Translate

sabato, febbraio 12, 2022

Non suoni... ma parole ben dette

 Il suono è la vibrazione regolare di corpi elastici o di aria racchiusa in tubi. Nel corpo umano abbiamo entrambe le situazioni, anche se la fonte principale è la vibrazione delle cosiddette corde vocali.

Quindi abbiamo suoni, come avviene in tutti gli strumenti musicali. Mediante i suoni, è possibile arrivare, con estrema difficoltà, a far musica, il che significa trascendere l'aspetto fisico del suono per accedere al mondo che potremmo definire metafisico, cioè che va oltre il puro aspetto vibrazionale, in quanto la musica si realizza mediante gli intervalli, che non possiamo definire, sono cambiamenti di frequenza che agiscono sulla coscienza umana e producono movimenti che chiamiamo sentimenti, emozioni, affetti, ... bellezza e verità. Ma l'uomo ha un'ulteriore risorsa: la parola. 

Non solo la parola è un mezzo straordinario di conquista della conoscenza superiore, ma è anche mezzo educativo per la voce stessa, in quanto la parola è portatrice di verità, dunque non può non poter raggiungere essa stessa il livello più elevato possibile. Certo, come è facile comprendere, non è che basta parlare e si arriva ovunque! La parola usata quotidianamente è abusata, logora, bolsa, sciatta, strascicata, volgarizzata e quant'altro. E' chiaro che non è adatta a raggiungere un orizzonte così lontano come quello che proponiamo. La disciplina da attuare per raggiungere una vera arte del canto si sviluppa su almeno tre stadi: 1) elevare la parola, mediante esercizi che migliorino gradatamente la dizione, 2) evoluzione respiratoria alimentante, come ricaduta della fase precedente; 3) naturalizzazione del parlato come raggiungimento estremo della fase precedente. Nella prima fase il dover parlare correttamente necessita di un'articolazione molto evidente, che prevede anche movimenti piuttosto ampi e persino, talvolta, estremi, delle forme orali. Men mano che si realizza la seconda fase, questa esasperazione andrà man mano scemando, e, al contrario, si dovrà proprio lavorare per far sì che si canti con la stessa naturalezza con cui si parla abitualmente. L'applicare la melodia alla parola, che definiamo canto, è l'ostacolo più importante che si frappone tra il parlare naturale e il cantare artistico. La mente non lo concepisce e non ce lo lascia fare se non entro determinati, soggettivi, limiti. L'istinto si oppone e ci crea problemi fisici e psicologici, anche molto importanti, per cui anche persone molto costanti, caparbie e desiderose di conquistare l'arte vocale, si trovano di fronte a ostacoli che reputano incomprensibili e quasi insormontabili. La semplicità, la facilità, l'assottigliare, l'alleggerire, il lasciar fluire, il liberare, il rilassare, il lasciar andare, il non fare niente, sono tutte condizioni che risultano al limite dell'impossibile, incomprensibili e inconoscibili fin quando non li si sarà provati, e non solo una volta, perché la possibilità di non afferrare e quindi di tornare indietro, sarà sempre presente, fino a quel limite soggettivo che è insuperabile. Si tratta di afferrare l'inafferrabile, di entrare in una condizione irreale e soprattutto immateriale, cioè che trascende il fisico, che possiamo solo afferrare quando entriamo nella dimensione spirituale, come fosse una meditazione che raggiunge il suo apice, una sorta di "trance". Non so se mi spiego, ma si tratta di far nascere un nuovo senso, il senso fonico, una condizione umana possibile, ma al limite delle sue potenzialità. 

Giustamente si può chiedere: ma ha un senso? è necessario? Per arrivare a cantare, seppur bene, bisogna fare un calvario simile? Posso tranquillamente rispondere di no, giacché milioni di cantanti di tutti i tempi, pur portati in palmo di mano, non si sono nemmeno avvicinati a quella condizione, così come è avvenuto per milioni di musicisti, che si sono illusi e hanno illuso di far musica, ma hanno solo agito sui suoni. Ma esiste un'arte, è una necessità di alcune anime che non possono fare a meno di impegnarsi anche fino alla follia per perseguire l'obiettivo della perfezione, della verità. Allora questi proiettano il maestro che potranno incontrare e che li porterà su quella strada. Sarà il raggiungimento di un traguardo sublime, che non necessariamente sarà accolto benevolmente nell'ambiente, non sarà riconosciuto da molti, non è detto che darà lavoro, onori e allori, se non alla coscienza di chi la conquista. Quindi ognuno sia avvertito che la strada della vera arte non è quello dell'avere e dell'apparire. 

Il suono è sempre presente quando si canta, ma il compito dell'artista cantante è quello di "staccare", la parola perfetta, perfettamente intonata e calibrata al contesto psico-drammatico in cui si trova e che ha mosso determinati stimoli musicali da parte del compositore, che ha ritenuto di sostenerla mediante un determinato impianto melodico e armonico (nonché strumentale) e che il cantante ha il dovere di seguire e rispettare con grande umiltà, dalla matrice sonora, che resta interiormente agli spazi oro-faringei, e di cui ci dobbiamo totalmente disinteressare, in quanto non utile all'obiettivo che ci poniamo. Anche quando si canta strumentalmente, cioè si vocalizza (e il termine non è casuale), siano essi esercizi o parte del canto, non lo si fa solo con il misero suono, ma sempre con una vocale perfettamente pronunciata. Questo perché è la vocale che ci assicura il raggiungimento di tutti i parametri della perfezione vocale e musicale. Ecco anche perché la cosa più sbagliata che si possa fare è il vocalizzo a bocca chiusa. E' una vera barbarie didattica dei nostri tempi, un'assurdo, la cui spiegazione, che alcuni insegnanti vogliono esibire, è a dir poco ridicola. La parola, il parlato, si manifestano sempre nell'ambiente esterno, nell'acustica naturale, lontano dal suono, indipendente, anche se relazionata con esso, che è la sua fonte vibrazionale. Mediante il pochissimo, le potenzialità incredibili della voce umana, ovvero del nostro corpo saggiamente guidato dal nostro spirito, possono produrre le più strabilianti possibilità amplificanti da parte del luogo in cui ci si esprime. Più si cerca di dare potenza, forza, spinta, più ci si farà del male e si peggioreranno i risultati. Semplicità, togliere, lasciar andare, non partecipare, rendere indipendente la voce parlata-cantata. Ripetere queste parole come un mantra ogni giorno fin quando, dopo milioni di ripetizioni, si sarà compreso che non erano state comprese, e si illumineranno. Quello è il momento buono. Buon canto.

mercoledì, febbraio 02, 2022

Non preparare

Può accadere che anche la scuola possa generare qualche difetto, involontariamente. Però deve rendersene conto e provvedere tempestivamente. Sappiamo che l'allievo può essere teso e trattenuto a lezione e l'attenzione che ci mette nel cercare di far bene invece di produrre benefici può indurre la muscolatura a tendersi e dunque a chiudere o ridurre gli spazi. In particolare noto che sovente il dover fare una vocale induce l'allievo a prepararla, il che è un grave errore. Ciò che può credere un atteggiamento corretto, di attenzione, disciplinato, si può tradurre invece in una trappola. Qualunque esercizio, come poi il canto, non va preparato ma "gettato"; l'unica possibile preparazione può consistere nel rilassamento. L'attacco deve avvenire quasi imprevedibilmente, come se ci venisse in mente in quell'istante una cosa che ci eravamo dimenticati, un appuntamento, il forno acceso..:! Non con violenza, naturalmente, sempre con dolcezza e facendo scorrere, fluire la voce come un liquido denso e con la minore intenzione possibile. Lo scopo ricordiamo sempre che è la libertà o la liberazione! Non ci sono solo gli ostacoli fisici diretti e indiretti, cioè che si creano durante i movimenti e le articolazioni, ma ci sono gli ostacoli indotti dai comportamenti psicologici, anche tendenzialmente positivi, ma che si rivelano negativi in quanto non facilitano lo scorrimento ma anzi generano quelle rigidità, tensioni, che ostacolano il flusso sonoro.

mercoledì, gennaio 26, 2022

Scuole filosofico-spirituali

 Oggi chi studia musica, ovvero uno strumento, compreso il canto, è orientato a fare ripetutamente esercizi meccanici, come un allenamento sportivo, eventualmente studiare il funzionamento dello strumento (compresi gli apparati fisio-anatomici), studiare trattati di varie epoche e metodi. Cosa c'è in tutta questa didattica di filosofico? Direi niente; non ricordo di aver conosciuto nessuno studente di un qualsivoglia strumento che abbia detto di aver approfondito, nel corso di studi, anche un percorso filosofico e quindi spirituale. Ci sono motivi perché questo non avvenga. La filosofia viene studiata nei licei in senso storico, un po' distaccato, per lo meno così a me pare, da aspetti di vita reale. In effetti quando parlo di "filosofia" non parlo di una materia di studio, una panoramica storica su tutti i grandi pensatori della specie umana che hanno lasciato importanti tracce di un elemento fondamentale e specifico dell'uomo, cioè la Conoscenza. Approcciarsi all'arte non può (NON PUO') prescindere dalla spiritualità, e quindi da ogni campo che ne sondi ogni aspetto, che si chiama propriamente gnoseologia, ma che per semplicità definiamo filosofia. Le scuole a cui faccio maggior riferimento, cioè il canto e la musica con particolare riferimento alla direzione d'orchestra, e specificamente quelle che discendono dal m° Mario Antonietti e Sergiu Celibidache, sono massicciamente permeate dalla filosofia, intendendo non astratte riflessioni e citazioni dei celebri nomi, ma applicazioni e riferimenti alla realtà. Se non si ammette e si prende atto con piena coscienza che il canto, come qualunque serio studio della musica, è un'arte, e non può quindi prescindere da un'analisi filosofica, che ne sta alla base, non si può pensare di raggiungere alcun obiettivo di verità, di perfezione, quindi di arte. Se si parte con la concezione di una materia prettamente di studio morfologico, di regole, di esercizi ripetuti e basati su metodi e trattati che si fondino su aspetti fisico-fisiologico-anatomici, si dovrebbe anche sapere che ci indirizza verso una materia distaccata dal centro creativo dell'uomo, che è poi la fonte della passione e della pulsione che ci ha portati ad abbracciare questa strada. Negheremmo, quindi, la fonte stessa del motivo per cui studiamo canto o musica. 

Ma questo cosa vuol dire in sostanza?

Colui che si avvicina convintamente a una scuola di questo genere, dovrebbe rendersi conto che non potrà accontentarsi dell'aspetto morfologico, fisico, metodologico, "sportivo". C'è un universo dietro il mondo della vocalità ridotta a "suoni", ed è proprio in quell'universo che i due protagonisti maggiori, Antonietti e Celibidache, hanno trovato le basi, i fondamenti, i principi dei rispettivi magisteri didattici che li hanno caratterizzati. In cosa si caratterizza dunque il rapporto tra un insegnante di queste scuole e chi vi si rivolge? In primo luogo dalle domande. Domande che dovrebbero partire dai discenti, ma in mancanza di ciò dovrebbero partire dall'insegnante, che però possono diventare imbarazzanti e problematiche. Ma il fatto è che un allievo in una scuola di questo tipo, di fatto dovrebbe essere conscio di volere riconoscere la verità che qui può trovare svelamento, quindi non può ridursi alla "lezioncina" e a qualche esercizietto casalingo, ma vuol dire un impegno costante e pienamente coinvolto, cioè che si apre alla intera esistenza, alla Storia, ai grandi "perché" della vita, propria e altrui. Può sembrare assurdo che dallo studio del canto o della musica in genere, possano derivare riflessioni e sostanziali discorsi riguardanti le motivazioni per cui siamo qui e cosa ci stiamo a fare. Ma questa è la tematica fondamentale di qualunque arte, che oggi chiamiamo in questo modo riduttivo, almeno nell'immaginario collettivo, che si restringe a manifestazioni esteriori e non si rende conto che queste non possono non avere un retroterra fondamentalmente di profondo pensiero. I grandi periodi storici di massima espressione artistica, cioè un lungo periodo della civiltà greca, e un più breve periodo durante il Rinascimento, hanno coinciso con unità di varie espressioni artistiche tra cui dobbiamo includere anche la filosofia, e dobbiamo affermare con sicurezza che è stato grazie a quest'ultima se si sono potuti raggiungere i risultati che tutti conoscono.

