "poi" si farà, quando si saranno acquisite le varie competenze, perché, come ho già detto, non si deve ragionare in termini sommatori, cioè che prima si conquista una cosa, poi un'altra, ecc. e poi le si mette insieme, ma prima iniziamo a vivere i brani come unità prima si raggiungerà una esecuzione di pregio, considerando, ripeto anche questo, che non è una conquista dall'esterno, ma è il semplice (!!) impiego di qualcosa che è in noi e che ci contraddistingue, quindi semmai dovrebbe essere molto meno normale separare, spezzare, procedere incostantemente. Eppure è così, e il motivo qual è? Che in realtà non si comprende, ciò che eseguiamo resta in superficie, non conosciamo veramente il testo, non comprendiamo la musica, ci accontentiamo di un effetto "piacevole" che ci accarezza, e non riusciamo a collegare con la voce questi aspetti, per cui rimaniamo con tre pezzi malamente inchiodati tra di loro ma incoerenti, che non possono creare un'unità inseparabile. Dunque la soluzione è cercare di dar vita al fenomeno canto, pur studiando separatamente le varie discipline in alcuni momenti, cercando quella fiamma, quell'alito di vita che solo può animare una forma (in questo caso una vibrazione fisica) in sé priva di qualsivoglia qualità. Quindi dobbiamo riflettere sul fatto che solo noi siamo in grado di fornire vita a ciò che creiamo con la nostra fantasia, e che non dobbiamo accomodarci nell'accademismo, nella routine e nelle frasi fatte, ma in ogni apprendimento cercare una coerenza, non dare per scontato che chi ci insegna ci dica la verità, ma che stia semplicemente ripetendo frasi fatte. Fate di questo termine la vostra parola d'ordine, e richiedetela a chi si propone di insegnarvi.
Il termine coerenza è molto usato in linguistica per parlare di fenomeni legati al linguaggio, non tutti ancor oggi pienamente spiegabili scientificamente (ma guarda!...). Una volta che si è imparato a parlare (poi anche a leggere) noi usiamo espressioni di cui cogliamo il contesto e per le quali ci bastano alcuni termini anche non consecutivi per comprendere il messaggio complessivo. Come si vede siamo sempre a quell'unità che è il fondamento di ogni discorso in questo blog. Naturalmente ciò non funziona sempre; non funziona quando il messaggio riguarda qualcosa di desueto, poco noto, dicorsi più complessi, argomenti nuovi. Se un insegnante non parla con chiarezza, il suo insegnamento sarà fallace perché l'impegno di chi ascolta, già teso dal dover mettere in relazione concetti non usuali, magari anche termini nuovi, si infrangerà contro la difficoltà di percepire una verbalizzazione poco fluida, se non scorretta. Purtroppo anche piccoli ma insistenti problemi possono diventare ostacoli: il dire insistemente "eeehm", lo schiarirsi frequentemente la voce, l'incespicare su qualche parola un po' più difficile, perdere il filo, ecc. possono diventare per alcuni problemi insormontabili per apprendere. Il rischio è sempre lo stesso: mancanza di coerenza. Naturalmente in questo esempio non si tratta di una coerenza relativa al discorso, ammettendo che l'oratore conosca a menadito il contenuto di ciò che deve insegnare, ma di tipo discorsivo e fisico, anche se spesso questi generi di disturbi nascono da insicurezze o non totale assimilazione. Ciò che mi sembra fondamentale nell'uso del termine coerenza è la possibilità di utilizzarlo per figurare l'aspetto artistico, sonoro, linguistico, contenutistico, fisico-muscolare, respiratorio e il paradigma concettuale di ciò che sto cantando, nonché della conoscenza che sta a monte.