Naturalmente non si può obbligare nessuno a entrare nell'ambito filosofico se non se ne sente attratto o si sente in difficoltà ad approfondire questo tema. La scuola funziona ugualmente, però deve sapere che è vivere l'esperienza in una percentuale piuttosto esigua rispetto alla sua potenzialità reale. 

lunedì, gennaio 24, 2022

La pronuncia immaginaria

 La nostra mente, organo fondamentalmente fisico e teso a controllare e coordinare i movimenti del corpo, quando non parliamo normalmente ma intendiamo pronunciare qualche sillaba o vocale, ci guida a produrle mediante movimenti muscolari e quindi isolandole da quell'unità fiato-laringe-articolazione che si attiva durante il normale eloquio, che è SENSORIALE, cioè non dipende dalla mente volitiva, ma da quella istintiva. La mente razionale è in grado di farci parlare, ma non con la scorrevolezza e la facilità di quella istintiva, in quanto non riesce a mettere in sintonia i tre apparati. Ecco perché il compito di una grande scuola di canto artistico è quello di far diventare senso anche la produzione del parlato lontano dalla sua sede naturale (cioè dalla zona tonale in cui avviene normalmente) e nella produzione melodica o musicale del parlato, ovvero nel canto. Quando si cerca cantare emettendo vocali o sillabe o parole o frasi, subentra la mente a guidarci e quindi si spezza -o, per meglio dire, non si attiva per niente, l'unità degli apparati, per cui qualunque vocale o sillaba o parola noi cerchiamo di dire, lo facciamo meccanicamente, muscolarmente, separando l'articolazione dal suo "motore", il fiato, e dal suo organo produttore, la laringe. I tre apparati si muovono in modo scoordinato, non sapendo esattamente cosa stanno facendo, perché la "centralina" non è programmata per quel compito. Allora ci troviamo in una situazione di disorientamento, dove ogni consiglio può aiutare ma anche peggiorare la situazione. Se infatti io peroro la maggior cura della pronuncia, da un lato tendo al perfezionamento di quelle vocali o sillabe o parole, ma stimolo anche un maggior intervento muscolare, fisico. E infatti gli allievi esagerano con le "smorfie", e spingono e schiacciano facilmente ritenendo di migliorare, ma questo avviene solo in parte, e non necessariamente la parte migliore. Come ho già scritto diverse volte, la pronuncia è "immaginaria", cioè non la dobbiamo "fare", ma dobbiamo lasciare che si manifesti, noi la dobbiamo soltanto ascoltare. Quindi nessuna "boccaccia", nessun intervento interno agli spazi oro-faringei, ma solo rilassamento e ascolto, mettendosi in quella condizione passiva che ci fa credere che non riusciremo a fare niente. La nostra mente è incredula di fronte al fatto di non fare niente quando noi invece vogliamo fare, ma questo è proprio il compito dei sensi, che lavorano in assenza di una volontà attiva. Per l'appunto il parlato si comporta come il camminare, l'ascoltare, il fiutare, il degustare, cioè azioni passive, che svolgiamo continuamente senza il minimo impulso della volontà. Ho messo in elenco il camminare, in quanto si potrebbe pensare che gli organi di senso sono solo quelli inarticolati, come l'odorato o il tatto, ma in realtà già l'udito si basa su un'articolazione (martello-incudine-staffa) del tutto involontaria, come del resto avviene nella laringe. Oggi si studia l'apparato vocale nei minimi particolari come se questo avesse qualcosa a che fare con un qualsivoglia miglioramento nel canto stesso! Purtroppo il più delle volte quello porta a peggioramento, perché il pensare di agire sugli apparati toglie la fluidità e la spontaneità che consente l'unità. Quindi di fatto rompiamo l'unità. Solo quando avremo imparato ad ascoltare la nostra voce nello spazio esterno senza intervenire fisicamente, ma lasciando che ogni nostra emissione si produca liberamente, potremo raffinare e perfezionare definitivamente ogni vocale in modo da stimolare il fiato ad alimentarle perfettamente, cioè avremo creato l'esigenza respiratoria e di conseguenza avremo innescato quell'evoluzione che ci potrà portare alla completa artisticità, verità, del nostro gesto. Purtroppo mi rendo sempre più conto che questo stato di cose è davvero per pochi; non lo dico per snobismo, ci mancherebbe, io vorrei davvero che tutti ci arrivassero, ma da un lato c'è l'impazienza, da un lato il menefreghismo, più o meno volontario, di chi è più guidato dal proprio ego che dalla propria passione, ma dall'altro ancora ci sta il limite di chi non possiede l'umiltà e la vera capacità analitica e l'infinita pazienza di studiare con la finalità che ho poc'anzi esposto. E comprendo che chi vuole cantare, chi ha proprio il piacere e la voglia di cantare, non possa sopportare a lungo, se non lunghissimo, di continuare a sentirsi dire dei NO ogni volta che apre bocca. Allora si lascia fare, ci si accontenta. Chissà.

martedì, gennaio 11, 2022

Non scegliere

 Il nostro ego ci illude che possiamo essere artefici della nostra voce, cioè che possiamo scegliere la voce da emettere. Quante voci possediamo? infinite, è vero, ci sono una miriade di aspetti, fisici, psicologici, ambientali, che intervengono e possono intervenire a modificare i parametri che stanno alla base della fonazione, ma esisterà sempre e solo UNA voce "hic et nunc" che possiamo definire vera, sincera, libera, incondizionata. Non può essere scelta, perché la stessa illusione o volontà di poterla scegliere comporterà l'impossibilità di realizzarla. E' il concetto di libertà che impedisce la scelta. Se è libera, vuol dire che deve e può realizzarsi da sé, senza interventi o condizioni di alcun tipo. Si potrebbe dunque pensare che questa sia una voce "naturale"? La voce naturale è senz'altro una voce libera, che non viene scelta, ma è circoscritta al ruolo che la Natura le ha riservato all'interno dell'ecosistema. Ma all'uomo non basta questo ruolo, ha voluto trascenderlo, andare oltre (anche questa non è stata una scelta, è stata la sua natura umana, la spinta della sua spiritualità, della sua scintilla divina a guidarlo a questo passo), dunque la voce naturale non può accontentare il suo desiderio di perfezione, cioè di raggiungere quel grado di libertà che possa spingersi fino al "non oltre" fisico. Ma non appena si prova a superare quel grado di libertà della nostra voce naturale, ecco che la natura stessa che è noi, che possiamo definire istinto (perché è l'istinto che guida la specie animale) si mette di traverso, perché ci permettiamo di voler trasgredire le sue regole e i suoi cardini. Questa ambizione è anche arroganza, superbia, presunzione, e ciò non ci può guidare nella giusta direzione. Allora si può parlare di una SuperNatura, cioè di un sentiero che non trasgredisce le regole, non cozza contro ciò che possediamo, non si arroga un potere, un dominio con la forza, con una volontà predominante, ma segue umilmente e sostiene il faticoso impegno di guadagnare punto a punto - meritandoselo - il progresso che ci viene donato. Dobbiamo partire da ciò che la Natura ci ha elargito, più o meno generosamente, non discostarci nel corso dello studio, ma confrontarci continuamente con essa. Ogniqualvolta noi trasformiamo ciò che possediamo, cioè la parola, tanto nell'eloquio corrente quanto nell'espressione melodica, in qualcosa di diverso, cioè in suono anonimo (che definiremo voce cantata, voce lirica, voce impostata o mille altre accezioni) noi già abbiamo tradito, abbiamo "deragliato", non possiamo puntare all'obiettivo di trasformare in "senso" la voce cantata quale massima espressione musicale dell'uomo. Ma l'ipotesi di questa superba meta ci ottenebra lo spirito, ci spinge a volerla conquistare con ogni mezzo, si diventa avidi, ingordi, bramosi di "dimostrare" qualcosa... e naturalmente tutto ciò ci fa perdere la bussola e andare completamente fuori strada. Non scegliamo la nostra voce. Lasciamo che essa si liberi mantenendo la piena coscienza della semplice recitazione. E' mantenendo la naturalezza in ogni piccolo passo che cerchiamo di compiere, che si determinerà la conquista. Ogni artificio, ogni trucco, ogni arma che noi mettiamo in campo ci porterà un danno. Quale più straordinaria voce potrà scaturire da una liberazione di essa, come se fosse, come è, una componente animica (propria dell'anima) del nostro corpo, dotata di una energia, una bellezza (e quindi verità) che nessuno può immaginarsi.

La domanda legittima che si può porre è: ma allora tutte quelle voci che sono in grado di emettere volontariamente (scura, chiara, ruvida, dolce, ecc.), dovrei dimenticarle? Non sono funzionali a certi caratteri, certi contesti, cioè non sono necessari per eseguire correttamente determinate situazioni che si ritrovano nell'opera o in brani da cantare? Certo che sì. Allora spiegherò meglio. Dobbiamo partire da un dato, cioè che noi possiamo liberare UNA voce, propria di un soggetto. Il canto, basato su un testo, include determinati caratteri e contesti. Se nella vita reale io mi arrabbio, oppure devo consolare una persona, o devo parlare affettivamente, ecc. ecc., NON SCELGO la voce da usare! Sarà la natura a far sì che quelle parole siano pronunciate con una voce adeguata, che raggiunga le "corde" affettive dell'altra persona e incida sulla sua sensibilità. Certo che posso imitare e falsificare quel certo tipo di voce, e sarò un guitto, un attorucolo o cantantucolo. Se sono un artista, non avrò alcun bisogno di falsificare o cercare il colore o carattere da impiegare, perché sarà il contesto testuale a far sì che si determinino i giusti caratteri vocali collegati. Come ho scritto più sopra, la voce è "hic et nunc", cioè "qui e ora", vale a dire che non esiste la voce assoluta e monocromatica; la voce "vera" si adatterà in base al nostro stato d'animo, ma non sarà una scelta, ma una determinazione complessiva (olistica) della mia natura umana (cioè natura più spiritualità).

Sempre naturalmente, siamo uomini, e come tali siamo legati a tutte quelle brame che ci impediscono di scegliere la semplicità, la bellezza, la purezza, la serenità, la calma, e dunque impediscono alle nostre attitudini più straordinarie, di manifestarsi pienamente e liberamente, perché, quando ci accorgiamo di possederle, le vogliamo estrarre subito, con forza, con violenza, perché le vogliamo possedere, le vogliamo dominare, vogliamo farne strumento di sfoggio, di apparenza, di narcisismo per i nostri desideri più materiali e mondani. La voce, come ogni altra arte, se così la vogliamo trattare, deve servire agli altri. Dobbiamo donarla, metterla a disposizione affinché le persone possano percepire e vivere le qualità che sono in loro.

sabato, gennaio 01, 2022

Il raggio laser

 Ho sempre invitato allievi e simpatizzanti che leggono questo blog, a TOGLIERE, ad ASSOTTIGLIARE, ad ALLEGGERIRE, e ogni altra incitazione diminuente. Per contro a NON SPINGERE, non PREMERE, non COSTRUIRE, non FORZARE e ogni altro "NON" legato ad azioni volontarie. Il sunto è: lasciare che la voce esca senza alcun nostro contributo attivo. Il nostro corpo è in grado di far scaturire un suono bello, pieno, sonoro, ampio, ricco senza che noi interveniamo, anzi proprio nel momento in cui noi NON facciamo niente per farlo. E' un concetto di disarmante semplicità, ignoto alla nostra mente, perché troppo facile, eppure è ciò che facciamo regolarmente quando parliamo, quando camminiamo, e facciamo molte altre cose spontaneamente, senza pensare. Ed ecco quindi anche il mio suggerimento a NON PENSARE. Purtroppo questo è il contrario di ciò che dicono tutti gli insegnanti, e spesso anche a me talvolta viene da dire: "pensa...". Ma quando me ne accorgo mi correggo, e subito riparo, NON PENSARE, lascia che la voce "si canti" da sé. Ma questo non basta, non basta mai. E' impossibile sradicare questa forza dalla nostra volontà, visto che è sostenuta implacabilmente dal nostro istinto e dal nostro ego. E' solo con l'insistenza e l'esempio adeguato che man mano ci si può avvicinare, e poi con il costante impegno a prendere coscienza. In ogni modo provo in tutti i modi a dare contributi che possano aiutare in questo avvicinamento. 

Il fatto di perorare la causa della voce fuori, comprendo che può indurre l'allievo a premere e spingere, credendo che bisogna far ciò per ottenere quel risultato, mentre è esattamente l'opposto. Ma c'è anche il discorso delle proporzioni e della quantità. La quantità è sempre opposta alla qualità. Ritenere di dover far uscire tanta voce (e magari grande) non può che peggiorare la situazione. Ciò che serve è una quantità minimale di voce, che abbia però caratteristiche tali da potersi espandere, anche in quantità, nello spazio esterno. Cercavo qualche analogia, un filo di seta, forse, ma è sempre qualcosa di fisico e materiale, per quanto delicato e sottile. Alla fine ciò che può rappresentare al meglio questo percorso è un raggio laser (innocuo), cioè un microscopico filamento luminoso, quindi senza materia, pura luce, qualcosa che non può essere governato dai muscoli, che scorre senza coinvolgere i muscoli o gli apparati, del tutto autonomo. 

Quindi dobbiamo giungere a una dematerializzazione del flusso vocale, arrivare pressoché a perdere la percezione della voce (propriocezione), al massimo sentire uno sfioramento del palato. Questo "raggio laser" percorre dalla trachea fino al palato alveolare ed esce libero quasi bucando l'osso mandibolare, senza per questo subire alcun rallentamento o freno. E questo micro raggio, una volta all'aperto si apre come un fiore, che può assumere anche dimensioni ragguardevoli, ma solo in virtù di qualità endogene, non per spinte o pressioni indotte dalla nostra volontà. Questo livello elevato, potrebbe presentarsi anche naturalmente in qualche raro soggetto, ma le possibilità che restino in un cantante per molto tempo sono assai remote. In arte ciò che vogliamo (o vorremmo) che risultasse radicato in noi, necessita di essere vissuto con piena coscienza. Questa è la vera difficoltà. 

Alla base c'è il sospiro. Quando si vuol emettere un suono, c'è sempre la volontà di dovergli infondere energia per farlo uscire ma soprattutto per fornirgli potenza, grandezza, forza, timbro, ecc. Non siamo pronti ad accettare che possa uscire pressoché da solo con tutte le caratteristiche utili allo scopo. Ma sarebbe anche logico quando si è iniziato da poco lo studio, però non impossibile. Partiamo dal constatare che il parlare in genere non ci costa alcuna fatica, consuma solo fiato e nemmeno tanto. Cantare può raggiungere la stessa condizione, anzi, potenzialmente lo è fin dal primo momento. L'unico problema è che c'è un cambio di condizioni, cioè non ci appartiene più nel mondo dell'incoscienza, sentiamo la necessità di sapere come fare a cantare, non lo sentiamo procedere autonomamente, o per lo meno non pensiamo che possa succedere. Questo stato di inconsapevolezza ci rende se non incapaci non del tutto capaci, e quindi ci affidiamo alle nostre ragioni fisiche per sopperire, e queste causano i guai. Se riuscissimo a cantare senza pensiero, senza paure, senza volere fare chissà che, avremmo quello che si può definire un canto "naturale", che volendo è già un buon risultato. Il problema che si pone è, anzi sono, le spinte, le reazioni istintive endogene. Ecco dunque che non si può fare a meno di una disciplina che porti il parlato-intonato a un livello superiore. Non mi dilungo ulteriormente, rientrando l'argomento in tesi già ampiamente esposte e ampiamente presenti nel blog.

venerdì, dicembre 17, 2021

La tensione della frase

 Come in musica, ogni frase che pronunciamo sottostà a un processo tensivo, che è fondamentale per la vita della frase stessa, ovvero della sua energia comunicativa. Quando voi ascoltate qualcuno che parla, indipendentemente da quanto sia competente nella materia e quanto volonteroso di argomentare, se non è in grado di instillare tensione, che è poi energia, nel suo discorso, ci annoieremo, ci addormenteremo, non seguiremo i suoi ragionamenti. Nella disciplina di apprendimento del canto, noi abbiamo una doppia necessità, cioè quella di infondere tensione sia dal punto di vista musicale che testuale. E' fondamentale perché ogni qualvolta abbandoniamo la frase al proprio destino, l'energia decadrà e risulteranno carenze e difetti. Per es. se noi abbiamo "Ricordi ancora il dì che c'incontrammo", ci sono dei punti, come la I finale di "ricordi", e quella di "il", che essendo punti deboli, si tende a saltarli. Ma ci sono frasi dove gli "angoli bui" sono ancora più nascosti e dove gli aspiranti cantanti tendono a saltare le vocali. Per es. "me lo ha detto", si tende a spianare in "me l'ha detto", oppure quando si incontrano vocali, ad es. "quello è un", si tende a dire: "quell'e un", cioè si evita di rimarcare l'accento del verbo, sopprimendo anche la prima "o". Ma c'è di peggio. Nell'aria "vaga luna" di Bellini, l'esecuzione più corrente è: "Vaga lu-nàà che inaarge--- ènti", vale a dire che si spezza la frase e anche le parole. Intanto è frequente sopprimere il punto di valore di "va-ga", poi non si mette in luce sufficientemente che l'accento tonico di "Luna" va sulla "U", quindi "na" deve essere àtono, senza accento e quindi a diminuire, infine che le "e" di "inargeeenti", dove cade l'accento tonico, devono restare legate e sonore allo stesso livello, mentre in quel punto ne succedono di tutti i colori. Sto facendo esempi a caso, ma il problema di fondo è far sì che ogni frase mantenga la sua vitalità per tutta la sua durata. Per questo è utile prendere le frasi dei brani che si intendono cantare e ridurli a esercizio su una, tre note in terza e in quinta, su arpeggio di quinta e di ottava o su cinque note contigue, affinché le si impari a pronunciare in modo non solo esemplare, ma tensivamente corrette. Poi c'è la questione musicale. In cosa consiste la tensione musicale? Nel testo può essere più semplice perché conoscendo il significato delle singole parole e della frase nel suo insieme, abbiamo più facilità a trovare i punti forti e quelli deboli, ma nella musica non è sempre così facile. Il compositore come riesce a gestire la tensione? con i contrasti. Ci sono contrasti ritmici, melodici, armonici... Un intervallo estraneo all'armonia, un'appoggiatura, un intervallo difficile o meno usuale, un movimento cromatico, un accordo "lontano" dall'armonia di fondo, un cambio di ritmo, ecc., sono tutti accorgimenti per dare il giusto equilibrio tensivo. La tensione infatti non deve sempre e solo crescere, tutt'altro, è un "gioco" di togliere e mettere in un disegno complessivo, che chi studia musica dovrebbe (!!) conoscere e applicare ai brani. Molto spesso infatti capita che i brani apparentemente semplici vengano bollati di faciloneria e noia, il che è vero, ma solo quando sono male eseguiti, come appunto "vaga luna". Lo stesso capita per alcune arie di Tosti e persino in brani di Mozart. Imparare e meditare su dove vanno gli accenti, dove il brano va "a più" e dove "a meno", come vanno orientate le ripetizioni, anche di piccoli gruppi di note.. C'è un mondo da studiare, e un mondo di gioia da vivere quando queste cose le si fanno, le si sanno proporre e si "rianima" il brano. 

mercoledì, dicembre 08, 2021

La scala immobile

 Per vari motivi, anche psicologici, quando si esegue una scala ascendente si tende pressoché sempre a incrementare l'intensità. Questa pulsione si sposa quasi sempre, nel caso di suoni legati, a "cucchiaiare", ovvero immaginare di prenderli dal basso e dal retro e ruotarli nella cavità faringea per spedirli da qualche parte, a volte verso la bocca, a volte verso la parte alta del volto, per l'idea della maschera, come scritto nel post precedente. Ovviamente questo è tristemente e gravemente erroneo. E' dovuto principalmente a un grosso equivoco, e cioè assimilare i suoni alle vocali. I suoni si formano interiormente e lì restano; le parole, quindi anche gli elementi costituenti, se fatti con piena intenzione significativa, si formano compiutamente all'esterno. Fanno eccezione le consonanti, ma col tempo si noterà che anche il suono derivante dalla consonante, che è sempre legato alla vocale che segue, potrà nascere e svilupparsi fuori. E' molto evidente il fatto che se eseguiamo una scala con una vocale staccando ogni singola nota, avremo un risultato diverso dall'esecuzione con suoni legati, perlomeno nella maggior parte dei casi. Questo perché legando si ha la tentazione di cucchiaiare, cioè di muovere, ruotare, il suono internamente, soprattutto dal basso verso l'alto e dal posteriore verso l'anteriore. Ma il focus, il termine assoluto di attenzione per l'educazione vocale e il canto deve essere la parola pura e sincera, cioè ricca del suo significato comunicativo. Quando questa condizione si manifesta non si potrà fare a meno di notare che è esterna, autonoma, slegata da ogni muscolo e ogni apparato, che ci sembrerà vuoto, non più coinvolto attivamente nella produzione. E anche noi saremo sempre più distanti, ridotti ad ascoltatori, spettatori di quanto avviene, come se non fossimo noi a cantare. 

Allora riduciamo, come è sempre giusto fare, l'esercizio a pochi elementi semplici. Due note contigue, con la stessa vocale. Facendo le due note staccate tra di loro e pronunciando correttamente, senza schiacciare, spingere, ecc., noi otterremo facilmente due vocali uguali; se le leghiamo ci sono molte probabilità che la seconda venga più forte e diversa dalla prima, per quanto detto prima. Il primo tentativo di correzione consisterà nel fare qualche volta le due note staccate e poi cercare di farle uguali nel legato. Ma spesso il giochino non funziona, perché pronunciare perfettamente mentre si legano i suoni sembrerà quasi impossibile. Allora si passa al rilassamento. Prima di cambiare nota, è bene rilassare tutti i muscoli e diminuire un po' l'intensità del primo, dopodiché pronunciare nuovamente sulla seconda nota (facendola anche più piano della prima). Dovrebbe essere migliorata la situazione. Ci si dovrebbe accorgere, a quel punto, che non si agisce più fisicamente, ma si è come costruito un ponte tra l'interno e l'esterno puramente aereo, senza materia, senza sostanza. E' l'alimentazione della parola, che sta fuori. Da questo e analoghi esercizi, si addiviene a comprendere che non esiste più quel legame psicologico tra altezza tonale e altezza interna dei suoni, per cui al salire delle note sale anche "qualcosa" dentro di noi, e viceversa. La cosa meravigliosa consisterà, a un certo punto, che si perde in gran parte la nozione di nota acuta e nota bassa, tutto si svolgerà solo in una dimensione immobile davanti a noi, come se creassimo una sfera vibrante ma impalpabile, che si dilaterà o si contrarrà in base all'altezza tonale e all'intensità, ma resterà immobile nella sua posizione verticale. L'idea di "gonfiare" e ridurre le dimensioni, il raggio, di questa sfera, è l'unico cambiamento da immaginare. 

domenica, dicembre 05, 2021

L'energia per il fiato alto

Tutte le scuole di canto, o quasi, indirizzano i loro allievi affinché mandino internamente la voce in alto. Questo ha creato grossi equivoci, come la questione della maschera, intendendo far sì che la voce venga inviata nelle cavità superiori del volto: naso, occhi, zigomi... come se la voce fosse un oggetto! Che le cavità e le ossa spugnose della parte superiore e anteriore del cranio abbiano una parte non marginale nell'amplificazione vocale, è indubbio, l'errore. grave,. sta nel ritenere che "la voce" debba essere inviata in quelle zone. Oltre a essere quasi impossibile, se non innescando vari difetti, è sciocco, velleitario, illusorio. Pensare di alzare la voce, ovvero le vocali, le parole, laddove non possono essere articolate, giacché gli organi articolatori sono nella meccanica oro-faringea, è una cosa assurda, così come lo è ritenere che la voce debba salire oltre la fossa nasale, senza contare che si chiede di alzare il velopendulo laddove questa operazione impedisce di fatto alla voce di passare a quello spazio. E senza contare poi che il cercare di salire oltre la bocca significa anche alzare la base del fiato dal diaframma, togliendo appoggio. Ma se voi provate a negare la maschera, vi salteranno addosso come foste eretici, perché ormai è "il verbo". Per la carità, se vogliamo intendere "canto in maschera" come un canto bello, sonoro, ricco, espansivo, ecc., mi sta bene, purché non gli si voglia attribuire una accezione fisica. L'errore sta in quanto dicevo prima, cioè volere alzare la voce oltre il palato, che è in realtà è una presenza fondamentale, è colui il quale, grazie alla sua piega, fornisce alla colonna di fiato-voce, il punto di appoggio superiore che consente il controllo diaframmatico, almeno per un certo periodo, impossibile con altri velleitari metodi. 

Cos'è dunque quella sensazione di canto alto, per l'appunto che ha preso il nome di "maschera", sbandierato ai quattro venti? E' la diffusione vibrazionale del suono che si va a infrangere sull'osso mandibolare e nel palato alveolare, giusto dietro ai denti anteriori superiori. Quello è il nostro "ponticello", proprio come negli strumenti a corde. E' tramite la concatenazione delle ossa del volto che gli spazi presenti posteriormente donano il loro contributo amplificatorio, collaborando alla pienezza timbrica e cromatica, nonché di volume e intensità. Ma questa qualità non potrebbe esistere se la voce fosse tenuta interiormente, come pure negli strumenti ad arco; la sintesi del processo vocale può solo esprimersi compiutamente oltre il percorso, all'esterno, non "coprendo" i suoni, che rischiano di andare sempre più verso l'interno, ma in quella condizione apparentemente aperta, che ho definito "tutto petto", dove la voce assume una omogeneità e una possibilità di articolazione perfetta, quindi di una dizione attoriale su tutta la gamma. Ma a cosa è dovuta, e come si raggiunge? 

Il fiato-voce, affinché tutto funzioni a meraviglia, deve scorrere perennemente sfiorando il palato. Questo credo che molti lo sappiano e lo cerchino, ma proprio in questa ricerca sta il difetto, cioè la volontà attiva di voler alzare la voce, che invece crea solo tensione. Non è possibile, ovvero è un errore che causa carenze e difetti. E' il fiato il motore di tutto, quindi deve essere la sua energia a far sì che resti e scorra sempre in quella posizione, e questo, capirete, è un impegno davvero rilevante, che il nostro istinto non accetta di buon grado. 