Le carenze in questo mondo lirico si può dire, senza necessariamente voler fare una noiosa lagnanza, partano dagli elementi più piccoli, figuriamoci quando si vuol arrivare al grande UNO! Se noi prendiamo una qualunque aria d'opera, sì, molti sanno grosso modo di cosa parla, ma ben pochi, credo, l'abbiano approfondita e portata a coscienza come unità di contenuto; comprese, cioè, tutte le parole, le quali peraltro sono parti che non costituiscono l'unità semplicemente sommandole. E' la nostra coscienza che riuscirà a unificare se ha compreso il senso più profondo di intere frasi e di più frasi (contesto generale). A questo poi si dovrà unire il processo musicale, che è di nuovo un bell'impegno! Questo poi riguarda, per molto tempo, due tipi di percorso, quello musicale interiore e quello esecutivo-fisico. Purtroppo solo pochi hanno la dote innata di riuscire a mantenere coerenza nell'esecuzione, cioè dire ciò che va detto dando ragione del contenuto semantico complessivo e all'autore musicale che ha cercato di dar luce a quel testo mediante un tessuto melodico-armonico-strumentale. E' chiaro che per chi apprende tutti questi criteri sono troppo difficili da tener presenti contemporaneamente, ma questo è un punto di vista "piccolo", cioè un ragionamento "ragionieristico", che messo in questi termini diventa insolubile, perché necessiterebbe un impegno mentale enorme. Ecco che la coerenza ci viene in soccorso, perché essa può essere solo il frutto di una mente più ampia, aperta, che viene dal profondo e da lontano, e ci appartiene. Invece di pensare alla complessità di mettere assieme parole, musica, "tecnica", inglobiamo il tutto cercando di vedere questo brano come una sfera in cui tutto circola senza colpi, senza spigoli, con il giusto spazio di respiro, senza ansia. E' chiaro e logico che è un obiettivo a lungo, anche lunghissimo termine, ma non dobbiamo pensare che "poi" si farà, quando si saranno acquisite le varie competenze, perché, come ho già detto, non si deve ragionare in termini sommatori, cioè che prima si conquista una cosa, poi un'altra, ecc. e poi le si mette insieme, ma prima iniziamo a vivere i brani come unità prima si raggiungerà una esecuzione di pregio, considerando, ripeto anche questo, che non è una conquista dall'esterno, ma è il semplice (!!) impiego di qualcosa che è in noi e che ci contraddistingue, quindi semmai dovrebbe essere molto meno normale separare, spezzare, procedere incostantemente. Eppure è così, e il motivo qual è? Che in realtà non si comprende, ciò che eseguiamo resta in superficie, non conosciamo veramente il testo, non comprendiamo la musica, ci accontentiamo di un effetto "piacevole" che ci accarezza, e non riusciamo a collegare con la voce questi aspetti, per cui rimaniamo con tre pezzi malamente inchiodati tra di loro ma incoerenti, che non possono creare un'unità inseparabile. Dunque la soluzione è cercare di dar vita al fenomeno canto, pur studiando separatamente le varie discipline in alcuni momenti, cercando quella fiamma, quell'alito di vita che solo può animare una forma (in questo caso una vibrazione fisica) in sé priva di qualsivoglia qualità. Quindi dobbiamo riflettere sul fatto che solo noi siamo in grado di fornire vita a ciò che creiamo con la nostra fantasia, e che non dobbiamo accomodarci nell'accademismo, nella routine e nelle frasi fatte, ma in ogni apprendimento cercare una coerenza, non dare per scontato che chi ci insegna ci dica la verità, ma che stia semplicemente ripetendo frasi fatte. Fate di questo termine la vostra parola d'ordine, e richiedetela a chi si propone di insegnarvi.
martedì, febbraio 03, 2015
I filtri
Se partiamo dall'ipotesi che il pensiero creativo, intuitivo, sia libero e la più alta espressione possibile in assoluto, c'è da chiedersi come mai la conoscenza umana si manifesta, in genere, in modo così limitato, modesto. La risposta, molto semplicemente, è che il esso non può esprimersi direttamente ma è costretto a servirsi di mezzi fisici, materiali, cioè componenti del corpo umano, e questo è già un grosso ostacolo, ma non solo, esso deve attraversare una sorta di enorme "filtro" che è il nostro cervello. La piena e fulminea velocità del pensiero è costretta a rallentare avendo la necessità di interagire con qualcosa di molto più lento e meccanico. E' lo stesso che avviene nel computer, dove la notevole velocità dell'elaboratore, che lavora in codice macchina, praticamente tutti 0 e 1 (o meglio un acceso-spento elettrico), deve fare i conti con un'interfaccia che consenta alle persone "normali" di utilizzarlo senza doversi esprimere in codici senz'anima; pertanto i sistemi operativi, dovendo "tradurre" continuamente parole, icone e quant'altro in codice numerico, risultano spesso lenti o rallentano quando si caricano programmi o parecchi dati. La nostra mente a dire il vero offre una doppia resistenza; una è offerta dalla sua struttura fisica, l'altra è data dagli aspetti già contenuti per il nostro funzionamento generale; tra la totale libertà del pensiero e le regole ferree dell'istinto si genera un conflitto; il primo però non ha alcuna arma a sua disposizione, quindi sarebbe soccombente; ciò che viene in suo aiuto è l'elaboratore recente, la neocorteccia, che prende in esame anche aspetti dell'esistenza che vanno oltre la vita di sopravvivenza e di relazione. E' possibile quindi aprire un varco e permettere al pensiero di manifestarsi in modo sempre più fluido e rapido, ma è