Due sono le azioni didattiche: gli esercizi per allenare il fiato, che non ha senso allenare da solo, ma sempre in combinazione con la voce, ma non solo con i vocalizzi, che sono una dimensione astratta, poco comprensibile dalla mente, ma con il parlato prioritariamente, il più semplice ma vero possibile, poi con sillabe e infine con vocali tratte dal parlato e contestualizzate nella dimensione emotiva, giacché le vocali sono, nascono, da una manifestazione di emozioni. La seconda cosa è il maggior rilassamento possibile di tutti gli organi superiori: bocca, collo, spalle, petto, nuca. Quindi diciamo testa e torace. Questo non sarà per niente semplice nei primi anni di studio, quando potrà essere invece necessario fare esercizi articolatori e impiegare le labbra nel controllo diaframmatico. Ma appena possibile, occorrerà lasciare ogni impegno e ogni rigidità muscolare e provare a rilassare, lasciare andare tutto e mettersi ad ascoltare la voce fuori di noi, non collaborando attivamente, non facendo pressoché nulla, lasciando che la voce manifesti sé stessa come fosse indipendente da noi, dotata di una capacità autopromozionale. La nostra mente non può comprendere questa possibilità, ci guiderà a contrastare, a voler fare per forza qualcosa, a spingere, premere, alzare o abbassare, tirare, schiacciare in qualche modo, usando i muscoli, le ossa, le articolazioni. Quando si innescherà quel fiato virtuoso in grado di promuovere la voce a gesto artistico compiuto, sarà come aver compiuto una magia. La voce diventerà forte, ricchissima, piena di colori, di volume; non esisterà più l'altezza tonale, tutta fuori e legata indissolubilmente alla parola, che non dovrà mai mancare. 

E' "gratis"? No, non ci costerà niente in termini fisici, si può cantare all'infinito, ma avrà un elevato costo nel fiato, perché quell'energia indispensabile per mantenere l'altezza la si pagherà, almeno per un certo tempo. Allora si potranno comprendere certe frasi di grandi cantanti, tipo "si canta con tutto il corpo", o "si canta tutto in falsettone". E sì, perché l'annullamento dei registri, rende la voce talmente priva di peso muscolare, fisico, da sembrare un falsetto gigantesco, che vive solo di fiato, senza altro sostegno. 

In ogni modo le regole sono: non pensare di alzare il suono, lasciarlo scorrere e sentire la pronuncia perfetta sulla punta di esso, esternamente. Piano piano si alzerà da sé mettendo in moto tutto un processo respiratorio in evoluzione energetica. Rilassare, lasciare andare senza intervenire. ... TOGLIETEVI DI MEZZO! Non disturbate il vostro corpo e il vostro spirito, che sanno cosa fare, voi mettete solo i bastoni fra le ruote. Non siate presuntuosi, credendo di saper fare cose che neanche vi potete immaginare. L'umiltà consiste proprio nel lasciare andare. Limitatevi ad ascoltarvi nell'ambiente, e non vi dovete MAI vergognare di sentire una voce semplice, vocali vere e pure, parole significative. Abbiate fede e fiducia in voi stessi, nel vostro fiato e nella vostra possibilità di fare arte. 

venerdì, dicembre 03, 2021

"Tutto petto"

 Alcuni anni fa c'era una simpatica pubblicità, anche se con una punta di cinismo, in cui un (presunto) Babbo Natale veniva scoperto da un bimbo in cucina ad abbuffarsi; però a quel punto il bambino voleva partecipare al banchetto e quindi il Babbo in atto di mettergli qualcosa nel piatto, gli chiedeva: "petto o coscia?", il bambino, come sempre, sorridente gli rispondeva: "Coscia", al ché il dispettoso intruso, con malefico ghigno gli mostrava la padella: "tutto petto", mortificando il povero bambino, che rimaneva all'asciutto. Ovviamente questo non c'entra niente con quanto vado ad esporre riguardante il canto, era solo per introdurre l'argomento con un sorriso e con un riferimento verbale, il petto.

Come è stranoto, il settore centro-grave della voce umana viene storicamente definito "registro di petto", da una antica sensazione di vibrazione delle cavità toraciche attraverso i legamenti della laringe all'osso sternale. La studio anatomico della laringe ha in seguito osservato che i cosiddetti registri sono dovuti ai diversi atteggiamenti delle corde vocali, al coinvolgimento di muscoli intrinseci o estrinseci alla laringe stessa e ai movimenti complessivi delle cartilagini. 

Altra cosa nota è che il parlato comune si esplica nel registro di petto, almeno per la quasi totalità del genere maschile, e poco meno nel genere femminile. Qualche maschio, perlopiù per problemi nel periodo della muta, talvolta resta in quella modalità nota come "falsetto" (inteso della donna). Un tempo molto più donne di oggi parlavano in falsetto, ma questo toglieva autorità, e per volersi adeguare alla figura maschile, anche le donne hanno preso a parlare più diffusamente in registro di petto.

Per contro è successo che in campo femminile, più facilmente in campo sopranile, in tempi recenti si è andata consolidando, per motivi assurdi, la tendenza a evitare il più possibile il ricorso al registro di petto, preferendo anche nelle note centrali, sempre quello di falsetto-testa, adducendo come ridicola spiegazione che quella è la voce "impostata". Conseguenza di simili idiozie è che le voci femminili che vengono indirizzate in tal modo, perdono gran parte della loro pienezza nella zona centrale e si privano di un fondamento per tutta l'educazione vocale. 

Per la verità, due sono le motivazioni sostanziali per questa scelta: la mancanza del "passaggio" e le risonanze "in maschera". Per tutte le voci, da sempre, si è sempre posto il problema del cosiddetto passaggio dal registro di petto a quello di falsetto-testa. Per le donne dotate di un robusto registro centrale, resta spesso il problema di un difficile amalgama con un falsetto che nelle note centrali è alquanto fievole. Renderli continuativi senza scalini e "singhiozzi" è molto difficile (e di questo parlerò tra poco), per cui fare tutto in falsetto è la strada più facile, ma anche la più sbagliata. L'altra questione, nata con tutta la teoria della "maschera", è che il petto sarebbe "basso", cioè non in maschera, mentre lo sarebbe il falsetto-testa. Anche questa è una teoria ridicola. Intanto tutta la questione della maschera è una teoria piuttosto artificiosa e soggettiva, che crea più carenze e difetti che vantaggi, ma che il petto non possa avere le stesse virtù amplificative del falsetto, non sta né in cielo né in terra. E lo stesso dicasi per l'idea della voce "impostata", che crea solo artifici e ingolamenti.

Tutta la materia dei registri è, tanto per cambiare, legata alle carenze respiratorie, non intese in senso quantitativo, ma qualitativo, ovvero energetico. Il nostro sistema corporeo individua gli aspetti e i tratti ove è necessaria energia, e naturalmente la sottrae laddove non è necessaria. Necessario inteso in senso vitale. La voce parlata comune, essendo compresa nel nostro DNA, è considerata se non primaria, comunque rilevante, Viceversa, per tutto il resto della gamma, l'energia respiratoria non è più considerata necessaria, e quindi è carente per le nostre necessità vocali canore. I più ritengono che la respirazione sia carente sotto l'aspetto quantitativo e quindi fanno molti esercizi per aumentarla, ma questo, pur non essendo negativo, a meno di compiere errori di irrigidimento, non contribuisce al miglioramento vocale. Quello che poco è compreso è che la respirazione deve essere ABBINATA alla voce se si vuole che si sviluppi e cresce in senso qualitativo energetico. 

Il settore cruciale per le donne è soprattutto quello centrale, per gli uomini l'acuto (poi anche per le donne, ma in misura minore). 

Esercitando il parlato femminile in zona di falsetto (fa3-do#4), i problemi si presentano in modo evidente. La maggior parte delle donne ha nette difficoltà a pronunciare in modo convincente, ma molte lo fanno proseguendo in registro di petto, il che è possibile, ma con diversità soggettive in base al tipo di voce. Le voci molto leggere sono in grado di salire anche fino e oltre il do4 con un petto brillante, non particolarmente urlato, e talvolta anche gradevole. Sono le voci che perlopiù si dedicano a generi come il pop, il jazz, il blues, il rock... difficilmente sono voci che possono dedicarsi alla lirica, ma ci sono diverse eccezioni. Altre voci hanno nette difficoltà a salire di petto oltre il sol-la, e se ci provano vanno incontro a rotture improvvise. Inoltre anche quando ci provano, gridano in modo esacerbato e inopportuno. 

Come ho scritto e divulgato in tutti i modi possibili, mediante i giusti esercizi, si può provocare una EVOLUZIONE respiratoria in senso vocale, per cui piano piano si genera una condizione del fiato tale per cui accanto alla attività fisiologica esso svolge una funzione di ALIMENTAZIONE perfetta della strumento vocale. Quando ciò viene raggiunto, noi subiamo anche una modificazione fisio-anatomica per cui durante il canto non incontriamo più le due condizioni dette registri, ma restiamo su tutta la gamma in un unico atteggiamento che possiamo definire "corda unica", dove le corde vocali graduano gli atteggiamenti che definiamo registri, che restano quasi sempre entrambi presenti, tranne proprio nelle sezioni estreme. 

Ma torniamo alla base. La cosa più interessante, evidente e meravigliosa, è che salendo dalle note più basse a quelle centrali, dove prima c'era lo scalino e la persona si sentiva quasi rassicurata nel sentire che era entrata nel registro di falsetto, ora si prosegue sentendo che si può parlare in modo franco, sincero, recitante, diretto. Questo all'inizio spaventa, perché si ha il dubbio di essere ancora nel petto (la qual cosa dovrà essere rilevata, eventualmente, dall'esperto maestro). Ma se così non è, ecco la meraviglia: si parla davvero intonando, senza alcuna diversità, senza scalini e cambi di colore. Un obiettivo tanto straordinario quanto di lungo e paziente raggiungimento. Purtroppo anche la psicologia qui ha un ruolo. La cosa ancor più meravigliosa è che la conquista di questo livello di perfezionamento non solo permette la recitazione infallibile del testo, rendendo artisticamente molto più avanzata l'esecuzione sul piano espressivo e musicale, ma permette alla voce una espansione acustica, sonora, nell'ambiente incredibilmente maggiore. E' il raggiungimento del Nuovo Senso Fonico, cioè del superamento di ogni ostacolo istintivo. Non si tratta di crederci o di convincersi, si tratta di avere la fiducia nel proprio fiato, nella pazienza, nella volontà di dedicarcisi con abnegazione e nel concentrarsi sul tutto. Quando si pronuncia una frase, non c'è sillaba, congiunzione, o parola che possa essere sottostimata. Tutto ciò che concorre a esplicitare una frase deve essere perfetto, niente escluso. Ogni vocale o consonante ignorata si "vendicherà" togliendo significato e facendo venir meno l'unità complessiva. Ascoltate più che pensare, che serve a poco. Lasciate che la musica che è in voi possa esprimersi attraverso voi. Gustate le parole di ciò che cantate, senza spingere, senza premere, senza appoggiare, senza girare, senza alzare, senza tirare, senza schiacciare. Parlare e basta, con la semplicità e la scioltezza con cui parlate regolarmente. Questo, ovviamente, quando il vostro fiato ve lo permetterà. 

giovedì, novembre 25, 2021

Sull'intonazione

 Diciamo subito che l'intonazione è il vero problema del canto, ovvero il fermare la voce su un suono determinato. La voce parlata naturale raramente si intona su una nota singola e questo perché causa un considerevole aumento di energie da impiegare. Quindi nel momento in cui si passa dal parlato comune a un suono intonato, o anche il parlato intonato, per i nostri apparati e per l'istinto, nasce un problema, cioè l'intenzione di svolgere un'attività non realmente naturale, cioè compresa nella dotazione vitale, ma che esula da essa e può anche mettere in difficoltà le funzioni vitali, in quanto necessita di un diverso impiego della funzione fondamentale, cioè la respirazione. Questo è un motivo per cui iniziare lo studio del canto con vocalizzi non è una scelta del tutto saggia, ma occorrerebbe per prima cosa lavorare sul parlato semplice, giacché è sempre carente rispetto un suo uso evoluto. Però i problemi non si limitano a questo, che è già piuttosto serio. Nel momento in cui si intona una vocale, che è un'attività straordinariamente difficile, nella sua semplicità, se intesa in senso di una emissione perfetta, e si intende cambiare l'intonazione (diciamo passare a un'altra nota o fare un intervallo), per una pulsione istintiva, si mettono di mezzo i muscoli, specie quelli del faringe, e invece di muovere il fiato e la pronuncia, si tende a muovere i muscoli. Purtroppo l'uso del fiato e della pronuncia è qualcosa che sfiora l'astratto. Poche persone si rendono pienamente conto del fatto che la vocale non ha e non deve avere un attacco fisico, cioè nel momento che si emette una qualunque vocale, il punto di attacco non deve essere in nessun luogo fisico all'interno dell'apparato vocale, ma si trova sulla punta del fiato all'esterno della bocca. Figuriamoci l'errore del Garcia, che consiglia di attaccare la "A" mediante un colpo di glottide! Cioè quello che io definisco un "consonantizzare" una vocale. Ma il problema non si esaurisce nell'attacco, ma riguarda soprattutto i movimenti musicali, cioè gli intervalli, soprattutto discendenti. Nel momento in cui si decide di passare da una nota ad un'altra, si iniziano subito delle "manovre" perlopiù muscolari, ma che possono riguardare anche il fiato e la laringe, oltre che il faringe, nonché la mandibola e probabilmente altre parti, sia ossee che cartilaginee che muscolari. Per questo motivo lo studio del canto è così lungo e laborioso! Staccare la voce da tutti questi lacci e lacciuoli fisici è un'opera certosina, che richiede una pazienza biblica. Potrei arrivare a dire che compiendo un intervallo qualsiasi, e mantenendo la stessa vocale, in realtà non dovrebbe muoversi quasi niente, né fiato, né muscoli, né labbra, né lingua, né faringe, né glottide... perlomeno volontariamente. Ma anche involontariamente dovrebbe restare tutto pressoché immobile (ma non rigido, assolutamente). Compirà un movimento solo la laringe, in particolare le corde vocali, e il fiato dovrà disporsi qualitativamente nella condizione di alimentare quel nuovo suono, il che però non consta in un movimento ma in una diversa densità. Questo potrà portare a micromovimenti dell'apparato sovrastante, lingua, velopendulo, faringe, ampiezza orale, ma talmente piccoli e involontari da non essere quasi colti. Ma purtroppo questo è il risultato atteso, non certo quello che la maggior parte degli allievi, anche di lungo corso, avvertono, perché l'attaccarsi ai muscoli sarà sempre la tentazione più forte e più maledettamente difficile da liberare. Nella formulazione delle vocali, nonostante esse si formino anteriormente alla bocca, necessitano di forme oro-faringee proprie. Queste forme di per sé sono naturali e non creano alcun problema di nessun tipo. Quando parliamo scioltamente si formano, si alternano senza alcuna difficoltà. Però nel momento in cui cantiamo, quindi le emettiamo intonate, nascono delle pulsioni interne che ci portano a compiere delle manovre, sia sui suoni singoli che, e soprattutto, nei movimenti intervallari. La "é" e la "i", in particolare, dove la posizione della lingua è particolarmente alta, induce i cantanti a cercare uno spazio anteriore che non c'è, e di conseguenza a premere sulla "gobba" della lingua, schiacciandola verso il basso, alla ricerca di quello spazio. Questo accade soprattutto quando ci si sposta da una nota all'altra, quando per ribadire e/o /ri)pronunciare una vocale, non lo si fa esternamente, come dovrebbe essere, ma non è facile, ma si dà un accento, una "botta", e la vocale la si pronuncia internamente, mettendo in moto vari muscoli. Mi spiego meglio: se faccio una melodia con una serie di "E", quindi un vocalizzo, esse sono tutte uguali, il cambiamento riguarderà la disposizione delle corde vocali e del fiato che le alimenta, ma non dovrebbe riguardare l'apparato articolatorio, o meglio, non riguarderà movimenti volontari e in modo quasi inavvertito le sensazioni di modifica. L'unica sensazione dovrebbe riguardare il flusso, il transito della corrente aerofona tra la lingua e il palato. Ma appena si materializza nella mente la volontà di cambiare nota, ecco che subentra lo stimolo di premere (questo accade con tutte le vocali, ma le conseguenze sono meno evidenti con la A, è, O ed U). Allora ecco l'esortazione ad alleggerire, a non premere, a non dare accenti e a favorire solo il transito dell'aria come se accarezzasse lingua e palato, senza il minimo stimolo a schiacciare verso il basso (che se anche c'è deve essere neutralizzato, cioè non ascoltato). La questione è lunga, quindi mi fermo qui e la riprendo in altro post.

mercoledì, novembre 10, 2021

Le energie "sottili"

 In tempi recenti si fa un gran parlare di energie sottili, cioè differenti da quelle più scientificamente studiate e rilevanti. Sono argomenti che attengono all'esoterismo e alle scienze occulte. Non intendo riferirmi a quelle, perlomeno non direttamente, anche perché le mie conoscenze in merito sono molto superficiali. Più semplicemente voglio riferirmi a energie meno violente, meno materiali. Chi canta e ancor più chi studia canto, si sente impegnato in una dura lotta per emettere la voce, specie quando si entra nell'ambito del registro acuto. Sembra una lotta interna al proprio corpo. Su questo argomento credo che pochi si siano realmente soffermati a meditare. Facciamo un raffronto: se emettiamo dell'aria, cioè espiriamo, che sia un alito o un soffio, ci costa pochissimo, non avvertiamo particolare difficoltà o impegno fisico, a meno di arrivare proprio a fondo fiato, nel qual caso dobbiamo "premere" per svuotare i polmoni. E' anche vero che tale emissione può durare solo pochissimo tempo; anche se abbiamo fatto una inspirazione profonda, l'espirazione non potrà durare che pochissimi secondi. Parliamo di un tubo libero, aperto, che si svuota rapidamente in quanto non trova niente che lo rallenti, nessun ostacolo. Sarebbe la cosiddetta "resistenza". Le corde vocali, quando si adducono perché abbiamo intenzione di cantare o parlare o fare un qualsivoglia suono, rappresentano una resistenza che il fiato deve vincere. Però a questo punto dobbiamo porci delle domande. Se intendiamo parlare o emettere semplici suoni in una zona comoda, anche questa operazione ci costerà pochissimo in termini di impegno e quindi di consumo energetico. Le cose cambiano, e molto, se vogliamo cantare molto più forte e/o in una zona della gamma più acuta. Un dato inoppugnabile è che le corde vocali si tendono e si ispessiscono quando la richiesta va in queste ultime direzioni, e questo indubitabilmente richiede un maggior apporto energetico, in quanto il fiato dovrà assumere maggiore pressione per vincere quella maggior tensione. Ma la domanda è: possibile che ci sia davvero tutta questa differenza tra il quasi niente del parlato e dei suoni centrali, anche piuttosto forti, e gli acuti (aggiungiamo anche il colore oscuro)? A cosa sarebbe dovuta tutta questa differenza?. Le corde vocali sono muscoletti piuttosto ridotti di dimensioni; possono, sì, presentare una resistenza notevole (che può essere accentuata da una chiusura glottica - comprese quindi le false corde - più energica), ma dovute ad azioni non vocali, ma di carattere meccanico, e più precisamente posturale. Quindi dobbiamo considerare che la laringe e l'apparato respiratorio non stanno lì solo per consentirci di parlare e di cantare, ma per altri scopi che dal punto di visto vitale risultano prioritari. Allora non possiamo non considerare che: 1) la voce dal punto di vista della vita animale risulta secondaria rispetto allo scambio gassoso e alle necessità posturali; 2) che è strutturata in due zone, una, quella centrale, solitamente, utilizzata per il parlato e considerata rilevante e contenuta nel nostro DNA, per cui non ostacolata, e una zona decisamente meno considerata, seppur concessa, che possiamo definire di voce gridata, utile per necessità e questioni di vita sociale; 3) che un'emissione canora, su tutta la gamma, non è considerata, in quanto non utile per la vita fisica, dunque non compresa dalla nostra mente "animale", non contenuta nel DNA e quindi non capita e confusa con altre attività. In particolare, quando si sale nella zona acuta, l'istinto confonde l'emissione vocale con gli sforzi posturali, un meccanismo che aiuta il corpo a mantenere o ritrovare la posizione eretta nonché ad assorbire gli sforzi, in sinergia con gli apparati muscolari esterni. In fondo è tutto qui. Tra "noi", intesi come coscienza propria, e il nostro corpo, che funziona principalmente con un "programma" fisico di natura animale, c'è un'incomprensione, anzi possiamo dire ce ne siano parecchie, perché tutto ciò che noi vorremmo fare che esula dai semplici principi esistenziali, non viene compreso e di conseguenza ostacolato dal nostro corpo/istinto. Quindi il difficile compito dell'insegnamento del canto, consiste(rebbe) nel far annettere il canto nel quadro delle azioni "comprese", cioè consentite e capite dal nostro corpo come tutto ciò che lo è esistenzialmente, a cominciare dal parlato, che non necessita di allenamento. Arriviamo al punto: quando affrontiamo note acute, forti e o scure, noi siamo portati a investire un elevato grado di energia, ma non siamo "noi" che facciamo volontariamente questo, noi siamo indotti a ciò dal nostro istinto che, non capendo, crede che vogliamo affrontare uno sforzo o riprendere una corretta postura eretta (per questo è molto importante stare sempre ben diritti quando si studia). Per questo motivo egli "ordina" al nostro diaframma di contrarsi e alla glottide di chiudersi. Quindi si crea una situazione in cui è come se "qualcuno" tentasse di chiudere una porta da cui vogliamo uscire e noi la tirassimo a nostra volta per tenerla aperta. Si crea una lotta o una vera guerra tra "noi" e il nostro istinto. Più la lotta è cruenta, meno abbiamo possibilità di vittoria, anzi, le possibilità di vittoria sono nulle, perché le risorse vitali avranno sempre ragione. Però l'istinto ha anche una propria intelligenza, e dei termini di tolleranza, per cui cederà entro margini di sicurezza. Quindi si riuscirà a cantare in ogni caso anche con tecniche violente o comunque impositive, grazie alla "bontà" dell'istinto, che però non cessa e non cesserà mai di cercare di riprendere ciò che ha concesso, e questo determinerà la necessità di un allenamento costante. Qual è invece la strada da percorrere? Intanto quello della presa di coscienza. Se noi non conosciamo come stanno le cose, non potremo mai mettere in moto le condizioni utili al nostro caso. In secondo luogo, eccoci al titolo, il rapporto con le energie. Dobbiamo renderci conto che se noi affrontiamo il canto impiegando molta energia, diciamo pure forza, non faremo altro che stimolare l'istinto a reagire, e infatti è proprio questo che succede ogniqualvolta non riusciamo a fare un acuto o una vocale appropriatamente. E' difficile, davvero, immaginare che anche gli acuti e le note forti richiedano energie "sottili", cioè minime, come quelle del parlato semplice, perché la mente non riconosce questa possibilità fin quando non l'avremo provata e assimilata come possibile. Ed è anche per questa ragione che è una buona pratica passare attraverso falsetti, falsettini, voci sospirate, mormorate, ecc. dove, guarda caso, non riceviamo particolari ostacoli e resistenze dal corpo in quanto manca quella "provocazione" nei riguardi del diaframma, che poi noi vorremmo combattere con forze contrarie e che chiamiamo appoggio, se non addirittura affondo. L'energia sottile che ci riguarda è il consumo costante, non frenato e trattenuto, del fiato, atto a pronunciare infallibilmente vocali, parole, frasi. Questo è il legame indissolubile che già esiste in noi e che dobbiamo ampliare a tutta la gamma, senza utilizzare la forza. La parola d'ordine, lo ricordo, deve diventare un mantra, è TOGLIERE! In questo caso togliere forza, energia meccanica. 

mercoledì, ottobre 27, 2021

Seguire il falsettino

 La voce più flebile, il piano, pianissimo, falsettino, proprio per la loro leggerezza non "turban gli ozi" all'istinto, sicché si riesce a pronunciare facilmente senza i problemi che emergono nella voce piena, dove il "peso" della voce provoca reazioni e quindi risalite e spoggi, per cui si cercano rimedi tecnici che non risolvono la situazione ma la tengono sotto il giogo di forze muscolari che creano una voce fibrosa e forzata. Quindi emettendo una vocale in falsettino e immediatamente dopo la stessa vocale un'ottava sotto senza cercare alcunché, non pensando di essere scesi di intonazione ma anzi immaginandola esattamente alla stessa altezza della precedente, si coglierà la stessa facilità e libertà della precedente. Ricordarsi sempre quanto ho scritto abbondantemente in questi ultimi mesi, e cioè non FARE volontariamente e fisicamente la pronuncia, ma LASCIARLA venire, come se la stesse pronunciando qualcun altro. Noi siamo uditori e spettatori, ed è sufficiente quel po' di volontà, senza coercizioni, spinte e sforzi di alcun genere. 