utopistico immaginare che lo si possa fare in molti campi, però è altrettanto erroneo ritenere che sia la specializzazione la soluzione. Specializzarsi può consentire di acquisire una padronanza di tipo intellettualistico, nozionistico, scientifico e tecnico-meccanico, ma non sarà la vittoria della conoscenza (pensiero=conoscenza) e il perché è presto detto: la specializzazione divide, non unisce, e la conoscenza è sempre e solo improntata al raggiungimento o riappropriazione dell'unità (o di varie unità). In un certo senso nel Medioevo i saggi erano più saggi di oggi, perché la cultura del tempo e le informazioni erano alquanto limitate, per cui gli studiosi riuscivano ad avere rudimenti un po' su tutto, quindi avevano un tipo di conoscenza (informativa) che abbracciava tutti i campi, dalla geografia alla filosofia alla medicina, alla fisica, alla storia, alla letteratura, ecc. Nel Rinascimento le cose erano già più complicate ma sappiamo che alcuni geni riuscivano ancora a eccellere in quasi tutto. In seguito il grande fiume ha cominciato a dividersi in torrenti e rivoli e oggi l'unità del sapere non è che una chimera. Nei campi di cui ci occupiamo qui si assiste a un triste declino, dove non solo non c'è più una vera unità nel campo musicale, dove i presunti professionisti non applicano che fredde regole, senza alcuna cognizione di dove stanno andando e perché, ma all'interno della produzione musicale, e parlo di quella più "seria", dove si studia a lungo e approfonditamente, non c'è alcun tipo di convergenza e tentativo di unificazione tra aspetti musicali e pratica esecutiva e addirittura nella solo pratica. Lasciando per il momento il canto, pensiamo alle lusinghe e ai godimenti dei fans di fronte al "bel suono", al "bel timbro" di tanti pianisti o violinisti (e anche cantanti), che poi sinceramente non dicono niente di musicale. Non solo si è narcisisti, ma si rincorrono i narcisi, forse nella delirante ipotesi di potercisi identificare in loro.
Come s'è già detto in post precedenti, il pensiero si manifesta in primo luogo con linguaggi, e il linguaggio verbale in particolare, quindi col canto che unisce pensiero e sentimento, pertanto più elevato sul piano conoscitivo appunto perché unisce più campi. Ciò che vorrei raccomandare a chi studia canto è di cercare di non dividere, oppure riunire ciò che momentaneamente può essere utile o indispensabile spezzare. Non si impara una lingua cominciando dall'alfabeto; come minimo si inizia con parole, ma oggigiorno è provato che è più utile partire da frasi complete e comprendere le parti interne in un secondo momento. Allora iniziare lo studio del canto subito con vocali non è molto saggio, perché ci allontanano dalla nostra comprensione del reale; iniziare intonando parole e frasi è già di per sé un esercizio che richiede un tempo infinito, specie se, come è giusto che sia, si bada a che i parametri musicali siano rispettati, quindi comprensione assoluta del testo qualunque sia l'articolazione testuale e melodica nonché ritmica, ma anche dinamica e temporale, senza dimenticare il senso, il contenuto!. Uno sviluppo sano e cosciente di un'arte non è altro che aggiungere elementi e unirli a quanto già appreso facendone nuove unità finché, alla fine, tutto non sarà che un'immensa unità, ma non limitarsi al mondo del canto e della musica, cercare di coinvolgere tutto quanto possibile della nostra vita, culturale, sì, ma anche sentimentale, psicologica, ecc. Qualcuno dirà che questo avviene per forza, e io dico che questo è vero, ma non è "unire", perché avviene in modo incosciente, passivo e subìto, mentre la crescita, umana ed artistica, può solo avvenire in un percorso di luce consapevole.
Come s'è già detto in post precedenti, il pensiero si manifesta in primo luogo con linguaggi, e il linguaggio verbale in particolare, quindi col canto che unisce pensiero e sentimento, pertanto più elevato sul piano conoscitivo appunto perché unisce più campi. Ciò che vorrei raccomandare a chi studia canto è di cercare di non dividere, oppure riunire ciò che momentaneamente può essere utile o indispensabile spezzare. Non si impara una lingua cominciando dall'alfabeto; come minimo si inizia con parole, ma oggigiorno è provato che è più utile partire da frasi complete e comprendere le parti interne in un secondo momento. Allora iniziare lo studio del canto subito con vocali non è molto saggio, perché ci allontanano dalla nostra comprensione del reale; iniziare intonando parole e frasi è già di per sé un esercizio che richiede un tempo infinito, specie se, come è giusto che sia, si bada a che i parametri musicali siano rispettati, quindi comprensione assoluta del testo qualunque sia l'articolazione testuale e melodica nonché ritmica, ma anche dinamica e temporale, senza dimenticare il senso, il contenuto!. Uno sviluppo sano e cosciente di un'arte non è altro che aggiungere elementi e unirli a quanto già appreso facendone nuove unità finché, alla fine, tutto non sarà che un'immensa unità, ma non limitarsi al mondo del canto e della musica, cercare di coinvolgere tutto quanto possibile della nostra vita, culturale, sì, ma anche sentimentale, psicologica, ecc. Qualcuno dirà che questo avviene per forza, e io dico che questo è vero, ma non è "unire", perché avviene in modo incosciente, passivo e subìto, mentre la crescita, umana ed artistica, può solo avvenire in un percorso di luce consapevole.
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