sabato, ottobre 09, 2021

Non mescolare

 Mi rendo sempre più conto di quanto sia difficile per molti focalizzare la pronuncia. Allora riepilogo: le corde vocali producono un SUONO, cioè una vibrazione sonora "anonima", che per varie cause subisce una amplificazione negli spazi sotto e sovra-stanti. Questo suono non ha ancora alcun rapporto reale con la perfetta pronuncia. Negli spazi oro-faringei tutt'al più ci può essere un accenno di pronuncia; in particolare è del tutto fuorviante pensare che le vocali si formino internamente. Che esistano vocali "anteriori" e "posteriori" non è di per se erroneo, ma è una falsa percezione istintiva che si accende nel momento in cui si prova a cantare, ma non è la percezione vera che si raggiunge con la piena evoluzione respiratoria vocale. Nessuna vocale può essere pronunciata perfettamente all'interno delle cavità; solo esternamente si realizza il fuoco e quindi la nitida, precisa e vera dizione. Ora mettiamo in chiaro la situazione: suono e vocale o sillaba NON si devono mescolare, cioè non stanno insieme, il che dovrebbe essere già chiaro da quanto ho scritto precedentemente (eventualmente rileggete). Il suono non deve essere fatto uscire; la sua posizione è interna e lì deve restare. E' la fonte della vocale, che si approvvigiona della quantità e colore sonoro di cui necessita. Ma non è una problematica di chi canta, che deve badare UNICAMENTE a pronunciare perfettamente SENZA SCHIACCIARE; SENZA PREMERE o SPINGERE MINIMAMENTE! Non deve avvenire alcun movimento tra interno ed esterno. La vocale o sillaba deve NASCERE all'esterno. Occorre pronunciare con leggerezza, con morbidezza, senza nulla fare, cioè LASCIARE CHE AVVVENGA la pronuncia autonomamente. La stragrande maggioranza dei cantanti oggigiorno mescola suono e parola, ovviamente con diverse percentuali. In genere in campo femminile la mescolanza è molto più frequente, con una netta differenza tra il registro centro-grave, dove solitamente vince la parola, a quello acuto, dove vince il suono. Il caso più celebre di netta preponderanza del suono è quello di Joan Sutherland, che cantava quasi unicamente col suono. Questo la facilitava nettamente nell'agilità e nei suoni acuti, ma la penalizzava (e penalizzava tutti noi) nella recitazione testuale. I cantanti di inizio Novecento, al contrario, sia in campo maschile che femminile, mescolavano molto meno, e i testi erano quasi sempre ben comprensibili. All'ascolto, con le orecchie comuni di oggi, quelle voci appaiono meno "belle", perché si badava molto più alla verità delle parole che non al colore, cosa che ha preso piede soprattutto a partire dagli anni 50. Renata Tebaldi è un caso interessante, perché si pone proprio come punto di svolta; lei sapeva cantare con eccellente dizione (lo dimostra una meravigliosa esecuzione de "le violette" di Scarlatti), però il fatto di possedere un timbro eccezionale, per cui tutti l'ammiravano e la segnalavano come un raro gioiello, la facevano propendere per valorizzare il suono e mettere la pronuncia in secondo piano, pur rimanendo discreta. C'è però da aggiungere qualcosa di importante. C'è un suono base, minimo, quello di perfetto equilibrio tra ciò che deve essere detto, con quale intensità, quale altezza, quale colore. che richiede una perfetta sintonia tra i tre apparati (fiato-laringe-articolazione-amplificazione). Difficilmente viene creato questo suono base, perché l'ego dei cantanti porta pressoché sempre a gonfiare, a spingere, a premere, e quindi a "zavorrare" il suono base con un surplus che aumenta considerevolmente man mano che si ascende. Questo comporta che la pronuncia peggiori gradualmente salendo. E' vero che per motivi di fisica acustica più il suono è acuto più necessita di alimentazione aerea (data la maggior tensione delle corde), ma questo non significa necessariamente "più intensità, infatti notoriamente i cantanti bravi riescono a fare piani, pianissimi, filature anche su acuti estremi, capacità nota ai grandi compositori che hanno in diversi casi previsto queste espressioni "limite" nelle loro partiture, come il sib dell'acuto dell'entrata di Radames nell'Aida fino al reb di Lady Macbeth. Ma gli esempi sono innumerevoli. Allora i cantanti si dovrebbero rendere conto che per arrivare a fare in modo perfetto gli acuti con perfetta dizione non bisogna URLARE o GRIDARE, Invece già nel centro si comincia ad alzare la tensione con suoni zavorrati. La verità inizia proprio dal centro, dove è necessaria la pronuncia più perfetta. Ma soprattutto nel salire, nota dopo nota, occorre ALIMENTARE col fiato la pronuncia della vocale che si sta emettendo, senza alzare o molto poco, l'intensità. In pratica, nota dopo nota, si deve avere la sensazione di CONSUMARE grandi quantità d'aria, che NON BISOGNA FRENARE, ma lasciare scorrere, fluire, scivolare, e questa andrà a riempire lo spazio antistante davanti alla bocca e tendenzialmente verso l'alto, come se si stesse gonfiando una grande sfera, che però deve ricevere solo aria, non pressione, cioè non oppone resistenza, come fanno i palloni di gomma. Questa sensazione di consumo (che ribadisco essere una sensazione non del tutto veritiera) può scatenare una reazione, la quale tende a frenare, a rallentare quel flusso, e che invece occorre impegnarsi a lasciar scorrere, anzi bisogna provare un autentico piacere nel percepire un TUBO VUOTO, rilassato al massimo, entro il quale scorre questo fluido vivo ma leggerissimo. Per la verità è possibile che inizialmente il consumo di aria possa effettivamente essere considerevole, in quanto non si ha il coraggio di pronunciare convintamente, e questo porta a un appoggio incompleto, e quindi la minore energia dell'aria viene compensato da una maggiore quantità. L'appoggio, è bene ribadirlo, NON DEVE MAI essere indotto premendo in alcun modo verso il basso. L'appoggio si verifica pronunciando perfettamente. Concludendo: non si tratta di sentire IL SUONO che si muove, esso NON DEVE MUOVERSI MAI. La pronuncia deve nascere autonomamente all'esterno, e il suono interno deve rimanere inerte. Ciò che si può sentire è il movimento del fiato tra le labbra e il punto della pronuncia. Tutto il resto deve restare rilassato, inerte. Il cantante, lo ripeto, deve diventare ASCOLTATORE e SPETTATORE del canto. 

lunedì, settembre 20, 2021

La voce nasale

 Tanti anni fa il giornalista e pseudo vociologo Rodolfo Celletti, che amava coniare aggettivi per i cantanti, definì "scuola del muggito" una classe di baritoni che tendenzialmente era caratterizzata da voce piuttosto nasale. Gli esponenti più nel mirino erano Gino Bechi e Tito Gobbi. Quando la notorietà di Celletti giunse all'apice, cioè tra la fine degli anni '70 e gli '80, Bechi si era già ritirato da tempo e Gobbi era a fine carriera, Il primo aveva debuttato giovanissimo e praticamente aveva svolto la carriera con una generazione "indietro", cioè con Gigli, Caniglia, Stignani, Pasero, ecc., mentre Gobbi fu più regolare e quindi compagno di Callas, Di Stefano, Siepi, ecc. Per questi motivi il rancore verso il critico fu più acceso da parte dei fan del baritono veneto più che da quelli del toscano, che erano ormai più che altro dei nostalgici. Ho avuto come mentore della passione operistica un signore che in gioventù era stato un vero fanatico di Bechi, e aveva anche intrapreso una piccola carriera locale come baritono, egli stesso, imitando pedestremente il più noto collega. Quando lo conobbi e frequentai, appunto a fine anni 70, quando non cantava ormai più, nutriva un certo livore nei confronti di Celletti, però ammetteva, a denti stretti e a distanza di tempo, quindi "a bocce ferme", che non aveva tutti i torti a criticare Bechi per l'emissione nasale. E così mi spiegò la questione dal suo punto di vista, relativo soprattutto al fatto che la carriera di Bechi fosse stata così breve: "è come fare una gara con le automobili; Bechi è come se non perdesse tempo a cambiare marcia, faceva tutto in prima; gli altri cambiavano e quindi sulla breve distanza vinceva lui, però lui poi ha fuso!". Purtroppo questa persona è venuta a mancare dopo pochi mesi dalla nostra conoscenza, quindi non ho avuto tempo di chiarire cosa intendesse dire; il discorso non mi è chiaro, cioè se secondo lui spingesse o che altro. Un altro cantante che ho frequentato per qualche tempo, il basso Oddino Bertola, che fu compagno di Bechi in molte recite, soprattutto nel Barbiere di Siviglia, ricorda che il collega aveva una voce strepitosa, intensissima, e che non potevi stargli troppo vicino quando emetteva un lungo acuto, perché ti perforava i timpani. Su Gobbi non ho molte notizie di colleghi o simpatizzanti; quello che ho sempre ricavato dalle registrazioni e interviste, anche in diretta, che ho ascoltato, è di un cantante piuttosto confuso persino su sé stesso. Ci sono alcune registrazioni degli anni '40 che ci mostrano un cantante prodigioso, con un timbro bellissimo, ombroso ma chiaro nella dizione (a differenza di Bechi, che aveva un timbro tendenzialmente chiaro e una estensione molto portata verso l'acuto, con qualche difficoltà in basso), con un repertorio lirico-brillante, che poi portò verso ruoli più drammatici, che non solo modificò la propria impostazione (decisamente in peggio), ma che rinnegò addirittura il suo modo di cantare giovanile. C'è un "quand'ero paggio" miracoloso, che non solo regge il confronto con i più grandi Falstaff e strepitosi colleghi, ma che possiamo considerare la migliore esibizione discografica di questo passo. Viceversa, a partire dagli anni '50, nei Rigoletti, Tosche, Barbieri, Balli in maschera, Nabucchi e via dicendo si contraddistingue soprattutto per un settore acuto non solo nasale, ma anche schiacciatissimo, fisso. Credo che la maggior parte dei suoi seguaci continuasse a esaltarlo più che altro per la grande capacità scenica e di immedesimazione nei personaggi, che ne facevano uno dei migliori soggetti teatrali, sicuramente buon compagno degli altrettanto validissimi Callas, Di Stefano, Del Monaco, ecc. Potrebbe anche darsi che in teatro le caratteristiche negative fossero meno evidenti, mentre le registrazioni sono impietose. Bisogna dire che se "naso" deve essere, Bechi sapeva sfruttarlo molto meglio, perché effettivamente gli acuti risultano molto più belli e ricchi. 

Cerchiamo di chiarire come e perché di questo tipo di emissione. Intanto sottolineiamo che già i primi trattati di canto consideravano molto negativamente la nasalizzazione. Ciononostante anche nelle registrazioni risalenti al primo '900, capita di ascoltare voci con questa caratteristica, anche se i sistemi di incisione diretta credo che potessero esaltarla, quindi non rendendo piena giustizia. La situazione è andata molto peggiorando nel dopoguerra quando i foniatri portarono l'attenzione verso le cavità sopraglottiche (la cosiddetta "maschera") e quindi tutto il mondo dei docenti che si posero in condizione di sudditanza verso la scienza, che in realtà nulla sa sull'arte vocale, presero a sollevare il focus nella zona nasale, con conseguenze molto negative. Non tornerò a fare i nomi di alcuni celebri cantanti che si sono contraddistinti per avere, anche solo di sfuggita, ma comunque sensibilmente, adottato una emissione, specie nell'attacco, nasale. Quali sono gli aspetti più negativi? In primo luogo il timbro, che è decisamente brutto. Gobbi lo esaltò in particolare nel Gianni Schicchi, contraffacendo la voce di Buoso Donati. Definiva questo un "timbro giallo". Purtroppo questa sua invenzione fu imitata da quasi tutti i successori. Ma in ogni modo questi si possono considerare degli effetti comici che si possono anche accettare, come succede per il "curiale" del Barbiere di Siviglia, o il notaio nelle Nozze di Figaro, o il medico ancora nel Gianni Schicchi e nel Così fan tutte. Diversa è un'impostazione fondata su risonanze nasali. La cosa buffa è che successivamente i foniatri tornarono sui loro passi e dichiararono che la voce nasale è controproducente, perché il rivestimento delle fosse è fonoassorbente, quindi riduce, invece di amplificare. Ma anche questa non è una gran verità. Infatti come spiegano che Bechi aveva una voce così squillante? Se può essere vero che il rivestimento è assorbente, lo spingere in quella fossa comunque genera moltissimi armonici, come sanno i cultori del suono armonico. E' noto, infatti, che il timbro nasale, come avviene per le viole, esalta alcuni armonici particolarmente sonori. Peraltro non è un timbro particolarmente piacevole. A parte ciò, in campo vocale ci sono due aspetti molto controproducenti: 1) perché sia nasale, il velopendulo scende, si abbassa, il che significa una debolezza respiratoria, che per l'appunto è sempre considerato negativo da un po' tutte le scuole, che indicano sempre la necessità che il palato molle sia alto.(ma senza sapere bene il perché); 2) l'innalzamento della punta della colonna d'aria in zona nasale, comporta un sollevamento della base del fiato, ovvero dell'appoggio. C'è anche un terzo elemento, non secondario: la pronuncia non può essere esemplare, perché l'articolazione necessita degli elementi orali, lingua, palato, denti, labbra, faringe, per cui spostando il focus in alto, almeno parzialmente, anch'essa diventa carente. Un aspetto che contraddistingue oggi la stragrande maggioranza degli insegnanti di canto, è il ricorso alla vocalizzazione "muta", che porta indiscutibilmente verso la nasalizzazione. Una catastrofe dell'insegnamento, privo di qualunque fondamento logico, ma che è ormai entrato nella quotidianità e non sarà facile da estirpare, anzi probabilmente impossibile. Ma perché si ricorre ad essa? Beh, un motivo sta in ciò che abbiamo già detto: un leggero sollevamento della colonna d'aria produce un minor impegno, per cui si ha l'impressione di cantare con maggiore facilità. In secondo luogo l'ampliamento superiore della risonanza produce anche una sensazione di grande squillo, confuso, come s'è detto, con le risonanze della "maschera". Se mantenuta così semplicisticamente, questa emissione può essere pericolosa e portare in tempi piuttosto brevi a gravi conseguenze, come ballamento della voce e perdita di acuti. In genere quando ci si accorge delle diminuite prestazioni, si ricorre o all'ingolamento o all'affondamento, per contrastare il sollevamento della base. In ogni caso difetti su difetti. Qualcuno, un po' più intelligentemente, ha intrapreso un tipo di approccio meno pericoloso, cioè attacca il suono con una leggera nasalizzazione, per poi toglierlo da quella pericolosa posizione. Questo riduce le possibilità di spoggio, però dà al cantante la sensazione di un attacco più facile, più morbido , più sonoro. Naturalmente questi sono trucchi, anche piuttosto banali, quindi mettiamo in guardia dall'adottarli, anche perché a un certo punto si rischia, fortemente, di non riuscire più a uscire da quella posizione, e quindi, col tempo, restare in una posizione nasale, come mi pare sia avvenuto e stia avvenendo a chi ha adottato questa strategia. 

sabato, settembre 11, 2021

S-controllare

 Tutti coloro che studiano uno strumento musicale - canto e direzione d'orchestra compresi - ritengono che l'obiettivo fondamentale da raggiungere sia il CONTROLLO. Saper controllare le mani, per un pianista o qualunque altro strumento, controllare il fiato (?) o i muscoli (quali?) per un cantante o un direttore d'orchestra, sembra la vetta di un percorso di apprendimento. Peccato che questo sia un falso obiettivo. Il controllo non ha niente a che vedere con l'Arte! E' una illusione mentale, una imposizione razionale e prettamente fisica. La conquista di una COSCIENZA artistica, legata, nel nostro caso, a abilità strumentali, richiede il superamento degli ostacoli di natura fisica. Cioè essi non dovranno più frapporsi tra la pulsione a manifestare un messaggio spirituale attraverso uno strumento espressivo e l'azione stessa, che pur essendo in parte di natura fisica, lascia che sia la pulsione stessa, di ordine spirituale, ad agire per noi attraverso i canali fisici necessari, e il nostro intervento dovrà essere solo legato all'innesco del processo. Tutto il resto deve essere lasciato fluire. Cosa vuol dire "parla", che il maestro ripete in continuazione? Non vuole solo dire pronuncia, articola correttamente, che è un dato essenziale, ma mettiti nella stessa condizione di quando parli, cioè non guidare, non controllare ciò che fai. Potrei dire "cammina", è la stessa cosa, cioè lascia che il tuo corpo cammini. Quando compi queste azioni che definiamo "naturali" pare non esserci alcuna azione e persino nessun pensiero indotto. Si parla e si cammina come "sonnambuli", guidati dalla méta, da ciò che sta nella fine; infatti una delle frasi chiave di Celibidache relative alla musica è: "far sì che la fine sia contenuta nell'inizio". Se si entra in questa dimensione, si comprende che il controllo è superfluo, anzi negativo. Se le premesse sono corrette, cioè se nell'inizio è compresa la fine, in potenza, come nel seme c'è l'albero che ne scaturirà, dobbiamo anche comprendere che più cose facciamo, più ci allontaniamo dalla retta via. Però anche questa affermazione non è corretta, perché un problema persiste, come ho scritto nel post precedente. Se io "lascio andare", cioè non faccio niente, è vero che consento maggiore naturalezza, ma restano i "nodi", cioè degli impedimenti che il corpo presenta istintivamente, in quanto il fiato non ha il grado di evoluzione sufficiente a consentirmi la piena libertà su tutta la gamma possibile. L'evoluzione di una specie è sempre legata alle esigenza di vita di quella specie. L'uomo si trova in una determinata situazione fisica, mentale, psicologica, ecc., perché questo è il grado di esigenza (di perpetuazione) della nostra specie nelle condizioni del mondo in cui viviamo. In questo mondo l'espressione artistica non è tra le necessità della specie, quindi la natura animale che ci governa istintivamente, non consente che l'espressione artistica possa avere il sopravvento su quelle vitali, pertanto si opporrà, più o meno violentemente. Peraltro la parte spirituale che vive in noi e che tende a emergere e manifestarsi, anch'essa in modo più o meno imperioso, cercherà in qualche modo (o anche in "ogni" modo) di averla vinta sugli ostacoli che ci si frappongono. Può nascere quindi una sorta di battaglia interna, ma la parte istintiva, se battaglia c'è, avrà sempre la meglio alla fine. Al massimo potrà consentire una tregua. E se tregua sarà, non ci sarà mai una reale conquista artistica, che significa SENSORIALE: ciò che chiamiamo "senso" (udito, tatto...) è una capacità del corpo di assolvere a una funzione fondamentale per la perpetuazione della specie, per cui è compreso e contenuto nel DNA, cioè tra le funzioni istintive. Posto in questo modo il problema, potrebbe sembrare che un obiettivo artistico, che è la perfezione, sia del tutto inarrivabile. In realtà non è propriamente così, considerato però che noi non possiamo agire sul DNA, per cui possiamo arrivare a dire che ogni persona ha in sé la possibilità e la capacità di sviluppare un nuovo senso, ma che questo sarà un evento soggettivo eccezionale non trasmissibile per via genetica. Dunque, affinché il nostro sistema istintivo accetti e consenta che si possa acquisire e manifestare in modo perfetto una determinata azione artistica, dovrà riconoscere un'esigenza, che stavolta non sarà nel contesto esterno (cioè mutate condizioni di vita, come potrebbe essere uno stravolgimento climatico, chimico-fisico...) ma interno, cioè nella pulsione spirituale del soggetto. Perché un bambino sente l'imprescindibile necessità di suonare, di cantare, di dipingere, ecc.? Evidentemente perché c'è in sé questa necessità. Ma questo non basta. Manca il percorso. E' necessario sviluppare le condizioni che permettono al gesto artistico di svilupparsi in modo esemplare. Nel nostro caso, il fiato. Il fiato nel nostro stadio evolutivo, è sempre carente rispetto al livello vocale perfetto. Anche la parola è insufficiente per elevarla artisticamente. Quindi anche se c'è la forza spirituale, abbiamo bisogno di perfezionare gli elementi che determinano l'arte stessa, però facendo attenzione a non creare la guerra con l'istinto, che in ogni caso non può permettere di commutare una funzione vitale, come la respirazione, in qualcos'altro non così indispensabile. Purtroppo, siccome siamo guidati dalla mente, che è un organo fisico e che comprende la fisicità e non la spiritualità, noi vogliamo controllare l'azione, e quindi impediamo il libero fluire del canto anche quando questo potrebbe manifestarsi. Qui nasce la necessità di una disciplina, cioè della capacità di spostare il nostro fare dal piano fisico a quello spirituale, ovvero "lasciar fare", togliere i controlli e le azioni automatiche. 

I 100 nodi

 L'insegnamento del canto (di questo parliamo, ma potrebbe essere qualunque altra cosa), consiste nello sciogliere un numero imprecisato di nodi (100 si fa per dire). Ogni volta che iniziamo un percorso, si presenterà un problema. Può darsi che uno non se ne accorga, ovvero non lo riconosca, e qui c'è un problema di ignoranza, e quindi il nodo rimane. Se chi si occupa della educazione della voce di quel soggetto sa riconoscere quel problema, ne conosce la causa e sa come intervenire, scioglierà il primo nodo. Successivamente si presenteranno altri problemi e altri nodi. Alcuni insegnanti sapranno scioglierne un certo numero, pochi li sapranno sciogliere tutti, e portare il soggetto alla completa libertà. L'analogia col nodo è utile a comprendere che qualcosa ci impedisce di manifestare compiutamente una libertà di espressione. Sciogliere i nodi è l'immagine più rappresentativa di un libertà che si va a conquistare. Ma il problema che gli insegnanti in genere non vedono è: cosa costituisce quei nodi? E figuriamoci foniatri e "esperti" della scienza. La maggior parte degli addetti ai lavori sono convinti che per cantare ci voglia una tecnica, come per suonare il pianoforte o il clarinetto. Che bisogna allenare i muscoli come gli atleti sportivi, costringerli a "obbedire" alle nostre richieste. Peccato che questo non avvenga e non possa avvenire, o se sembra che avvenga, sarà solo per un tempo limitato, perché il vero problema non è la mancanza di tecnica, ma l'opposizione che ci presenta il nostro corpo laddove non intravede un'esigenza reale da soddisfare, evitando la strada della coercizione, della violenza. Inoltre si è persa la strada della parola quale viatico educativo. Dato per evidente che la nostra Natura include la capacità di parlare, anche a lungo, e che quindi il nostro sistema ha acquisito e inglobato totalmente la voce parlata e non si oppone alla sua produzione, è così difficile intuire che è proprio partendo da essa che si può esercitare la voce senza andare incontro ai più comuni problemi, e che è proseguendo, quindi perfezionandola e quindi inserendola nel cammino musicale, che si può realmente raggiungere una vocalità sana e priva di reazioni da parte del nostro corpo? La risposta sta nel panorama, in ciò che si sente nella maggior parte dei casi nelle esecuzioni in cui siano coinvolti cantanti, cioè quello di voci "annodate", cioè relegate, frenate, impedite nella loro piena e potenziale manifestazione.

"... lei non ha avuto la fortuna di trovare qualcuno che le impedisse di rimanere alla fase nella quale il suono risveglia in lei emozioni. La musica non è questo". Questa straordinaria frase è di Sergiu Celibidache. Pensate che immensa chiarezza di pensiero avesse questo genio! Non dire: "lei non ha trovato un maestro, un insegnante, qualcuno che le "Permettesse" di raggiungere un determinato obiettivo", bensì qualcuno che le "impedisse" di restare in un determinato stato. Capovolgere l'obiettivo, vedere le cose da un altro punto di vista, sovvertire l'ordine dei fattori per poter superare la visione stereotipata cui siamo abituati.

giovedì, settembre 02, 2021

Accettare?

 Da tanti anni soglio individuare se nei miei allievi c'è un reale interesse e quindi un'accettazione del tipo di educazione vocale che impartisco, oppure no; quando mi pare che i progressi stentino, soprattutto in un certo ambito, mi permetto di far presente che forse non stanno accettando questo modo di cantare o questo tipo di educazione vocale. La risposta che ottengo è sempre "noooo", perché tutti coloro che vengono animati da autentico spirito di miglioramento e di fiducia, sono convinti di aver abbracciato con anima e corpo questa disciplina, il che non è sempre così, anche se lo credono. Oggi, leggendo una frase di Aristotele, mi rendo conto di dover modificare qualcosa. La frase è: "Solo una mente educata può capire un pensiero diverso dal suo senza bisogno di accettarlo". La frase è cristallina. Si potrebbe dire che è quasi una violenza voler far accettare un pensiero, ovvero una intera scuola di pensiero, se non si è ancora raggiunta una sufficiente, matura educazione mentale (vocale), la quale non ha bisogno di essere accettata, perché sarà essa stessa a palesare la propria verità. Ma questa condizione riguarda ogni cosa del nostro vivere dove si passa o si deve passare da uno stato abitudinario, tradizionale, indotto e quindi "indossato" in modo passivo a uno che definisco artistico (ma potrei dirlo in molti altri modi), cioè che richiede una notevole energia (quindi attività) per elevarsi a un livello superiore, vero, sincero, spirituale. Chi ama il canto, l'opera, la lirica, che frequenta teatri, che fruisce dischi, radio, tv, è ormai assuefatto a un certo modo di cantare. Sono pochi coloro che si rendono conto autonomamente che oggi sono rare come perle le voci realmente educate ad alti livelli. Io stesso indico come "buone" alcune voci che si staccano dalla media tremendamente bassa di questo tempo, anche per non fare sempre il "bastian contrario" o il brontolone, ma realmente di voci realmente valide se ne sentono molto ma molto poche. Dunque non si tratta di accettare ma di attendere che l'evoluzione che si è accesa in noi faccia la propria strada e si porti a compimento. Naturalmente, pur basandosi su istigazioni tipo "non fare niente", "lascia andare", "togli", ecc., non è che richiede una totale passività; la passività può essere di tipo fisico-volontario, ma richiede una partecipazione, una adesione meditata, un'attenzione non comuni. I grandi maestri, come Antonietti e Celibidache, all'inizio di ogni lezione (guarda un po' le somiglianze) chiedevano: "domande?". Certo, la curiosità, la necessità di capire ciò che sta avvenendo, di interrogare su ciò che non si è percepito chiaramente e su tutto ciò che resta da sapere, dovrebbero indurre a chiedere, porre domande, osservare, ecc. Da quindici anni gestisco questo blog, scrivo più o meno frequentemente, faccio passare allievi... ma quante domande credete che mi siano state poste? Pochissime, nell'ordine delle unità o di una o al massimo due decine. Una miseria. Il m° Celibidache non era molto gentile con chi frequentava a lungo e non poneva domande; Antonietti insisteva, e ricordo in una registrazione che prima di terminare eslcama: "chiedete, chiedete, chiedete". Certo, è l'unica vera forma in cui possiamo realmente fare passi avanti. Però anche questo non è un obbligo; è del tutto inutile insistere affinché si pongano domande, se queste non vengono da dentro di noi. O forse mancano le abitudini a relazionarsi in questo modo, e forse è anche una mia carenza, chissà. Ogni tanto bisogna anche rivedere i propri strumenti comunicativi. 



sabato, agosto 21, 2021

L'espansione

 L'espansione del suono è uno dei parametri fondamentali del far musica; ogni luogo ove si intende farne deve essere attentamente vagliato affinché essa possa nascere. È infatti grazie alle caratteristiche dello spazio se i fenomeni che costituiscono il "materiale" sonoro possono trovare la giusta relazione tra loro e quindi permettere alla coscienza di ciascuno di "ridurli" e trovare la continuità che al termine avrà permesso di unire l'inizio con la fine, quindi chiudere il cerchio e unificare. Questo è l'aspetto musicale sempre da tener presente quando si intende realizzare seriamente un evento musicale. Ma noi abbiamo anche un altro aspetto da vagliare, cioè l'espansione vocale. Un tempo era normale sentir dire non solo dagli esperti ma anche dagli appassionati: "quella voce corre". Oggi non lo dice più nessuno, anche per via del fatto che spesso in teatro ci sono i microfoni e quindi l'acustica è turbata e innaturale. Ma a parte questo, è difficile che le voci si espandano in teatro, per via del fatto che la gran parte degli insegnanti non fa che parlare di aspetti interni: laringe, faringe, corde vocali con tutti gli annessi e connessi, velopendulo, maschera, diaframma, pube, reni, muscolatura addominale ecc. La voce non si libererà mai di tutti questi lacci, rimarrà sempre prigioniera. Le antiche scuole a questi aspetti fisiologici e anatomici guardavano ben poco; la lezione verteva su ciò che si sentiva, su ciò che si creava esteriormente, e che andava corretto. Schipa in un brevissimo spezzone di un film, fa una lezione "laser" di canto ad Alberto Rabagliati, e cosa fa e su cosa insiste? Sulla "U" di una parola, che Schipa ripete diverse volte, ma che il suo alunno non riesce a riprodurre con la stessa esattezza. Poi ovviamente il film deve andare avanti, quindi la lezione finisce lì. Ma l'esempio è significativo. Non serve a niente parlare di cosa succede internamente, o meglio, è fortemente deleterio, una rovina. Però per lavorare sui risultati che si presentano momento dopo momento e correggerne gli aspetti negativi per far nascere quelli positivi, occorrono orecchie finissime e una capacità di introspezione molto acuta. Se la voce, ovvero ogni fonema, ogni vocale e consonante, si forma, chiara, limpida e morbida, esternamente, avrà ogni caratteristica automaticamente esaltata. Sarà nitida nella pronuncia, sarà ricca di armonici e risonanze,  quindi sonora, sarà omogenea, non risentirà di alcuna differenza legata ai cosiddetti registri, sarà modellabile dinamicamente, sarà modellabile cromaticamente; in sostanza sarà del tutto sotto controllo, senza ripercussioni negative e infine, ma non ultima, avrà la caratteristica di espandersi omogenea nell'ambiente, per cui riempirà il luogo , anche se non è una voce potente, ma si sentirà e si capirà. Le voci antiche erano prima di tutto questo; non era fondamentale che fossero bellissime né fortissime, ma sonore sì, chiare nella pronuncia sì, che spandessero sì! L'arte non ha tempo, dunque il fatto che oggi siano cambiate tante cose, non toglie che una voce realmente artistica deve possedere queste caratteristiche. Certo che se poi è anche una voce di velluto e con elevati decibel, non guasta, anzi, anzi, anzi! 

martedì, agosto 17, 2021

La doppia appartenenza

 Un concetto fenomenologico fondamentale della musica, su cui più volte il m° Celibidache è tornato, è quello della "doppia appartenenza", che si attaglia molto bene, oltre che nella sua componente musicale, anche a quella prettamente canora su cui sono intervenuto ultimamente. In cosa consiste questa "doppia appartenenza"? Il suono appartiene al cosmo, però può nascere solo per precisa volontà dell'uomo. Però la musica non è un prodotto della volontà, nel senso che la volontà umana può solo creare e favorire le condizioni affinché la musica nasca, ma non ne è artefice diretto. Il suono sottostà alle leggi relative alla materia e alle sue condizioni di esistenza, quindi è indipendente dall'uomo. Questo è o dovrebbe essere tanto più vero nel canto, ma con maggiori difficoltà. Gli strumenti meccanici hanno caratteristiche maggiormente indipendenti; pensiamo a un pianoforte. L'uomo ha molte possibilità di azione, però di fatto è il suo meccanismo che agisce sulla corda, con una variabilità limitata, rispetto al canto, dove l'azione diretta dell'uomo ha una quantità di possibili azioni molto maggiore. Dunque, come spiego sovente, noi dobbiamo mettere solo un atto di volontà relativo all'attacco, che comunque non deve essere violento, spinto, brutale, ma già in questa fase neutrale, cioè lasciare che si sviluppi autonomamente, in base a acquisizioni legate alle studio. In pratica, se ho studiato un brano con opportuni criteri musicali, so quali caratteristiche ha il brano in termini di dinamica e agogica, pertanto non devo essere io volontariamente a somministrare determinate forze per ottenere quel risultato, ma ormai devo considerarle acquisite, quindi "so" come e quanto dare e devo lasciar fare, anche se la nostra mente fa fatica a non intervenire e a non considerarsi lei artefice e padrona della situazione. Questo è sicuramente uno degli scogli più ardui da superare. E', in fondo, il concetto di semplicità. Ci chiediamo spesso perché le cose più semplici sono così difficili, nonostante siano quelle più appaganti e che ci conducono alla verità. E questo riguarda anche il concetto di naturale. Vorremmo che il canto, come tante altre cose, fossero "naturali", cioè avvenissero in modo automatico, senza impegno e forte volontà. Ecco qua la spiegazione. Determinati fenomeni esistono in natura, ma richiedono l'intervento umano per manifestarsi. Questo intervento però non si vuole limitare al puro accadimento iniziale (cioè toglierlo dall'inerzia in cui si trova) ma condurlo e manovrarlo per tutto il tempo della sua esistenza. Questa condizione vessatoria lo toglie da quella naturale e veritiera e ne fa un prodotto che potremmo definire artificioso e che quindi sfugge alle leggi e ai criteri cui dovremmo sottostare. Quindi lo studio, lungo e molto impegnativo, in fondo consiste nell'eliminare il più possibile l'intervento razionale, possessivo, aggressivo, manipolativo della mente per far sì che restituisca il suono, o la voce nel nostro caso, alla natura cui apparteniamo (per l'uomo è una natura più ampia, comprendendo anche una forte componente spirituale, che è poi quella che ci spinge e ci guida nella creazione). Però se si pensa che possa essere sufficiente il "lasciare agire", non si è ugualmente sulla giusta strada, perché dobbiamo considerare le forze fisiche, che comunque appartengono alla natura, che si oppongono a quelle spirituali in quanto non riconosciute dall'ecosistema. Quindi è necessario il lungo lavoro di acquisizione di uno stadio fisico più evoluto, di un passaggio di una necessità spirituale a vitale, affinché si superino le opposizioni istintive, per poi arrivare alla fase di "abbandono", cioè di acquisizione di quella naturalezza che giustamente ricerchiamo, che ci affascina e ci conquista.

giovedì, agosto 05, 2021

Parola libera per libero canto

 La nostra parola è una delle cose più libere che possediamo. Vocalmente, non riusciamo, spontaneamente, a cantare con lo stesso grado di libertà, anche se qualcuno ci va vicino, ma è impossibile per tutta l'estensione, e se anche qualcuno, chiamiamolo superfortunato, ha questa peculiarità, l'avrà solo per un tempo breve, perché non può possedere il grado di evoluzione del resto del corpo, quindi il corpo stesso lo osteggerà e in un tempo più o meno breve, lo ridurrà in pessime condizioni. Potrei fare molti esempi, da Di Stefano alla Souliotis, a tanti altri, anche sconosciuti, che hanno cantato per pochi anni, meravigliando, ma dovendo poi interrompere la carriera, ammesso che siano riusciti a entrarci, perché quel magnifico rendimento iniziale si è affievolito, sono iniziati i problemi e poi sono aumentati fino a "mangiarsi" tutto il bello. Il dato di fatto è che quella libertà non possiamo averla nel canto, se non creiamo le condizioni, i fondamenti, per poterla sostenere per tutto il resto della vita. Le condizioni, i fondamenti, sono l'arte del respiro, che non si guadagna facendo esercizi di respirazione, ma gli esercizi della parola perfetta, che può essere tale solo se ha sviluppato il relativo fiato perfetto. L'una, la parola, agisce come esigenza, e l'altro, il fiato, si sviluppa e si evolve, se l'esigenza è sufficientemente forte. La parola evoluta in sé, si porta poi avanti nella sua componente meno fisica e più artistico-spirituale, cioè con l'intonazione, ma sempre mettendo la pronuncia davanti a tutto. Affinché la parola sia davvero libera, non deve risentire di alcun impedimento, quindi non può che essere fuori, come la parola spontanea, anche perché la pronuncia impeccabile è impossibile internamente. Non deve essere spinta, schiacciata, forzata, "martellata", ecc. E si deve sentire, nella estrema semplicità, il grado di libertà. Purtroppo il canto lirico porta, per pessima imitazione, a essere distorto, modificato, deformato, per dargli una connotazione "lirica" in tempi insufficienti a far sì che la voce possa esprimere tutta la bellezza e il potenziale che possiede. La fretta è nemica dell'arte, ma i pessimi insegnanti si autopubblicizzano proprio puntando sulla velocità con cui promettono di sviluppare una voce. E invece creano difetti, spesso incorreggibili. La semplicità è sempre la strada maestra per l'arte.

mercoledì, agosto 04, 2021

Resistenza e persistenza

 Un aforisma del filosofo Joung recita "ciò a cui opponi resistenza, persiste". Nella sua semplicità, è molto vero. Si attaglia molto alle "battaglie" che vengono intraprese dai cantanti, ma anche dagli studenti, perlopiù inconsapevolmente. La voce trova resistenza nel prodursi e la resistenza aumenta quanto più il soggetto preme, spinge, cerca in ogni modo di infondere volume, potenza, forza, estensione. Potrei dire una reazione uguale e contraria!! Più si schiaccia, si preme, si spinge, in qualunque direzione, più si suscita reazione da parte del nostro corpo. Lasciar scorrere, lasciar transitare il fiato-voce nel modo più semplice possibile, è la soluzione primaria. Ciò che ci frega è la fretta, la voglia spasmodica di sentire una voce rimbombante, piena, squillante, "lirica", assordante, tonante, estesissima, meravigliante. Dobbiamo colpire il prossimo con i nostri attributi vocali; se la nostra voce ci sembra semplice, piccola, banale, pensiamo subito di essere nella scuola sbagliata. Meglio il tipo che ci fa schiacciare, premere, allargare, alzare, affondare, tirare, ecc., e che in poche lezioni ci dà (l'illusione di avere) una gran voce. Pazienza se poi si passerà il resto del tempo a cercare (inutilmente) di porre rimedio ai danni che questi sistemi provocano. Si tratta di obiettivi da raggiungere: si vuole cercare di poter sfruttare il prima possibile le potenzialità, anche se molto probabilmente si andrà incontro a problemi e forse a una fine prematura della (eventuale) carriera o si vuole aderire a un progetto artistico, cioè cantare bene, cantare "vero", ma con molte incognite (sarò all'altezza, l'accetterò e sarò accettato, avrò pazienza...)? Si tratta di scelte di coscienza molto difficili e forse la prima scelta, alla fine, è comprensibile che sia quella preferita e preferibile.